[anche goldrake, nel suo piccolo, s’incazza]

[attenzione: il post che segue contiene linguaggio più esplicito del solito. Chi pensa di poterne restare infastidito non venga poi da me a chiedere risarcimenti per l’acquisto di bastoni bianchi o cani guida]

Tutte le cose belle finiscono, usava dire un mio ex riferendosi al proprio periodo refrattario.

Il KME non fa eccezione.

(mettete via i fazzoletti, non è ancora il momento dei ringraziamenti, della commozione e dello smodato consumo d’alcool che farà tracimare oltre gli argini ogni tipo di commento impudico sul fonico del Pan del diavolo)

L’effetto principale della fine del KME è che posso tornare a scrivere.

(non è vero. L’effetto principale della fine del KME è che posso finalmente smettere di indossare le stesse mutande da una settimana.

– Ma che schifo!

– Non ho detto che sono le stesse. Cioè, sì, l’ho detto, e sì, sono le stesse, ma perchè le lavi la notte sotto la doccia e te le rimetti la mattina dopo.

– Le stesse.

– E certo, hai i minuti contati sempre, non te lo puoi concedere il lusso di perdere tempo a cercarne altre. Per quello devi essere brava a sceglierle il primo giorno.

– E se ti capita di… sì, insomma, con…

– Regola numero uno del bravo direttore di produzione: quando si è in servizio non capita.

– Essere incommensurabilmente pirla è uno dei requisiti contrattuali del bravo direttore di produzione?

– Ovvio. E comunque i gruppi girano, la stessa mutanda due giorni di seguito non la vedono mai.

– Sì, ma i tecnici?

– I tecnici sono nella nostra stessa condizione, se capita, capiscono.)

E quindi. È un po’ che volevo condividere una riflessione sulle parole comunemente utilizzate per offendere. E su quanto spesso, a ben vedere, alcune di esse vengano usate in maniera inappropriata.

Puttana, per esempio.

Come ho avuto modo di chiarire ad un collega, qualche tempo fa, “puttana” è una professione, non un insulto. Poi, se vogliamo prenderci tutti a botte di “commercialista!”, “brutto pizzaiolo che non sei altro!”, “figlio d’un geometra!”, “architetto te e tre quarti d’aa palazzina tua!” e “netturbino da quattro soldi”, liberissimi.

Testa di cazzo.

Ora, siamo onesti. Un uomo nudo in avanzato stato di eccitazione è buffo. Se non lo è, o è amore o somigliava bene.

(all’amore, non a un uomo nudo)

In ogni caso, la parte lì, di per sè, è apprezzabile. Talvolta pregevole. Fonte di grandi soddisfazioni, con essa vivremo sempre liberi di peccare e sicuri di ogni turbamento.

Da dove arrivi la valenza negativa resta un mistero.

(mi direte: mica lo scopriamo oggi che le definizioni che richiamano il sesso femminile hanno sempre un’accezione positiva e quelle che si rifanno al sesso maschile sono generalmente sinonimo di negatività. Ma perchè? Passi che siamo noi, sacerdotesse del multitasking, dall’alto di quella irresistibile supponenza revanscista, di quell’incontestabile superiorità femminile che ci rende così amabili – soprattutto quando si abbina a quel pizzico di delizioso autolesionismo che ci spinge a trattare dei maschi adulti come bambini o ritardati mentali incapaci di lavarsi da sè la divisa con cui hanno giocato a hockey nel fango dentro un cassonetto dell’umido, a giudicare dalle condizioni in cui è ridotta – a ritenere “cazzone” un termine tecnico per definire un lavativo buono a nulla. Ma voi?)

E comunque, se mi è concesso, a me uno che urla “testa di cazzo!” mi sa sempre un po’ di Goldrake.

Prenderlo nel – scrivere questo post con due colleghi che improvvisamente, da dieci minuti, hanno eletto domicilio alle mie spalle, e ivi stazionano con scuse poco plausibili cercando di leggermi il monitor per capire con chi ce l’ho sta diventando un esercizio acrobatico, ve lo dico.

Comunque c’è a chi piace.

(prenderlo nel bagagliaio, non mummificarsi dietro le colleghe)

Voglio dire, non è una cosa universalmente riconosciuta come spiacevole. Non è come dire:

“La classe politica bada solo ai propri privilegi, tanto poi chi si prende gli elettrodi sui capezz

“…tanto poi chi si prende il mattarello nel nas

“…tanto poi chi si prende la mattonata sui denti siamo sempre noi”.

(feticisti. quando becchi quello puntiglioso è la fine)

A rigor di logica è piuttosto come dire:

“Le tasse aumentano, l’evasione pure, e alla fine chi mangia le ostriche siamo sempre noi”.

C’è gente a cui piace, altrochè.

(questo post è dedicato alla memoria della mia amica Francesca, che in gioventù, avendole qualcuno fatto notare che il linguaggio portuense mal si addiceva ad una signorina ammodo, elaborò un sistema molto personale per venirne fuori: ogni volta che il demone del turpiloquio la induceva in tentazione si metteva a strillare “Vernellone!”, convincendo così i turisti affollanti Cala Sinzias di aver prenotato le vacanze nell’unica spiaggia dove i vu cumpra’ vendevano ammorbidente)

[KME – postumi di produzione]

Apro gli occhi lentamente con una luce morbida e soffusa che filtra dal terrazzo.

