[against all odds]

Il peggio che possa capitare a una brioche non è essere bandita da Facebook nel momento in cui un tizio rinsecchito leva le braccia e rianima orde di spoileranti.
Non è nemmeno essere costretta a fare a meno dei commenti sull’ultima occasione persa da una veejay per tacere e sperare che nessuno si accorga che un battiscopa le fa 4 a 0 e una figurina, quanto a QI.
No.
Il peggio che possa capitare a una brioche è essere bandita da Facebook a ridosso del momento più importante dell’anno.

Francamente, non contavo che più di una manciata di irriducibili se ne ricordasse.

Alcuni di voi, addirittura, proprio perchè vi conosco, avrei scommesso che da veri maschi avrebbero lisciato la data senza un plissé (maledetta tastiera foresta, nove tentativi e sedici vaffanculi prima di beccare la e con l’accento giusto).

Invece.

(dovessi mai avvicinarmi a un bookmaker, vogliatemi bene e prendetemi a calci)

Lo dico senza giri di parole: in questo periodo particolarmente arduo, mi ha commosso vedere come tantissimi di voi abbiano dedicato un momento a questa ricorrenza.

E sì che a momenti non me lo ricordavo manco io che l’altroieri era il compleanno dei cani di Valerio Scanu.

(piccolissima nota a margine: vi siete divertiti a segnalarmi a Zuckerberg? Bene. Sappiate che io, a fare quello che vi ha portato a farlo mi son divertita molto, ma molto, ma molto di più. kind regards)

[affari di famiglia]

Io la mia parte l’ho fatta.

Ho spostato le sedie, srotolato metà della pompa, preso in mano lo spazzolone, addirittura ho guardato con intenzione il flacone dello Spic&span.

Più di questo non mi si può chiedere.

Non quando la primavera mette in scena una prova filata impeccabile, a meno tre dal debutto.

Sole splendente che scalda forte senza bruciare, brezzolina leggera profumata di mare, cuscinone da terrazzo che mi guarda invitante. Cosa potrebbe mai sopraggiungere a turbare il godimento di un abbraccio reciproco, languido e pigro?

Il maledetto squillo del maledetto telefono, ecco cosa.

Ora, quando il telefono squilla con la suoneria de “Lo squalo”, che non mi sono mai sognata di scaricare, sale in zucca vorrebbe che l’utile attrezzo venga scagliato all’istante il più lontano possibile mentre ci si butta a terra dietro la prima cosa utile a ripararsi dall’esplosione, senza manco pensarci.

Il sale in zucca.

Vacca miseria, ecco cosa mi son dimenticata di comprare.

–          Domani vieni a cena, sì?

Tutto il tepore di poco fa si è ritratto come un paguro. Un pinguino mi chiede se ho mica una termocoperta da prestargli, che solo con la tuta da sci c’è da battere i denti.

–          Ciao mamma.

–          Non arrivare tardi come al solito, lo sai che tua cognata ci tiene a cenare puntuali.

Mi si surgela il midollo spinale lungo la schiena. “Cognata” e “cenare” nella stessa frase delineano una concatenazione di crimini efferati contro l’umanità, con la sottoscritta nello scomodo ruolo dell’umanità. Già mi ci vedo, in corsa per l’Oscar:

–          Oscardiniamo er pancreas? Tanto ormai è spacciata, chissà dove l’ha presa tutta questa stricnina.

–          Dici che è stricnina? A me pareva più minestrone.

–          Ci metti le uova crude, nel minestrone, tu?

–          Gesù, che schifo, no! Piuttosto mi prenderei la stric…oh.

 

Non dico di voler imporre la mia presenza sul pianeta a tempo indeterminato, ma qualche altra settimana di vita vorrei godermela.

–          Non posso, mamma.

Dall’altra parte, in sottofondo, comincio a sentire un certo tramestio, come di gente che si litiga il telefono.

