[outing]

Ci son momenti, nella vita di una persona, in cui si sente il bisogno di parlare. Di buttar fuori quello che si ha dentro, non perché finora magari lo si sia tenuto nascosto, però.

Ho sempre guardato agli outing altrui con un misto di spocchia e orrore, e trovavo invadente, quasi violento, il voler imporre agli altri faccende intime che nella più remota sfera del privato dovrebbero essere custodite. Eppure, una volta di più, son costretta a ricredermi, ora che dal mio profondo l’urlo preme per esondare e gli argini se la danno a gambe prima di essere travolti.

Chiedo scusa in anticipo per questa confessione non richiesta che avrebbe potuto, dovuto essere sommessa e riservata a pochi intimi, e invece si sta per trasformare in una presa di coscienza pubblica, impudica e veemente.

E chiedo perdono, a voi e a me stessa, per l’esposizione pornografica e senza remore di una parte di me che non tutti condivideranno. Anzi. Nella migliore delle ipotesi, quanto sto per dire verrà derubricato alla voce “sticazzi”, e sarà quasi un sollievo in confronto all’ipotesi peggiore, quella che darà adito a una pioggia di accuse che – in coscienza – non sento di meritare. Lungi da me l’idea di atteggiarmi a martire della causa, non c’è un secondo fine, non si tratta di un’autoerotica ricerca di consensi. Tutt’altro.

Ma se questa mia esternazione dovesse servire a far sentire anche uno solo di voi meno isolato nella propria condizione di paria, sappi, o amico – e, più raramente, amica – che non sei solo. Perché anche io, come te

ODIO

LO

SHOPPING

Andare in giro per negozi è un concetto che la mente non considera. È poco moderno, mi rendo conto, ma brasarsi dentro un toro di Falaride indossando una vergine di Norimberga e due stivaletti malesi trovo sia comunque più caritatevole nei propri e negli altrui confronti.

Comprare vestiti è l’orrore. Davvero non si capisce questo moralismo bigotto che pretende di impedire a tutti di girare nudi, come è naturale che sia. Il freddo, mi direte. Ma il freddo dura poco e, nel caso, basta arrotolarsi ben bene in un paio di foglie di vite. Vuoi mettere trovarsi di fronte a un dolmadakia gigante, vuoi mettere l’acquolina in bocca che scatena una visione simile, vuoi mettere i sistemi alternativi per generare calore direttamente suggeriti da cotanta succulenza rispetto a…

(oddio, non ci riesco)

…a…

(pensa all’Inghilterra)

…al pile.

No, dico.

Il pile.

L’anticoncezionale per eccellenza.

Lattice, superlattice, budello naturale, amianto, pillole di cryptonite, cerotti al titanio, spirali ovali: non-servono-a-un-beato-tubo.

Non scherzo. Già, a vederlo scritto, uno legge istintivamente pìle e pensa “ok, va a pile, ma ‘ste pile, esattamente, dove..?”, e quello è il massimo dell’erotismo che vi potete aspettare.

Ma provate a infilarvi sull’apposita, pregiatissima escrescenza un gambaletto color carne: partner che svengono, urla di raccapriccio, libido sbattuta in prima serata nel servizio principale di “Chi l’ha visto?”. Vespa, con ghigno belluino, appronta il plastico titolando “Quel che resta del porno”.

Pensavate fosse il top in materia di sicurezza.

Pensavate.

Ora provate a infilarvi, con molta cautela e tenendo indietro bambini e cardiopatici, un manicotto di pile. Con fantasia da pile (vedi oltre), essenziale perché l’effetto anticoncezionale raggiunga il massimo dell’efficacia: partner che si scempiano calpestandosi per guadagnare le uscite di sicurezza, lacrime di disperazione, la libido strilla Olicrosse e Godamite!, morde la capsula di cianuro e ciao, il prossimo raptus di concupiscenza lo vedrete quando al posto della carta igienica si useranno tre conchigliette.

