[cose che voi umani]

Gesùgiuseppesantannaemaria.

Il referrer del 2014.

Sta arrivando.

Triple-facepalm-picard-812

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[una cosa divertente (insomma) che non farò mai più]

Ok.

Adesso mettiamoci comodi che dobbiamo parlare.

– Ho capito bene, ha detto “scappare”?

– Chi ha detto “scopare”? 

– “Scappare”, nonno, “scappare”. 

– Nonno lo dici a tu’ zio, io c’ho quarant’anni portati splendidamente. 

– Allora c’hai un chiodo fisso. 

– Non mi piace lo stoccafisso, prenderò un hamburger di cammello e un chinotto, grazie.   

 

Qualcuno di voi già lo sa, qualcuno l’ha intuito ma è stato così educato da non fare domande indiscrete. Ringrazio di cuore per la delicatezza. Le cazzate, per una volta, stanno a zero.

E’ che non pensavo che sarebbe successo.

Non ci pensavo proprio.

Voglio dire, alla mia età, suvvia.

Tutti i tuoi begli equilibri, la tua pace interiore, le tue convinzioni, anche sbagliate, per carità, ma lo sa il demonio se a qualcosa ti sei dovuta aggrappare, in certi momenti.

E poi, di punto in bianco.

Avete presente quegli oggetti alieni semoventi che fanno un sacco di chiasso, sparpagliano le vostre certezze, pretendono un sacco di attenzioni, mandano in malora le vostre più in/sane abitudini, sembrano incapaci di compiere da soli operazioni ridicole, arraffano le vostre cose più care e preziose, compresi voi stess*, e ve le restituiscono ridotte a una malloppa esausta, zozza e decomposta che risulterebbe irriconoscibile persino alla prova del DNA?

Non i fidanzati, no.

Nemmeno i cani.

Per quanto uno dei fondamenti su cui si è felicemente basata finora la mia esistenza veda protagonisti proprio i cani e le entità aliene di cui sopra.

Esatto.

I bambini son come i cani.

Vi sfido a dimostrare il contrario.

I cani e i bambini non sono adorabili in quanto tali. Non sono creature pucciosissime che qualunque cosa facciano, dal ridurre a brandelli la vostra collezione di Nathan Never al cagarvi sul divano, si configura immancabilmente come la nona meraviglia del mondo e bisogna stupirsi moltissimo se qualcuno di estremamente insensibile non la prende come tale, e anzi.

I cani e i bambini sono esseri fondamentalmente stronzi che vanno guardati con sospetto.

Obiezione: loro non c’entrano, la colpa è dei genitori/padroni.

Accolta.

Una madre che, la mattina a colazione, come prima cosa, dice al figlio cinquenne “hai visto che papà non ti ha chiamato neanche oggi mentre è in vacanza con la sua nuova famiglia, vuol dire che non ti vuol più bene” va presa e volata dal quinto piano senza rimorso e senza condizionale. Presente indicativo, se non imperativo.

Ma se il cinquenne ti piscia deliberatamente sul terrazzo per cattiveria pura che tanto sa bene resterà impunita, la segue a ruota.

Cani. Mocciosi. Se li conosci, li eviti.

Per anni, gli unici a costituire l’eccezione a questa regola sono stati i miei ex nipoti, che uno sforzo educativo sovrumano (oltre che di saldo impianto mitteleuropeo) è riuscito a trasformare da materia bruta a uno zero virgola di speranza nel futuro.

Anche gli esperimenti condotti da amici considerati affidabili hanno dato esiti discordanti: dalla realizzazione della bambina-patella (la cui madre esasperata – ma non abbastanza – ci ha sempre fermato all’ultimo dopo averci supplicato in lacrime di schiodargliela di dosso anche impiegando coltelli spuntati e arrugginiti) alla messa su strada di individui miniaturizzati il cui unico problema di essere nati figli di ingegneri non basta a spiegare certe risposte inquietanti (“Guarda, Leonardo, quelle sono piante di cappero, quelli che mangi sulla pizza” “Non esattamente, babbo, quelli che mangiamo sulla pizza appartengono alla sottofamiglia della Capperacea Barattoliformis, mentre questi sono esemplari di Capperum Selvaticus Muraglionis. Essi sono in grado di misurare il tasso di umidità in queste mura tufoidee realizzate dai pisani nel XII secolo, e ivi si insinuano, una volta stabilito che il ph del terriccio che si ritrova nelle crepe è compreso in un range ascrivibile al quadrato costruito sull’ipotenusa di Heisenberg e…babbo, dove vai? Guarda che in questo punto le mura non sono abbastanza alte per garantire morte certa, in più l’angolazione delle pietre, orientate a 37,9 gradi sulla scala Richter rispetto alle porte di Tannhäus…babbo? Babbino?”).

Grazie al cazzo, mi direte, tu figli non ce n’hai.

È vero. Per una serie di motivi che sarebbe lungo e tedioso spiegare, e che in buona parte farebbero sembrare la piccola fiammiferaia l’animatrice di un Club Med, non ce n’ho. Ma se lì fuori c’è gente che s’incazza per un fuorigioco non concesso sulla linea mediana, che sostiene che il tè altro non sia che insulsa acqua calda e che Fabio Volo sia uno scrittore, io potrò ben sparare fregnacce sull’educazione della prole altrui.

(e comunque casa mia è ordinata tale e quale come avessi sei figli)

Ma torniamo a noi.

Per una serie di circostanze fortunate, negli ultimi tempi mi è capitato di conoscere persone che sulla loro progenie stanno svolgendo un lavoro talmente encomiabile che la mia fiducia delle generazioni future è salita fino a sfiorare la fantascientifica percentuale del 3%.

Il che ha, evidentemente, abbassato le mie difese.

Non si spiega altrimenti.

Quando meno te lo aspetti.

Eh.

Lo so che sto ciurlando nel manico, ma non è mica facile. Ho aspettato diverse settimane prima di decidermi a raccontarlo, continuavo a ripetermi che non è mica chissà che, milioni di persone nel mondo, tutti i giorni, fanno la stessa cosa senza vederla come un evento straordinario, anzi, è una cosa naturale, e poi insomma, finché si tratta di far la cazzara d’accordo, racconto senza pudore questo mondo e quell’altro, ma sulle cose personali superare una certa riservatezza non è facile.

La fredda cronaca:

qualche settimana fa. Sono ospite per qualche giorno di un’amica che vive fuori città. Nel bel mezzo della mia permanenza, lei si becca il colpo di coda di un virus che la manda completamente al tappeto. Il piano A – bagordi come non ci fosse un domani viene sostituito dal piano B – non sto in piedi manco sdraiata e vomito pure l’acqbleurgh.

Dettaglio insignificante: la mia amica si è riprodotta. E neanche poco. Detiene la mia quota mezzopollo trilussico, la mia e quella di altre due o tre che hanno optato per la non proliferazione. Quindi siamo io, lei – vispa come un opossum investito da tre giorni – e bambini.

