[il gran turchino chiama]

Ho un ottimo senso dell’orientamento. 

Mi si abbandona nella giungla, nel deserto, in mezzo al mare, in un condominio di Kowloon: ne esco senza problemi. Non solo, mi metto pure a dare indicazioni ai viandanti che mi scambiano per una del posto e chiedono dove possono trovare un tabacchino o l’ufficio postale. 
Mi oriento dappertutto.

Dappertutto.

Tranne che in questo cacchio di buco nero.
(e nei paesi il cui il sindaco ha in uggia gli arbitri da quando gli venne fischiato un rigore (nettissimo) contro quando giocava nei pulcini, e da allora si vendica emettendo ordinanze che vietano il posizionamento di cartelli che indichino come tornare in un qualunque posto segnalato su Google maps. Ma questo è un altro discorso)

Sono al quarantaduesimo giro di via Maroncelli. “3 laps to go”, mi avvisa un cartello beffardo fuori dal civico 18. Non vi auguro vi esplodano i pozzi neri di tutto il quartiere solo perchè, con l’andazzo di stamattina, è praticamente certo che succederebbe adesso.

Improvvisamente la facciata di un palazzo si muove. 
Lo sapevo, maledetti, lo sapevo che non potevo essere io, il problema. Queste carogne infami, questi mentecatti dall’animo incancrenito – e no, vivere in un posto demmerda, in questo caso, non è una scusante. Bisogna essere marci dentro, l’anello di congiunzione tra Flavia Vento, Anastasia, Genoveffa e John Doe, per decidere di stabilirsi qui – questa gente arida che non ha altra gioia al mondo se non provocare incazzature al prossimo ha allestito un sistema di edilizia abusiva che permette loro di modificare a sfregio la topografia della zona. Ci passi una volta, e davanti hai una strada. Al giro successivo, al posto della traversa c’è un muro di recinzione. Al giro successivo ancora, la sede della scuola di snowboard (ve lo giuro, c’è, è in via Toti. Mi piacerebbe attardarmi a discutere dell’utilità di una scuola di snowboard in un posto dove il dislivello massimo è di 15 centimetri e l’ultima neve è caduta nell”84, ma vorrei essere a casa prima di notte).

Comunque.

Al quarantaquattresimo giro, là dove c’era l’erba ora c’è una palazzina a tre piani. Brutta come solo le palazzine di queste parti possono essere, brutta da far sembrare il realismo sovietico la culla di tutte le arti. Brutta.

Giocoforza, mi fermo.

Sollevo lo sguardo.

Stesi, al balcone del primo piano, ci sono tre calzini.

Tre.

Mi state prendendo per il culo, io lo so.

Solo il demonio sa quanti cacchio di accoppiamenti fra parenti di primo grado sono arrivati a produrre la generazione che attualmente popola questo quartiere derelitto, ma la letteratura scientifica parla senza possibilità di equivoco di figli con la coda di maiale, non con tre piedi.

Li riguardo, metti mai un’allucinazione.

Sempre tre.

Di colore diverso, ora che li osservo meglio.

Ora che li osservo meglio e scopro che avrei fatto meglio a cecarmi un occhio, pur di non sapere.

Lo so che penserete che son la solita cazzara, ma ve lo giuro sulla mia copia di “Disegni e Caviglia colpiscono ancora” autografata da essi medesimi, sono

uno verde

uno bianco

e uno rosa

Roba da farsi dichiarare guerra da Terranova all’istante.

Non li ho potuti fotografare perché

a) mi son cadute le braccia

b) lo stesso balcone è presidiato medicalmente e chirurgicamente da una tizia, bella come la carcassa di un topo frollato al sole ma in compenso con l’espressione cordiale di un cesso intasato.

L’ultima particella di spirito di out o’conservazione rimasta in sospensione nelle libagioni di ieri in onore della Maga mi suggerisce di tornare indietro. Non è vigliaccheria, continuo a ripetermi, è che chi penserà a Topa se mi succede qualcosa? Chi si ricorderà di pagare il condominio con sei mesi di ritardo? Chi scenderà a portare giù l’umido nel giorno in cui ritirano la plastica?

Ok, va bene, è vigliaccheria.

Inserisco la retromarcia con nonchalance, come se volessi solo controllare se ce l’ho.

E sono

ancora

qui

nel maledetto vicolo del cazzo che non solo si è ristretto improvvisamente, ma ha pure fatto spuntare una serie di maledetti gradini dalle soglie, aggiunto dissuasori e fioriere che prima non c’erano e, dulcis in fundo, storto tutta la baracca in modo da farla diventare una fottutissima curva cieca.