–          Come sarebbe, non puoi? Cosa devi fare che non puoi? Leva quella mano, tu.

–          Sono designata, non posso.

–          Ma se è mercoledì sera!

–          Sono designata in Champions.

Ci pensa. Le scoccia moltissimo passare per quella non informata, ma le scoccia di più abbassarsi a chiedere. Nel frattempo, il tramestio in sottofondo aumenta. Colgo distintamente un “passamela” e un principio di colluttazione.

–          Passi abbandonare la tua povera madre malata senza uno straccio di – togli la mano, ho detto, sto parlando io – compagnia e conforto, ma è la festa del papà, almeno lui, pover’uomo, pensa se fosse la vostra ultima occasione per veder… insomma, la pianti di bofonchiarmi nelle orecchie, tu, toh, te la passo, così la smetti. E togliti la mano dalla tasca.

–          Ciao papà.

–          Ciao. Volevo solo dirti che non fa niente se non vieni a cena, domani ser…

–          Ma come, non fa niente, ma certo che fa, tu da che parte stai? Se non la incastri così col cavolo che riusciamo a vederla, tua figlia! E poi ci sono anche i genitori di Zippa, e il fratello di Zippa con la fidanzata, tutta la famiglia di Zippa al completo e noi che figura ci facciamo?

–          …però se per caso riesci a fare una scappata A PRANZO, anche se siamo SOLO NOI TRE, mi farebbe piacere.

–          Contaci. Ti voglio bene, papà.

–          Anch’io.

Lo dice ridendo come un cretino, non posso esimermi dall’andargli dietro. Finché la voce della ragione non riprende possesso del telefono.

–          Anch’io ve ne voglio, anche se siete due imbecilli. Ma almeno a nessuno può venire in mente di dubitare che sia figlia tua.

 

 

[happiness is a bookworm]

Mi passo una mano fra i capelli.

Niente mutande in testa.

Mi porto una mano al petto, poi scendo. Lana. Cotone pesante. Pur essendo – stranamente – uscita di casa a capofitto, sembra che non mi sia dimenticata niente.

Quindi non capisco tutto questo fissare.

Come se non avessero mai visto un australopiteco scendere da una Fiesta del ‘52 e avvicinarsi all’ufficio postale nella classica postura da snowboarder su ghiaia. Dopo che ha scansato un olmo e centrato un faggio. Rigida come uno stoccafisso dal bacino in su, asse parallelo a quello terrestre, ginocchia piegate a 45°. Mi muovo basculando con moderazione.

Lo so quello che sembra. Ma non è come pensate.

Non è come pensa la matrona parellepipeda, abbigliata con giaccone color caffè della Peppina, gonna pied-de-struzz, calza contenitiva in titanio, scarpe Manolo Bleahnik, che mi si para davanti all’uscita della porta scorrevole intimandomi truce “Vade retro, figlia di Sodoma!”.

Che, signora, se l’assunto da lei sostenuto fosse fondato, sarebbe piuttosto un invito a nozze.

Non è come pensano neanche i due gentiluomini, i quali, soggiogati dal mio regale incedere, partono col toto-mereghetti:

–          Alì Babà e i 40 torroni, lei faceva la parte del babà, son sicuro.

–          Ma sicuro di cosa, era Sette trapani per sette ciambelle, non ti ricordi? Le impersonava tutte e sette e senza effetti speciali, e alla fine…

–          Ma cosa ne vorrai sapere tu, che non sai distinguere una ciambella da un bagher.

Arranco oltre il Simonetto Martellini della Trexenta, scanso la figliastra budrangia di Frank Sinatra che mi stornella “Gangbang” con un velo di malcelata invidia e faccio per accomodarmi sul duro legno, quando mi ricordo che non è il caso.

Ma non è come pensate.

E’ solo che domenica ho fatto il cambio di stagione.