Tanti bambini.

Roba da dire “tutto qui?” guardando con sufficienza la famiglia Bradford.

(in realtà sono meno di dieci. Ma si muovono. Parlano. Chiamano. Si arrampicano. Piangono. Ridono. Chiedono cose. Escono dalle fottute pareti. Quindi sembrano molti di più)

Mi direte: e non ce l’hanno un padre, ‘sti marmocchi?

Certo che ce l’hanno, la mia amica è una tradizionalista. Ma in questi giorni è fuori per lavoro. A dire il vero, nel momento in cui viene a sapere che la sua compagna è fuori combattimento e i suoi pargoli si ritrovano, all’ora di cena, in balia di una specie di disadattata che pensa di dar loro delle verdure e una frittatina invece dello stinco di bue muschiato con cipolle e cozze che sembra costituire il loro mangime preferito, corre a cercare il primo volo per tornare a casa.

Ma non lo trova.

Disordinato anche lui, mica no.

Arriva invece la mamma di lei, santa donna, che cena la tribù e se ne porta via una carrettata per la notte.

E quindi siamo io, lei – stordita da un antisalcazzo per bisonti e finalmente assopita – e due mocciosi incerti sulle gambe.

Alle otto d sera.

L’ora in cui normalmente questi tizi vanno a letto. Mentre ora giocano a Peppa Poker, fumano (“Fumano??” “Cazzo, avevo lasciato il tabacco sul tavolo e pure questo grumo bavoso che una volta erano. I miei. Filtri. E le mie. Cartine”) e trincano Bailey’s (“Bailey’s??” “Eccerto, c’è la crema di latte, siamo pur sempre bambini”) senza accennare al minimo cedimento.

Le otto e mezza.

Vabbè, mica moriranno se stanno svegli mezz’ora in più.

Le nove.

– Bimbi, la volete la favola della buonanotte?

– Leggitela te, noi stiamo guardando “Maiali senza gloria”.

Che poi che ci vuole, li pigli, li schiaffi a letto e spegni la luce.

Ah, già.

Le scarpe.

Tiro fuori la piccola dal lettino per levarle le scarpe e lo sento. Lo sento perché qualunque essere vivente, ma anche non vivente, a cui non abbiano infilato due carciofi nel naso non può non sentirlo.

Le fogne di Calcutta?

No.

Il reflusso gastroesofageo di Alien?

Macchè.

Un’arma chimica di natura che mi piacerebbe definire ignota, e invece, ahimè, è chiaramente determinabile.

E non proviene da lei, il che la dice lunga sull’intensità, visto che l’entità emanante si trova due stanze più in là.

Spoglio la piccola, ravano in un armadio alla ricerca di qualcosa somigliante a un pigiama, non lo trovo, la insacco in una calzamaglia rosa che deduco solo dopo avercela infilata appartenere alla sorella maggiore, faccio un nodo in cima perché non ne esca e la rimetto a letto.

E poi torno dillà ad affrontare l’inaffrontabile.

La mia amica ha un salone grande. Ma grande. Grande più di tutta casa mia da un estremo all’altro. L’inaffrontabile guarda la tv a circa un chilometro da me, sereno come fosse seduto in mezzo a un campo di violette.

Sarebbe facile: apro la porta senza far rumore, me la chiudo alle spalle e m’imbarco sul primo cargo battente bandiera liberiana di passaggio.

Ma non posso. Ho una coscienza (nonostante tutto). Voglio bene alla mia amica come a poche altre persone, e lei ora giace tramortita in un letto di microbi e in più mi sta pure ospitando. E questa specie di gnomo ha tre anni scarsi e dice tre sole parole.

La prima è mamma.

La seconda è banana. Non chiedete perché, preferite restare anche voi nella spensieratezza dell’ignoranza caprina come faccio io.

La terza è il mio nome.

La quarta parola la dico io, ed è un’invocazione a San Medardo protettore delle mucose nasali infiammate quando provo a raggiungere lo gnomo e una parete invalicabile di tanfo tremebondo mi respinge indietro.

Epperò ce la devo fare. Per forza. Valuto una serie di opzioni:

  • opzione A: cercare un autolavaggio aperto 24 ore nei paraggi, spogliare lo gnomo con un rampino, dar fuoco ai vestiti, inchiodarlo alla rampa, attivare gli spazzoloni e ritirarlo all’uscita pure cerato;
  • opzione B: comprare dal cinese qui di fronte una chiatta di sabbietta per gatti e panarcelo;
  • opzione C: idranti.

E poi, l’illuminazione:

qual è il problema principale?

Questa  puzza disumana.

Come si sconfigge la puzza disumana?

Col profumo.

Quindi basta che io mi tenga sotto il naso un batuffolo di cotone imbevuto di profumo ed è fatta. Che ci vuole.

Sacrifico metà della mia boccetta di Eau de baccell intense de vanille purissimà raccattée à main par les enfants de Bangalore dans une nuit de demi eté su un dischetto di cotone, me lo sbatto sotto il naso e parto a passo di carica a prendere l’inaffrontabile.

E mi accorgo che mi manca una mano.

Sterminatore di re, io ti capisco. Non è una sensazione piacevole.

Mi ricordo che anni fa, pur se con tutta calma e con ogni probabilità nemmeno in un bar, mi capitò di leggere un racconto che Baricco scrisse per l’edizione di quell’anno della Smemoranda. Trattava di lui, novello padre, alle prese con la stessa esperienza traumatica che mi trovo ad affrontare adesso.

(il che mi ha sempre fatto sospettare che in un momento di confusione mi sia stata assegnata una dose di istinto paterno invece di quello materno, ma questa è un’altra storia)

Fatto sta che, tra le altre cose, si raccomandava di fare molta, ma molta attenzione all’istinto trotesco degli infanti, che li porta a sgusciarvi via dalle mani e a cascare a capofitto dal fasciatoio, con conseguenze devastanti per loro ma ancor più per il proseguimento di normali rapporti sessuali tra i novelli padri e le novelle madri.

Ora, al di là dei rapporti sessuali che è sempre cosa buona e giusta intrattenere con le giovani madri, e vieppiù con i giovani padri, a me questa cosa m’è rimasta impressa al punto da tornarmi in mente ora a distanza di anni.

E comunque non se ne esce:

cambiare una potenziale anguilla  > necessità della piena disponibilità di almeno due mani

disponibilità nominale di due mani > disponibilità reale di una sola, in quanto l’altra è impegnata a reggere sotto il naso il cotone impregnato di profumo

mollare il cotone impregnato di profumo > morte certa

morte certa > impossibilità di cambiare l’anguilla

A meno che.

A meno che non mi leghi il cotone sotto il naso con qualcosa.

A volte son talmente geniale che mi faccio paura da sola. E di solito ho ragione ad averne.