Non che dall’altra parte funzioni meglio, eh. Donne freddolose, ne hanno stroncato più loro della campagna di Russia. Buttarle in un vulcano acceso potrebbe sembrare la soluzione più pratica, ma non sempre risulta  conveniente dal punto di vista logistico. Per tacere del fatto che alcuni di voi, nostalgici feticisti del sorbetto, fosse pure quello alla cicoria, le amano.

Tanto lo sapete come va a finire.

Osservi perplesso quella specie di inuit che ti gira per casa cercando di capire se sia la tua donna, un/a senzatetto in visita che ha educatamente consegnato i cartoni al guardaroba o un barbapapà fatto di crack. Nel dubbio, tenti un approccio.

Livello 1: plaid di pile da 600gr, indossato a mo’ di poncho come in uno spaghetti western, però girato in Groenlandia, tenuto fermo da una foca viva a bandoliera.

Livello 2: felpa di pile da 800gr, detta La Barriera. Mica per lo spessore, no, è che di norma ostenta una fantasia capace di accecare un bisonte a 900 passi. Riconosciute come armi non convenzionali dall’ICO, le fantasie da pile sono state messe al bando nel 1994, dopo che un’inchiesta rivelò che per la loro realizzazione decine di daltonici venivano sottoposti a trattamento coatto a base di LSD. Uno spreco indicibile.

Livello 3: pantalone di pile da 1200gr. Praticamente il caveau della KfW.

Livello 4: body a dolcevita di pile da 500 gr. Il lasciapassare per il paradiso della bestemmia.

Livello 5: canottiera di pile da 380gr. Voglio trovare un senso all’invenzione del trinciapolli, del divaricatore toracico e della fiamma ossidrica. Anche se il trinciapolli un senso non ce l’ha.

Livello 6: calzamutanda di pile da 400 gr. L’unica cosa che ti impedisce di lasciarti possedere dal demone del velcro è che non sei sicuro di cosa cazzo sia, il velcro.

Dopo sei ore che stai scavando che manco in miniera e non sei neanche arrivato al Livello 9: mutanda di pile da 390gr, intravedi in lontananza una porzione di coscia e ti rianimi tutto. Controlli l’ora: le tre del pomeriggio. Controlli gli strati: 9 all’obiettivo. Vai che entro mezzanotte si tromba. Quando, finalmente, distrutto dalla fatica, sotto le tue mani inutilmente elettrizzate dal poliestere (spiumatrice elettrica, eppure in polleria sembrava una figata) avverti il dolce tepore della creatura che ami, la trovi che fuma soddisfatta, ubriaca di brandy, insieme ai tre san Bernardo che l’han raggiunta prima di te.

Il pile.

Ogni volta che lo sento nominare, vengo travolta dalle sue spire voluttuose e perdo il filo.

Lo shopping, dicevamo. Un film di Mathieu Kassovitz.

Sono cresciuta in una famiglia devota al culto della riparazione. Qualunque cosa rotta poteva e doveva essere riparata. Qualunque cosa, dai tavolini sfasciati durante gli allenamenti di piramide umana storta (Scuola elementare E.Fermi, IV D, campione provinciale 1977-78), ai rapporti sentimentali. Nessun articolo sarebbe mai stato sostituito con uno nuovo finché lo spirito di quello vecchio non fosse apparso in sogno brandendo una petizione contro l’accanimento terapeutico e supplicando una sepoltura pietosa.

Va da sé che comprare qualcosa al primo, secondo, terzo, centoquattordicesimo accenno di malfunzionamento è inteso come un oltraggio.

Sì, lo so che potreste obiettare che così si mandano in malora decine di amici che campano grazie al commercio. A parte che non pensavo conosceste tutti ‘sti pusher, ma sarei ben felice di prendermi cura di loro personalmente (gli amici che campano di commercio, ma anche i pusher), pur di porre fine a questo scempio.

