[against all odds]

Il peggio che possa capitare a una brioche non è essere bandita da Facebook nel momento in cui un tizio rinsecchito leva le braccia e rianima orde di spoileranti.
Non è nemmeno essere costretta a fare a meno dei commenti sull’ultima occasione persa da una veejay per tacere e sperare che nessuno si accorga che un battiscopa le fa 4 a 0 e una figurina, quanto a QI.
No.
Il peggio che possa capitare a una brioche è essere bandita da Facebook a ridosso del momento più importante dell’anno.

Francamente, non contavo che più di una manciata di irriducibili se ne ricordasse.

Alcuni di voi, addirittura, proprio perchè vi conosco, avrei scommesso che da veri maschi avrebbero lisciato la data senza un plissé (maledetta tastiera foresta, nove tentativi e sedici vaffanculi prima di beccare la e con l’accento giusto).

Invece.

(dovessi mai avvicinarmi a un bookmaker, vogliatemi bene e prendetemi a calci)

Lo dico senza giri di parole: in questo periodo particolarmente arduo, mi ha commosso vedere come tantissimi di voi abbiano dedicato un momento a questa ricorrenza.

E sì che a momenti non me lo ricordavo manco io che l’altroieri era il compleanno dei cani di Valerio Scanu.

(piccolissima nota a margine: vi siete divertiti a segnalarmi a Zuckerberg? Bene. Sappiate che io, a fare quello che vi ha portato a farlo mi son divertita molto, ma molto, ma molto di più. kind regards)

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[the day after]

Brevissima.

In questi giorni, il tema è tornato più che mai d’attualità.

Purtroppo.

Capitommi sott’occhio questo progetto, che può rivelarsi estremamente utile se supportato dalla partecipazione di tutte e tutti.

www.mappachepillola.org/

A parte questo, il Collettivo Villa Balorda – Comune Deborghesizzata è sempre al lavoro su azioni per la massima diffusione degli anticoncezionali e per la riduzione dei prezzi dei medesimi. Ogni nuovo spunto è estremamente gradito.

Come direbbe il mio amico Ru Catania, have FUN.

 

(finché potete, perché ora son brevissima, ma fra poco torno e vi suono pure gli arretrati)

[il gran turchino chiama]

Ho un ottimo senso dell’orientamento. 

Mi si abbandona nella giungla, nel deserto, in mezzo al mare, in un condominio di Kowloon: ne esco senza problemi. Non solo, mi metto pure a dare indicazioni ai viandanti che mi scambiano per una del posto e chiedono dove possono trovare un tabacchino o l’ufficio postale. 
Mi oriento dappertutto.

Dappertutto.

Tranne che in questo cacchio di buco nero.
(e nei paesi il cui il sindaco ha in uggia gli arbitri da quando gli venne fischiato un rigore (nettissimo) contro quando giocava nei pulcini, e da allora si vendica emettendo ordinanze che vietano il posizionamento di cartelli che indichino come tornare in un qualunque posto segnalato su Google maps. Ma questo è un altro discorso)

Sono al quarantaduesimo giro di via Maroncelli. “3 laps to go”, mi avvisa un cartello beffardo fuori dal civico 18. Non vi auguro vi esplodano i pozzi neri di tutto il quartiere solo perchè, con l’andazzo di stamattina, è praticamente certo che succederebbe adesso.

Improvvisamente la facciata di un palazzo si muove. 
Lo sapevo, maledetti, lo sapevo che non potevo essere io, il problema. Queste carogne infami, questi mentecatti dall’animo incancrenito – e no, vivere in un posto demmerda, in questo caso, non è una scusante. Bisogna essere marci dentro, l’anello di congiunzione tra Flavia Vento, Anastasia, Genoveffa e John Doe, per decidere di stabilirsi qui – questa gente arida che non ha altra gioia al mondo se non provocare incazzature al prossimo ha allestito un sistema di edilizia abusiva che permette loro di modificare a sfregio la topografia della zona. Ci passi una volta, e davanti hai una strada. Al giro successivo, al posto della traversa c’è un muro di recinzione. Al giro successivo ancora, la sede della scuola di snowboard (ve lo giuro, c’è, è in via Toti. Mi piacerebbe attardarmi a discutere dell’utilità di una scuola di snowboard in un posto dove il dislivello massimo è di 15 centimetri e l’ultima neve è caduta nell”84, ma vorrei essere a casa prima di notte).

Comunque.

Al quarantaquattresimo giro, là dove c’era l’erba ora c’è una palazzina a tre piani. Brutta come solo le palazzine di queste parti possono essere, brutta da far sembrare il realismo sovietico la culla di tutte le arti. Brutta.

Giocoforza, mi fermo.

Sollevo lo sguardo.

Stesi, al balcone del primo piano, ci sono tre calzini.

Tre.

Mi state prendendo per il culo, io lo so.

Solo il demonio sa quanti cacchio di accoppiamenti fra parenti di primo grado sono arrivati a produrre la generazione che attualmente popola questo quartiere derelitto, ma la letteratura scientifica parla senza possibilità di equivoco di figli con la coda di maiale, non con tre piedi.