Setaccio la casa alla ricerca di uno spago. Di un laccio da scarpe. Di un fil di ferro. Di una cintura d’accappatoio. Di un rotolo di gaffa. Di una tagliatella all’uovo. Di una cazzo di cosa qualunque per legare un’altra cazzo di cosa qualunque.

Niente.

Di niente, di niente, di niente.

Non posso credere di essere finita in casa di gente così noiosa da non avere nulla con cui legarsi.

Infatti no.

Intorno a mezzanotte, quando anche la famiglia PIg s’è messa una zampa sulla coscienza e ha deciso di darmi una mano a cercare pur di andarsene a letto, la trovo.

Nello studio.

In fondo a un bidone di giocattoli.

Una stella filante.

E oh, i gusti son gusti, se questi lanciandosi coriandoli e frustandosi con le stelle filanti ci han tirato fuori ‘sto fracco di ragazzini si vede che gli sta bene così.

– No, ragazzi, stasera non resto a calcetto, torno a casa che la mia ragazza mi aspetta vestita da Colombina e ha promesso di farmi le frappe.   

Schiaffo.

Lego.

Torno dalla bomba chimica mentre il comitato di quartiere finisce di raccogliere i soldi per pagare un Canadair che li innaffi tutti di Chanel n°5 prima che i danni al sistema neuronale e all’apparato riproduttivo diventino permanenti.

Bomba chimica mi guarda assai perplesso, come se non avesse mai visto una rimbambita spettinata con un metro cubo di cotone tenuto legato sotto il naso da una stella filante gialla e viola.

Faccio tutto quello che devo fare.

Lui sopravvive.

Io pure.

E questa era la prima volta in cui persino io ho cambiato un bambino.

In un senso diverso dal solito.

 

– Buongiorno, vorrei cambiare questo bambino. 

– Ma certo, con cosa posso sostituirglielo? Ho dei bei portieri nerboruti, arrivati stamattina dalla Spagna, un ex nazionale di hockey su ghiaccio, un po’ incidentato, ma fa la sua figura, e forse ancora qualche pallavolista cubano bello succoso. Fanno tra i 75 e gli 80 kg l’uno, che faccio, lascio?    

[mondialcasa #1]

–          Qui Base Lunare Alfa. Mi ricevi, Balorda? Passo.

–          Avanti, Base Lunare Alfa, ti leggo forte e chiaro.

–          Sempre dell’idea di vederci?

–          Ti dico solo che mi si è fulminata la luce in terrazzo e non la sto cambiando apposta per adescare Glauco.

–          Fantastico!

–          Cosa, che rischi di storpiarmi girando al buio?

–          Tanto stiamo arrivando, alla peggio ti ripara lui, lascia stare che non è un ortopedico. Tu. Glauco. Una cassetta degli attrezzi. Lo sfasciacarrozze. Altre domande stupide?

–          Niente pacchianerie, mi raccomando, che il cromato mi sbatte.

–          Da venerdì 13 a venerdì 20 come la vedi?

–          Benone. Solo attenti che il 20 alle 18 gioca l’Italia. Ti ricordi quando Tiglash si era fatto il ritorno il 9 luglio 2006 alle 20.10?

–          Beh, a Glauco dei mondiali interessa come a te di una fiorentina al sangue, e io potrei farmene una ragione, se si tratta di passare una settimana con la mia trota. Comunque ora si studia altre combinazioni, tipo da giovedì a giovedì.

–          Io ti amo in maniera viscerale, anche se non sei una gastroenterologa, e proprio per questo ti ricordo che giovedì 12 alle 22 c’è la partita inaugurale del Brasile.

–          Cristo Redentor. CIS viaggiare informati ci fa un sontuoso pippone.

–          Sarà così per tutta la settimana. Glauco ci odierà.

–          Macchè. Si limiterà a far fare un falso contatto all’antenna mentre Balotelli tira un rigore.

–          ‘mportasega, io quest’anno tifo la Bosnia.

–          Ce l’ho al telefono. Siamo in trattativa per un venerdì 13.

–          Mi raccomando i biglietti a nome Jason e Pamela.

–          Partenza h 19 e rientro sabato 21 h 8.30, com’è?

–          Potrebbe andare, arrivereste tra Messico-Camerun e Spagna-Olanda.

–          Per curiosità, hai il calendario FIFA sottomano o è il caso che chiami la neuro?

–          Lascia stare, nun so’ più la gheparda de ‘na vorta, me lo son dovuto salvare sul calendario del telefono. Solo che poi mi dimentico le abbreviazioni, Alzheimer maledetto, l’altro giorno mi hanno chiesto chi giocava il 15 e ho risposto Civitavecchia – Giappone.

–          Si dà da fare, il FLN Civitavecchiois. Prima che compri il ritorno, il 21 sera chi gioca?

–          Honduras-Ecuador all’una di notte, Argentina-Iran alle 18, Germania-Ghana alle 21, Nigeria-Bosnia a mezzanotte.

–          Cazzo, con il biglietto che sta guardando Glauco ora rischiamo Germania-Ghana.

–          Non che questo infici la tua classe innata, ma sei tu che hai bestemmiato?

–          No, è lui che pensa a voce alta attraverso il telefono. Ormai “va’ a ciapa’ i rat” non gli basta più.

–          Più che altro mi pare che ci stia sempre mandando a ciaparli, ma non con le mani.

 

Trenta secondi dopo.

da: G.C.<raromaschioacuinonfregaunabeatafavadelcalcio@gmail.com>

a:  <madonnalaica@gmail.com>, <balorda@gmail.com>
data: 28 maggio 2014 17:29

oggetto: attaccatev’a ‘sta cippa

Nuntio vobis magno cum gusto che si parte il venerdi 13 giugno ore 19:15, si baccanaglia fino a sabato 21 e si riparte con dolore sabato 21 novembre…ah no, giugno, però non sarebbe malaccio, alle ore 19:55.

Ho detto.

Piacetelo così com’è e non scassate ulteriormente, voi e ‘sti cazzo di mandiali, non sono manco iniziati e già m’hanno rotto la minchia. E comunque FORZA BRACIOLA F.C. tutta la vita, tiè.

 

*** Adozione del cuore ***

Un tenero cucciolo di Glaucus Atlanticus sta per essere abbandonato al suo destino da due mostri senza cuore. Cercasi stallo o adozione temporanea presso non calciofaghi disposti ad accoglierlo e a lasciarsi riscaldare dal suo affetto e dai suoi paioli di peperoncino con un pizzico di amatriciana.

[un tranquillo compleanno di paura]

Tema: la mia famiglia.

Svolgimento: la mia famiglia è composta da me, il mio papone e mamma al primo piano, nonno e nonna al pianterreno, e zia Out. Zia Out non abita vicino a noi perchè dice che se stiamo a distanza di sicurezza ci vogliamo più bene, però la distanza di sicurezza non deve essere abbastanza, perchè ogni tanto anche a lei le tocca mangiare quello che cucina mamma.