In ogni caso, ho il 48. Siamo al 34. Assumo, per quanto possibile, l’Atturattentasana (posizione di colei che ha trovato ieri sera rientrando la cartolina di mancata consegna nella casella della posta, e ha passato la notte a resistere alla tentazione di cercare un piede di porco, perciò ormai non è che abbia troppa pazienza) e mi concentro sul vaporizzare qualunque utente intenda trascorrere allo sportello più di quattro secondi.

Tra il sopracciglio torvo, la faccia di quella che ha fatto le tre girando per Oslo per distrarsi e il portamento da gobba di Notre Dame, devo fare la mia figura. Nessuno si attarda più dello stretto necessario.

47.

– Annamaria, io vado in pausa.

Morta che parla.

La centro in fronte con il raggio ciclonico. Lei tremola leggermente, come quando guardi il buco del serbatoio attraverso i fumi della benzina. Solo la voce un po’ metallica tradisce la riprogrammazione.

–          Annamaria, io vado in pausa dopo questa signora.

Le riverso sul banco tutto quello che serve: avviso di giacenza, carta d’identità, patente, libretto, passaporto, tessera elettorale, le analisi del sangue, le chiavi di casa, due guanti spaiati, una gomma, un filtro e la schedina del totocalcio con cui ho fatto 11 nel 1990, mentre le recito a memoria il codice fiscale, quello meccanografico, la matricola Enpals e la formazione del Cagliari dello scudetto.

–          Scusi, com’è il nome?

Spirito di Nino Castelnuovo, possiedimi ORA e fammi scavalcare questo banchetto.

(risponde la segreteria telefonica di Nino Castelnuovo: l’utente da lei richiesto non è al momento disponibile. In sostituzione può provare il modello Mario, in promozione fino a Natale a soli sette fili al minuto)

Sarà l’effetto della canapa, ma riesce ad andare a cercare il mio pacco sulle sue gambe, con solo un’eco di pedata nel culo.

–          Non c’è.

–          Prego?

–          Non c’è.

Il sorriso che prima non riuscivo a nascondere mi cola via e finisce in una piccola pozza intorno ai miei piedi. Inspiro. Espiro.

–          No, guardi, è escluso. E le candid camera ormai hanno poco da dire. Suvvia, mi dia il mio pacco che anche questi signori in coda hanno da fare.

–          Non c’è.

–          Si appoggi bene allo schienale della sedia, a volte il pulsante s’incanta e il disco non esce. Poi, sia gentile, mi consegni il mio pacco.

–          Non…

Ci facevo lo spezzatino di tirannosauro con ‘sto sguardo, stella.

–          Non è ancora rientrato.

–          In un altro momento sarei lieta di commentare con lei l’impudenza dei giovani pacchi che perdono di vista i veri valori, scambiano quest’ufficio postale per un albergo e se ne vanno in giro per rave con certe raccomandate pluritimbrate, ma non oggi. Oggi le dico solo che sul retro di  quest’avviso – su cui un laureato in farmacia, gettando lo scompiglio in famiglia dopo aver annunciato che lui avrebbe invece fatto il postino, IL POSTINO!, ha inciso i geroglifici che tradotti significano il mio nome e indirizzo e Amazon come mittente – c’è scritto, stampato, che il pacco può essere ritirato presso l’ufficio postale di competenza a partire dalle 10.30 del giorno successivo al ricevimento dell’avviso. Questo è l’ufficio postale di competenza. L’avviso porta la data di ieri. Sono le 10.55. Kong vòle pacco. Ora.

–          Mi dispiace, ma il pacco non…

Iperventilo.

–          Ok, ragioniamo. Il pacco non c’è, lei mi dice. E dove potrebbe essere?

–          Eh, questo non glielo so dire.

–          EEEEEEHH, risposta sbagliata. Io ho preso una mattina di permesso per venire qui a prendere quel pacco. Non me ne daranno un’altra. Non andrò via di qui senza pacco. Quindi ora lei gentilmente me lo trova. Grazie.