Mayday! Mayday! Mayday!, ripete la radio di bordo.

Non vi chiedo di spianare la zona a cannonate, sarebbe troppo bello.

Basta che mi portiate una birra.

O una capsula di cianuro, è lo stesso.

[we are family – extended version]

–          Ciao, sei a casa?

Se ci badate, quando guardate i documentari sui coccodrilli, noterete che ce n’è sempre uno sullo sfondo che pare trovarsi lì per puro caso. Uno anziano, canuto, con l’aria di chi ha fatto il proprio tempo e ormai aspetta serenamente la sua ora facendo la calza e guardando con indulgenza gli esemplari più giovani sbocconcellare turisti incauti aromatizzati all’Autan.

È il più pericoloso di tutti.

Ed è mia madre.

Ci eravamo sentite la sera prima. Dopo venti minuti di aggiornamento clinico intervallato da grandi “uhm” di partecipazione, ho fatto la cazzata. L’ho messa in vivavoce. Per strano che possa sembrare, ero in ritardo, e ho ritenuto che vestirmi usando tutte e due le mani potesse non solo accelerare le operazioni, ma anche evitarmi di essere scambiata per la testimonial di Pitti Immagine Profugo.

Ovviamente la cazzata non è stato farlo, ma dirglielo. L’ha presa benissimo.

– No, no, figurati, vai pure, non voglio mica annoiarti se hai cose più importanti da fare che ascoltare la tua povera madre malata. Ti lascio ai tuoi impegni mondani. Io ora registro un videomessaggio per Studio aperto e poi apro il gas. Divertiti, eh.

Il venerdì 17 non ha levato le mani di tasca fino all’alba, per sicurezza.

Fatto sta che sentirla di nuovo dopo meno di ventiquattr’ore è un ottimo segno, se siete i quattro cavalieri dell’apocalisse e vi piacerebbe sbrigare il lavoro in tempo per farvi una pizza fuori con gli amici, visto che è sabato.

–          Sì, sono a casa.

Sono a casa e sono un’idiota. Essere andata a dormire alle quattro e mezza non è un’attenuante.

(anvedi ‘sta smutandata, diranno i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Per la precisione, il bordo della cassapanca che sta in testa al mio letto, quello sul quale dò craniate a ripetizione – a volte anche di piacere, lo ammetto: immaginate la sensualità del rituale dell’accoppiamento del facocero, il clou dell’azione, un crescendo di grugniti, grufolii e giravolte spaziali, e improvvisamente un sonoro STOCK! di cui nessuno si cura fino a che il parossismo di passione si placa e l’unico turgore residuo è quello del bernoccolo sulla mia nuca.

Ma non era di questo che stavamo parlando.

Stavamo parlando del fatto che da una ventina di giorni Grogu si crede una sveglia. Puntuale come un orologio atomico, alle 04.55 lei suona. Tutte. Le. Sante. Notti. E io la finisco a battere i quarti sul bordo della cassapanca dalla disperazione. Non c’è verso di disinnescarla. Lo snooze non le funziona. Ho provato a resettarla, niente. Spegnerla contro il muro come una normalissima sveglia pare brutto. Perciò l’altra notte ho deciso che sarei rimasta sveglia per non farmi svegliare. Non chiedetemi cos’ho detto, però ha funzionato. Ne ho solo risentito un po’ in lucidità e tempi di reazione, per cui Madre mi fa una domanda appena sveglia e io – in barba a qualunque istinto di sopravvivenza – rispondo la verità)

Una perfetta idiota, quindi.

Nessuna domanda di mia madre è mai innocente, oziosa o casuale.

Nessuna.

Mai.

Se la conosci, inventi una risposta che nulla abbia a che fare con la realtà.

Se la conosci, non ti uccide.

Ma non faccio in tempo a preoccuparmi della visita imprevista di un coccodrillo. Basta cazzate, stavolta è seria.

– Tuo fratello si è fatto male al lavoro. Non sappiamo ancora niente, solo che lo stanno portando al Marino. Stiamo andando lì.

Il peggior déjà-vu del mondo. Qualcuno avvisa qualcun altro che qualcun altro ancora si è fatto male. Qualcun altro si precipita in ospedale senza sapere niente, tantomeno che è troppo tardi. Pelle d’oca a mille, capelli dritti. In tre minuti sono al pronto soccorso che paio un pesce istrice.

Lì, lamenti, lacrime, imprecazioni. Gente incazzata, rassegnata e depressa. Praticamente la curva sud di San Siro. Di Zippo, nessuna traccia.