Poi, voglio dire, le parole sono importanti. Cos’avete contro il baratto? Sentite come suona bene: baratto. Evoca scambi cordiali e rilassati fra persone ammodo che, a conclusione dell’affare, sbevazzano insieme ragliando garrule “se tu dai una cosa a me, io poi do una cosa a te”. Shopping fa venire in mente gironi infernali di maniaci sado-ossessivo-compulsivi, traumi da cric per un parcheggio, il Comitato Parenti delle Vittime dell’Apertura dei Saldi, il record indoor di turpiloquio per contendersi l’ultimo articolo di quel tipo.

Comunque.

Io lo so che sono una brutta persona. Ho condotto svariate esistenze facendomi beffe dei dieci comandamenti, delle leggi federali, di quelle della fisica e della termodinamica, del codice di Hammurabi e del manuale delle Giovani Marmotte. Con le virtù teologali ho fatto barchette, in quelle cardinali mi ci son soffiata il naso.

E non me ne sono mai pentita.

Credo sia per questo che qualche divinità superiore mi abbia fatto venire in mente di recarmi presso un centro commerciale di sabato pomeriggio.

In dicembre.

La facevo facile: mi serve del silicone, vado a comprare il silicone. Niente liste della spesa, niente borse di tela, niente verifica preventiva di quello che manca prima di uscire da casa (quest’ultima cosa fa parte della mitologia, l’ho scritta solo per dare un tocco intellettuale a questo papiro). Cinque euro in tasca e via andare, leggera come una libellula, fiduciosa come una pastorella alla periferia di Lourdes.

Talmente periferia che mi tocca parcheggiare al bivio di Carcassonne sur Mammarranque, lì dove parcheggio di solito non c’è spazio manco per mettere un monociclo. Un campanellino comincia a risuonarmi in testa. Cazzo, Trilly, lo sai che capelli ho, se ti ci vai a infognare bisogna tirarti fuori col soccorso alpino. No, non ce l’ho adesso il tempo di tirar fuori anche Elvis e Jim Morrison, devo comprare il silicone.

Trilly innesta Mach 3 e si defila.

(avevo scritto “si depila”, in prima battuta, poi per fortuna mi son vergognata e l’ho cancellato prima che qualcuno potesse leggerlo)

Avanzo di tre passi e mi si para davanti un capellone.

–          Passerotto, non andare via!

–          No, guardi, hanno già provato a darmi del pettirosso in passato, e ultimamente ho qualche problema a star seria in presenza di quaglie, cortesemente, non ci si metta anche lei.

Avanzo di altri tre passi, mi si para davanti un vecchio. Rasputin da vecchio, con un saio e un bastone nodoso.

–          Fuggisci, sciocca!

–          “Fuggisci”?

–          E oh, mi andava a puttane la metrica, fuggisci.

Lo scanso, ché non son qui a giocare a regina reginella, devo solo prendere il silicone e tornare a casa.

Sabato pomeriggio. Dicembre.

Oltrepasso le porte scorrevoli e mi ritrovo nel fosso di Helm.

Taglio, che ormai i panettoni han lasciato il posto alle sedie a sdraio: due cose non potrò mai scordare di questa missione drammatica.

La prima è il vasetto di crema antigravità. Non l’ho potuto fotografare perché guardato a vista da Cerbero in persona, non ho capito se perché ho l’aria di una che si frega le cose nei negozi o di quella che con la gravità pensa di avere un conto in sospeso, anziché una battaglia persa. Però fidatevi, esiste.

La seconda è questa:

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(non metterò mai più piede in un centro commerciale in dicembre, non metterò mai più piede in un centro commerciale in dicembre, non metterò mai più…)

 

 

[dulcis in fundo]

Poteva finire qui?

Non scherziamo.

– Ciao, come stai?

Legno, ferro, tette sinistre, a me!

Valuto persino la possibilità di mettermi le mutande pur di infilarmele al rovescio. E di tornare in ufficio a dare una tastata a Mentekatt. Sulla spalla, tanto è uguale.