Mamma cucina cose bellissime che sembrano fatte col Didò, solo che sul Didò c’è scritto “commestibile”, che vuol dire che se lo mangi poi non devi andare in ospedale a fare la lavanda gastrica. Ho chiesto a nonna, che sa tutto degli ospedali, cos’era la lavanda gastrica, e lei mi ha detto che la lavanda è quella che si mette nei sacchetti per profumare le lenzuola, poi ha detto a nonno di non dire fesserie davanti alla bambina, che poi ripete tutto. La bambina sono io.

Ho anche altri due nonni, e zio Mortimer e zia Mortimer, ma neanche loro abitano vicino a noi. Zio Mortimer e zia Mortimer hanno lo stesso nome perchè sono fidanzati, e sono molto pallidi, come papà ogni domenica dopo pranzo, ma un po’ meno giallini. Zia Out, invece, d’inverno è verdina, d’estate si abbronza prima di tutti perchè abita in un ripostiglio col terrazzo insieme a Grogu. Grogu è mia cugina, ha quasi sei anni come me, ma mamma mi ha detto di non dirlo che è mia cugina, perchè se gli assistenti sociali scoprono che mia cugina è una gatta ci arrestano tutti.

Zia Out è molto elegante, si veste come una teppista, dice mamma. L’altroieri anche papà si è vestito elegante per portarmi al saggio di danza, allora gli ho detto che anche lui era proprio un bel teppista, non ho capito perchè ci è rimasto male. Io gli ho spiegato che era un complimento, allora lui ha parlato con mamma e adesso mamma non dice più che zia Out si veste come una teppista, dice che si veste come una che ruba autoradio.

Questo venerdì era il compleanno di nonna. Era molto contenta, ha detto che era un miracolo se ci era arrivata, non ho capito se diceva arrivata a prendere qualcosa dalla mensola di cucina, che si lamenta sempre che papà gliele ha messe troppo in alto. Il mio papone è altissimo, invece nonna è un po’ bassina, ma se lo dico si arrabbia e dice che non è mica un vaso da notte. Nonna ci ha invitato tutti a cena per il suo compleanno, e mamma ha detto che avrebbe fatto la torta, allora zia Out ha detto che lei poteva venire solo a pranzo, purtroppo. Però per fortuna non è andata via subito, quando son tornata dall’asilo nonna mi ha detto che era giù a stirare, e papà ha chiesto se per caso zia Out si sentiva male. Allora sono scesa senza far rumore per farle una sorpresa, ho aperto la porta e le ho chiesto cosa stava stirando, e lei ha fatto un salto, è diventata tutta bianca e ha urlato fortissimo, e mi ha detto di non farlo mai più, se volevo ancora avere una ziastra. Io e zia Out ci chiamiamo ziastra e nipotastra. Mamma dice che è bruttissimo perchè poi la gente pensa che non siamo zia e nipote legittime, ma non mi ha spiegato cosa vuol dire, e papà ogni volta sospira e le chiede su cosa ha imparato a leggere lei da piccola, invece che su Topolino come fanno tutti. Poi zia Out mi ha detto che non serve parlare a tutti come se stessi parlando con nonna, che poi la gente ci resta secca. Nonna è un po’ sordina da un orecchio e tutta sorda dall’altro, sente solo i rumori molto forti, come una volta che una signora si è sentita male mentre stava guidando e ha centrato il muro del giardino, quello nonna l’ha sentito ed è corsa in veranda per vedere cos’era successo, solo che non si era accorta che nonno aveva appena messo le zanzariere e ha lasciato un buco con la sua forma e nonno si è arrabbiato moltissimo.

Comunque dopo è scesa anche mamma, ha visto cosa stava stirando zia Out e mi ha portato via coprendomi gli occhi, e ha detto che era meglio se salivamo a casa a fare la torta per nonna. Zia Out invece ha detto che era tardissimo e doveva proprio scappare.

Mentre facevamo la torta è arrivato papà e ha chiesto se avevamo già avvisato la Asl, poi mi ha detto in un orecchio che era meglio se andavo a giocare in giardino per non essere esposta alle radiazioni. Le radiazioni sono quelle cose che ti fanno cambiare colore oppure ti spunta la coda, però non si possono controllare e magari la coda ti spunta in fronte, come quando mamma era malata e mi ha pettinato papà per andare a scuola. Comunque ho preso i giochi e tutti i personaggi del presepio e sono scesa in giardino. L’altra nonna è venuta a trovarci domenica scorsa che era anche la festa della mamma, e le ho chiesto se voleva giocare con me al presepio, e lei si è spaventata moltissimo e ha detto che non si gioca col presepio che non è rispettoso e poi siamo a maggio, e io le ho detto che invece si poteva e le ho fatto vedere che Minni e Paperina andavano a trovare la madonna e poi prendevano il gelato dal carretto dei gelati di Hello Kitty, e l’altra nonna diceva oh no no no, e io le ho detto che non doveva preoccuparsi perchè prima di sistemarli a prendere il sole fuori dalla capanna mettevo a tutti la crema solare, e comunque Gesù bambino lo tenevo sotto l’ombrellone per non scottarsi che è troppo piccolo, e allora lei si è messa a piangere e ha detto che voleva tornare a casa sua senza neanche bere il uischi che le aveva offerto nonno. Mentre stavo giocando è arrivata nonna, e mi ha detto di non seppellirlo san Giuseppe nell’aiuola delle rose, che poi non lo troviamo più, e si è chinata per aiutarmi a toglierlo, però è inciampata nel bordo dell’aiuola ed è caduta a faccia in giù sulle rose, e ha detto di correre a chiamare papà e nonno. Papà e nonno hanno cercato di tirarla su, ma lei ha detto ahi ahi ahi perchè era tutta piena di spine e poi anche perchè forse si era rotta una gamba, però la gamba era ancora attaccata. Allora siamo andati al pronto soccorso, e papà ha mandato un messaggio a zia Out, che doveva essere già quasi arrivata a casa sua perchè tutte le parolacce che ha detto quando ha letto il messaggio sembrava che arrivassero da lontano.

Comunque la gamba non se l’era mica rotta, nonna, avevo ragione io, e quando siamo tornati a casa era buio ed era ora di cena, e mamma era molto dispiaciuta di non aver potuto finire la torta, allora zia Out ha detto che avrebbe cucinato qualcosa lei e papà ha ordinato le pizze, e anche una torta gelato. Io sulla mia fetta ci volevo anche una polpetta al sugo di nonna, ma mi hanno detto di no, però quando erano tutti girati per sistemare nonna in poltrona, perchè a nonna al pronto soccorso le hanno fasciato tutta la gamba, ne ho preso una di nascosto dal tegame e l’ho messa sulla mia fetta di torta, era molto buona. Poi a nonna le abbiamo regalato il chindl, ed era molto contenta perchè sperava che glielo portasse Babbo Natale, invece Babbo Natale le aveva portato un frullatore nuovo e nonna non era molto contenta, invece adesso sì, e poi siamo andati tutti a dormire, tranne zia Out che doveva guidare, e mentre andava via nonna ha detto che bello è stato proprio un bel compleanno, e papà ha detto figurarì se era brutto, e nonna ha detto che fra un mese esatto è quello di zia Out e magari ci divertiamo di nuovo così, e zia Out ha detto che quest’anno il suo compleanno per sicurezza lo festeggia in Groenlandia.