Non so se ve l’ho già detto, ma Zippo è fratello unico. Da piccolo lo definivano “un bambino vivace e cagionevole di salute”. In effetti di malanni se ne cagionava parecchi, tipo quella volta che decise che pestare con un batticarne sul vetro della finestra era un gioco furbo.

Sì, a casa nostra mio fratello è quello normale.

Quella volta lì il vetro doveva essere difettoso, perché si ruppe; il bambino vivace se la cavò con una scheggia affilata ma intelligente quanto lui, sei punti e una cicatrice due millimetri sopra le vene del polso.

Ora, è vero che la mia esperienza come educatrice si limita a far avvicinare al debito pubblico del Pongo Belga la quota che Cognata devolve mensilmente in tinture per mascherare i capelli bianchi che le faccio venire giocando con Nipote alla piccola pusher. Però se un bambino tende a cagionarsi problemi di salute di questo tipo, persino il metodo Montessori prevede che possa essere curato a papagni dietro le orecchie. Ecco, Zippo di papagni dietro le orecchie non ne ha preso abbastanza, quindi potete capire con quale spirito – déjà-vu a parte – mi appresti a chiedere di lui in un pronto soccorso. E poi è una questione di responsabilità, sono la sorella maggiore, non intendo sottrarmi alle mie. Se c’è da smontarlo, lo faccio con le mie mani.

Dopo tre giri a vuoto dell’ospedale, un piede infilato nella porta del triage e la minaccia da parte della guardia giurata di spararmi se non mi placo, non l’ho ancora trovato. Sono sempre un pesce istrice, solo ora grosso quanto un mammuth.

Finalmente becco un tipo dell’ambulanza che l’ha portato lì. Niente di che, mi spiega, ha cercato di colpire di testa un bancale senza riuscire a mandarlo in rete, e poi il compagno del bancale, vedendolo smarcato in area, gli è crollato addosso. L’arbitro interrompe il gioco, assegna il rigore e fa entrare i barellieri.

Capisco subito che qualcosa non torna, Zippo sul lavoro è sempre stato attentissimo. Nel frattempo si affaccia un’infermiera. “È cosciente”, mi dice. “Se vuole può vederlo”. Son talmente inquieta che evito di risponderle che se è cosciente dev’essere il fratello di qualcun altro.

– Ciao fratellino.

– Ciao sorellona.

Ho un’amica dentista che sulle carie ci campa una figlia e due cani. Credo che il paradiso lo immagini così. Ma la verità è un’altra.

– Brutto stronzo.

– Hai un taglio in faccia.

Convenevoli, spunta come: fatto.

– Prima che arrivino mamma e papà, dimmi la verità. Perché l’hai fatto?

– Fatto cosa? È stato un incidente.

– E io sono Madre Teresa di Calcutta.

Si guarda le mani. La sinistra. Quella dove porta la fede. Stringe le labbra .

– Ma scusa, non avete una rosticceria affianco a casa?

– Tu non capisci. Lei è convinta di essere brava. Martedì…

La voce gli trema. Fissa un angolo del soffitto per un istante che pare eterno, poi manda giù il magone e riprende.

–          Martedì ha rifatto il polpettone. In crosta.

Devo sedermi. Da una radio in astanteria, Renato Zero attacca dolente “Il polpettone va avanti da sè”.

– Mercoledì l’ho usato per stuccare una crepa. Giovedì ci ho concimato il radicchio che, vabbè, s’è seccato, venerdì ne ho dato una fetta al vicino che andava a pesca e aveva finito il trimuligione, ma ce n’è ancora. Mi son detto basta, la faccio finita

– Finita cosa? Ohi, figlio mio, che brutta cera che hai.

Zippo cerca le chiavi in tasca dimenticandosi che non è stato lui a guidare l’ambulanza.

Per un numero imprecisato di ore aspettiamo che gli facciano la Tac. Nostra madre ci intrattiene raccontando di come suo padre sia morto di emorragia cerebrale un mese dopo un colpo preso in galleria, “proprio nello stesso punto dove l’hai preso tu, eh”.

Scopro che al bar del Marino il Cucciolone è al gusto zabaione, cioccolato e speck, non male. Ascoltiamo le partite dalla radiolina della guardia. Mamma ha una parola buona per tutti, un ragazzo con un taglio superficiale alla mano, dopo il suo conforto non richiesto, esce e si butta sotto un camion. Alla fine Zippo viene portato su e risceso dopo un altro paio d’ore insieme a sette radiografie, di cui una non sua.

–          Non ti sei rotto niente?

Mamma, con un filo di delusione.

–          Solo le palle.

