[happiness is a bookworm]

Mi passo una mano fra i capelli.

Niente mutande in testa.

Mi porto una mano al petto, poi scendo. Lana. Cotone pesante. Pur essendo – stranamente – uscita di casa a capofitto, sembra che non mi sia dimenticata niente.

Quindi non capisco tutto questo fissare.

Come se non avessero mai visto un australopiteco scendere da una Fiesta del ‘52 e avvicinarsi all’ufficio postale nella classica postura da snowboarder su ghiaia. Dopo che ha scansato un olmo e centrato un faggio. Rigida come uno stoccafisso dal bacino in su, asse parallelo a quello terrestre, ginocchia piegate a 45°. Mi muovo basculando con moderazione.

Lo so quello che sembra. Ma non è come pensate.

Non è come pensa la matrona parellepipeda, abbigliata con giaccone color caffè della Peppina, gonna pied-de-struzz, calza contenitiva in titanio, scarpe Manolo Bleahnik, che mi si para davanti all’uscita della porta scorrevole intimandomi truce “Vade retro, figlia di Sodoma!”.

Che, signora, se l’assunto da lei sostenuto fosse fondato, sarebbe piuttosto un invito a nozze.

Non è come pensano neanche i due gentiluomini, i quali, soggiogati dal mio regale incedere, partono col toto-mereghetti:

–          Alì Babà e i 40 torroni, lei faceva la parte del babà, son sicuro.

–          Ma sicuro di cosa, era Sette trapani per sette ciambelle, non ti ricordi? Le impersonava tutte e sette e senza effetti speciali, e alla fine…

–          Ma cosa ne vorrai sapere tu, che non sai distinguere una ciambella da un bagher.

Arranco oltre il Simonetto Martellini della Trexenta, scanso la figliastra budrangia di Frank Sinatra che mi stornella “Gangbang” con un velo di malcelata invidia e faccio per accomodarmi sul duro legno, quando mi ricordo che non è il caso.

Ma non è come pensate.

E’ solo che domenica ho fatto il cambio di stagione.

In ogni caso, ho il 48. Siamo al 34. Assumo, per quanto possibile, l’Atturattentasana (posizione di colei che ha trovato ieri sera rientrando la cartolina di mancata consegna nella casella della posta, e ha passato la notte a resistere alla tentazione di cercare un piede di porco, perciò ormai non è che abbia troppa pazienza) e mi concentro sul vaporizzare qualunque utente intenda trascorrere allo sportello più di quattro secondi.

Tra il sopracciglio torvo, la faccia di quella che ha fatto le tre girando per Oslo per distrarsi e il portamento da gobba di Notre Dame, devo fare la mia figura. Nessuno si attarda più dello stretto necessario.

47.

– Annamaria, io vado in pausa.

Morta che parla.

La centro in fronte con il raggio ciclonico. Lei tremola leggermente, come quando guardi il buco del serbatoio attraverso i fumi della benzina. Solo la voce un po’ metallica tradisce la riprogrammazione.

–          Annamaria, io vado in pausa dopo questa signora.

Le riverso sul banco tutto quello che serve: avviso di giacenza, carta d’identità, patente, libretto, passaporto, tessera elettorale, le analisi del sangue, le chiavi di casa, due guanti spaiati, una gomma, un filtro e la schedina del totocalcio con cui ho fatto 11 nel 1990, mentre le recito a memoria il codice fiscale, quello meccanografico, la matricola Enpals e la formazione del Cagliari dello scudetto.

–          Scusi, com’è il nome?

Spirito di Nino Castelnuovo, possiedimi ORA e fammi scavalcare questo banchetto.

(risponde la segreteria telefonica di Nino Castelnuovo: l’utente da lei richiesto non è al momento disponibile. In sostituzione può provare il modello Mario, in promozione fino a Natale a soli sette fili al minuto)

Sarà l’effetto della canapa, ma riesce ad andare a cercare il mio pacco sulle sue gambe, con solo un’eco di pedata nel culo.

–          Non c’è.

–          Prego?

–          Non c’è.

Il sorriso che prima non riuscivo a nascondere mi cola via e finisce in una piccola pozza intorno ai miei piedi. Inspiro. Espiro.

–          No, guardi, è escluso. E le candid camera ormai hanno poco da dire. Suvvia, mi dia il mio pacco che anche questi signori in coda hanno da fare.

–          Non c’è.