–          Ma guardi che siamo aperti fino alle sette di sera, può prenderlo un altro giorno.

–          Io, per dirla con una certa ricercatezza, alle sette di sera mi sto trifolando i coglioni facendo cose che mi guarderei bene dal fare, se potessi pagare l’affitto in paioli di pennette ai quattro formaggi. Quindi ora, se volesse usarmi la gentilezza di dirmi dove si trova il mio pacco, io le userei quella di levarmi di torno e andarmelo a recuperare, ovunque sia, senza ulteriori indugi né disagi per nessuno. Altrimenti sappia che mi incatenerò a lei e le chiederò il mio pacco ogni due minuti come un orologio a cucù finchè non salterà fuori. Scelga.

–          Annamaria, i pacchi di Amàzon come vengono lavorati? Qui non ci sono.

–          Hai guardato nell’altra scatola?

–          Ah.

Ritorna brandendo due pacchi color avana, con la scritta Amazon stampata sopra in corpo 320.

–          Quale dei due è suo?

–          A intuito sarei tentata di dire quello dove c’è scritto il mio nome, ma per cognizione di causa direi quello più grande.

Me lo mette in mano. Il sorriso si riarrampica su dalla pozza e torna al suo posto. Denti a strafottere.

–          Ha visto, alla fine c’era. Doveva tenerci proprio tanto, a questo pacco.

L’unico difetto del raggio Durban’s è che è difficile controllarlo. Involontariamente incenerisco l’armadio delle raccomandate, abbronzo lei e abbaglio il Barcellona-Ciampino delle 11.20, che finirà a Helsinki.

Tenetevi la pistola.

Happiness is being a bookworm.

20131217_113157

 

[comics]

Già solo per la coda di questo brano valeva la pena arrivare in fondo a questa giornata.

(tornare a casa – tardi, tanto per cambiare, e fame e sete e il mio regno per una vasca – pedalando piano su diapositive che scorrono random, apparentemente random – telefonate a bassa voce/il pino (minuscolo) fuori dalla finestra/i fresco della notte/il freddo boia della notte/il caldo umido della notte/risate. inarrestabili/i Giardini di Mirò/caffé (zitta, non dire niente)/la luce del pomeriggio tra i cazzo di rami bassi/lo strappo nei tuoi jeans/lo strappo nella tua maglietta/gli strappi addosso a me/le pale eoliche/una cosa sul Preikestolen che mi son dimenticata di dirti a proposito di sabato scorso/quella cosa che non abbiamo mai finito/tutte le cose che vorrei fare/quelle che non posso più fare/passeggiare per una bellissima città toscana che preferivi quando c’era decisamente meno gente/ascoltarti raccontare/sorrisi allo stato brado/vari tipi di nostalgia/correre a perdifiato per disperdere il sovraccarico di gioia/Cantagallo/Annus Horribilis ogni vent’anni vs. Very Special People ogni dieci (il bilancio è comunque in attivo)/quello sguardo/gustarsi il tormento (due deficienti) – e tra una cosa e l’altra pensare che ‘sto titolo ha un po’ di Neil Gaiman, ma pensa te)

[meglio tardi che marr]

Il Miguel, ce l’avete presente?

Certo che ce l’avete presente, se mai avete mi sentito parlare per più di un’ora ce l’avete presente per forza.

Quando ci siamo conosciuti, io avevo 15 anni e lui 17. Io non avevo indumenti che non fossero neri, compreso il costume, e ascoltavo Clash e Depeche Mode. Lui andava in giro con dei bermuda viola a ramarri arancioni che l’ONU ha cercato inutilmente di mettere al bando per anni, e ascoltava Steely Dan e Alice.

(si parla di un tempo in cui i cd non esistevano. C’era la Royal Assiro-Babilonian Orchestra che veniva a casa a suonarti le cose e tu te le registravi su una cassetta da 90′. Normale, se era per uso personale, al cromo se ci stavi provando con qualcuno)

Eravamo fatti l’uno per l’altra.