Invece dei soliti pterodattili, odo cinguettare le allodole.

L’aria è tiepida e profumata di fine estate.

Il tè è finito, ma poco importa.

Mi stiracchio languida a letto, Grogu si precipita a inondarmi di coccole.

Assaporo il primo istante di quiete da una settimana a questa parte.

 

Neanche ve lo sto a dire, vero?

Il primo santo costa mille lire, il secondo cento, il terzo dolore e spavento. Nessuno ha spiegato ad Amaranta che il KME è finito, siamo in post-produzione, non abbiamo più tempi serrati, meteoriti che ci piovono in testa, gente da calare in tutta fretta dai piani alti di un palazzo squarciato appesa a sedie da ufficio con l’angoscia che la bocchetta dell’antincendio si strappi da un secondo all’altr…

Signor Da Soli.

Esca da questo corpo.

E tu, Ronzinante amarantaceo, fatti passare il mal di batteria a singhiozzo una volta per tutte, o quant’è vero Iddio ti sostituisco con una Prinz.

 

Quindi siamo a bordo dell’autobus, io e una velata incazzatura, che recitiamo i misteri dolorosi, quando dal finestrino scorgiamo lei.

Shirley Temple. Riccioli d’oro, vestitino verde pieno di ruches e volant, sandaletti bianchi e dorati. Come si accorge dell’autobus in arrivo, sgrana gli occhioni e comincia a correre verso la fermata cercando di non perdere la dentiera e le vene varicose per strada. L’operazione non è semplice, ma lei è agguerritissima. Quell’autobus le serve.

L’autista la vede. E si ricorda le prese in giro dei compagni di scuola, che per anni sono andati avanti a chiamarlo “zoccoletto olandese”, solo perché, checcazzo, adesso uno, in preda al fervore, non può leggere male il titolo sulla videocassetta che propone di vedere tutti insieme con grandi scorte di fazzoletti di carta?

Rallenta.

Arriva alla fermata, la supera e si ferma dieci metri più avanti, tritando una Smart inspiegabilmente parcheggiata a modino.

Shirley si è trasformata in Pina che rincorre il camion dei tedeschi che le porta via Francesco.

L’ha quasi raggiunto.

Arriva a sfiorarlo.

E il nazista riparte.

Per poi fermarsi al semaforo rosso, cinquanta metri più avanti, e restare arroccato sul suo sedile, insensibile alle suppliche di aprire le porte per far salire i sei palmi di lingua affannata con Shirley annessa, a rispondere “non si apre fuori dalla fermata” con quel tono toccante che solo le sbarre automatiche dei parcheggi hanno.

Poteva bastare.

Ça suffit, usava dire la mia prof. di francese quando il massacro sistematico di coniugazioni verbali cominciava a richiamare l’attenzione del tribunale dell’Aja.

Ma a noi non suffit mai.

Quattro metri prima della mia fermata. Incrocio. Nel cui bel mezzo si pianta, in diretta, un’apixedda bianca furgonata, di proprietà del comune, adibita al trasporto di mercanzie varie.

Che non ci sia lo spazio perché l’autobus le giri intorno è palese a tutti, cassonetti e cacche di cane sui marciapiedi inclusi, ma non all’autista del bus medesimo.

Il quale, spavaldo, inizia la manovra e si ferma solo quando l’autista dell’apixedda comincia a decantare a gran voce le tecniche di soddisfazione del cliente che hanno reso famosa sua madre nella zona fin dai tempi degli sbarchi dei mercenari punici.

Quello che si presenta agli occhi delle decine di nullafacenti immediatamente accorsi sul posto è un perfetto stallo alla messicana che ha trasformato l’incrocio di fronte al comune di Urano in quello di Shibuya: apixedda guasta in mezzo all’incrocio, con autista murato dentro dalla fiancata dell’autobus; autobus incastrato tra l’apixedda e le macchine parcheggiate sull’altro lato; un altro autobus che è giunto alle spalle del primo a chiudere ogni via di fuga. Tutti che strillano come se un pazzo avesse telefonato per dire che il primo che scende sotto i 110 decibel esplode.

Quattro metri dalla mia fermata.

Mi schiarisco la voce.

Così, per sport, perché col casino che fanno questi insultandosi figurati se.

Busso con energia sul pannello dell’autista e, mediante labiale, gli chiedo di farmi scendere.

Lui, Mister Tolleranza Zero 2013, mi risponde picche e racconta agli astanti di quella volta che dal più recondito pertugio del tipo dell’apixedda fu estratto un busto di Beethoven in grandezza naturale.

Sull’autobus si grida al sequestro. Una signora sviene. Le fanno annusare un’ascella, rinviene e inizia a dare del monellaccio all’autista, intimandogli di aprire le porte pena la negazione del pane e nutella che spetta per diritto di nascita a qualunque merendero italiano.

L’autista, minimalista, se ne fotte.

Improvvisamente, nel mio orecchio destro si materializza una voce. Profonda, virile.

“Continua a distrarlo”.