– Ciao mamma.

Circa la metà degli incidenti stradali che si verificano in questo paese sono dovuti a mia madre.

Compone numeri a caso (“oh, andiamo, cosa me ne faccio di salvarli nella rubrica, vuoi che non mi ricordi il numero di mio marito e dei miei figli? E poi tanto i numeri sempre quelli sono, prima o poi li becco”) e appena lo sventurato risponditore accenna al fatto che si trova in macchina per tagliar corto, lei lancia il suo più accorato anatema:

– Vai piano, mi raccomando.

Il problema non è la velocità. Il problema è che guidare con entrambe le mani sui coglioni (perdonate il linguaggio più portuense del solito. Dopo una giornata del genere fa rima e c’è), propri o altrui, non garantisce una tenuta di strada ottimale, specie trovandosi a dover scansare mucche, tronchi di sequoia, papere, opossum, rinoceronti, tavole da surf e casse di bitter cadute dall’auto che vi precede, stormi di cicogne fuori rotta e il corpo di ballo dei cosacchi degli Urali che improvvisa un flash mob all’uscita di una curva.

E, non o.

Se prende un treno, è sicuro che qualcuno ci si butti sotto. Se vola, chiudono mezza Europa per nebbia, neve, vento forte, sciopero dei controllori di volo, nidiate di piccioni nei reattori, pestilenze e guerre civili.

Sempre e.

Gli incidenti domestici? Un semplice “stai attento” è foriero di ustioni, fratture e lavande gastriche.

Se ve lo dice dal vivo fate prima a prenotare una suite in ortopedia, ma rende bene anche a distanza. Tipo che mia nipote non siamo sicuri se sia stata davvero voluta o se mio fratello si sia dimenticato di spegnere il telefono. Per dire.

– Sto bene, mi hanno tolto i punti oggi.

– Ah, brava. Stai attenta a non prendere freddo, i colpi d’aria possono essere letali. Tienila coperta, la ferita, mi raccomando.

– Mamma, ce l’ho in faccia. Mica posso girare con un passamontagna.

– E perchè no? Meglio Diabolik di Moshe Dayan.

Il mio regno per una palla.

– Volevi dirmi qualcos’altro?

– No, solo augurarti la buonanotte.

Alè.

Ovviamente il post mi si è cancellato per sbaglio mentre lo stavo postando, due ore fa. Riscriverlo col telefono è una cosa lunga. Ma tanto ho tutta la notte.

Una concorrente.

Mille e una insidia.

Imprevisti.

Probabilità.

Una sola, grande sfida.

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BALORDISTAN EXPRESS

La colazione dei campioni

Immagine

Col tasto rosso del tuo display aptico potrai inviare la soluzione al quesito di oggi:

cos’è finito questa mattina sul pane tostato della concorrente?

In palio un buono per un brunch balordo della domenica, valido per due persone che vi stanno particolarmente sul cazzo.

[careful with that onion, oliver]

[niente di serio]

Perché mi fotografa? C’è il rischio che non sappia più dove rimettere l’occhio, se le tocca svitarlo?

          – Logico.

Comincio a pensare di potercela fare.

Ho addosso un camice verde bosco che – al diavolo la modestia – mi dona molto. Si intona a meraviglia col mio colore di capelli, e soprattutto col mio colorito. Carpa morta opaco, lo definiscono sul catalogo.

Ce l’ho da mezz’ora, più o meno da quando ho avuto l’idea brillante di chiedere all’infermiera cosa mi avrebbero fatto di preciso. Prima ero “carpa morta metallizzato”. Cambiare colore fa parte della mia gamma di poteri mutanti: come metto piede in un ospedale, comincio a virare dal seppia titubante al polpo atterrito, passando per il ghiozzo indeciso, la triglia confusa e lo scorfano frastornato in una notte di mezza estate.