All’inizio degli anni Novanta, mentre rendevamo inutilizzabile il ferro da stiro di sua madre utilizzandolo per squagliare un berretto in puro acrilico, lui consegnò ai posteri la sua sintesi del punk: la regina è una stronza, il tè mi fa schifo, sono troppo incazzato. Che poi, dagli torto. Io ero il quarto figlio dei suoi genitori, cosa che non sembrava convincere troppo le sue fidanzate poi diventate mogli. Il mio migliore amico, quello che aspettava l’esito dei miei test di gravidanza con un’ansia pari alla mia pure se nemmeno Cioè avrebbe potuto sostenere che c’entrasse qualcosa. Quello che diceva cose tipo “i fidanzati passano, gli amici restano”, e infatti poi è scomparso per anni.

Poi è riapparso. S’è beccato delle gran carriole d’insulti. Abbiamo realizzato la puntata pilota di un programma radiofonico. Io sono andata a prendere una boccata d’aria in Nuova Zelanda. Quando son tornata, era scomparso di nuovo.

Poi è tornato, esattamente il giorno che io aspettavo David Byrne fuori da un aeroporto. Che poi era anche quello del suo compleanno.

Il giorno, non l’aeroporto.

Comunichiamo con un codice elaborato nel corso degli anni e composto quasi esclusivamente da battute di “Marrakech Express” e “A piedi nudi nel parco”.

Dieci giorni fa mi scrive, in una mail:

“…ho preso anche “Dancing with myself” di Billy Idol ed un certo Johnny Marr, “The messenger”, che mi piace un bè”.

Conto fino a 64.927 prima di rispondergli che gli voglio bene anch’io.

Dieci minuti fa mi chiama per informarmi che ha scoperto che quel Johnny Marr lì “ha avuto a che fare con Morrissey in passato” e non è mica “un cazzettino qualunque”.

Ci mette un po’, ma poi ci arriva.

Una settimana fa, a quest’ora, una losca figura si aggirava per una città che non era la propria, inquietandone gli abitanti a suon di risate sotto i baffi.

Controllare per puro scrupolo dove diavolo si trova la balera (auf Tamacoldisch: galera) e come diavolo ci si arriva.

Comprare un biglietto di ritorno senza sapere se ci sarebbe mai stata un’andata.

(il metodo Sider per prendere le decisioni che si vogliono prendere)

Osservare una perfetta macchina disorganizzativa all’opera.

Vedersi sparire sotto il naso il volo di andata.

(madonne volanti a torre di controllo)

Un piano a prova di bomba.

Esagerare con le sorprese (fortuna che c’è il Pescamalva).

Resistere alla tentazione di spifferare tutto per 600 stracazzo di commenti.

(resistere, resistere, resistere)

(aaaargh. resistere)

Arrivare in aeroporto in orario e trovare parcheggio immediatamente: un esorcista all’uscita 4.

Rischiare il TSO perché non c’è niente da ridere, a Linate. Eppure.

Lo strano concetto di freddo di Samantha Giuliano.

Cinque o sei vite fa (il mondo visto dalla 73).

Controllare ogni trenta secondi eventuali cambiamenti di programma.

Il terrore che qualcuno possa aver dato forfait.

Sorrisi raggianti agli ignari passeggeri del 24.

Giuliano chiede l’aiuto da casa via Whatsapp sulla differenza fra orgia e gangbang. Senza sapere che la casa è a trenta metri da Maometto.

(spaventare un passante scoppiandogli a ridere in faccia in preda a ilarità inconsulta)

Aprite quella porta.

La certezza di essere nel posto giusto.

Chi cazzo è questa.

Chi cazzo è questa, sarà Betty Codeluppi, piacere, Andrea.

A bocca aperta (film porno per odontotecnici).