Soffoco un gemito, mi mordo un labbro e non mi volto. Voglio ricordarti così, come uno sconosciuto che mi sussurra cose turpi standomi alle spalle.

Se non fossi immune al fascino della cadenza dell’hinterland atlantidcitico, avrei già le mutande in mano.

Le sue.

Invece sfogo la tensione erotica inveendo contro l’autista e minacciando di chiamare i carabinieri se non ci fa scendere subito, seguita prontamente dal resto della popolazione femminile dell’autobus. Tolleranza Zero vacilla sotto l’assedio del pollaio di Babele, poi invoca Franco Baresi e torna a resistere: fuori dalla fermata, nessuna pietà.

Quand’ecco che dalle porte centrali si leva un sibilo decompressorio: Voce del mistero, approfittando della cagnara, ha trovato e sapientemente usato a nostro vantaggio la leva per l’apertura di emergenza. Scendiamo tutti, anche quelli che non dovevano, a sfregio, solo per il gusto di battere il cinque al Vialli di Maracalagonis e alzare la coppa in faccia all’autista.

Tolleranza Zero, Restodelmondo 1, a voi studio.

[spero che ritorni presto l’era]

(in attesa che tutti i fili dei discorsi lasciati vergognosamente appesi nelle ultime settimane vengano riannodati – o, più sinteticamente, – 5 al KME – un lieto intervallo che non c’entra un cazzo ma che piace ai giovani)

Che io sia tecnologicamente avanzata, è saputo.

Avanzata dal millennio scorso, certo.

Programmavo abachi a vapore da prima che voi nasceste.

Verbum? L’ho inventato io.

E di non sapere come reinstallare Windows 95 a.C. non mi faccio tuttora un cruccio, anche perché ho recentemente assistito a un intervento a hardware aperto protrattosi fino a notte fonda, durante il quale ero quella che bestemmiava di meno, e non perché fossi anestetizzata e sotto i ferri.

Il fatto che mia nipote cinquenne riesca a far decollare gli shuttle dal computer di Peppa Pig non mi scalfisce. E nemmeno che l’ex gatto aziendale, poi dimessosi, si preparasse da solo i grafici di supporto ai suoi interventi in consiglio d’amministrazione:

(l’idea era quella di inserire la foto del grafico, ma ho scoperto che faccio prima a dipingerla a olio su ciascuno dei vostri monitor)

Sorrido benevola e penso che il petrolio finirà, e le dinamo si spaneranno, e tornerà la glaciazione, e allora vorrò vedere con che cacchio ve le scriverete le lettere d’amore e le liste della spesa.

Sono superiore. Granitica, inscalfibile nella mia rocciosa difesa dell’obsoleto.

Poi arriva una che a tre mesi, con la stessa naturalezza con cui sbadiglia, ti tira fuori questo:

2013-09-27 11.42.44

e restiamo tutti qui ad aspettare che qualcuno inventi il serramandibole.

[as time goes by]

Che poi comunque questa cosa del tempo che scorre a suo piacimento, insindacabile giudizio e sintomatico mistero andrebbe indagata meglio.

No, perché io son capace di farmi la doccia senza sprecare acqua, io c’ero negli anni Novanta con l’austerity acquatica e il razionamento dalle 6 a mezzogiorno, vi ho scassato le palle per ventotto estati di seguito a voi che pensavate di venire qui in vacanza a riposarvi e invece vi ritrovavate con una psicopatica che sbucava dallo scarico a dirvi “ti stai insaponando, vero? e perché non l’hai chiusa, che ora non ti serve?”, è lì che vi sono venuti i primi capelli bianchi, da lì v’è venuta la fissa che non ci andate più a farvi la doccia senza portarvi una mazza da baseball, che poi tutti a scialare di fantasie monster sulle possibili combinazioni tra un essere umano adulto e nudo e una mazza da baseball, invece no, po’re stelle, vi serviva solo per chetare la mujāhidīn dell’acqua, quindi su questo vado sul sicuro, davvero.

Però questa faccenda del tempo va risolta, non è possibile che ogni volta che c’è di mezzo una doccia, una vasca o altra attività ludica equipollente per grado e concentrazione di umidità tre ore sembrino dieci minuti, e poi quando c’è da rompersi le palle a riunioni dove l’ultima cosa liquida che s’è vista è il sudore che ha lasciato l’alone sotto le ascelle della camicia di quello che parla più a vanvera, ed è stato nel ’76, ecco, non è possibile che lì ogni minuto duri un semestre.