La mia famiglia è proprio una bella famiglia.

 

(Nipote a settembre andrà a scuola. Che il Signore abbia misericordia dell’anima delle sue maestre)

[with a little help from my friends]

Dice “venti rinforzati dal quadrante nord-occidentale”, dice.

E non parla di una comitiva di irlandesi in sospensorio.

(che pure danno il loro contributo a quella maschia eleganza che fa fremere noi fanciulle)

No, venti di quelli che potevo fare a meno di mettermi la camicia, prima di uscire.

Visto che appena svoltato l’angolo mi è stata strappata via a forza. Addio, amica mia. Mi mancherai. Primo perché mi piacevi molto e mi stavi pure bene, cazzarola, e poi perché da qui a stasera faranno in modo di farmelo notare in tanti, che mi manchi. Ti ricorderò così, a vagare leggera come uno sbuffo di lino sopra il Mediterraneo.

– Ahmed, ma cos’è ‘sta zozzeria? Quante volte devo dirtelo che gli stracci che usi per spolverare il cruscotto del cammello non me li devi stendere vicino al bucato pulito?

E quindi son lì che pedalo bestemmiando che manco Bartali sul Pornoi, perchè sono in reggiseno ma se continua così manco più quello, e la mamma di Eolo riscuote consensi fra tutti gli altri nani, “a saperlo prima che potevamo avere di meglio di quella sciacquetta in gonnellone giallo”, quando sulla mia sinistra colgo un movimento.

Assurbanipal.

Non uno che gli somiglia, non uno per dire “un uomo vecchissimo”, uno di quelli incartapecoriti dal tempo, levigati da, ossidati da, resi coriacei da.

No.

Proprio lui, in persona.

Come faccio a riconoscerlo, dite.

Er.

Ecco, io.

Come dire.

Ammetteròllo prima che intervenga Cùder con una delle sue teorie fantasiose sui miei trascorsi: dalle foto.

Ebbene sì, anch’io dal parrucchiere leggo Novella 630 a. C. Vergognandomene, ma senza poter resistere, come tutti. Anche voi, non fate gli innocentini. Almeno io non mi abbasso a comprarlo in edicola nascondendolo dentro Supersex per non dare adito a pettegolezzi.

E comunque.

Vento da NNO con raffiche da 95 km/h, si diceva. Roba che dice “uh, guarda, piove, eppure c’è il sole”.

Non è pioggia, sono i sassaresi che pisciano controvento tutti insieme.

Apposta.

Roba che stamattina da queste parti non volano gabbiani, no, volano caribù fuori rotta.

Dice, ma i  caribù mica volano.

Se è per questo manco gli orsi polari, le foche e le madonne delle nevi, eppure non è che quelli che volteggiano da due ore cercando invano di planare sian qui per turismo.

Ok, le madonne delle nevi le sto facendo volare io, è vero.

Assurbanipal, invece, non vola.

Assurbanipal pedala.

Senza sforzo, come se invece del tifone che cerca di estirpare duodeni ai passanti ci fosse una brezzolina rinfrescante ordinata apposta per attenuare il solleone. Dei sei capelli che ha in testa, non uno è fuori posto, e già questo basterebbe a rendermelo inviso.

(inviso, una parola, tuttattaccata. A voi leggere Supersex vi fa male)

Mi si accoda, poi mette freccia a sinistra, entra nel mio campo visivo e mi supera.

Ora, non è che io mi creda Eddy Merckx, per carità. Però capite bene che farsi superare da uno che, a occhio, ha qualcosa tipo 2600 anni più di me non aiuta la mia autostima.

Lascio giù i jeans, un polmone e la madonna del Ghisallo per alleggerirmi, pigio sui pedali, mi trito una rotula ma lo riprendo. Lui mi mostra un dente. Nel dubbio, lo prendo per un sorriso.

– Bella giornata per uscire in bici, eh?

Ora, io sono fluent in assiro. E’ solo che sul momento mi sfugge se vaffanculo sia una parola piana o sdrucciola, cascare sulla pronuncia mi secca molto. Mi limito a guardarlo. Lui, un gentleman in tenuta gialla e verde fluorescente capace di stendere un bisonte a 300 passi, distinto, composto, compatto. Sudato? Ma non scherziamo. Io, la figlia naturale di Medusa e di Gatto Silvestro a fine centrifuga.

– Non sarà affaticata?

Ma certo che no. E’ che ho un casting per “La grande stanchezza”, stamattina mi son truccata apposta.

Lui, brutto figlio di Assahaddon, ha la sfrontatezza di ridermi in faccia.

Ohè.

Calmino, neh, Assu. Che tu avrai pure diritto al rispetto dovutoti per l’anzianità, ma io sono una signora, non ci metto niente a spianarti le rughe a colpi di tiraraggi.

Egli nota il mio palese disappunto e, per non esacerbarlo, passa dal ridermi in faccia allo sghignazzare senza ritegno.

Ringrazia che sono in debito d’ossigeno, Assu, e non ce la faccio a superarti e a tagliarti la strada, altrimenti assisteresti a una migrazione di denti tra te e il tuo pignone che manco le rondini a primavera.

– Vuol sapere qual è il mio segreto?

No. Non lo voglio sapere. Non me ne importa una beata cippa del segreto tuo, di quello di Fatima e nemmeno di quello di Lady Gaga, che per inciso dice che sta tutto negli orgasmi e negli spinaci, dal che si evince chiaramente che quell’Olivia era proprio una figa di legno. In due ore ho percorso 63 centimetri, praticamente sono ancora sul cancello di casa mia. Sto per chiamare Grogu e chiederle di avvicinarmi il colbacco, i guanti da sci e la sciarpa, visto che se continua così non arriverò a destinazione prima di Natale.

– Adesso glielo faccio vedere.

Ammica, l’impudente. E prima che io abbia il tempo di dire “Signore, ti prego fulminami, ora!”, si infila una mano in mezzo alle gambe.

Mi è toccato mollare il manubrio per coprirmi gli occhi con tutte e due le mani mentre nella corsia opposta arrivava l’autobus, a momenti non ero qui a raccontarla.

– Ma no, cos’ha capito, guardi!

Lui, piedi a terra, mano saldamente in mezzo all’orrore.

– Ma non voglio!

Io, piedi a terra, occhi ancora tappati, l’eco di un saluto a mia madre da aprte dell’autista del bus.