Il piacere di chiamarsi Ugo.

(ci sono tutti. e sono proprio uguali)

92 minuti di abbracci.

Destri che rollano sigarette per mancini.

(esilaranti conversazioni surreali)

Lo gnocco fritto.

(in fondo ero venuta per quello)

Gente che parla. Milanese, leccese, napoletano, nizzamonferratese, veneziano.

Gente che non parla. Genovese.

Figli di trofia.

Non riuscire a capacitarsene.

Due cazzone che si commuovono dal vivo.

Scene da un matrimonio.

L’articolazione temporo-mandibolare di Paolo Lentini.

You can call me parcheggio perfetto.

Pacchetti rossi.

Caffè, burro, marmellata e Sinicaldi. La colazione dei campioni.

Avvocati termovalorizzanti.

(piacere, Andrea)

Sguinzo Night Live.

Anabattisti ed eretici.

(è solo questione di Q)

Il fantasma di Biagio Antonacci.

(se vi stavo sulle palle bastava dirlo)

Il grande Ugo chiama.

Se potessi tornare indietro per vedere un concerto.

(gli Who, i Pooh, siamo lì)

Bru Note.

Springsteen telefona per dire che ha visto Sam in concerto diciotto volte (e ha tutti i biglietti).

Cenerentole.

Cenerentoli.

(fortuna che ci siamo noi zoccole dure a portare a casa la serata)

Motorette celebri dal vivo.

(la grazia di Lentini nello scendere da)

Due scostumate in rossonero.

Tempo per noi.

Il Kamasutra del gelato.

La misteriosa sparizione della carta perfetta.

Aperitivi in contumacia.

Tropico dello Spritz (Elena Tamacoldi incontra il Pescamalva).

Fini umoristi al tavolo 5 (o tempura, o mores).

Vecchie facce.

Il Generale nella sua labirintite (buonezza, per favore vai via).

Rovinare la reputazione di Tyreal.

Storie di uomini.

Svegliarsi con la strana sensazione di essere in tournée.

Distributori out o’matici di sorrisi.

Una famiglia in ogni porto.

Gente che semina il panico dicendo che passa, poi scrive che viene e vengono tutte.

Il testimone dello sposo.

Betty Codeluppi s’incazza (piacere, Andrea).

Toccata e fUgo.

Regali ai genitori (e la conferma di una mezza idea).

Never was a Cornwell girl.

Perdere la bussola.

Mi dispiace, devo andare (il mio posto è là. Proprio sotto il cetriolo).

In the midnight hour she smiles more, more, more.

Mariti balconati.

Gente che non sa fare la ola.

Il ritorno delle crystal ball.

Non è un locale per etero.

Mangiare a quattro ganache.

Lentini vibra.

Lelio gioca d’azzardo e batte tutti.

Sentirsi a casa.

Pietre miliari.

Per me un caffè d’Orio.

Le polaroid che mi porterò dentro (e che assorbono un po’ l’amarezza del tornare a casa e trovare un vuoto in testa al letto e un terzo della biblioteca di Villa Balorda impacchettato e pronto per essere portato via).

Quelli che ho visto.

Quelli che non ho visto.

E quelli che mi hanno retto il gioco ancora una volta in maniera impeccabile.

(Io. Tu. Pannelli solari. Pannelli solari? Pannelli solari. Altre domande stupide?)

Sarebbe un grazie. Help yourselves.

[indovina chi viene a cena]

[and i’ll miss you]

«Se solo tu fossi qui, e non in un luogo sconosciuto della mia mente, che un tempo era e adesso non è più, potrei voltarmi indietro ad osservare lo stupore dei tuoi occhi, che guardano attraverso questa polvere di pioggia che ora m’allontana dal tuo cercarmi a vuoto nel silenzio di certe mattinate, che lì da te sono girate verso il mare e qui si perdono di vista in un istante»

(Stefano Tassinari, A passo d’ombra)