Li riguardo, metti mai un’allucinazione.

Sempre tre.

Di colore diverso, ora che li osservo meglio.

Ora che li osservo meglio e scopro che avrei fatto meglio a cecarmi un occhio, pur di non sapere.

Lo so che penserete che son la solita cazzara, ma ve lo giuro sulla mia copia di “Disegni e Caviglia colpiscono ancora” autografata da essi medesimi, sono

uno verde

uno bianco

e uno rosa

Roba da farsi dichiarare guerra da Terranova all’istante.

Non li ho potuti fotografare perché

a) mi son cadute le braccia

b) lo stesso balcone è presidiato medicalmente e chirurgicamente da una tizia, bella come la carcassa di un topo frollato al sole ma in compenso con l’espressione cordiale di un cesso intasato.

L’ultima particella di spirito di out o’conservazione rimasta in sospensione nelle libagioni di ieri in onore della Maga mi suggerisce di tornare indietro. Non è vigliaccheria, continuo a ripetermi, è che chi penserà a Topa se mi succede qualcosa? Chi si ricorderà di pagare il condominio con sei mesi di ritardo? Chi scenderà a portare giù l’umido nel giorno in cui ritirano la plastica?

Ok, va bene, è vigliaccheria.

Inserisco la retromarcia con nonchalance, come se volessi solo controllare se ce l’ho.

E sono

ancora

qui

nel maledetto vicolo del cazzo che non solo si è ristretto improvvisamente, ma ha pure fatto spuntare una serie di maledetti gradini dalle soglie, aggiunto dissuasori e fioriere che prima non c’erano e, dulcis in fundo, storto tutta la baracca in modo da farla diventare una fottutissima curva cieca.

Mayday! Mayday! Mayday!, ripete la radio di bordo.

Non vi chiedo di spianare la zona a cannonate, sarebbe troppo bello.

Basta che mi portiate una birra.

O una capsula di cianuro, è lo stesso.

[happiness is a bookworm]

Mi passo una mano fra i capelli.

Niente mutande in testa.

Mi porto una mano al petto, poi scendo. Lana. Cotone pesante. Pur essendo – stranamente – uscita di casa a capofitto, sembra che non mi sia dimenticata niente.

Quindi non capisco tutto questo fissare.

Come se non avessero mai visto un australopiteco scendere da una Fiesta del ‘52 e avvicinarsi all’ufficio postale nella classica postura da snowboarder su ghiaia. Dopo che ha scansato un olmo e centrato un faggio. Rigida come uno stoccafisso dal bacino in su, asse parallelo a quello terrestre, ginocchia piegate a 45°. Mi muovo basculando con moderazione.

Lo so quello che sembra. Ma non è come pensate.

Non è come pensa la matrona parellepipeda, abbigliata con giaccone color caffè della Peppina, gonna pied-de-struzz, calza contenitiva in titanio, scarpe Manolo Bleahnik, che mi si para davanti all’uscita della porta scorrevole intimandomi truce “Vade retro, figlia di Sodoma!”.

Che, signora, se l’assunto da lei sostenuto fosse fondato, sarebbe piuttosto un invito a nozze.

Non è come pensano neanche i due gentiluomini, i quali, soggiogati dal mio regale incedere, partono col toto-mereghetti:

–          Alì Babà e i 40 torroni, lei faceva la parte del babà, son sicuro.

–          Ma sicuro di cosa, era Sette trapani per sette ciambelle, non ti ricordi? Le impersonava tutte e sette e senza effetti speciali, e alla fine…

–          Ma cosa ne vorrai sapere tu, che non sai distinguere una ciambella da un bagher.

Arranco oltre il Simonetto Martellini della Trexenta, scanso la figliastra budrangia di Frank Sinatra che mi stornella “Gangbang” con un velo di malcelata invidia e faccio per accomodarmi sul duro legno, quando mi ricordo che non è il caso.

Ma non è come pensate.

E’ solo che domenica ho fatto il cambio di stagione.

In ogni caso, ho il 48. Siamo al 34. Assumo, per quanto possibile, l’Atturattentasana (posizione di colei che ha trovato ieri sera rientrando la cartolina di mancata consegna nella casella della posta, e ha passato la notte a resistere alla tentazione di cercare un piede di porco, perciò ormai non è che abbia troppa pazienza) e mi concentro sul vaporizzare qualunque utente intenda trascorrere allo sportello più di quattro secondi.

Tra il sopracciglio torvo, la faccia di quella che ha fatto le tre girando per Oslo per distrarsi e il portamento da gobba di Notre Dame, devo fare la mia figura. Nessuno si attarda più dello stretto necessario.

47.

– Annamaria, io vado in pausa.

Morta che parla.

La centro in fronte con il raggio ciclonico. Lei tremola leggermente, come quando guardi il buco del serbatoio attraverso i fumi della benzina. Solo la voce un po’ metallica tradisce la riprogrammazione.