–          Si appoggi bene allo schienale della sedia, a volte il pulsante s’incanta e il disco non esce. Poi, sia gentile, mi consegni il mio pacco.

–          Non…

Ci facevo lo spezzatino di tirannosauro con ‘sto sguardo, stella.

–          Non è ancora rientrato.

–          In un altro momento sarei lieta di commentare con lei l’impudenza dei giovani pacchi che perdono di vista i veri valori, scambiano quest’ufficio postale per un albergo e se ne vanno in giro per rave con certe raccomandate pluritimbrate, ma non oggi. Oggi le dico solo che sul retro di  quest’avviso – su cui un laureato in farmacia, gettando lo scompiglio in famiglia dopo aver annunciato che lui avrebbe invece fatto il postino, IL POSTINO!, ha inciso i geroglifici che tradotti significano il mio nome e indirizzo e Amazon come mittente – c’è scritto, stampato, che il pacco può essere ritirato presso l’ufficio postale di competenza a partire dalle 10.30 del giorno successivo al ricevimento dell’avviso. Questo è l’ufficio postale di competenza. L’avviso porta la data di ieri. Sono le 10.55. Kong vòle pacco. Ora.

–          Mi dispiace, ma il pacco non…

Iperventilo.

–          Ok, ragioniamo. Il pacco non c’è, lei mi dice. E dove potrebbe essere?

–          Eh, questo non glielo so dire.

–          EEEEEEHH, risposta sbagliata. Io ho preso una mattina di permesso per venire qui a prendere quel pacco. Non me ne daranno un’altra. Non andrò via di qui senza pacco. Quindi ora lei gentilmente me lo trova. Grazie.

–          Ma guardi che siamo aperti fino alle sette di sera, può prenderlo un altro giorno.

–          Io, per dirla con una certa ricercatezza, alle sette di sera mi sto trifolando i coglioni facendo cose che mi guarderei bene dal fare, se potessi pagare l’affitto in paioli di pennette ai quattro formaggi. Quindi ora, se volesse usarmi la gentilezza di dirmi dove si trova il mio pacco, io le userei quella di levarmi di torno e andarmelo a recuperare, ovunque sia, senza ulteriori indugi né disagi per nessuno. Altrimenti sappia che mi incatenerò a lei e le chiederò il mio pacco ogni due minuti come un orologio a cucù finchè non salterà fuori. Scelga.

–          Annamaria, i pacchi di Amàzon come vengono lavorati? Qui non ci sono.

–          Hai guardato nell’altra scatola?

–          Ah.

Ritorna brandendo due pacchi color avana, con la scritta Amazon stampata sopra in corpo 320.

–          Quale dei due è suo?

–          A intuito sarei tentata di dire quello dove c’è scritto il mio nome, ma per cognizione di causa direi quello più grande.

Me lo mette in mano. Il sorriso si riarrampica su dalla pozza e torna al suo posto. Denti a strafottere.

–          Ha visto, alla fine c’era. Doveva tenerci proprio tanto, a questo pacco.

L’unico difetto del raggio Durban’s è che è difficile controllarlo. Involontariamente incenerisco l’armadio delle raccomandate, abbronzo lei e abbaglio il Barcellona-Ciampino delle 11.20, che finirà a Helsinki.

Tenetevi la pistola.

Happiness is being a bookworm.

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[alla destra di moccia]

Rega’, non è vita, questa.

Ci avevano avvisato, ma un conto è sentirlo raccontare. Per affidabili che tu possa ritenere i colleghi di mezza Europa e degli States pensi sempre “se, vabbè”.

Un conto è vederlo con i tuoi occhi.

Il nostro è un lavoro delicato, rischioso. Riconosciuto solo se per caso qualcosa va storto, quando tutto fila liscio, mai. Ci sta che un minimo d’importanza ce la diamo da soli. Ci sta anche colorirlo un po’.

Non stavolta.

Sono ovunque.

Sotto il tavolo della conferenza stampa.

Aggrappate ai lampioni.

Dietro le tende.

Scopri il letto e ce ne trovi una.

Sollevi il coperchio del water e ce ne trovi altre tre.

Armadi e cassetti non ne parliamo.

Due erano riuscite a infilarsi dentro i croissant della colazione.

Escono.

Dalle fottute.

Pareti.

E strillano.

Dio pirata se strillano.

Strillano tenendo sotto assedio l’hotel che le senti attraverso i vetri insonorizzati della suite presidenziale.