Zippo è il figlio ammodo, quello che ha messo su famiglia nella grazia del Signore e ha prodotto Nipote, quindi qualunque cosa gli esca dalla bocca è buona e giusta. Io, se provo a dire “cacca”, mi becco uno shrapnel in mezzo agli occhi. Nel frattempo è arrivata anche Cognata, che subito s’informa sulle questioni vitali.

–          Ora che arriva a casa può mangiare, vero?

Zippo salta in braccio al medico, mezzo metro più basso di lui, creando un elegante effetto jabot.

–          Giusto qualcosa di leggero, signora. Riso in bianco, brodo, cose così.

–          Ma non gli basta, deve ristabilirsi! Ci vuole qualcosa di più sostanzioso!

Lo jabot, nessuno ci aveva fatto caso, ma è scorsoio.

–          Suo marito ha subito un brutto trauma, signora, se l’è cavata per il rotto della cuffia. Non deve affaticarsi, neanche dal punto di vista digestivo.

Cognata lo guarda con la riconoscenza di colei a cui hai infilato una blatta nelle mutande.

–          Quindi fra quanto potrà riprendere con un’alimentazione normale?

Il medico sbircia Zippo con la coda dell’occhio.

– Direi almeno una settimAaah! Una setti…cemia da cibo pesante potrebbe essergli fatale, nel suo stato, temo che a certi piatti dovrà rinunciare per sempre.

Zippo solleva lo scarpone antinfortunio dai calli del dottore.
Cognata telefona alla madre, in lacrime.
Mamma augura buona fortuna a chi è ancora in fila al triage.
Il pesce istrice sente gli aculei rientrare.
Leva i plum cake di Cognata che usa come fermo per le ruote della macchina e se ne va a casa a farsi una doccia bollente per scacciare l’ultimo brivido.

[we are family]

– Ciao, sei a casa?

Se ci badate, quando guardate i documemtari sui coccodrilli, noterete che ce n’è sempre uno sullo sfondo che pare trovarsi lì per puro caso. Uno anziano, canuto, con l’aria di chi ha fatto il proprio tempo e ormai aspetta serenamente la sua ora facendo la calza e guardando con indulgenza gli esemplari più giovani sbocconcellare turisti incauti aromatizzati all’Autan.

È il più pericoloso di tutti.

Ed è mia madre.

Ci eravamo sentite la sera prima. Dopo venti minuti di aggiornamento clinico intervallato da grandi “uhm” di partecipazione, ho fatto la cazzata. L’ho messa in vivavoce. Per strano che possa sembrare, ero in ritardo, e ho ritenuto che vestirmi usando tutte e due le mani potesse non solo accelerare le operazioni, ma anche evitarmi di essere scambiata per la testimonial di Pitti Immagine Profugo.

Ovviamente la cazzata non è stato farlo, ma dirglielo. L’ha presa benissimo.

– No, no, figurati, vai pure, non voglio mica annoiarti se hai cose più importanti da fare che ascoltare la tua povera madre malata. Ti lascio ai tuoi impegni mondani. Io ora registro un videomessaggio per Studio aperto e poi apro il gas. Divertiti, eh.

Il venerdì 17 non ha levato le mani di tasca fino all’alba, per sicurezza.

Fatto sta che sentirla di nuovo dopo meno di ventiquattr’ore è un ottimo segno, se siete i quattro cavalieri dell’apocalisse e vi piacerebbe sbrigare il lavoro in tempo per farvi una pizza fuori con gli amici, visto che è sabato.

 

 

[two o’clock in the morning]

Due meno venti di notte.
Direi che basta.
Per essere una che non sa contare, anche oggi ho dato i numeri a sufficienza.

(sì, lo so che tecnicamente sarebbe ieri, ma alla sola idea che un’altra giornata da vietcong sia appena iniziata senza che sia ancora finita quella precedente mi sparo in un ginocchio)

(e no, non ho la forza di difendermi, se qualcuno vuole aprire un dibattito su quella trappola maledetta che è l’espressione “senza soluzione di continuità” sono pronta a soccombere a mani basse)

Chissà cos’è che spinge tutte queste persone così diverse a pensare che io ne capisca di numeri. Due ore di matematica alla settimana per tutto il liceo, potete immaginarvi la difficoltà del programma: beh, son riuscita lo stesso a portarmela un anno a settembre. Davanti alle divisioni a tre cifre mi gasparrizzo. Le tabelline le so fino a metà di quella del sette, che per una donna è già troppo. Le incognite sono un gruppo di vocalist acid jazz. In assenza di un pallottoliere, conto sulle dita senza vergogna. Finite le dita, finito il conto. E non fatemi dire che ben altro tipo di pallottoliere avrebbe il potere di rilassarmi, ora come ora, che mi viene da sorridere e mi crolla il personaggio scazzato.