– Si fidi, una cosa così non l’ha mai vista!

Non faccio in tempo a puntualizzare che “una cosa così non l’hai mai vista”, se non si è ben sicuri del fatto proprio, non è mai una frase saggia da dire a una donna, quando lui, con un movimento lesto del polso, riempie l’aria di un ronzio potente.

– Ha visto? C’è il trucco. Alla mia età, senza un aiutino certe prodezze non si riesce mica più a farle.

E se ne riparte garrulo, controvento e senza sforzo sulla sua cazzo di motoretta a pedali.

[gente che ne mastica (chattanooga chew chew)]

Sono antica.

Non vedo altra spiegazione.

Ieri notte leggevo questo articolo e pensavo che Reggio Emilia ha sempre il potere di stupirmi (cfr. “Il primo accoltellatore non si scorda mai” –  Dontfearthereaper University Press).

Mentre raccoglievo le braccia per riattaccarmele, riflettevo su quanto opuscoli del genere dovrebbero essere diffusi anche fra gli adulti. Di qualcosa dovremo pur morire, non c’è dubbio. Però se magari nel frattempo ce la godiamo cercando di non far troppi danni ci divertiamo di più. E un promemoria ogni tanto, anche a noi che le cose le sappiamo, male non fa.

Eviteremmo di scappare urlando a mutande calate lasciando di stucco stimabili professionisti che col coito interrotto si son sempre trovati talmente bene da non aver mai indossato un preservativo in vita loroooooo, li sentiamo affermare ancora con beota fierezza in lontananza.

rejected

(ma no, certo che per coito interrotto non intendo quelle varianti meravigliosamente idratanti che solo al pensiero la temperatura dell’aria si innalza di 90 gradi. intendo proprio e solo l’idea imbecille che si tratti di un metodo anticoncezionale e un sistema di protezione efficace. e mi piacerebbe scusarmi per l’ovvietà, ma purtroppo)

Di inorridire davanti, o dietro, o sotto, o sopra o vabbè, ci siamo capiti, a gentiluomini brillanti e apparentemente informati sui fatti, che non avresti mai detto avessero passato gli ultimi trent’anni in una caverna finché non scopri che le donne che gli si concedono la mattina dopo si svegliano e sullo specchio trovano scritto “benvenuta nell’Escherichia coli”.

rejected 2

Di far brillare tutti i ponti fra noi e vivaci bohemien/nes propugnatori dell’amore libero che, sotto l’effetto di modiche quantità di cassoeula, confessano di aver sperimentato la qualunque. Candidamente.

rjected 3

Di ritrovarci a tenere a distanza con una sedia e una frusta raffinati tombeur de qualunques chose se mouves che beh, ma se prendi la pillola che bisogno c’è di usare il profilattico, pure se è un rapporto occasionale? Lo dice anche “Men’s health”.

rejected 4

E, più o meno sporadicamente nel corso della nostra vita, di dare dell’idiota a quell’incosciente che ci guarda dallo specchio, con gli occhi languidi e il sangue ancora ben lontano dal cervello, e che – circonfuso/a di beatitudine e incurante delle nostre occhiatacce sagge e torve –  gorgoglia qualcosa a proposito del parossismo di passione, illanguidendosi ancora al solo ricordo di cose di cui non vorremmo sapere niente.

facepalm

Però.

*** ATTENZIONE – DISTURBANCE ALERT ***

Se per qualche problema vostro non mi trovate insopportabile e volete provare a mantenere questa opinione assurda, interrompete ORA la lettura di questo post.

Perché sarò antica, bigotta, guardatrice di dita anziché di lune, quello che vi pare.

Ma a me che un volantino informativo sacrosanto mi caschi sul linguaggio mi disturba. Certo che i ragazzini le conoscono, le parole. Mica son come me, che a dodici anni vagavo nelle nebbie dei tecnicismi come fossero campi del Tennessee:

 – Dunque, se “minca” è quella roba lì dei maschi, “cazzo” sarà quello delle femmine, giusto?

 

È che, da tesaura sulla via dell’estinzione quale sono, resto convinta che le parole siano importanti, e che ci sia un tempo e un luogo per ogni registro di comunicazione. E che la buona educazione sia ancora un valore (imprescindibile e aggiunto nello stesso tempo) che valga la pena trasmettere e imparare. Per poi prendersi delle licenze, perché no. Ma dopo aver metabolizzato le basi.

Che poi, per dire, a me il termine “pene” mica mi ha mai convinto. Continuo a trovarlo ridicolo e inappropriato. O forse son solo stata molto fortunata ad associare Vostra Magnificenza a qualcosa di gioioso anziché di penoso, non lo so.

(per completezza dell’informazione, riporto qui l’elenco dei sinonimi che appare digitando la parola “pene”: punizioni, condanne, sanzioni, ammende, scotti, fii, castighi, penitenze, espiazioni, sofferenze, dolori, dispiaceri, angosce, tormenti, patimenti, torture (!), supplizi (!!), martiri (!!!) , strazi (!!!11), cordogli, fastidi, disturbi, compassioni, commiserazioni, ansie, preoccupazioni, inquietudini, crucci, struggimenti. Contrari: ricompense, premi, piaceri, benessere. Ora, capite bene che fare affidamento su una lingua in cui il primo/a  a cui capita un’esperienza insoddisfacente segna il destino di un lemma, può essere difficile)

E possiamo essere d’accordo sul fatto che la definizione di organi e pratiche sessuali sia talvolta un campo minato (la parola “umori” esiste, ed è in grado di separarmi dalla mia libido come nemmeno Monsieur Guillotine nei suoi sogni più esaltanti. L’unico umore che resta, quando disgraziatamente la incontro, è il mio, pessimo, per essere stata defraudata di un momento di tensione erotica che magari si preannunciava anche intenso, e che invece mi va a franare sulla quintessenza del trito)

(umori)

(argh)

(da “L’angolo dello sticazzi” è tutto, a voi studio).

 

Però c’è modo e modo. È come se stessi spiegando la regola 12 della bibbia: un conto è che, colloquialmente, chiarisca ai miei giovani virgulti che “ma cosa fischi?” regge il giallo e “arbitro coglione” regge il rosso. Un conto è che se lo ritrovino scritto nel regolamento.

Obiezione: intanto che tu fai la sofista, i nostri figli si beccano l’AIDS, la gonorrea, il morbo del legionario e il cimurro. Al diavolo il linguaggio, l’importante è che se ne parli. E poi, proprio tu, cos’è questa bigotteria improvvisa sulla parola “pompino”?

Una cosa non esclude l’altra, Vostro Onore. Altroché se se ne deve parlare. Dico solo che lo si può fare spendendoci un po’ più di cura, senza farsi scudo dell’emergenza per zappare sopra a quella che è, a mio modestissimo parere, una finalità educativa altrettanto importante di quella sanitaria e sentimentale.