Poi, voglio dire, se voialtri siete tutti creature aride e pragmatiche, che non ho mai capito che cazzo voglia dire ma ha un suono cattivo, e siete capaci di fare tutto quello che dovete senza che un pensiero vi attraversi fuori dalle strisce come uno zebù all’improvviso, che tu pensi “cazzo, uno zebù, e quando mi ricapita, fammi un po’ vedere dove sta andando”, e di zebù in zebù finisce che facciamo tardi anche se magari era un appuntamento a cui tenevamo (e quindi non avevamo detto “cinque minuti” o “sto parcheggiando” quando ancora non ci eravamo manco mossi dal letto, ché quelle son le cose che si dicono a quelli di cui non ce ne frega niente. D’altra parte, se siete di quelli con cui abbiamo degli appuntamenti a cui teniamo potete star certi che se vi raccontiamo che abbiamo bucato e ci si è accostata la stradale per chiederci se abbiamo pagato l’occupazione del suolo pubblico, convinti che stiamo allestendo un mercatino con le cose che stiamo togliendo dal bagagliaio per arrivare alla ruota di scorta prima di ricordarci che è agganciata SOTTO e non c’era bisogno di, e che comunque non ci multano solo perché tanto stanno arrivando i NAS, al che noi decidiamo di lasciar perdere la ruota e di prendere l’autobus, beccando ovviamente l’unico giorno all’anno in cui ha il percorso deviato per via della processione rionale, potete star certi che è vero), beh, insomma, se quando siete nati non vi ha portato una cicogna ma un cucù e siete tra i depositari dei segreti di quella cosa assurda che chiamano puntualità, potreste almeno avere la creanza di provare a condividerli con noi.

Fate solo in modo di raccontarcela in maniera interessante, però, perché altrimenti al primo zebù che passa è finita.

…sì, ma perché son finita a parlare del tempo pur non essendo un suddito di Sua Maestà Britannica?

Ah, giusto, perché ho visto questa.

E ora, se foste così gentili da guardarmi un attimo lo zebù, andrei a finire il comunicato che dovevo finire due ore fa.

Compermesso.

[intervallo (in vietnam it was forty)]

Soldati: – 40 all’alba.

Quaranta dì, quaranta nott, 

sbattuu de su, sbattuu de giò.

Che la quarantena abbia inizio: la produzione del KME passa dal livello “avimm’ pazziat'” a Defcon 2 stabile.
Potete immaginarvi il clima, e anche il climax. Las Vegas ci fa un sontuoso pippone.

In più, alcuni di voi ben ricordano la mia naturale inclinazione al fraintendimento di frasi apparentemente innocenti con conseguenze che si potrebbero definire improvvide, se l’aggettivo non fosse totalmente sottostimato. Cose che mi hanno spinto ad osservare con attenzione un antico moroso per smentire la sua teoria che somigliasse a un ratto morto*, o a calcolare le vie di fuga dopo essermi convinta di aver passato una notte di fuoco con uno psicopatico che appena sveglio chiede di far colazione con un’aringa salata**.

Aggiungete una cappa d’afa da stendere un rinoceronte. Non solo ti si felpa la laringe a parlare al telefono, ma ti si moquettano i discorsi pure via mail. L’ultimo dei neuroni sta per uscire sparando all’impazzata pur di farsi crivellare a sua volta in modo che dai buchi dei proiettili spiri un po’ di corrente.

Perciò capite bene che sentire il collega chiedere disponibilità al b&b “Sado mucchetta***” non suoni strano più di tanto.

E’ il rutilante mondo dello showbiz, baby, siamo abituati a ben altro.

Completezza dell’informazione:

*

N (nel bel mezzo di una conversazione a tema viaggi e abilità linguistiche): – Comunque somiglio a un ratto morto.

O (controllando che sia effettivamente sera e il sole non picchi così forte): – Mah, non mi sembra.

N (come solo chi è certo del suo può insistere): – Ma no, è vero, somiglio a un ratto morto, ammettilo!

O (circumnavigandolo): – Ti dico, non mi pare proprio.

N (controllando che sia effettivamente sera e il sole non picchi così forte): – Ma cosa fai? Non puoi stare ferma mentre faccio un discorso serio?

O (a un passo dal chiedere se sia una tara ereditaria): – Seriamente, mi sembra che esageri.

N (a un passo dall’ira funesta): – Vabbè, non sarò al tuo livello, ma nel mio piccolo davvero somiglio a un ratto morto!

O (improvvisamente interessata): – Cosa vuol dire “non sarò al tuo livello”? Adesso somiglio a un ratto morto anch’io?

N (onestissimo): – Eh, ma non prendertela! Comunque no, tu sei così da quando ti conosco.

O (improvvisamente inerme davanti alla cruda realtà): – Ah, ma non me la prendo mica. Il mio ragazzo trova che io somigli a un ratto morto, sono lusingata. Me ne vado.

N (nella sua migliore interpretazione di Arnold): – Che cavolo stai dicendo, Sider?

O (la cui spiccata sensibilità si contrappone al gretto materialismo maschilista): – Che me ne vado.

N (riavvolgibobinico): – No, prima. Topo morto..?

O (moralsottotacchica): – Ratto. Morto. Quello a cui dici che entrambi somigliamo. Vado.

N (neuroshakerato): – Ma sei fuori? E quando l’avrei detto?!

O (candicamerabdomante): – Ma è mezz’ora che lo ripeti! Somiglio a un ratto morto, somiglio a un ratto morto!

N (esterrefatto): – In inglese!

O (pavloviana): – I look like a dead rat.

N (centodiciottico): – Ma no, dicevo, in inglese SON-MIGLIORATO-MOLTO!

O (malkoviciana): – Uh.

**

Alassio, tardissima mattinata di prima estate che lambisce concupiscente l’ora di pranzo. Luce che filtra dalle persiane accostate. Risveglio pigro e sornione, con l’aria fintomodesta di quelli che han dato spettacolo tutta la notte fra gli applausi dell’intera Riviera di Ponente.