Non è che abbia un cattivo rapporto con gli ospedali.

È che il 9 agosto del ’45 a Nagasaki ha fatto caldino.

Se sono costretta a una manovra di avvicinamento, questa avviene sempre con circospezione.

Nel senso che son capace di allestire un circo da far sembrare Moira Orfei un topo caduto nell’olio, pur di non dovermi avvicinare a un ospedale.

Ci entro con sospetto.

La sola ipotesi di toccare una cosa qualunque lì dentro mi manda fuori di testa. E lo dice una che ha fatto pipì nei peggiori autogrill, e non di Caracas, della Salerno-Reggio Calabria.

Riprendo a respirare solo una volta che ne sono uscita. Dagli ospedali, ma anche dai cessi dell’autogrill. E non dalle porte, dal perimetro della recinzione.

E di solito mi ci vuole un’oretta d’infusione nel rum per levarmi di dosso l’odore, anche se lo sento solo io.

Lunedì mattina.

Entriamo, io e la mia peggior interpretazione di quella spavalda. Roba da assicurarmi un posto stabile per sei stagioni nel cast di “Un posto al sole”.

Salgo dove devo salire.

Aspetto.

Aspetto.

Aspetto.

Nessuna Lecca Serena, stavolta. Non che possa servire. Niente serve. Non serve concentrarmi sull’orrendo baratro in cui è precipitato il comparto calzaturiero mondiale, ben rappresentato dai piedi delle affollanti la sala d’attesa della zona prelievi. Non serve la scorta di libri che mi son portata. Non serve nemmeno fissare il poster dell’Alleanza Mondiale per la Sicurezza del Paziente, roba che lascerebbe un neurone lucido a chiedersi come abbiano riformato il servizio sanitario galattico su Coruscant, più che a preoccuparsi del fatto che dei medici ritengano necessario allearsi per garantire la sicurezza dei propri pazienti.

Ogni volta che qualcuno con un camice si affaccia da quella porta c’è il rischio che mi trasferiscano in rianimazione.

Finalmente un’infermiera col camice amaranto (a Pitti Immagine ASL si stanno allargando) mi prende sotto la sua ala protettrice e mi porta con sé. Controlla tutte le mie credenziali. Si sofferma su un foglio aggrottando l’aggrottabile. Mi guarda sconcertata. Cazzo, lo sapevo che le tracce di sangue nell’alcol non sarebbero passate inosservate. Una dottoressa col camice azzurro e i capelli corti entra, mi prende la faccia, la gira e la volta come stesse scegliendo un melone al mercato, poi con un sorriso da pescecane mi fa: “Verrà bene”.

Verrà bene?

Verrà BENE??

Cioè, aspetta, l’ipotesi che potesse venire male esisteva DAVVERO al di fuori della mia mente in preda al terrore??

Camice Amaranto, fulminea, stacca una chiavetta dal muro, me la pianta in mezzo alla schiena, mi carica a molla e mi spedisce a pagare il ticket prima che mi trasferiscano in psichiatria criminale.

L’escursione mi fa bene: riprendo colore (passando dal cefalo asfittico a un vivace grongo moribondo), scopro che non esiste psichiatria criminale in questo ospedale, mi chiedo quale sarà stavolta il posto sicurissimo che custodirà a prova di bomba le mie ricevute del ticket (che resisterà a ricerche che manco il soccorso alpino e che le risputerà fuori giusto in tempo perché le possa allegare alla dichiarazione dei redditi del 3021), esprimo un parere tutto sommato positivo nei confronti del SSN senza che nessuno me lo abbia chiesto, e torno in reparto con la mente ossigenata e pronta a dar spazio a nuovi interrogativi senza risposta, tipo chissà se la filodiffusione passa i Run DMC solo qui o in tutto l’ospedale.