Mi raccatto alla meno peggio e mi trascino via da questo posto scomodo dove da dieci giorni passo i giorni e le notti, chiedendomi a che pro pagare l’affitto di una casa in cui dall’inizio dell’anno avrò trascorso sì e no trenta ore. Maledette scadenze. Dieci minuti consecutivi di pausa in orario urbano sono un lusso fuori portata. Conto sulla comprensione dei miei amici più cari affinché non mi levino ancora il saluto. Grogu mi ha fatto scrivere dal suo avvocato. Non sento un notiziario da giorni, l’ultima volta che son passata davanti a una tv c’era Alfano che sparava cazzate sulle unioni civili, quindi forse era il 2002. Non mi ammalo solo perché non ho il tempo di rispondere alle telefonate di mia madre.

Lancio in aria un calcolatore tascabile di probabilità per stabilire se ci arriverò, a casa, o la finirò a dormire in macchina esattamente a metà strada, nel punto più strategicamente nefasto dell’intero percorso. Perchè io non ce l’ho la forza di fare benzina. E non ho voglia di finire sul giornale come quella che ha dato fuoco al quartiere europeo perchè si è addormentata con la pompa in mano.
Che grazie a dio non mi è mai successo, e per cortesia datevi un contegno.

Avvìomi con guida sportiva.

Sportiva, sì.

Tressette col morto, adesso mi vorrete far credere che non è disciplina olimpica. Cazzo lo pagate a fare Sky Sport se poi non guardate le cose importanti.

Il morto, neanche a dirlo. Mi manca solo il cartellino all’alluce.

Immediatamente percepisco un lamento. Controllo dietro, alle volte Amaranta non sia stata eletta domicilio da qualche ubriaco amante delle maison de charme. Nessuno, eppure il lamento non solo persiste, ma cresce e si modula. Ad un’analisi più approfondita si direbbe il Pulcino Pio che fa i gargarismi col sugo alla pescatora e una zampa presa in una tagliola, quindi ne deduco si tratti di Gigi D’Alessio che fa scempio di “Imagine”. Convoglio i fumi delle ultime energie nell’indice della mano destra. Faccela, Sider. Cambia stazione. Te lo devi. Foss’anche l’ultima cosa che fai in vita tua, non puoi schiattare su questo schifo.

Facciocela. Lascio Yoko e la Tatangelo a litigarsi i diritti nel fango e mi dedico a questioni più urgenti. Tipo:

a)   la radio ora produce suoni tormentati che lasciano intendere una certa propensione da parte del Vate di Correggio per l’accoppiamento selvaggio col bue muschiato. La dottoressa Pollera mi corregga se sbaglio, comunque sempre di bovini si tratta;

b)   un signore richiama la mia attenzione dal bordo della strada. Stivali alti mediamente fetish. Pantaloni neri attillati. Tutto molto bello, gioia, ma se alla fine non osi il petto nudo e il boa come speri di sfondare? Vuoi davvero passare le tue notti sul ciglio di una strada ad adescare automobilisti? Non sono neanche le cinque del mattino, nè il tuo compare è abbigliato come un capo Sioux.

Eppure sì, sembra che gli piaccia. Agita la paletta in un modo che dà da pensare cose, cose tipo che quand’era ragazzino, a casa sua il Postal Market arrivasse senza le pagine dell’intimo, e che quello che sa sul bricolage l’abbia imparato guardando più gli sbandieratori al palio di Siena che la sezione selfie di Youporn. Sto per scendere dalla macchina e chiedergli se fa anche addii al nubilato, quando lo sciocco rovina tutto come un Peter Devine qualunque e punta la torcia verso uno dei miei punti più intimi.

E no.

Voglio dire, con uno sconosciuto, senza una parola, banzai, però un minimo di savoir faire. Uno straccio di taglio di luce, uno sguardo d’intesa, un vedo-non vedo. Poi sì, il sapore del rischio, avoja, vuoi mettere come rende tutto più piccante, il rischio teschio senza vischio, però ecco, alcune cose son troppo preziose perchè si consumino in macchina così, esposte, che poi “esposto” è un verbo che si addice a un omero fratturato, mica a. Non scherziamo.

Io alle mie cose più care ci tengo. Questa, in particolare, da quando ce l’ho la porto sempre con me.

In una busta.

In borsa.

Insieme a tre o quattrocento bollette scadute, rate del condominio ignorate, estratti conto da Saturday Night Live dei polli e toh, il numero di telefono di Assurbanipal, lo cercavo da mesi.