K (baciandole una spalla): – Buongiorno.

O (voltandosi languida): – Buongiorno. Dormito bene?

K (affondandole la faccia nell’incavo del collo): – Mmh. E sto morendo di fame. Mangerei volentieri un’aringa salata.

O (raggelata): – Uh. Oh. Mi sa che devo andare.

K (perplesso): – Ho detto qualcosa che non va?

O (fintoindifferente): – No no. Figurati. Le aringhe salate, eh, ma scherzi, le aringhe salate sono la mia, uh, la mia passione, a colazione, poi, le aringhe salate, è fantastico, ho appena passato la notte con un pazzo che chiede aringhe salate appena sveglio, chissà dove tiene le teste delle donne precedenti, hahaha, ti spiace se mi calo un attimo dalla grondaia e fuggo via così come sono?

K (visibilmente sollevato): – Hahahaha, mi ero scordato che hai questa fantasia assurda che ti fa sembrare un po’, ma giusto un po’ disturbata, hahahaha, sei fantastica, voglio passare il resto dei miei giorni con te, a proposito, tu nella RICCA INSALATA cosa ci vuoi?

***

C (impegnato in altra conversazione a mezzo metro da me): – …chiamo al Sado Mucchetta e vedo, se c’è posto lì è più comodo e costa anche meno.

O (improvvisamente interessata): – Sado Mucchetta?

C (candido): – Sì, è nuovo. Lo conosci?

O (immaginifica): – Mai sentito. Muccassassina ha aperto una branca “hotel de charme”?

C (ignaro delle brutture del mondo): – Eh? Non lo so, ho solo paura che sia un pacco, il proprietario mi sembra un po’ rozzo.

O (ecumenica): – Non è il mio genere, ma c’è a chi piace così. Per curiosità, chi ci stiamo mandando?

C (innocente): – I Cans of piss. Ma poi mi chiedo, ok SA DOMU che vuol dire “la casa”, ma CHETA cosa mi sta a significare?

14.

– Allora la cena di Ferragosto si fa da noi, eh?

– Ok. Porto il riso nero salmone e avocado.

– NO!! Cioè, no, volevo dire, non serve che ti dist…

– Oppure la pasta al limone e olive.

– EEK! No, no aspetta, davvero, ci sarà tant…

– Ma a Fede piace.

– Fede quando ha saputo che portavi qualcosa ha deciso di passare Ferragosto a Ulan Bator.

– Ma se l’ho sentita un’ora fa!

– Un last minute. Un’emergenza. Un summit. Una sostituzione per maternità. E’ dovuta partire all’improvviso.

– Uhm. Quindi cosa porto?

– Piatti di carta.

– E..?

– Birre.

 

Capite bene che non sarà certo un velato messaggio a impedirmi di lasciare che i miei amici sprofondino nella barbarie gastronomica.

Giungo a casa manovrando Glorià come fosse un hobie cat, e sì che ho preso solo lo stretto indispensabile per far fronte ai miei due inaspettati giorni di ferie estive, approfittando dei quali indulgerò a depurare il mio spirito con Tai Chi all’alba e tisane alla sera. I cinque chili di M&M’s con arachidi, gli otto sacchi di nachos, i cetrioli, le due piante di lime, la cassa di acqua tonica e lo yogurt magro sono solo di scorta nel caso di un abbassamento di pressione.

E poi ho i maledetti piatti di carta, ovviamente.

Le birre.

E uova. Che insieme alle patate che per fortuna avevo già in casa, altrimenti avrei solo potuto trasportarle producendomi in un numero di alta giocoleria di cui non volete sapere niente,  andranno a comporre la più saporita, irresistibile, squisita tortilla che mai sia stata gustata in questo emisfero. Insalata di riso, tz! Pasta fredda, pfui! Tortilla di patate: l’unica cosa che può rendere indimenticabile una cena di Ferragosto degna di tale nome, la più profonda dimostrazione d’affetto che si possa offrire ai propri amici.

Un po’ come una frittata a casa Lorenzini.

 

Trascino una Glorià particolarmente recalcitrante su per il mausoleo che separa il cancello di Villa Balorda da un enfisema.

Dai, Glorià, su, che devo salire a fare la tortilla mentre stormi di cherubini gorgheggiano “magno cum gaudio!”.

No, Glorià, non è la stessa cosa restare a prepararla qui davanti ai contatori.

Glorià, non fare così, pensa ai bambini che muoiono di fame a Quartucciu.

Ma no le crocchette per gatti, Glorià, sono amici, vergognati!

Glorià, perdincibacco, basta coi capricci, sali questa diamine di rampa del piffero ché non possiamo star qui tutta la notte!