Strillano nella hall dell’aeroporto mandando in tilt la torre di controllo.

Strillano quando arrivano a frotte alla stazione Termini da tutta Italia. Due della Polfer chiamati a scortare il treno da Milano non fanno in tempo a toccare terra che vomitano sui binari. Hanno strillato per tutto il viaggio, dicono.

Strillano mentre cercano di intrufolarsi in hotel nei cesti della biancheria sporca.

Strillano mentre lo succhiano al lift nella speranza che le lasci salire.

Strillano all’annuncio che il concerto verrà spostato perché le Capannelle non bastano più.

Strillano all’annuncio che forse non basta manco l’Olimpico.

Che cazzo di polmoni c’hanno queste, vorrei sapere.

Le guardi e sembrano degli scriccioletti innocenti, qualcuna non arriva ai dodici anni. Ma non ti puoi fidare, ieri notte, tra quelle arrivate prima per prendere il posto sotto transenna, ci sono stati otto morti e diciannove lacerocontusi. Mica che si son calpestate. Due sono state sgozzate, cinque strangolate col filo elettrico. Una dalla sorella. L’ultima s’è arrampicata su una torre Layher e s’è buttata di sotto urlando “Ho vissuto per questo momentooooh!”.

Un ronzio nell’auricolare. Ai posti.

Ci siamo.

Cambiamo canale ogni trenta secondi con un algoritmo messoci a disposizione dalla Nasa per l’occasione. Abbiamo sei squadre di sosia pronte a ogni uscita, compresa quella del tunnel scavato in due giorni da un’equipe dell’Abate Faria Inc. che porta direttamente dal caveau dell’albergo al palco. Una delle squadre si lancerà in parapendio dal tetto dell’hotel per creare un diversivo, un’altra passerà dalle fogne a bordo di microscopici sottomarini gialli.

Ma queste non le freghi. Hanno sensori dappertutto e l’olfatto di un Bombix mori.

E strillano, cazzo.

L’onda d’urto spalanca le porte e ci depila e denuda completamente. Del concierge restano pochi brandelli di carne e due nappine appese allo scheletro. Tutti gli antifurto della costa tirrenica si producono in una versione death samba di “Real to real cacophony”. In Boemia viene dichiarato lo stato di calamità naturale. I cani niente, già sterminati qualche giorno fa in quell’incidente con Pallotto, una prece.

Loro, impassibili.

Non loro le fan. Quelle piangono, ridono, lanciano mutande e mazzi di fiori, si strappano capelli propri o altrui, svengono con e senza esse. Il tutto senza smettere di strillare.

No, loro-loro.

Sarà che ormai ci avranno fatto l’abitudine, ma non gli si muove un pelo. Si avviano impeccabili, in fila per uno, tra due barriere jersey di muscoli (che saremmo noi, modestamente). Sulle strisce pedonali.

E si fa improvvisamente silenzio.

Giovanni.

Cammina tranquillamente fino alla limousine e ci si accomoda dentro pacifico senza che nessuno se lo fili di pezza.

Spiazzamento nell’entourage.

Riccardo.

Idem come sopra. Se fosse uscito il garzone del bar di fronte avrebbe suscitato più clamore.

Potrebbe essere una trappola, allerta massima.

Ma basta che la prima ciocca brizzolata faccia capolino e il frastuono riattacca decuplicato.

“Paolo, le legioni ti salutano”. “Magno, bevo e tifo Paolo”. “Paolo sposami”. “Pur’a me”. “E io che so’, la figlia della serva?”. “Paolo, la poligamia è un’opinione”. “’sto Penthouse aspetta a te”. “Paolo ottavo re di Roma”. “Ma no, quello era Amadei!”. “Sì, ma ha liberato il posto apposta”.

Arginarle è un’impresa, contenerle impossibile. Le prime file si lanciano a corpo morto nella speranza che il loro sacrificio possa valere lo sfioramento di un lembo di giacca a quelle dietro di loro. Gli idranti non bastano, ai coccodrilli del fossato li prendono a pernacchie, i cavalli di Frisia son più terrorizzati loro.

Per la prima volta nella mia carriera pavento la disfatta. Spero almeno di morire nell’adempimento del mio dovere e di portarne con me qualche migliaio quando lui sporge lateralmente una mano.

Subito gli viene consegnato un panino con provola e salsa piccante.

Fa segno di no con la testa.

Il panino con le sue impronte digitali viene conteso e smembrato tra quelle che ora sono le fiere e mutilate titolari di una briciola ciascuna.