–          Annamaria, io vado in pausa dopo questa signora.

Le riverso sul banco tutto quello che serve: avviso di giacenza, carta d’identità, patente, libretto, passaporto, tessera elettorale, le analisi del sangue, le chiavi di casa, due guanti spaiati, una gomma, un filtro e la schedina del totocalcio con cui ho fatto 11 nel 1990, mentre le recito a memoria il codice fiscale, quello meccanografico, la matricola Enpals e la formazione del Cagliari dello scudetto.

–          Scusi, com’è il nome?

Spirito di Nino Castelnuovo, possiedimi ORA e fammi scavalcare questo banchetto.

(risponde la segreteria telefonica di Nino Castelnuovo: l’utente da lei richiesto non è al momento disponibile. In sostituzione può provare il modello Mario, in promozione fino a Natale a soli sette fili al minuto)

Sarà l’effetto della canapa, ma riesce ad andare a cercare il mio pacco sulle sue gambe, con solo un’eco di pedata nel culo.

–          Non c’è.

–          Prego?

–          Non c’è.

Il sorriso che prima non riuscivo a nascondere mi cola via e finisce in una piccola pozza intorno ai miei piedi. Inspiro. Espiro.

–          No, guardi, è escluso. E le candid camera ormai hanno poco da dire. Suvvia, mi dia il mio pacco che anche questi signori in coda hanno da fare.

–          Non c’è.

–          Si appoggi bene allo schienale della sedia, a volte il pulsante s’incanta e il disco non esce. Poi, sia gentile, mi consegni il mio pacco.

–          Non…

Ci facevo lo spezzatino di tirannosauro con ‘sto sguardo, stella.

–          Non è ancora rientrato.

–          In un altro momento sarei lieta di commentare con lei l’impudenza dei giovani pacchi che perdono di vista i veri valori, scambiano quest’ufficio postale per un albergo e se ne vanno in giro per rave con certe raccomandate pluritimbrate, ma non oggi. Oggi le dico solo che sul retro di  quest’avviso – su cui un laureato in farmacia, gettando lo scompiglio in famiglia dopo aver annunciato che lui avrebbe invece fatto il postino, IL POSTINO!, ha inciso i geroglifici che tradotti significano il mio nome e indirizzo e Amazon come mittente – c’è scritto, stampato, che il pacco può essere ritirato presso l’ufficio postale di competenza a partire dalle 10.30 del giorno successivo al ricevimento dell’avviso. Questo è l’ufficio postale di competenza. L’avviso porta la data di ieri. Sono le 10.55. Kong vòle pacco. Ora.

–          Mi dispiace, ma il pacco non…

Iperventilo.

–          Ok, ragioniamo. Il pacco non c’è, lei mi dice. E dove potrebbe essere?

–          Eh, questo non glielo so dire.

–          EEEEEEHH, risposta sbagliata. Io ho preso una mattina di permesso per venire qui a prendere quel pacco. Non me ne daranno un’altra. Non andrò via di qui senza pacco. Quindi ora lei gentilmente me lo trova. Grazie.

–          Ma guardi che siamo aperti fino alle sette di sera, può prenderlo un altro giorno.

–          Io, per dirla con una certa ricercatezza, alle sette di sera mi sto trifolando i coglioni facendo cose che mi guarderei bene dal fare, se potessi pagare l’affitto in paioli di pennette ai quattro formaggi. Quindi ora, se volesse usarmi la gentilezza di dirmi dove si trova il mio pacco, io le userei quella di levarmi di torno e andarmelo a recuperare, ovunque sia, senza ulteriori indugi né disagi per nessuno. Altrimenti sappia che mi incatenerò a lei e le chiederò il mio pacco ogni due minuti come un orologio a cucù finchè non salterà fuori. Scelga.

–          Annamaria, i pacchi di Amàzon come vengono lavorati? Qui non ci sono.

–          Hai guardato nell’altra scatola?

–          Ah.

Ritorna brandendo due pacchi color avana, con la scritta Amazon stampata sopra in corpo 320.

–          Quale dei due è suo?

–          A intuito sarei tentata di dire quello dove c’è scritto il mio nome, ma per cognizione di causa direi quello più grande.

Me lo mette in mano. Il sorriso si riarrampica su dalla pozza e torna al suo posto. Denti a strafottere.

–          Ha visto, alla fine c’era. Doveva tenerci proprio tanto, a questo pacco.

L’unico difetto del raggio Durban’s è che è difficile controllarlo. Involontariamente incenerisco l’armadio delle raccomandate, abbronzo lei e abbaglio il Barcellona-Ciampino delle 11.20, che finirà a Helsinki.

Tenetevi la pistola.

Happiness is being a bookworm.

20131217_113157

 

[alla destra di moccia]

Rega’, non è vita, questa.

Ci avevano avvisato, ma un conto è sentirlo raccontare. Per affidabili che tu possa ritenere i colleghi di mezza Europa e degli States pensi sempre “se, vabbè”.

Un conto è vederlo con i tuoi occhi.