Che poi chissà se sono i Run DMC che riportano le cose nella giusta dimensione. In fondo sono qui per una cosa poco più che stupida. Pensa a tutta la gente che viene qui per cose serie, Sider, ma serie davvero. E pensa soprattutto alla lezione che devi trarre da questa esperienza. La lezione che devi trarre da questa esperienza è:

Mai.

Chiedere.

Un.

Parere.

Medico.

A.

Tua.

Madre.

Mia madre, innanzitutto, non è detto che sia mia madre. Semper certa un par di bisoli. Avete presente le filastrocche che inventano le mamme per intrattenere i loro bambini? Ecco, questo fu l’apice raggiunto da mia madre un pomeriggio in cui io, lei e mio fratello Zippo, a metà degli anni Settanta, anziché farci le pere tra i bidoni dell’immondizia nei vicoli del Bronx ci annoiavamo a morte a bordo di una 128 celestina, aspettando mio padre disperso chissà dove:

Sotto le palme e le canne di bambù,

mamma si addormenta e non si sveglia più.

Per dire.

Oltre ad essere una fine umorista, mia madre è anche l’unica persona che conosco ad aver avuto una cosa simile a quella per cui sono qui adesso. Non  so sia stato l’effetto destabilizzante della diagnosi, fatto sta che mi son distratta e ho fatto la cazzata.

Le ho chiesto com’era andata. Senza dirle che ero direttamente interessata, beninteso.

Grosso errore.

Grossissimo errore.

Madre si è lanciata in un resoconto da far impallidire il Grand Guignol, roba che solo una donna non saldamente in salute e ormai avvezza a comunicare con gli altri solo in funzione di malanni e disgrazie si diletta nel fare. È partita con un sospiro e poi, con voce tremula che non riusciva a celare l’enorme soddisfazione nel lasciarsi andare a disquisire del suo argomento preferito, è partita con la descrizione dettagliata di operazioni che darebbero il voltastomaco a un plotone di agenti in assetto antisommossa a cui richiedano di sgomberare una scuola occupata da attivisti no global.

Non son più riuscita a levarmi dalla mente le parole “scoperchiare”, “più punti del previsto” e “dolorosissimo”. Soprattutto “scoperchiare”.

Ma soprattutto i Run DMC sono usciti fra gli applausi della curva, e lo so che non mi crederete, ma – ecco, “possino cecamme” ora come ora forse lo eviterei, però ve lo giuro sulla mia mano sinistra, che tante soddisfazioni continua a darci, sul terreno di gioco del Filodiffusion Stadium ha appena fatto il suo ingresso trionfale, signore e signori, questo brano.

Ve lo giuro. Dice, che lavoro fai? Faccio il deejay all’oncologico, dice. Ambè.

Ma torniamo alle mie idee brillanti. Non paga del gustoso scenario di devastazione dipinto da Madre, chiedo a Camice Amaranto cosa mi faranno esattamente. A volte penso che dovrei interdirmi da me stessa.

Lei mi guarda come se le avessi chiesto con cosa fa la besciamella. Con cosa vuole che si faccia, la besciamella?

          – Le facciamo un taglio. Con un bisturi.

Evidentemente il mio repentino cambio di colore le suggerisce che l’informazione sia sufficiente.

Che donna naïve. Ancora non sa che sono una professionista dell’imbecillità.

         –  I-i-i-i.

          – Brava. Ora mi faccia una paginetta di A.

Prendo fiato.

          – In anestesia totale?

Mi guarda come se le avessi detto che sono scesa a pagare i ticket in sesterzi e la macchinetta non li ha accettati.

          – In anestesia totale?! Ma non si fa più niente in anestesia totale! Tranne il trapianto d’organi.

Mi acchiappa al volo prima che tocchi terra. Nel frattempo, un’anestesista, dalla sala operatoria, s’incazza perché qualcuno le ha portato via “il pezzo”. Non voglio sapere il pezzo di chi, considerando che il prossimo potrebbe essere mio. Camice Amaranto mi spinge dentro un attimo prima che raggiunga il parcheggio passando dalla finestra.