Sporge nuovamente la mano.

Gli viene porto un gelato. Lo lecca perplesso prima che gli spieghino che si tratta di un microfono.

Guarda la folla strillante e straripante. Guarda noi che stiamo per soccombere. Nel frattempo Giorgio è trotterellato verso la limousine dagli altri tra l’indifferenza collettiva. Tre sguardi interrogativi in direzione dell’hotel, lo sportello aperto in attesa.

“Non preoccupatevi per me, ragazzi”, grida per sovrastare il frastuono. “Pensate a salvarvi, vi copro io”.

Occhi negli occhi. Un cenno del mento. È stato bello. La limousine si allontana come fosse una panda qualunque.

Siamo allo stremo. Resistiamo con i fumi delle braccia. Il fair-play è a puttane. Per ogni sciamannata che riusciamo a placcare e convincere pacatamente a ombrellate a tornare indietro, trenta si fanno avanti. Ho in mano una tibia e non so di chi sia.

Picchietta sul microfono. Alza un pollice in direzione del fonico per chiedere il massimo della potenza.

Poi attacca con “Help yourselves!” ed è il delirio.

(non chiedetemi cos’ho scritto perché non lo so. So solo che qualche modo dovevo sfogare l’elettricità prima che arrivasse questa notizia. Belle, bellissime sorprese e persone che se le meritano, esse esistono)

D’accordo, è uso privato di mezzo pubblico.

Ed è ignobilmente out o’referenziale.

E il fatto che il blog sia mio potrebbe pure non significare una fava.

Però, ecco, ci tenevo a condividere con voi questo momento.

Non ho ancora avuto modo di guardarla con attenzione,

ma

sembra

proprio

che qui in cima al collo

ci sia la mia solita faccia da culo.

Non ci resta che il passamontagna.

 

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[che abbiamo visto genova]

[comics]

Già solo per la coda di questo brano valeva la pena arrivare in fondo a questa giornata.

(tornare a casa – tardi, tanto per cambiare, e fame e sete e il mio regno per una vasca – pedalando piano su diapositive che scorrono random, apparentemente random – telefonate a bassa voce/il pino (minuscolo) fuori dalla finestra/i fresco della notte/il freddo boia della notte/il caldo umido della notte/risate. inarrestabili/i Giardini di Mirò/caffé (zitta, non dire niente)/la luce del pomeriggio tra i cazzo di rami bassi/lo strappo nei tuoi jeans/lo strappo nella tua maglietta/gli strappi addosso a me/le pale eoliche/una cosa sul Preikestolen che mi son dimenticata di dirti a proposito di sabato scorso/quella cosa che non abbiamo mai finito/tutte le cose che vorrei fare/quelle che non posso più fare/passeggiare per una bellissima città toscana che preferivi quando c’era decisamente meno gente/ascoltarti raccontare/sorrisi allo stato brado/vari tipi di nostalgia/correre a perdifiato per disperdere il sovraccarico di gioia/Cantagallo/Annus Horribilis ogni vent’anni vs. Very Special People ogni dieci (il bilancio è comunque in attivo)/quello sguardo/gustarsi il tormento (due deficienti) – e tra una cosa e l’altra pensare che ‘sto titolo ha un po’ di Neil Gaiman, ma pensa te)

[of crime and passion]

Ieri notte.

O stamattina.

Già, perché chi o cosa stabilisce quando termina una e comincia l’altra? Non certo io, non dopo aver passato svariate mezz’ore, nel pomeriggio, ad osservare gente scannarsi per decidere se un evento che si tiene a mezzanotte debba essere inserito nella programmazione del giorno 1 o del giorno 2.

Nossignori.

Son figlia di un uomo che scrisse al televideo per lamentare – appunto – l’impropria attribuzione dei film di Rai3 delle 03.00 alla programmazione notturna del giorno 1 anziché a quella primissimomattutina del giorno 2, cosa che portava il timer del proprio videoregistratore a porsi tutta una serie di quesiti esistenziali senza soluzione, figurarsi se vado a infilarmi in un ginepraio simile.

In ogni caso, era buio.

E tardi.

E non è che ci fosse tutto ‘sto caldo.

Eppure me ne son rimasta lì un pezzo, in terrazzo, a pensare che se fossi un uomo, e avessi una figlia quattordicenne, “Amabili resti” sarebbe l’equivalente di “Venuto al mondo”, e vi dirò, non se ne sentiva il bisogno.