Il nostro è un lavoro delicato, rischioso. Riconosciuto solo se per caso qualcosa va storto, quando tutto fila liscio, mai. Ci sta che un minimo d’importanza ce la diamo da soli. Ci sta anche colorirlo un po’.

Non stavolta.

Sono ovunque.

Sotto il tavolo della conferenza stampa.

Aggrappate ai lampioni.

Dietro le tende.

Scopri il letto e ce ne trovi una.

Sollevi il coperchio del water e ce ne trovi altre tre.

Armadi e cassetti non ne parliamo.

Due erano riuscite a infilarsi dentro i croissant della colazione.

Escono.

Dalle fottute.

Pareti.

E strillano.

Dio pirata se strillano.

Strillano tenendo sotto assedio l’hotel che le senti attraverso i vetri insonorizzati della suite presidenziale.

Strillano nella hall dell’aeroporto mandando in tilt la torre di controllo.

Strillano quando arrivano a frotte alla stazione Termini da tutta Italia. Due della Polfer chiamati a scortare il treno da Milano non fanno in tempo a toccare terra che vomitano sui binari. Hanno strillato per tutto il viaggio, dicono.

Strillano mentre cercano di intrufolarsi in hotel nei cesti della biancheria sporca.

Strillano mentre lo succhiano al lift nella speranza che le lasci salire.

Strillano all’annuncio che il concerto verrà spostato perché le Capannelle non bastano più.

Strillano all’annuncio che forse non basta manco l’Olimpico.

Che cazzo di polmoni c’hanno queste, vorrei sapere.

Le guardi e sembrano degli scriccioletti innocenti, qualcuna non arriva ai dodici anni. Ma non ti puoi fidare, ieri notte, tra quelle arrivate prima per prendere il posto sotto transenna, ci sono stati otto morti e diciannove lacerocontusi. Mica che si son calpestate. Due sono state sgozzate, cinque strangolate col filo elettrico. Una dalla sorella. L’ultima s’è arrampicata su una torre Layher e s’è buttata di sotto urlando “Ho vissuto per questo momentooooh!”.

Un ronzio nell’auricolare. Ai posti.

Ci siamo.

Cambiamo canale ogni trenta secondi con un algoritmo messoci a disposizione dalla Nasa per l’occasione. Abbiamo sei squadre di sosia pronte a ogni uscita, compresa quella del tunnel scavato in due giorni da un’equipe dell’Abate Faria Inc. che porta direttamente dal caveau dell’albergo al palco. Una delle squadre si lancerà in parapendio dal tetto dell’hotel per creare un diversivo, un’altra passerà dalle fogne a bordo di microscopici sottomarini gialli.

Ma queste non le freghi. Hanno sensori dappertutto e l’olfatto di un Bombix mori.

E strillano, cazzo.

L’onda d’urto spalanca le porte e ci depila e denuda completamente. Del concierge restano pochi brandelli di carne e due nappine appese allo scheletro. Tutti gli antifurto della costa tirrenica si producono in una versione death samba di “Real to real cacophony”. In Boemia viene dichiarato lo stato di calamità naturale. I cani niente, già sterminati qualche giorno fa in quell’incidente con Pallotto, una prece.

Loro, impassibili.

Non loro le fan. Quelle piangono, ridono, lanciano mutande e mazzi di fiori, si strappano capelli propri o altrui, svengono con e senza esse. Il tutto senza smettere di strillare.

No, loro-loro.

Sarà che ormai ci avranno fatto l’abitudine, ma non gli si muove un pelo. Si avviano impeccabili, in fila per uno, tra due barriere jersey di muscoli (che saremmo noi, modestamente). Sulle strisce pedonali.

E si fa improvvisamente silenzio.

Giovanni.

Cammina tranquillamente fino alla limousine e ci si accomoda dentro pacifico senza che nessuno se lo fili di pezza.

Spiazzamento nell’entourage.

Riccardo.

Idem come sopra. Se fosse uscito il garzone del bar di fronte avrebbe suscitato più clamore.

Potrebbe essere una trappola, allerta massima.

Ma basta che la prima ciocca brizzolata faccia capolino e il frastuono riattacca decuplicato.

“Paolo, le legioni ti salutano”. “Magno, bevo e tifo Paolo”. “Paolo sposami”. “Pur’a me”. “E io che so’, la figlia della serva?”. “Paolo, la poligamia è un’opinione”. “’sto Penthouse aspetta a te”. “Paolo ottavo re di Roma”. “Ma no, quello era Amadei!”. “Sì, ma ha liberato il posto apposta”.

Arginarle è un’impresa, contenerle impossibile. Le prime file si lanciano a corpo morto nella speranza che il loro sacrificio possa valere lo sfioramento di un lembo di giacca a quelle dietro di loro. Gli idranti non bastano, ai coccodrilli del fossato li prendono a pernacchie, i cavalli di Frisia son più terrorizzati loro.

Per la prima volta nella mia carriera pavento la disfatta. Spero almeno di morire nell’adempimento del mio dovere e di portarne con me qualche migliaio quando lui sporge lateralmente una mano.