Ora, ho chetato con grazia e fermezza nerboruti portieri pronti ad avventarmisi alla gola su calci di rigore inesistenti e regolarmente assegnati. Ho sedato con una parola gagliardi attaccanti in preda a legittimo istinto omicida su calci di rigore plausibilissimi et eziandio negati. Ho pietrificato con lo sguardo e un cenno del mento allenatori più abili nell’uso del congiuntivo trapassato che nel modulo a zona, e ciononostante incapacitabili del non essere stati convocati ad allenare la Seleção. Eppure il mio ascendente su un inutile, testardo ammasso di ferraglia rugginosa è pari a zero: Glorià, candidata all’Oscar come Miglior Mulo Imbizzarrito Protagonista, si pianta, decide che il nostro futuro è nel rutilante mondo degli stunt e, con una manovra da cintura nera di carognaggine, si rovescia sull’asse longitudinale, qualunque esso sia, in un tripudio di bottiglie di birra molotov e uova à la kamikaze, mentre in sottofondo suona “Cool bikes don’t look at explosions”.

Lurida esibizionista svergognata, non vedrai il tuo nome più grande del mio sul manifesto del Circo Togni. Il mio doppio salto mortale indietro con triplo rimbalzo sul gradino, touchdown di menisco e affrittellamento carpiato finale fa scattare l’ovazione nel pubblico composto essenzialmente da lucertole e api. Addirittura una coccinella si avvicina per stringermi cinque o sei mani, sottolineando che si vede che ho un passato da ginnasta.

“Passato” è la parola. Nel senso che quando mi rialzo sembra che mi sia passato sopra un camion della nettezza urbana.

Il rubinetto del giardino, a pochi centimetri dalla mia schiena, si ritrae mormorando “non farmi del male”.

L’unico suono che turba il silenzio è lo sgocciolio dai cocci e dai gusci in frantumi. E l’aria attraverso i raggi di una ruota che continua a girare rivolta al cielo.

 

Glorià ed io ci guardiamo sbieche e doloranti come Skip e Jonathan nella scena finale di “Class”.

I miei amici adorati smettono di piantare spilloni in una bambolina di stracci e paglia aggrovigliata.

 

Nessuno, vi giuro, nessuno ancora sospetta che nel mio corpo si sia avviata una terrificante mutazione genetica.

 

 

[i-i-in vietnam it was fourteen]

[and living is easy]

Fotografarla oggi era impossibile. Accontentatevi.

Solito cantone in cui una signora attempata finge di essere Outsidero Rossi al Mugello, però con la bici: quel misto di calcolo dell’angolazione e intuito che porta a una piega perfetta (ed è bello che vi siate risposti da soli alla domanda “intenderà quella dei capelli?”), il ginocchio che sfiora l’asfalto, leggiadria e potenza che danzano insieme, e la sicurezza della pilota provetta che regolarmente si infrange contro una suora a cui il Signore (o una pignatta vespertina di pecora in cappotto) deve essere apparso in sogno per dirle che il suo passaporto per il paradiso consiste nello sbucare ogni giorno da dietro l’angolo come una suora a cucù.

Presso il medesimo cantone si erge un’edicola.
Detta edicola affigge tutti i giorni lo strillo di richiamo di un noto quotidiano locale, quello senza il quale saremmo rimasti tutti all’oscuro della terribile piaga che colpisce i bar quartesi.

Immagine

(immagine di repertorio)

Vado a memoria sullo strillo di oggi, ma in sostanza la notizia era questa:

“Calpesta un razzo in spiaggia che esplode. Ferita”

Ora.

6 agosto. Temperatura effettiva: 38°C alle 9.30 del mattino. Temperatura percepita: 97°C. Umidità: 700%. Il telegiornale suggerisce argutamente di bere molta acqua, mangiare frutta e verdura ed evitare di uscire nelle ore più calde. Dice qualcosa sull’evitare di trovare conforto alla calura in passatempi innocenti tipo la scansione dello strillo e la sua sostituzione con nuova versione opportunamente modificata?

No.

L’hanno fatto. Non so chi siano, delle anime perse che girano con Pelù nottetempo, degli screanzati senza rispetto del pubblico decoro, della notizia e del sacrosanto diritto all’informazione. Dei buontemponi che meriterebbero una fornitura stagionale di anguria e birra gelata.

Non tanto per la correzione in sé, piuttosto ovvia. Quanto per l’espressione 15% nonchalante, 25% allibito, 35% atterrito, 75% morboso che si è dipinta in sequenza sulla faccia della distinta dama sulla cinquantina, colorito vero cuoio, capello mechato, labbro Zodiac, tailleur di lino bianco, tacco 12 lucido d’ordinanza e l’intera riserva di Fort Knox distribuita tra collo, orecchie, dita delle mani e unghie delle dita dei piedi (lo so perché il riflesso del suo smalto mi ha accecato e a momenti mancavo la suora), alla cui lettura dell’ameno avviso ho assistito in diretta, lettura che l’ha lasciata lì boccheggiante in preda a visioni di dominazione estrema outdoor, schiocchi di frusta, tacchi a stiletto aguzzissimi e piselli-petardo.

Chiunque voi siate, grazie, davvero.

[trilogia sporca dell’avana – 2]

Undici di sera. Cambio palco fra gruppo spalla e headliner. Si presenta con la grazia di un tifone tropicale.

TT (diavolopercapellica): – Esigo il rimborso del biglietto!

O (inattaccabile dagli agenti esterni): – Buonasera anche a te, Katrina. Qual è il problema?

TT (musodurica): – Il problema è che siete dei truffatori!