[fatti non fummo a viver come bruti]

Che la parola femminicidio non mi piaccia l’ho già detto e ripetuto.

Mi direte: deficiente. Intanto che tu fai la sofista sulla terminologia, lì fuori ne seccano una al giorno.

Capisco la reazione. Ma non è per scarsa sensibilità o mancanza di rispetto verso quelle poverette che hanno avuto la sfortuna immensa d’incappare in un criminale che lo ribadisco. Anzi.

È che trovo che alcune precisazioni siano doverose, perché la piega isterica che sta prendendo la situazione non porta e non porterà da nessuna parte. Stiamo ricascando nella solita trappola dell’emergenza: un sacco di chiasso, poca lucidità, scarso coordinamento, zero-virgola risultati.

Innanzitutto non si tratta di un’emergenza.

Ferme.

E fermi anche voi, pochi o tanti che siate.

Emergenza, s.f.

1 – cosa che emerge, che sporge; sporgenza, protuberanza

2 – fig. circostanza grave e imprevista (eccetera)

La violenza sulle donne è un fenomeno emerso negli ultimi tempi? Ni.

È un fenomeno imprevisto? No.

Un solo omicidio è già troppo, su questo siamo d’accordo. Ma non è vero che gli assassinii di donne in Italia, con particolare riferimento a quelli commessi nell’ambito di una relazione preesistente tra la vittima e l’omicida, siano in crescita. Il fenomeno – perdonate la terminologia statistica – è stabile, dati Istat alla mano.

Mi direte: cazzate, lo vedi anche tu che non passa giorno senza che si senta di una donna ammazzata o aggredita da un marito, convivente, amante, fidanzato in carica, deposto o respinto.

Infatti. È aumentata la visibilità, non i reati. Per certi aspetti, l’attenzione che i media dedicano ora alla violenza sulle donne è encomiabile: come per il lavoro nero, solo facendolo emergere è possibile contrastarlo. Certo, sarebbe anche doveroso fare in modo che a chi commette atti violenti (così come a chi sfrutta la necessità altrui) passi la voglia di riprovarci; e altrettanto doveroso sarebbe dedicare lo stesso impegno al supporto psicologico alle vittime che la violenza decidono di denunciarla, perché poche cose più di una denuncia per fatti simili espongono lo spirito già incrinato di una donna a una prova che definire spietata è un pallido eufemismo. Per non parlare del coraggio che serve, proprio quando più si avrebbe bisogno di sentirsi protette e al riparo.

Dall’altra parte, è così che si inventa un’emergenza laddove non c’è: a forza di martellare in maniera autistica, meglio se con risvolti morbosi, utilizzando sempre le stesse formule, la stessa terminologia elementare, talmente semplificata e inquadrata da renderla perfetta per trasmettere un messaggio efficace, e pazienza se non è corretto, il dio dell’audience pretende sacrifici. È il sistema di non-comunicazione che ha dato ottimi risultati negli ultimi vent’anni e spiccioli, perché cambiarlo proprio ora che il 90% della popolazione parla finalmente come una massa di zombie lobotomizzati e bisogna richiedere il porto d’armi per usare un sinonimo?

Mi direte: brava, fai la splendida tu, vagliela a fare ai parenti delle vittime l’analisi del periodo. Intanto quelle bestie continuano ad ammazzare. Dovrebbero morire loro, dal primo all’ultimo.

L’altro effetto spaventoso è l’eco sanguinaria che l’onda emotiva si trascina appresso. Non so a voi, ma a me basta e avanza sapere di appartenere alla stessa specie animale di un omicida per farmene vergognare, non ho bisogno di diventare come lui (o lei). Nella maggior parte dei casi, il moto di reazione violento è un riflesso condizionato, immediato e di breve durata; in altri, innesca e (auto)alimenta una deriva disumana indegna. Non sono buonista, e non appartengo alla schiera di coloro che – più o meno consapevolmente – cercano una giustificazione (schermandola spesso con la più nobile ricerca di una motivazione) per gesti che giustificazione non hanno. Sono vendicativa, e col cazzo che porgo l’altra guancia: ma sono convinta che nessun essere umano meriti di morire.

Sono anche convinta che chi subisce un torto meriti giustizia, e che ogni reato debba essere punito in un modo che non risulti avvilente per la vittima né pericoloso per altre vittime potenziali. E che per alcuni crimini non ci sia altra pena possibile che l’ergastolo, cosa che fa di me una troglodita, ne abbiamo già parlato.