Subito gli viene consegnato un panino con provola e salsa piccante.

Fa segno di no con la testa.

Il panino con le sue impronte digitali viene conteso e smembrato tra quelle che ora sono le fiere e mutilate titolari di una briciola ciascuna.

Sporge nuovamente la mano.

Gli viene porto un gelato. Lo lecca perplesso prima che gli spieghino che si tratta di un microfono.

Guarda la folla strillante e straripante. Guarda noi che stiamo per soccombere. Nel frattempo Giorgio è trotterellato verso la limousine dagli altri tra l’indifferenza collettiva. Tre sguardi interrogativi in direzione dell’hotel, lo sportello aperto in attesa.

“Non preoccupatevi per me, ragazzi”, grida per sovrastare il frastuono. “Pensate a salvarvi, vi copro io”.

Occhi negli occhi. Un cenno del mento. È stato bello. La limousine si allontana come fosse una panda qualunque.

Siamo allo stremo. Resistiamo con i fumi delle braccia. Il fair-play è a puttane. Per ogni sciamannata che riusciamo a placcare e convincere pacatamente a ombrellate a tornare indietro, trenta si fanno avanti. Ho in mano una tibia e non so di chi sia.

Picchietta sul microfono. Alza un pollice in direzione del fonico per chiedere il massimo della potenza.

Poi attacca con “Help yourselves!” ed è il delirio.

(non chiedetemi cos’ho scritto perché non lo so. So solo che qualche modo dovevo sfogare l’elettricità prima che arrivasse questa notizia. Belle, bellissime sorprese e persone che se le meritano, esse esistono)

[niente di serio]

Perché mi fotografa? C’è il rischio che non sappia più dove rimettere l’occhio, se le tocca svitarlo?

          – Logico.

Comincio a pensare di potercela fare.

Ho addosso un camice verde bosco che – al diavolo la modestia – mi dona molto. Si intona a meraviglia col mio colore di capelli, e soprattutto col mio colorito. Carpa morta opaco, lo definiscono sul catalogo.

Ce l’ho da mezz’ora, più o meno da quando ho avuto l’idea brillante di chiedere all’infermiera cosa mi avrebbero fatto di preciso. Prima ero “carpa morta metallizzato”. Cambiare colore fa parte della mia gamma di poteri mutanti: come metto piede in un ospedale, comincio a virare dal seppia titubante al polpo atterrito, passando per il ghiozzo indeciso, la triglia confusa e lo scorfano frastornato in una notte di mezza estate.

Non è che abbia un cattivo rapporto con gli ospedali.

È che il 9 agosto del ’45 a Nagasaki ha fatto caldino.

Se sono costretta a una manovra di avvicinamento, questa avviene sempre con circospezione.

Nel senso che son capace di allestire un circo da far sembrare Moira Orfei un topo caduto nell’olio, pur di non dovermi avvicinare a un ospedale.

Ci entro con sospetto.

La sola ipotesi di toccare una cosa qualunque lì dentro mi manda fuori di testa. E lo dice una che ha fatto pipì nei peggiori autogrill, e non di Caracas, della Salerno-Reggio Calabria.

Riprendo a respirare solo una volta che ne sono uscita. Dagli ospedali, ma anche dai cessi dell’autogrill. E non dalle porte, dal perimetro della recinzione.

E di solito mi ci vuole un’oretta d’infusione nel rum per levarmi di dosso l’odore, anche se lo sento solo io.

Lunedì mattina.

Entriamo, io e la mia peggior interpretazione di quella spavalda. Roba da assicurarmi un posto stabile per sei stagioni nel cast di “Un posto al sole”.

Salgo dove devo salire.

Aspetto.

Aspetto.

Aspetto.

Nessuna Lecca Serena, stavolta. Non che possa servire. Niente serve. Non serve concentrarmi sull’orrendo baratro in cui è precipitato il comparto calzaturiero mondiale, ben rappresentato dai piedi delle affollanti la sala d’attesa della zona prelievi. Non serve la scorta di libri che mi son portata. Non serve nemmeno fissare il poster dell’Alleanza Mondiale per la Sicurezza del Paziente, roba che lascerebbe un neurone lucido a chiedersi come abbiano riformato il servizio sanitario galattico su Coruscant, più che a preoccuparsi del fatto che dei medici ritengano necessario allearsi per garantire la sicurezza dei propri pazienti.

Ogni volta che qualcuno con un camice si affaccia da quella porta c’è il rischio che mi trasferiscano in rianimazione.

Finalmente un’infermiera col camice amaranto (a Pitti Immagine ASL si stanno allargando) mi prende sotto la sua ala protettrice e mi porta con sé. Controlla tutte le mie credenziali. Si sofferma su un foglio aggrottando l’aggrottabile. Mi guarda sconcertata. Cazzo, lo sapevo che le tracce di sangue nell’alcol non sarebbero passate inosservate. Una dottoressa col camice azzurro e i capelli corti entra, mi prende la faccia, la gira e la volta come stesse scegliendo un melone al mercato, poi con un sorriso da pescecane mi fa: “Verrà bene”.