Si tratta solo di spiegare la situazione all’appuntato Baryshnikov.

Alle due di notte.

Con la faccia rassicurante di una di cui Belfagor va in giro dicendo “è un tipo”.

Sto per inginocchiarmi, scoppiare a piangere e promettere di non abbandonare mai più Carrie Fisher sull’altare se non mi multa, quando dal buio sbuca il collega.

Mi guarda.

Nonostante l’attività cerebrale ridotta a zero lo riconosco: è il dirigente addetto all’arbitro della mia gara di domenica. Quella del n°2 femmina compensato dal negro.

Mi legge la disperazione negli occhi.

Sorride.

Si avvicina.

–       Buonasera, commissario.

Moses Pendleton sospende la ricerca del tagliando perduto.

–       Ah, ma è una ..?

Mi guarda perplesso. L’aspetto da socia der Monnezza ce l’ho tutto.

–       A casa che è tardi, allora, buonanotte.

Vado a casa, che è tardi.

Pensando che dev’essere dura la vita dell’infiltrato nei carabinieri.

[the omen]

– Ciao, figlia mia.
Il tono è quello da grandi occasioni: l’assassinio di Kennedy, i funerali di Berlinguer, la retrocessione dopo lo spareggio col Piacenza. Flebile, poco più di un sospiro estorto a forza dalla necessità di informare del dramma, con un retrogusto di devastazione e mestizia, classico dei parenti del defunto che cercano di mantenere una parvenza di compostezza mentre sfilano i condoglianti.
Roba da far accapponare la pelle, gelare il sangue nelle vene e trasformarlo in sorbetto.
– Mamma, cos’è successo?
Mentre lei prende fiato, io perdo dieci anni di vita. Per distrarmi, scansiono il tragitto più breve dal posto in cui mi trovo a tutti gli ospedali della città.
– Mamma?
A parte un sommesso tirar su col naso, silenzio.
Cazzo.
Non si è mai pronti a certe notizie.
– Mamma, dimmi dove sei, sto arrivando.
– NO!
– Ma come n…
– No, no, almeno tu no!
Sollievo. La possibilità che un gruppo di terroristi, dalla strada, abbia lanciato un fiala di ebola bubbonica nel soggiorno dei miei è, obiettivamente, piuttosto remota.
E incazzatura. Sarai pure legalmente mia madre, ma il diritto di beccarti un vaffanculo cosmico senza passare dal via per la sincope che mi hai fatto prendere non dovrebbe essere messo in discussione da nessuno.
– Ti ricordi la vigilia di Natale?
Come potrei, come potrei, amore mio. Come potrei dimenticarla. Per una buona mezz’ora mi son vista farmi a piedi 15 chilometri di tangenziale alle due di notte per tornare a casa.
– Adesso, oltre a Cognata e Nipote, stiamo male anche io, papà e Zippo. Ma male, eh!
Fin da ragazza, mia madre si è dimostrata portata per le lingue, unico carattere ereditario tramessomi per il quale non finirò mai di ringraziarla.
Ma la sua passione è sempre stata la medicina. Come le si illuminano gli occhi quando racconta di quando veniva chiamata a portare la cassetta del pronto soccorso e, ragazzina, assisteva il medico di Campo Pisano mentre rimetteva insieme minatori esplosi, non avete idea.
Aggiungeteci una certa malcelata passione per il melodramma.
Violetta muore di un banalissimo virus intestinale (perchè la tisi è robetta da mammole), sì, ma in tre atti, tra mille lamenti e un allestimento degno di “Aida contro le sette piaghe d’Egitto”.
Nessun dettaglio clinico è troppo intimo o disgustoso per non essere descritto con dovizia. Per fortuna ho affinato la controtattica, dal terzo minuto in poi mi isolo ripetendo a memoria le battute di “A piedi nudi nel parco”. L’intelligenza della mia espressione ne risente, ma almeno mi do una chance.
Fin quando la sintomatologia viene sviscerata del tutto e arriva la pausa.
No.
Nononononononono.
Mamma.
Ti prego.
Non farlo.
– Tu stai bene?
Sono in sezione. Insieme a me un drappello di colleghi non del tutto entusiasti di dover designare per il turno interfestivo. La maggior parte di loro supera i sessant’anni e, arbitralmente, mi ha visto nascere. Non posso andar lì e chiedere che mi autorizzino il gesto apotropaico.
Glisso.
– No, perchè comunque la poetica del Tasso è fortemente sopravvalutata.
– Speriamo che almeno tu la scampi, eh.
Amiche. Amici. E’ stato un piacere.
Per il resto, non posso che rimandarvi al mio testamento.