O (olimpica): – Non è che sei la sorella di quella che sbaglia giorno e si ritrova Salmo invece dei Marlene Kuntz e s’incazza perché sui manifesti non c’era scritto in corpo 250 “Hai capito Razza di Rimbambita, codice fiscale RZZ RMB 70K47 B354Q, giusto per non dire che siamo vaghi e generici, il 12 i Marlene, il 13 Salmo, se leggi male son cazzi tuoi”?

TT (solidale): – Ah, lo vedi che date informazioni sbagliate? Sul mio biglietto c’è scritto “inizio ore 21”. Sono le 22.50 e ancora non hanno iniziato. Se entro dieci minuti non cominciano io voglio il rimborso!

O (arbitrale): – Effettivamente ci stanno mettendo un po’ col cambio palco, ed effettivamente hanno iniziato alle 21.30 anziché alle 21, però a onor del vero il gruppo spalla ha cominciato a suonare più di un’ora fa.

TT (come avesse appena morso una mela e ci avesse trovato mezzo verme): – Ma a me la salsa mi fa cagare.

O (come davanti a un elettore del PDL): – Confesso di non essere informatissima sul mercato dei lassativi, ma pensavo che l’archiatra palatino potesse suggerire qualcosa di meglio di un concerto interamente a base di ritmi caraibici, Vostra Grazia.

TT (iniziata): – Non hai capito. Io sono qui per il comunismo.

O (pratica): – Potevi dirlo subito. Panini bambini e cipolle, li trovi al bar dietro le tribune.

TT (sagace): – Ma mi prendi per il culo?

O (cherubinica): – Possa il Signore fulminarmi in questo istante. Serve altro?

TT (moscalnasica): – Sì! Che inizino! Altrimenti chiedo il rimborso, anzi, lo pretendo!

 

Ora. Voi che mi conoscete potete immaginarvi il finale. Gli altri possono scegliere tra queste tre opzioni:

  1. i comunisti attaccano finalmente a suonare, la tipa mi molla lì come se non ci fossimo mai parlate e verrà fatta oggetto di lancio di sigari accesi dal palco per aver steccato malamente su “Hasta siempre, Comandante”;
  2. nel tentativo di resistere alla tentazione di risponderle secondo i dettami del beato Raffaele Riefoli, fingo un attacco di tosse canina che allarmerà l’unità di soccorso, verrò caricata in ambulanza e portata a sirene spiegate presso la Ozzy Osbourne Rehab Clinic di San Francisco, scampandomi pure lo smontaggio;
  3. con un riflesso pavloviano da manuale, mi sgorga dal cuore un “in nome dell’amore, se c’è”, la tipa resta a fissarmi interdetta per una frazione di secondo, guarda a destra con la coda dell’occhio, guarda a sinistra con la coda dell’altro occhio, si accorge che siamo sole in un angolo buio, fa un cenno con la testa e scappa a gambe levate senza più nulla a pretendere. Leonix scappati dal circo, mai più senza.

[intervallo]

Dieci ore fa.
Guidare a fari spenti nella notte per vedere se è poi così difficile centrare una buca nell’asfalto.
Tra vedere e – soprattutto – non vedere, ne becco non una ma due, la seconda delle quali talmente grande che uscendone trovo un cartello che dice “Chicxulub – comune denuclearizzato – evitate i rumori molesti”. Ruota a posto, nessuna conseguenza apparente, salvo un lieve scatto che inceppa la pedalata. “Niente che un sano sedimento di ruggine non riesca a tenere insieme”, afferma sboronissimo il Girardengo che è in me.

Due ore e mezza fa.
Mentekatt irrompe in ufficio trafelato e non mi vede come prima cosa.

M. (urlando come un Tardelli incazzato): – Dov’è Out?

Borsista con laurea triennale in Hellokittologia (con tutto il candore di quella che è qui da due giorni e ancora pensa che venga qualcuno a fare le pulizie una volta alla settimana): – In bagno. Aveva tutte le mani sporche di nerchia.

Fermo immagine di Mentekatt che guarda precipitare la sua mandibola.

Mi piacerebbe dirvi che ho avuto un risveglio interessante, ma mi è solo scesa la catena mentre venivo al lavoro. Enzo Catania detto Turbomorchia non c’è mai, quando serve.

[beast is beast]

Ci siamo sbagliati tutti. Tutti.

Giovanni l’evangelista, Steve Harris, Robert Heinlein. Persino Piero Pelù non aveva capito una mazza, il che è tutto dire.

Il numero della bestia non è – ripeto: NON E’ – 666.

E’ quattordici.

E ne ho le prove, signore e signori.

Provate a piazzare un gruppo di quattordici cubani sullo stesso volo Alitalia e le avrete anche voi.

(attenzione: ciò che leggerete di seguito è stato realizzato da stuntmen professionisti. Non cercate di ripeterlo da soli in casa)

Vanno bene anche indiani, finlandesi e polacchi. Coi brasiliani in teoria l’esperimento reggerebbe. In teoria. Perché tanto lo sappiamo in cosa si trasforma un nome tipo Ricardo Izecson dos Santos Leite. Così son capaci tutti, grazie al.