Verrà bene?

Verrà BENE??

Cioè, aspetta, l’ipotesi che potesse venire male esisteva DAVVERO al di fuori della mia mente in preda al terrore??

Camice Amaranto, fulminea, stacca una chiavetta dal muro, me la pianta in mezzo alla schiena, mi carica a molla e mi spedisce a pagare il ticket prima che mi trasferiscano in psichiatria criminale.

L’escursione mi fa bene: riprendo colore (passando dal cefalo asfittico a un vivace grongo moribondo), scopro che non esiste psichiatria criminale in questo ospedale, mi chiedo quale sarà stavolta il posto sicurissimo che custodirà a prova di bomba le mie ricevute del ticket (che resisterà a ricerche che manco il soccorso alpino e che le risputerà fuori giusto in tempo perché le possa allegare alla dichiarazione dei redditi del 3021), esprimo un parere tutto sommato positivo nei confronti del SSN senza che nessuno me lo abbia chiesto, e torno in reparto con la mente ossigenata e pronta a dar spazio a nuovi interrogativi senza risposta, tipo chissà se la filodiffusione passa i Run DMC solo qui o in tutto l’ospedale.

Che poi chissà se sono i Run DMC che riportano le cose nella giusta dimensione. In fondo sono qui per una cosa poco più che stupida. Pensa a tutta la gente che viene qui per cose serie, Sider, ma serie davvero. E pensa soprattutto alla lezione che devi trarre da questa esperienza. La lezione che devi trarre da questa esperienza è:

Mai.

Chiedere.

Un.

Parere.

Medico.

A.

Tua.

Madre.

Mia madre, innanzitutto, non è detto che sia mia madre. Semper certa un par di bisoli. Avete presente le filastrocche che inventano le mamme per intrattenere i loro bambini? Ecco, questo fu l’apice raggiunto da mia madre un pomeriggio in cui io, lei e mio fratello Zippo, a metà degli anni Settanta, anziché farci le pere tra i bidoni dell’immondizia nei vicoli del Bronx ci annoiavamo a morte a bordo di una 128 celestina, aspettando mio padre disperso chissà dove:

Sotto le palme e le canne di bambù,

mamma si addormenta e non si sveglia più.

Per dire.

Oltre ad essere una fine umorista, mia madre è anche l’unica persona che conosco ad aver avuto una cosa simile a quella per cui sono qui adesso. Non  so sia stato l’effetto destabilizzante della diagnosi, fatto sta che mi son distratta e ho fatto la cazzata.

Le ho chiesto com’era andata. Senza dirle che ero direttamente interessata, beninteso.

Grosso errore.

Grossissimo errore.

Madre si è lanciata in un resoconto da far impallidire il Grand Guignol, roba che solo una donna non saldamente in salute e ormai avvezza a comunicare con gli altri solo in funzione di malanni e disgrazie si diletta nel fare. È partita con un sospiro e poi, con voce tremula che non riusciva a celare l’enorme soddisfazione nel lasciarsi andare a disquisire del suo argomento preferito, è partita con la descrizione dettagliata di operazioni che darebbero il voltastomaco a un plotone di agenti in assetto antisommossa a cui richiedano di sgomberare una scuola occupata da attivisti no global.

Non son più riuscita a levarmi dalla mente le parole “scoperchiare”, “più punti del previsto” e “dolorosissimo”. Soprattutto “scoperchiare”.

Ma soprattutto i Run DMC sono usciti fra gli applausi della curva, e lo so che non mi crederete, ma – ecco, “possino cecamme” ora come ora forse lo eviterei, però ve lo giuro sulla mia mano sinistra, che tante soddisfazioni continua a darci, sul terreno di gioco del Filodiffusion Stadium ha appena fatto il suo ingresso trionfale, signore e signori, questo brano.

Ve lo giuro. Dice, che lavoro fai? Faccio il deejay all’oncologico, dice. Ambè.

Ma torniamo alle mie idee brillanti. Non paga del gustoso scenario di devastazione dipinto da Madre, chiedo a Camice Amaranto cosa mi faranno esattamente. A volte penso che dovrei interdirmi da me stessa.

Lei mi guarda come se le avessi chiesto con cosa fa la besciamella. Con cosa vuole che si faccia, la besciamella?

          – Le facciamo un taglio. Con un bisturi.

Evidentemente il mio repentino cambio di colore le suggerisce che l’informazione sia sufficiente.

Che donna naïve. Ancora non sa che sono una professionista dell’imbecillità.

         –  I-i-i-i.

          – Brava. Ora mi faccia una paginetta di A.

Prendo fiato.

          – In anestesia totale?

Mi guarda come se le avessi detto che sono scesa a pagare i ticket in sesterzi e la macchinetta non li ha accettati.

          – In anestesia totale?! Ma non si fa più niente in anestesia totale! Tranne il trapianto d’organi.