La pruderie mi dà l’orticaria, e “pompino” è una parola straordinaria. Mi piacerebbe solo che non si insultasse l’intelligenza degli adolescenti dando per scontato che non siano in grado di memorizzare più di una definizione per, e che – come fossero dei poveri deficienti – possa essere loro concesso di far impigrire i propri neuroni senza sforzarsi di afferrare il concetto di contesto e registro.

Le parole sono importanti. La sola idea che qualcuno possa perdere anche un solo brivido di eccitazione per via dell’appiattimento linguistico, dell’uso, riuso ed abuto delle parole fino a far loro perdere la carica, mi fa star male. Ma malemalemalemale.

Le parole sono importanti.

Per esempio, con cunnilingum si può andare avanti a ridere per sei mesi o 5000 chilometri (TAN 6,78%, TAEG 9,49%).

 

screenshot fatto quotidiano

[rivelazioni]

Uno dice, le rivelazioni.

Pensi di sapere tutto di una persona, ma proprio tutto.

Tuttotuttotuttotutto.

Ci sono, quelle persone.

Poche, certo, ma ci sono.

Pochissime, d’accordo.

Meno di pochissime, ok, però

Per cortesia, ce la diamo una mossa a inserire il comando

<piccoli lettori pibinchi ammutolish now>, che poi perdo il filo?

Grazie.

Ho perso il filo.

– Oh, no! Una mandria di zebù imbizzarriti sta per piombarci addosso al galoppo!

– Paura, eh?

Persone di cui pensi di sapere tutto, si diceva.

E invece.

A volte colpiscono come uno schiaffo, le rivelazioni.

Altre volte lasciano sbigottiti e senza parole. Ti precipitano in un abisso di destabilizzazione, dal quale – solo se sei fortunato – riesci a riemergere aggrappandoti all’ombra di un’opportunità che intravedi da sotto, come fosse lo scafo di una scialuppa di salvataggio.

– Se l’arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescovisdestabilizzasse,vi desarciviscodesterazzi…

POW!

GLUB!

– Ma ce l’aveva quasi fatta!

– Già, c’era il rischio che pur nuotando mentre blaterava si salvasse, ho dovuto spararle.

Questa è la breve storia di una di quelle volte lì.

Le seconde, sì, le seconde volte, Brigate Pibinche adorate del sacro cuore di Sider, che ve possino.

Da un po’ di tempo a questa parte posso dire di essere smodatamente felice.

(provate a digitare “Sider smodatamente felice” nella finestra di ricerca di Google Translator e fateglielo tradurre in una lingua qualunque. Poi fateglielo ritradurre in italiano. Il risultato finale (oltre a farvi diventare piuttosto popolare nel rutilante mondo delle oneste ragazze slave – letto all’italiana, non all’inglese – interessate di conoscenza, sincero affetto e relazione stabile e disinteressata con bello uomo di Italia, anche niente bello fa uguale, io manda di foto, tu anche manda di foto, meglio se in formato .iban), dall’afrikaans allo zurrustano, sarà immancabilmente “Sider è una pazza incosciente”. Questa è la dimostrazione scientifica definitiva che Google Translator è unammerda e io sono smodatamente felice.

Per riequilibrare la situazione, un dio cattivo e noioso appreso andando a dottrina il primo giorno ha creato le poste, il secondo giorno l’ufficio di collocamento, il terzo giorno ha creato il primo del mese e il quarto ha tuonato dalla sua villa alle Cayman:

– Sider!

– Ronnie, guarda, non è il momento. Nel tentativo fallito in partenza di riequilibrare la mia smodata felicità, una congiunzione astrale che non scopa abbastanza ha deciso che oggi, primo del mese, accidentalmente quello di aprile, dovessi recarmi sia alle poste che all’ufficio di collocamento.

– Non rivolgerti a Me in questo modo, sa’?. Congiunzione astrale lo dici a tua sorella, sono io che ho deciso che.

– Ma se sei morto.

– Maledetto Guccini, non dovevo perderlo a carte con Lucifero. Lucifero bara. Hahahaha, morto, bara. L’hai capita?

– Cristo, pietà.

Assemblea: Cristo, pietà.

(in piedi)

Se le poste rappresentano, nell’immaginario collettivo, l’ultima fermata prima di lanciarsi nel Grand Canyon con tutta la Thunderbird, una sorta di zona franca in cui qualunque abbrutimento è liberalizzato e anzi, atteso, in cui improbabili tacchi 15 offendono il decoro urbano anche senza swarowski, figurarsi con, push-up Innocenti e cotonature da far dare all’alcool tutta la famiglia Ewing compresi i cavalli convivono senza che nessuno se ne adombri con ciabatte splatter, barbe incolte, eau d’inceneritoir e pantaloni del pigiama punibili con un’ammenda da 50 a 500 euro a seconda che vi siano esposti o meno infanti, cardiopatici e donne in gravidanza

-E miga si vede chedè un pigiama.

– No, certo, potrebbe pure passare per una tuta da ginnastica.

– Lo vedi ghe già ne sai.

– Lei è stato azzurro di sciatting alle Olimpiadi dell’80, riconosco il calzino di spugna. Immagino che anche se non gareggia più a livello agonistico la scaramanzia sia dura a morire.

se le poste rappresentano questo, dicevo, l’ufficio di collocamento è ancora un luogo dove invece la dignità umana trova un barlume di conforto. Le ultime tracce di aggressività si diluiscono nella rassegnazione, si aspetta il proprio turno per ore senza dare in escandescenze. I più giovani (pochi) si guardano intorno perplessi, i più grandi hanno per lo più l’aria di quelli che ancora non si capacitano di esser finiti lì. Nessuno che paia appena sceso da un carro bestiame o uscito da un cast del Grande fratello, come se presentarsi in ordine, agli altri, ma soprattutto a se stessi, rappresentasse l’ultima ancora di salvezza mentale a cui aggrapparsi per non perdere di vista il fatto che. Tutti, indistintamente, si rivolgono agli altri in maniera educata, se non cordiale. Alle poste, la signora visibilmente incinta che è appena entrata avrebbe fatto in tempo a partorire, svezzare il pargolo, comprargli l’astuccio e il diario dell’Uomo Ragno e vederlo arruolare nella Legione Straniera, tutto in piedi, prima che a qualcuno venisse in mente di cederle il posto. All’ufficio di collocamento non ha neanche portato dentro il secondo piede che si son già alzati in sei.

Un posto normale, insomma. Di quelli che non fanno audience. Persino gli uscieri non riescono ad essere convincenti nella stronzaggine che il loro ruolo impone per contratto, e gli impiegati, consapevoli di quanto poco sano sia ciondolare come dei perditempo rubastipendio sotto gli occhi di un’orda di anime dannate assetate del medesimo, fanno del loro meglio per guadagnarsi la pagnotta.

Più o meno.