Potremmo stare ore a discutere su ciò che succede quando ci si trova davanti a un’emergenza, vera o presunta che sia, e a squadernarci davanti di tutto, dal Patriot Act al terremoto in Abruzzo.

Oppure potremmo tornare al punto.

Ogni volta che si parla di femminicidio, quella parola orrenda che non fa che titillare l’ego dei delinquenti convinti che le femmine siano oggetti su cui si può rivendicare un diritto di proprietà, ecco, ogni volta che se ne parla è già implicito il fatto che siamo arrivati tardi. A che serve l’indignazione di fronte a un funerale? Sto per dire una cosa impopolare: a poco. Ci son paesi dove il motore a indignazione fa scalare montagne. Da noi non fornisce manco il tanto di energia necessaria per scendere a pisciare il cane.

Qualche sera fa la mia amica Luisa Gervasi ha segnalato questo articolo.

In realtà ha segnalato la replica, ma in questo momento mi interessa più confrontarmi con voi sullo spunto iniziale. A parte l’essere rimasta colpita dall’idea fantascientifica dell’autrice sul rapporto di confidenza che secondo lei lega madri e figlie da Roma in su, e dallo strano concetto di territorialità della violenza (anche qui, se volete, possiamo perdere delle ore a esaminare la casistica e riempire un planisfero di bandierine rosse. Oppure), il punto di partenza è proprio la violenza domestica, familiare, di consuetudine. Quella sulla quale sembra si possa sorvolare perché ancora non c’è scappata la morta. Quella che pare brutto immischiarsi. Quella che a volte non è nemmeno tecnicamente fisica, è “solo” una cappa di piombo che opprime, che sembra richiedere troppa forza per essere infranta, e intanto che la subiamo sfracella malamente le nostre vite, le nostre certezze, le nostre speranze, fino a lasciarci incapaci anche solo di pensare di reagire. A volte è “soltanto” una palese ingiustizia basata sulla decisione arbitraria di terzi. È quella da cui sembra che non si possa sfuggire, se non allontanandosene per non tornare mai più. Resistere in un ambiente difficile, quale che sia, resistere e reagire per educare, richiede un’energia sovrumana, e un sacco di solidarietà. Richiede l’impegno di tutti. È come stare al largo, circondati dagli squali, su una barca con una falla. La costa è lontana, ma non irraggiungibile. Ma se si resta in pochi a remare e ad aggottare, si muore sbranati, tutti quanti: uomini, donne, calabresi e non. Non è vero che tutte son cresciute sentendosi dire “fai silenzio che sei donna e non son cose per te”. È vero che alcune di quelle che se lo son sentito dire hanno risposto che non era così. Hanno combattuto, e hanno vinto, e sono più quelle che hanno combattuto e vinto di quelle che hanno combattuto e perso. Ma ogni volta che una perde, o peggio, che non ci prova neanche, perdiamo tutti, perché le conseguenze non sono territoriali. Ogni padre (padre, sì. Non mi venite a dire che superata una certa età non si cambia, ho le prove del contrario), figlio, fratello, marito, compagno, collega o amico, se non è educato al rispetto degli altri, finiremo per sorbircelo tutti. Ogni madre, sorella, collega o amica che china la testa, o fa finta di non vedere, che pensa che non siano cose che la riguardano o che non possa fare niente, non fa che contribuire ad appesantire la condanna altrui e la propria. E io francamente non ho più voglia di sopportare – per dire – di dividere il bagno in ufficio con un uomo di cinquant’anni, laureato, che si pregia di tenere visivamente tutti aggiornati sul funzionamento del suo apparato digerente perché né la madre né la moglie hanno avuto la fermezza di infilargli lo scopino del cesso nel naso alla terza volta che lui lasciava tutto da pulire perché non è cosa da uomini e tanto ci pensano loro a pulire la mia merda.

La diffusa scarsa considerazione delle donne è composta da una miriade di tasselli, nessuno dei quali è meno importante degli altri. Li ritroviamo nei contesti più disparati: l’ultimo l’ho notato guardando la premiazione della finale di Coppa Italia, dove quattro signorine eleganti svolgevano la cruciale funzione di reggimedaglie un passo dietro gli uomini (rigorosamente, esclusivamente uomini) che premiavano gli atleti, manco fossero dei comodini di design. “Un tocco di bellezza può solo far bene”, mi ha risposto qualche amico quando gli ho chiesto come la vedeva. “Vedere cosa?”, ha aggiunto qualche altro. “Non essere acida”, hanno concluso quasi tutti. Per dire che la cosa è talmente diffusa e nidificata da scivolare – liscia come olio di ricino, direbbe il poeta – senza che nessuno o quasi ci faccia caso. E se l’obiezione viene sollevata, puntualmente viene protetta dalla patina del “si è sempre fatto così”. Infatti le ruote quadrate son comodissime.