Mi acchiappa al volo prima che tocchi terra. Nel frattempo, un’anestesista, dalla sala operatoria, s’incazza perché qualcuno le ha portato via “il pezzo”. Non voglio sapere il pezzo di chi, considerando che il prossimo potrebbe essere mio. Camice Amaranto mi spinge dentro un attimo prima che raggiunga il parcheggio passando dalla finestra.

          – Si sdrai.

In altre circostanze, obietterei che il lei è un po’ formale. In queste, mi limito a restare sulla soglia con la grazia di una vittima di Vlad l’Impalatore. Entra il chirurgo.

          – Cos’abbiamo?

          – Mulo recalcitrante, adulto, segni vitali assenti.

         – 200 cc di Stroncabisontil per endovena, una padellata in fronte e un calcioinculo per prepararla. Lei, non avrà mica paura?

          – Io? No, ho terrore.

Talmente tanto terrore che mi lascio fotografare senza disintegrarlo.

Camice Amaranto, intanto, mi piazza un telo blu in faccia. Col camice verde bosco sta una meraviglia.

          – Come va?

          – Insobba, bi sta tappaddo il daso.

          – Usi la bocca.

Il chirurgo et moi emettiamo un discreto “a-hem” all’unisono. Forse ce la posso fare davvero.

          – Ha una coagulazione eccellente.

        –  Grazie. Era dai tempi in cui mi dissero che ho un utero perfetto che non mi sentivo così narcisa. Ehi, un momento, cos’è questa puzza di carne bruciata?

          – È ora di pranzo anche per noi, sa.

          – Vi pare il momento?

          – Vorrà mica che svenga dalla fame prima di richiuderla? Se vuol favorire non faccia complimenti. Del resto offre lei.

          – Sono vegetariana.

          – Oh, poverina.

          – Poverina un accidente, lasciatemi almeno due patate.

          – Lo dico sempre io, i vegetariani hanno un caratteraccio. Abbiamo quasi finito.

          – Ma mi sta cucendo col filo blu elettrico?

          – Perché, non le piace?

          – Son tutta vestita di nero, sembrerò interista.

          – Vi è andata anche bene, domenica.

          – Ma non sono interista!

          – Allora le lascio un po’ di sangue, così fa rossoblu-forza Cagliari.

Torna serio solo mezz’ora dopo, al momento di salutarmi.

       –  Tutto a posto. Abbiamo tolto tutto quello che c’era da togliere. E per fortuna l’abbiamo preso in tempo, se avessimo tardato anche solo un mese sarebbe stato molto più complicato.

Riesco solo a dire grazie.

Poi vado a comprare l’antibiotico che mi ha prescritto. La farmacista mi guarda come se volesse dirmi che non devo vergognarmi se mio marito mi picchia. Devo essere uno splendore. Torno a casa, non prendo l’antibiotico e passo la serata con un siberino in faccia per non intaccare le riserve di ghiaccio da mojito.

Lo prendo l’indomani, l’antibiotico. E nel giro di mezz’ora mi convinco anche di essermi presa le pulci, le zecche, i pidocchi e le piattole. Sapevo di avere tre stelle sulla Guida Michelin delle zanzare tigre, ma di essere servita come dessert al pranzo di nozze dell’imperatore dei pappataci non ce l’avevo in programma. Non sentivo un prurito simile da quando, da ragazzina, lessi “Christiane F.”. Persino i santi e le madonne che ho scomodato cominciano a grattarsi furiosamente e in maniera onestamente poco signorile. Mi butto sotto la doccia fredda in cerca di sollievo, ma niente, il sollievo è come la Titina. Indecisa tra un parossismo di passione col fico d’India e il gettarmi nella calce viva, chiamo la mia veterinaria curante. Meglio, le scrivo, visto che parlare e respirare cominciano a venirmi difficili. Lei, donna meravigliosa, intuisce, pronuncia la celebre frase “aspetta che chiedo a Glauco cosa si fa per gli umani in questi casi”, e mi spedisce dritta al pronto soccorso.

Dove lo scenario che si presenta è il seguente:

  • umanità variamente dolorante, bardata alla meno peggio con mezzi di fortuna: 35%;
  • parenti dell’umanità dolorante, in stati registrabili tra l’alterato con brio e l’incazzato veemente, con variazioni sul tema “siamo qui dalle 9.20 di stamattina”: 55%;
  • barellieri in transito veloce, allontanarsi dalla linea gialla: 15%;
  • parenti non veementi che – stanchi di attendere all’impiedi per mancanza di posto a sedere – hanno deciso che accomodarsi sulle sedie a rotelle di servizio non porta sfiga come provare le stampelle, e per ingannare l’attesa hanno organizzato un giro di corse e scommesse clandestine su chi riesce a percorrere l’atrio in meno tempo: 10%.

Mi registro a gesti e rantoli e mi preparo a una lunga attesa, che invece è brevissima. La porta scorrevole si chiude in tempo e i frastimi acuminati di quelli che son lì dalle 9.20 si conficcano sull’infisso anziché nella mia schiena.