Dopo neanche due ore, sul pannello luminoso esce il 992. Metto il segno al libro, tiro fuori i moduli, mi alzo, mi giro e mi rilasso. Niente scatti da primo giorno dei saldi, ma il galateo dell’ufficio di collocamento prevede di non imporre ai propri compagni di sventura nemmeno un secondo ulteriore di attesa perché non ci si è premurati di prepararsi per tempo. Come scatta il mio numero, un ragazzo in giacca di tweed verde scuro prende il mio posto e va a sgranchirsi nel campo per destinazione.

– Di cosa ha bisogno?

– Aggiornamento dello stato di disoccupazione.

Mille parole in un unico sguardo reciproco. Meglio del bluetooth. L’impiegato prende il mio fascicolo e ne infila un bordo sotto la tastiera per copiare i dati. Si ferma quasi subito.

– Sider con il th?

Non so se temere di non capire o di avere appena capito. Nel dubbio, basisco.

– Prego?

– Il suo cognome, Sider. Si scrive con il th?

Il mio sopracciglio sinistro assume non già la posizione d’urto, ma quella di un perfetto accento circonflesso.

– Per quale motivo dovrebbe?

– Ha un suono straniero.

Giro lo sguardo intorno alla ricerca della telecamera nascosta.

(ormai è tutta roba stravista, ragazzi, via, inventatevi qualcosa di nuovo)

Lui mi scruta severo da sopra gli occhiali. È un impiegato scafato e coscienzioso, lui, conosce le lingue, ha viaggiato. Nel tempo libero insegna recitazione a Kevin Spacey. Non lo coglierò in castagna.

– Con la d normale, quindi. Niente th.

– Con la d normale, certo.

– E beh, lo dice lei, “certo”.

– Sono moderatamente titolata a poterlo dire.

– Sicura.

– Sicura. A noi i punti di domanda ci fanno schifo.

Il fatto che il mio nome e cognome sia scritto in scontatissimi caratteri latini e perfettamente leggibile sul modulo da cui sta copiando non sembra convincerlo, ma si adegua.

Non del tutto, evidentemente.

– Ah, ma aspetti, questo è il nome d’arte?

Non riesco a trattenere un sussulto di sorpresa.

– Mi perdoni?

– Dalla scheda risulta che negli ultimi otto anni ha lavorato nel settore spettacolo. È un’artista, quindi Sider è il suo nome d’arte.

– Mi fa piacere che anche lei consideri arte l’haute cuisine, così come mi lusinga sapere che sul mio conto circolino anche attestati di stima, per quanto, lei m’insegna, molti nemici, molto onore. Comunque no, come vede dalla scheda sono un tecnico. Niente nome d’arte.

Si gira di poco alla sua destra in modo da trovarsi perfettamente di fronte a me, ruota le mani e unisce le falangi.

– Veramente dalla scheda lei risulta sì, tecnico, ma anche artista.

Sottotitolo: chi pensavi di fregare, cocca? Io sono un precisino.

(ragazzi, io ve lo dico, se non vedo il girato e il montaggio definitivo non la liberatoria non la firmo)

– Al di là del fatto che quello che doveva essere un ordinario aggiornamento dello stato di disoccupazione stia virando pericolosamente verso il tentativo di estorcere un qualche tipo di confessione che non riesco a immaginare, e ringrazi che siamo ad aprile anziché a dicembre, le finestre sono ben chiuse e in ogni caso ci troviamo al piano terra, altrimenti me la sarei già data a gambe, è vero che in venticinque anni di attività ho collezionato una serie di esperienze professionali quanto mai disparate, ma le pare che non sarei in grado ricordarmele?

Socchiude gli occhi fiutando il sangue.

– Beh, guardi, se la mette così, i casi son due: o lei ha la memoria corta, oppure qui qualcuno ha dichiarato il falso. Un falso su cui lei, a quanto vedo, ha percepito un sussidio di disoccupazione in precedenza. Che potrebbe non aver molta voglia di restituire allo stato. Quindi provi a far mente locale sulla sua attività artistica.

Ohibò. Qui si fanno le cose in grande. Intravedo già palme d’oro e orsi d’argento. Che peraltro si specchiano nel mio curriculum vitae a prova di macchia, ma se sul copione c’è scritto “la comparsa fa mente locale”, la comparsa fa mente locale.

– Attività artistica, lei mi dice. Parliamo di quella professionale, immagino che la danza classica da bambina, l’esame di ammissione al conservatorio, i cori allo stadio, la natura suicida dipinta per mia madre alle medie e i gran pezzi di teatro davanti alle pattuglie della stradale non rilevino. Ho disegnato molto, questo sì. Ma è stato molto più tempo fa, almeno tre pagine indietro rispetto a quella che ha davanti.

– Lei è sicura, vero?.

Lo dice torcendosi le mani in un’estasi di compiacimento, il figlio naturale di Gargamella e di Bruno Vespa che pregusta il momento in cui scoprirà il plastico del fungo dove è stata assassinata Puffetta.

– Lo sono anzichè no.

– Eppure mi conferma di essere la signora Sider Out, nata a, il, residente in Villa Balorda, comune di Plutone, codice fiscale SDRTOU69H56X911Y, metta la mano sulle pagine gialle e dica “lo giuro”.

Ho fatto cose più assurde.

– Guardi qui.

Gira il monitor dalla mia parte.

Leggo.

Apro la bocca.

La richiudo.

La riapro.

Ok, la mia mobilità orale non è compromessa e può dare ancora molte soddisfazioni.

Però.

Però.

Scorro la scheda. Nel corso degli ultimi 25, forse 26 anni mi son ritrovata a fare una quantità di lavori più o meno probabili. Sono stata una speaker radiofonica, una spacciatrice di volantini pubblicitari, un’insegnante a ripetizione, una giovane promessa del design internazionale, una consulente d’impresa pagata a peso d’oro, una bracciante agricola, un’assistente di direzione ostinata e contraria, una sarta di compagnia, un’operatrice di call center, una responsabile di produzione, un’operaia metalmeccanica, una tour manager, un’attrezzista, un’addetto gare, un’amministratrice di compagnia, una traduttrice, un’autista, una costumista e un’interprete più o meno simultanea. Quello che non sapevo, e che mai avrei immaginato, è di essere stata, per due mesi, nel 2008

– Un’artista di varietà. Ha visto che avevo ragione?

– Mi rendo conto che potrà sembrarle losco e abusato, ma se le dico che lo sono stata a mia insaputa mi crede?

Mi guarda. Da cima a fondo. Non so se lo punga pure vaghezza di farmi girare, ma grazieadio non lo fa.

– Sa che non lo so? Di getto risponderei di no, ma lei mi dà l’idea di essere una piena di sorprese.

Me ne vado prendendolo come un complimento, canticchiando

Sono un’artista di varietà

che varierà finchè la vuoi seguire

non ti disturberà

mentre l’usciere mi chiude la porta alle spalle scuotendo la testa.