[automatic for the people]

“bello! allora se non ti dispiace faccio anche io un Paolo sul divampò mentre mamma e gli altri giocano a veicoli.”

“Tre secoli fa, i pescatori scavato nicchie nella roccia vulcanica delle scogliere di Santorini. Ora che sono stati trasformati in grotte per ninfe del mare in bikini e miliardari duro corpo che li amano. Questa infame resort tentacolare si siede in cima a una rupe scoscesa in isolamento assoluto. Indugiare sotto il gazebo e poi l’anatra nella suite per un bicchiere di vino e un sigaro. Quando l’abbronzatura è fino al tabacco da fiuto, aggeggi sono fuori in vigore. Mente il fumo del sigaro, però.”

“L’etica contromano della paralisi creativa è bugiarda come un tour operator che consiglia un last minute negli intestini della certezza. E’ come scegliere di non scegliere. Trovarsi dentro uno sguardo caricato a salve che punta direttamente nel buio della verità, nella scarpiera di un serpente.”

Ne uccide più la penna che la spada è roba vecchia.

Superata.

Obsoleta.

Può andar bene giusto per chi subisce il fascino retro di Guy Williams e dei tre moschettieri.

Nossignori, il futuro è qui, è adesso, è nelle armi automatiche.

Se non ci fosso, bisognerebbe invenzioni.

(scova l’intruso e vai con lo swing)

http://www.youtube.com/watch?v=xwV5iOcHf8k

[happiness is a bookworm]

Mi passo una mano fra i capelli.

Niente mutande in testa.

Mi porto una mano al petto, poi scendo. Lana. Cotone pesante. Pur essendo – stranamente – uscita di casa a capofitto, sembra che non mi sia dimenticata niente.

Quindi non capisco tutto questo fissare.

Come se non avessero mai visto un australopiteco scendere da una Fiesta del ‘52 e avvicinarsi all’ufficio postale nella classica postura da snowboarder su ghiaia. Dopo che ha scansato un olmo e centrato un faggio. Rigida come uno stoccafisso dal bacino in su, asse parallelo a quello terrestre, ginocchia piegate a 45°. Mi muovo basculando con moderazione.

Lo so quello che sembra. Ma non è come pensate.

Non è come pensa la matrona parellepipeda, abbigliata con giaccone color caffè della Peppina, gonna pied-de-struzz, calza contenitiva in titanio, scarpe Manolo Bleahnik, che mi si para davanti all’uscita della porta scorrevole intimandomi truce “Vade retro, figlia di Sodoma!”.

Che, signora, se l’assunto da lei sostenuto fosse fondato, sarebbe piuttosto un invito a nozze.

Non è come pensano neanche i due gentiluomini, i quali, soggiogati dal mio regale incedere, partono col toto-mereghetti:

–          Alì Babà e i 40 torroni, lei faceva la parte del babà, son sicuro.

–          Ma sicuro di cosa, era Sette trapani per sette ciambelle, non ti ricordi? Le impersonava tutte e sette e senza effetti speciali, e alla fine…

–          Ma cosa ne vorrai sapere tu, che non sai distinguere una ciambella da un bagher.

Arranco oltre il Simonetto Martellini della Trexenta, scanso la figliastra budrangia di Frank Sinatra che mi stornella “Gangbang” con un velo di malcelata invidia e faccio per accomodarmi sul duro legno, quando mi ricordo che non è il caso.

Ma non è come pensate.

E’ solo che domenica ho fatto il cambio di stagione.

In ogni caso, ho il 48. Siamo al 34. Assumo, per quanto possibile, l’Atturattentasana (posizione di colei che ha trovato ieri sera rientrando la cartolina di mancata consegna nella casella della posta, e ha passato la notte a resistere alla tentazione di cercare un piede di porco, perciò ormai non è che abbia troppa pazienza) e mi concentro sul vaporizzare qualunque utente intenda trascorrere allo sportello più di quattro secondi.

Tra il sopracciglio torvo, la faccia di quella che ha fatto le tre girando per Oslo per distrarsi e il portamento da gobba di Notre Dame, devo fare la mia figura. Nessuno si attarda più dello stretto necessario.

47.

– Annamaria, io vado in pausa.

Morta che parla.

La centro in fronte con il raggio ciclonico. Lei tremola leggermente, come quando guardi il buco del serbatoio attraverso i fumi della benzina. Solo la voce un po’ metallica tradisce la riprogrammazione.

–          Annamaria, io vado in pausa dopo questa signora.