Dall’interno, il pronto soccorso è un’oasi di pace: due incidenti stradali gravi, un’amputazione, lussazioni ridotte con la manovra di Riggs. Tutti che danno in escandescenze, tranne una.

         –  Almeno lei non parla – dice la dottoressa che mi ha preso in carico massaggiandosi le tempie.

          – Fanculo  – agonizzo dentro la maschera ad ossigeno.

(praticamente sono un compendio dell’iconografia cinetelevisiva: ho la maschera di Airport, il rash cutaneo del dottor House, l’adrenalina di Pulp fiction, l’enfisema di Darth Vader, l’espressività di Vito e l’antistaminchia di Littizzetto)

Per circa cinque ore fisso un rassicurante cartello col dettaglio della Scala di Glasgow, mentre a intervalli irregolari qualcuno arriva a dire a qualcun altro “dalle altri 200cc di Salcazzil”. Simpatizzo con la mia dottoressa, primo perché sbaglia numero tre volte chiamando un altro ospedale, poi perché, dalla terza ora, come riprendo l’uso della parola, continua a chiedermi serissima “ma quella è la sua voce normale?” quando ancora è evidente che ho inghiottito Qui, Quo e Qua, e infine perché trovo ammirevole il fatto che continui a onorare la sua professione aggiustando la manica di buzzuri maleducati che la prende a male parole, invece di avvelenarli tutti.

 

Alle nove di sera respiro quasi normalmente e ho la voce dell’144, ma sembra non essere condizione sufficiente per tornare a casa. Cerco di opporre resistenza al ricovero in osservazione, più che altro perché dovrebbero trasferirmi in un altro ospedale, e io nutro un profondo scetticismo verso gli ospedali intitolati a figure religiose. Come dire: se anziché alla scienza dobbiamo votarci a un santo, Houston, capisciammé che abbiamo un problema. Alla fine mi convinco che mi stiano trasferendo al Lo Chiamavano Trinità, dove in segno di benvenuto mi regalano due braccia da tossica.

Alle undici di notte aspetto che l’anima caritatevole che si è offerta di andare a casa mia a nutrire Grogu e a prendermi il necessaire per la notte mi regali la prima vera risata della giornata presentandosi alla porta del reparto e scoprendo che Sider non è il mio vero cognome.

Alle undici e mezza di notte, ne regalo una io riuscendo a chiudermi fuori dal reparto trenta secondi dopo aver detto “ma certo che poi posso rientrare”.

A mezzanotte e un quarto semino inquietudine girando con un surrogato di pigiama fatto maglietta che reca sulle spalle la scritta in Verdana maiuscolo corpo 90: INFILA IL PERTUGIO GIUSTO.

Alle cinque e mezza del mattino vengo giustamente punita per la mia impudenza da uno shuttle che scalda i motori davanti alla mia stanza.

Alle cinque del pomeriggio sono da un tatuatore. Non fate caso alla scritta “Levofloxacina? No, grazie” che da oggi campeggia sulla mia tetta sinistra, è giusto un promemoria.

 

(“Un giorno di ordinaria exeresi” è stato realizzato grazie al contributo di una serie di persone, che qui possono ritenersi ringraziate per essersi prese cura di me, prima, durante, adesso e nel futuro. Se levofloxacina non ci separa)

[hole in my life]

Amici che pensavate di dar finalmente credito a quel manipolo di estimatori entusiasti che vi ostinate a frequentare (ma questi son problemi vostri) e di intraprendere quindi la lettura di un romanzo di Jo Nesbø, attenzione: lasciate stare – ripeto: LASCIATE STARE – Il cacciatore di teste.

Sarei lieta di avere un parere da Eva Kampmann, nel caso avesse avuto modo di leggerlo in originale, ma – per fastidiosa che possa essere la traduzione in diversi punti – dubito che il grosso della responsabilità sia da attribuire a quella. La verità è che sembra scritto da un’altra persona. Qualcuno mediamente abile a scribacchiare, ma più affine a Stieg Larsson che all’uomo che ha fatto sì che ci ritrovassimo coi forconi sotto casa del signor Einaudi a urlare “Allora, li compri ‘sti cazzo di diritti per Flaggermusmannen e Kakerlakkene o ti dobbiamo venire a prendere?”.

Date retta a una scema che si è dovuta mettere sul primo volo per Oslo e andarsi a girare mezza Norvegia per seguire le tracce di Harry Hole: Il cacciatore di teste è depistante. Penserete di avere per amici dei deficienti nekultuny (ma che nonostante tutto stanno attenti a non sputtanarvi troppo della storia, casomai aveste un pomeriggio libero senza niente di meglio da fare) che non colgono la differenza tra la prima serie del dottor House e Medical investigation. Per dire.

Harry Hole. Leggeteli in ordine, leggeteli in disordine ma – lo dico con lo sgomento di chi va a letto con Edward Norton e si sveglia con Oscar Giannino – non vi scostate da lì.

A darmi dell’inguaribile spocchiosa siete sempre in tempo.