Da soli è impossibile, si diceva: così come sugli aviogetti di certe compagnie manca la fila 13, l’ASS – l’avanzatissimo Apotropaic  Scaramantic System  di Alitalia – reputa di cattivo augurio inserire quattordici passeggeri sullo stesso biglietto. Per sicurezza, anche tredici, dodici, undici, dieci, nove o otto, sia mai.

 

“Ma io ho la squadra del Gemiti Pirri, ho l’ottetto d’orchi di Šostakovič, ho Danny Ocean e una decina di amici suoi  da portare in trasferta!”.

 

“Te li carichi in fila per sei col resto di due, honey”.

 

“Certo, di modo che i vostri loschi sistemi facciano in modo che la tariffa cambi tra un biglietto parziale e l’altro. Per cortesia”

 

“Credi che sia aria quella che respiri ora?”

 

 

Per pura rappresaglia donchisciottesca faccio un tentativo. Misteriosamente, il sito di Alitalia si blocca appena ho inserito – al tempo record di 36’28” – i primi sette nominativi. Strano, non lo fa mai.

 

Mi rassegno quindi all’inevitabile procedura via call center. Complici i bonus accumulati dopo aver sgominato l’operatrice stronza delle 11.27 e l’operatore pazzo delle 15.05, alle 17.38 vinco un giro con l’Operatrice Gentile.

 

OG (standard): – Buon pomeriggio, sono Clelia, operatore 491, come posso aiutarla?

 

O (scettica): – Buon pomeriggio a lei. E’ pratica di magia nera?

 

OG (buzzobuonica): – Non è la mia qualità migliore, ma me la cavo. Quanti, quando e per dove?

 

O (nichilista): – Quattordici. Primo agosto. Da Caput Mundi ad Atlantid City e poi, il giorno dopo, da Atlantid City a Dashurbiriville.

 

OG (coraggiosa): Primo agosto-due agosto? Ammazza, ve ne stancate presto, su Atlantide.

O (speranzobarlumica): L’ultima volta ce ne siamo stancati talmente presto che li abbiamo lasciati direttamente all’aeroporto di Caput Mundi senza manco farli arrivare qui, s’immagini.

 

OG (combattiva): Vada col primo nome.

 

O (i[n]spirata):  Salvador Rafael Nadal Garzòn Bargallò.

 

OG (amichevolmente constatante): Quattordici. E neanche un italiano.

 

O (condogliante): No.

 

OG (accomodante): Sarà una lunga notte. Vada col secondo nome.

 

O (e/spirante): Luìs Miguel Felipe Yoel Nilso Lòpez Gutierrez de la Cuesta del Sol de las Siete Fuentes y de la Puta Madre.

 

OG (pratica): Sul biglietto apparirà in forma abbreviata, ma noi ovviamente lo dobbiamo inserire per intero. Mi fa lo spelling, per favore?

 

O (praticissima): Livorno Udine Imola Savona, Milano Imola Genova Udine Empoli Livorno, Firenze Empoli Livorno Imola Palermo Empoli, York Otranto Empoli Livorno, Napoli Imola Livorno Savona Otr…

 

OG (aboccapertica): Ma… ma lei è una spellologa professionista!

 

O (immodesta): Anche un filo compulsiva.

 

OG (tecnica): Ho notato, fila come una mitragliatrice, non le sto appresso. Le dispiace ricominciare e andare un po’ più lentamente?

 

O (entusiasta): Affatto. Livorno Udine Imola Savonarola, Mamarùa Imola Genova Udine Empoli Limortacci, Fanculo Empoli Livorno Imola Padrenostro Empoli, Youaremysunshinemyonlysunshine Otranto Empoli Livorno, Narcos Imola Livorno Occhioperocchio, Latisana Ommioddio Paragnosta Enterprise Zoccola…

 

Quattro ore dopo:

                                                                                             

… A-E-I-O-U-Ypsilon, Domodossola Empoli, Livorno Abbiamoquasifinito, Pinocchio Ululì Tavernello Accanisciunèfesso, Maremmamaiala Aldebaran Domodossola Romolo Esausta.

 

OG (esistante): Mi perdoni. Ho un dubbio.

 

O (misterwolfica): Adesso non ce l’ha più. Vero?

 

OG (titubante): Il signor Faustino Adalberto Felìz Depilado Rodriguez. Siamo sicuri che sia Depilado?

 

O (perduta): Se fosse Depilado non sarebbe Felìz, lei cosa dice?

 

OG (smarrita): Quindi diventa Depilado Infelìz?

 

O (seriamente incompresa): Oppure Felìz Repilado, come da anagrafe, con la erre di…uhm…

 

OG (allargantica): …di Rottinc…

 

O (concorde): …di Rottenmei…

OG (professional): Di Rotterdam. E non se ne parli più. Ora aspetti che prima di passare altre sei ore a combattere contro il BOPCCRS – Bank Of Papero polis Credit Card Rigetting System – mi segno il giorno e l’ora in cui parte ‘sta carovana, così faccio mettere di turno una mia collega stronza. Che si diverta a controllarli tutti, i nomi.

 

O (conclusiva): Faccia, io intanto ordino due pizze e un paio di birre. Sarà una lunga notte. Cianuro e rucola le va bene?