Allo stesso modo sono stufa di sentire persone intelligenti, perlopiù donne, pretendere indiscriminatamente la testa di chiunque azzardi una battuta a sfondo sessuale. Vorrei poter vivere in un mondo dove sia possibile ridere liberamente, a crepapelle, di qualunque argomento, quando una cosa fa ridere, e dove la legittima sensibilità personale, il sacrosanto diritto ad avere un senso dell’umorismo diverso non vadano a rivestirsi di metasignificati, sottotesti e integralismi vari. Rilassatevi. Rilanciate. Gli uomini non sono il nemico, ragazze, è solo un animale quasi uguale a noi a cui hanno fatto credere di essere il principesso col pisello. Ci siamo cascate anche noi con quel cicisbeo vestito d’azzurro, dovremmo capirli. E aiutarli a venirne fuori.

Non ne posso più di vedere fiumi d’inchiostro sprecati per una pubblicità in cui si cerca di vendere un panno per la polvere facendo dell’umorismo noir in due versioni, lui-fa-fuori-lei e lei-fa-fuori-lui, solo che la seconda è una normale pubblicità di cui si discute come tale, bella/brutta/funziona/nonfunziona, la prima è un’istigazione al femminicidio. Scusate, ma perché un omicidio (parola che nella maschilistissima lingua della nostra repubblica – quella la cui costituzione, all’art.3, recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” – indica la soppressione di una vita umana ad opera di un altro essere umano) dovrebbe essere considerato diversamente a seconda di chi lo commette e chi lo subisce?

Torno al punto.

Tasselli piccoli e grandi. Alla fine si perdono di vista quelli giganti. Tipo la disparità di trattamento, un vero insulto su cui non si muove foglia. Tipo la celebrazione dell’incapacità. Tipo la semplificazione massima, gli stereotipi (ma non esistono gli uomini stitici, miseria ladra?) che finiscono per rendere inclassificabile – e quindi inutilizzabile – chiunque non possa esservi ricondotto. Tipo l’insulto all’intelligenza altrui e il politicamente corretto ipocrita. Tipo le macroscopiche mancanze di coerenza pubblica, perché strapparsi le vesti per il femminicidio in piazza il martedì e poi inneggiare a Berlusconi nella stessa piazza il mercoledì mi fa pensare, onorevoli colleghe, che non abbiate ben chiaro il processo.

Tipo la certezza della pena. Che non significa negare a chi sbaglia una seconda possibilità, ma in certi casi può e deve significare negare la possibilità che qualcuno sbagli la seconda volta (posto che, a costo di ripetermi, faccio fatica a vedere gli atti violenti come un incidente, e mi perdonerete se salta fuori ancora la deformazione professionale da arbitro, ma non si può offrire a un criminale una seconda possibilità facendosi beffe di chi quel crimine l’ha subito, né di tutti gli altri cittadini che non l’hanno commesso). Insistere sull’inasprimento ha senso in alcuni casi, a mio modesto e discutibilissimo parere, perché il massimo della pena per stupro, per esempio, ora come ora è poco più che ridicolo. Ha meno senso insistere sulle aggravanti: difficilmente un naziskin troverà un deterrente nell’aggravante antisionista, se intende aggredire una persona solo perché ebrea. Con ogni probabilità, anzi, ne sarà esaltato, l’impresa risulterebbe epica. Nel caso di una specificazione ulteriore degli atti di violenza, temo che la situazione sarebbe la stessa. Invece, sempre per evitare che il famoso articolo 3 non sia solo una bella filastrocca, dovrebbe essere il crimine in sé ad essere punito: violenti una donna, un uomo, un transessuale, un bambino, un cane? Sempre l’ergastolo ti becchi. Forse ci pensi due volte. Forse non lo fai. E’ questo che dovrebbe essere il senso del principio di uguaglianza.

E’ un discorso lungo. Complicato. Gravissimo.