Le riverso sul banco tutto quello che serve: avviso di giacenza, carta d’identità, patente, libretto, passaporto, tessera elettorale, le analisi del sangue, le chiavi di casa, due guanti spaiati, una gomma, un filtro e la schedina del totocalcio con cui ho fatto 11 nel 1990, mentre le recito a memoria il codice fiscale, quello meccanografico, la matricola Enpals e la formazione del Cagliari dello scudetto.

–          Scusi, com’è il nome?

Spirito di Nino Castelnuovo, possiedimi ORA e fammi scavalcare questo banchetto.

(risponde la segreteria telefonica di Nino Castelnuovo: l’utente da lei richiesto non è al momento disponibile. In sostituzione può provare il modello Mario, in promozione fino a Natale a soli sette fili al minuto)

Sarà l’effetto della canapa, ma riesce ad andare a cercare il mio pacco sulle sue gambe, con solo un’eco di pedata nel culo.

–          Non c’è.

–          Prego?

–          Non c’è.

Il sorriso che prima non riuscivo a nascondere mi cola via e finisce in una piccola pozza intorno ai miei piedi. Inspiro. Espiro.

–          No, guardi, è escluso. E le candid camera ormai hanno poco da dire. Suvvia, mi dia il mio pacco che anche questi signori in coda hanno da fare.

–          Non c’è.

–          Si appoggi bene allo schienale della sedia, a volte il pulsante s’incanta e il disco non esce. Poi, sia gentile, mi consegni il mio pacco.

–          Non…

Ci facevo lo spezzatino di tirannosauro con ‘sto sguardo, stella.

–          Non è ancora rientrato.

–          In un altro momento sarei lieta di commentare con lei l’impudenza dei giovani pacchi che perdono di vista i veri valori, scambiano quest’ufficio postale per un albergo e se ne vanno in giro per rave con certe raccomandate pluritimbrate, ma non oggi. Oggi le dico solo che sul retro di  quest’avviso – su cui un laureato in farmacia, gettando lo scompiglio in famiglia dopo aver annunciato che lui avrebbe invece fatto il postino, IL POSTINO!, ha inciso i geroglifici che tradotti significano il mio nome e indirizzo e Amazon come mittente – c’è scritto, stampato, che il pacco può essere ritirato presso l’ufficio postale di competenza a partire dalle 10.30 del giorno successivo al ricevimento dell’avviso. Questo è l’ufficio postale di competenza. L’avviso porta la data di ieri. Sono le 10.55. Kong vòle pacco. Ora.

–          Mi dispiace, ma il pacco non…

Iperventilo.

–          Ok, ragioniamo. Il pacco non c’è, lei mi dice. E dove potrebbe essere?

–          Eh, questo non glielo so dire.

–          EEEEEEHH, risposta sbagliata. Io ho preso una mattina di permesso per venire qui a prendere quel pacco. Non me ne daranno un’altra. Non andrò via di qui senza pacco. Quindi ora lei gentilmente me lo trova. Grazie.

–          Ma guardi che siamo aperti fino alle sette di sera, può prenderlo un altro giorno.

–          Io, per dirla con una certa ricercatezza, alle sette di sera mi sto trifolando i coglioni facendo cose che mi guarderei bene dal fare, se potessi pagare l’affitto in paioli di pennette ai quattro formaggi. Quindi ora, se volesse usarmi la gentilezza di dirmi dove si trova il mio pacco, io le userei quella di levarmi di torno e andarmelo a recuperare, ovunque sia, senza ulteriori indugi né disagi per nessuno. Altrimenti sappia che mi incatenerò a lei e le chiederò il mio pacco ogni due minuti come un orologio a cucù finchè non salterà fuori. Scelga.

–          Annamaria, i pacchi di Amàzon come vengono lavorati? Qui non ci sono.

–          Hai guardato nell’altra scatola?

–          Ah.

Ritorna brandendo due pacchi color avana, con la scritta Amazon stampata sopra in corpo 320.

–          Quale dei due è suo?

–          A intuito sarei tentata di dire quello dove c’è scritto il mio nome, ma per cognizione di causa direi quello più grande.

Me lo mette in mano. Il sorriso si riarrampica su dalla pozza e torna al suo posto. Denti a strafottere.

–          Ha visto, alla fine c’era. Doveva tenerci proprio tanto, a questo pacco.

L’unico difetto del raggio Durban’s è che è difficile controllarlo. Involontariamente incenerisco l’armadio delle raccomandate, abbronzo lei e abbaglio il Barcellona-Ciampino delle 11.20, che finirà a Helsinki.

Tenetevi la pistola.

Happiness is being a bookworm.

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