Ma una cosa è certa, va affrontato alla radice, insieme, pensando e facendo pensare, agendo e facendo agire, possibilmente in maniera intelligente e senza – per difficile che sia – lasciarsi trascinare dal sangue che monta alla testa .

Cercare di tappare un’emergenza, vera o presunta, “a mamma morta” è come pretendere di mascherare la forfora indossando solo giacche bianche. 

[what a carve up!]

Vi capita mai di pensare a dove vi trovavate e/o cosa stavate facendo in qualche preciso momento che sarebbe poi entrato nella storia?

Per esempio, io ho un ricordo nitidissimo di dove mi trovavo allo scadere dell’ultimatum delle BR durante il sequestro Moro, al momento del crollo del WTC e della rete di Altobelli all”81′.

Capisco che la cosa catturi il vostro interesse come poche altre al mondo.

Peggiorerò la situazione.

Ho appena finito di leggere “La famiglia Winshaw” di Jonathan Coe.

Un libro spettacolare. Non sarò certo io a rovinarvi il piacere di leggerlo (so che non si direbbe, ma amo le sorprese di un amore supremo). Vi basti sapere che la fascetta che lo accompagnava, quando è stato scoperto dal mio pusher, recava scritto: “Questo libro è stato stampato due anni fa, pochi lo hanno comprato, ancora meno lo hanno letto. Ma è un libro molto bello. Fidati”. Io mi sono fidata della persona che me l’ha suggerito, e non solo perché è geniale come poche altre: voi fidatevi almeno della fascetta. Lasciate stare il fatto che il traduttore andrebbe preso a schiaffi e godetevelo.

Fatto sta che ci ho messo un po’ a finirlo, in parte perché da un certo punto in poi mi rendevo conto che stava per terminare e – come tutte le cose belle – volevo che durasse ancora il più possibile, cosa che potrà essere condivisa dalla maggior parte delle signore all’ascolto; in parte perché, sempre da un certo punto in poi, i ricordi hanno iniziato a fare interferenza con la storia e hanno rallentato la lettura.

Nebbiolanum, 17 gennaio 1991.

Non il giorno migliore per trovarsi in Stazione Centrale con un paio di pantaloni verde militare e gli anfibi. Mentre aspetto il Miguel, fanno in tempo a controllarmi i documenti sei volte. Sono sempre la stessa sciroccata poco più che ventenne con deriva post-punk, ma non si sa mai, controllano. Di quei giorni ricordo tutto: i giornali che titolavano “E’ GUERRA!” come se non vedessero l’ora di rifarsi di un’opportunità indebitamente sottratta a tutti i caporedattori dopo il ’45; il Miguel che osserva tesissimo un nordafricano sulla 90 infilare un borsone sotto il sedile, e mi sussurra in un orecchio “se scende lui scendiamo anche noi”; la panna sulla pizza, che sul Resegone ancora era vista come un’eresia, e non solo perché pensavano ci volessimo quella montata; le lenzuola che di far finta che il divano di sky fosse un letto non ne volevano sapere, e la pelle finta che si attaccava a quella vera così da riempire la notte di rumori da strappo a ogni cambio di posizione; parole a voce bassa, al buio: ma quindi, come la vedi? La vedo bene. Vi vedo bene; due pigiami da uomo seri, la mia schiena e il mio sterno, e una mano stoica; una nave persa a Genova e una telefonata per chiedere una notte in più.

Un anno strano, in cui la figlia di nessuno salita da Roma, quella che non era mai andata a fare la settimana bianca (e, strano a dirsi, non c’è andata tuttora) si levava qualche soddisfazione mica da ridere, tipo non credere alle leggende metropolitane della coinquilina della collega che andava a letto con uno e la sera dopo lo ritrovava a battere all’angolo della discoteca in cui l’aveva incontrato. O essere tra gli unici cinque di tutto il corso ad essere reclutati per un lavoro ultrafigo prima ancora di dare la tesi.

Milano non era ancora ospitale, ci studiavamo con diffidenza.

Il lago era più amichevole, o almeno sembrava.

L’aria primaverile e svariate tinozze di fragole col porto dopo, verso metà maggio, il mondo – Nebbiolanum inclusa – era un posto felice, pieno di baci, di kamasutra da sperimentare ridendo, di esami da arbitro, di progetti e case nuove da vedere insieme.

Un paio di giorni ancora, poi Annus Horribilis 1.0 ci avrebbe fregato tutti e avrebbe cambiato le cose per sempre.