          – Si sdrai.

In altre circostanze, obietterei che il lei è un po’ formale. In queste, mi limito a restare sulla soglia con la grazia di una vittima di Vlad l’Impalatore. Entra il chirurgo.

          – Cos’abbiamo?

          – Mulo recalcitrante, adulto, segni vitali assenti.

         – 200 cc di Stroncabisontil per endovena, una padellata in fronte e un calcioinculo per prepararla. Lei, non avrà mica paura?

          – Io? No, ho terrore.

Talmente tanto terrore che mi lascio fotografare senza disintegrarlo.

Camice Amaranto, intanto, mi piazza un telo blu in faccia. Col camice verde bosco sta una meraviglia.

          – Come va?

          – Insobba, bi sta tappaddo il daso.

          – Usi la bocca.

Il chirurgo et moi emettiamo un discreto “a-hem” all’unisono. Forse ce la posso fare davvero.

          – Ha una coagulazione eccellente.

        –  Grazie. Era dai tempi in cui mi dissero che ho un utero perfetto che non mi sentivo così narcisa. Ehi, un momento, cos’è questa puzza di carne bruciata?

          – È ora di pranzo anche per noi, sa.

          – Vi pare il momento?

          – Vorrà mica che svenga dalla fame prima di richiuderla? Se vuol favorire non faccia complimenti. Del resto offre lei.

          – Sono vegetariana.

          – Oh, poverina.

          – Poverina un accidente, lasciatemi almeno due patate.

          – Lo dico sempre io, i vegetariani hanno un caratteraccio. Abbiamo quasi finito.

          – Ma mi sta cucendo col filo blu elettrico?

          – Perché, non le piace?

          – Son tutta vestita di nero, sembrerò interista.

          – Vi è andata anche bene, domenica.

          – Ma non sono interista!

          – Allora le lascio un po’ di sangue, così fa rossoblu-forza Cagliari.

Torna serio solo mezz’ora dopo, al momento di salutarmi.

       –  Tutto a posto. Abbiamo tolto tutto quello che c’era da togliere. E per fortuna l’abbiamo preso in tempo, se avessimo tardato anche solo un mese sarebbe stato molto più complicato.

Riesco solo a dire grazie.

Poi vado a comprare l’antibiotico che mi ha prescritto. La farmacista mi guarda come se volesse dirmi che non devo vergognarmi se mio marito mi picchia. Devo essere uno splendore. Torno a casa, non prendo l’antibiotico e passo la serata con un siberino in faccia per non intaccare le riserve di ghiaccio da mojito.

Lo prendo l’indomani, l’antibiotico. E nel giro di mezz’ora mi convinco anche di essermi presa le pulci, le zecche, i pidocchi e le piattole. Sapevo di avere tre stelle sulla Guida Michelin delle zanzare tigre, ma di essere servita come dessert al pranzo di nozze dell’imperatore dei pappataci non ce l’avevo in programma. Non sentivo un prurito simile da quando, da ragazzina, lessi “Christiane F.”. Persino i santi e le madonne che ho scomodato cominciano a grattarsi furiosamente e in maniera onestamente poco signorile. Mi butto sotto la doccia fredda in cerca di sollievo, ma niente, il sollievo è come la Titina. Indecisa tra un parossismo di passione col fico d’India e il gettarmi nella calce viva, chiamo la mia veterinaria curante. Meglio, le scrivo, visto che parlare e respirare cominciano a venirmi difficili. Lei, donna meravigliosa, intuisce, pronuncia la celebre frase “aspetta che chiedo a Glauco cosa si fa per gli umani in questi casi”, e mi spedisce dritta al pronto soccorso.

Dove lo scenario che si presenta è il seguente:

  • umanità variamente dolorante, bardata alla meno peggio con mezzi di fortuna: 35%;
  • parenti dell’umanità dolorante, in stati registrabili tra l’alterato con brio e l’incazzato veemente, con variazioni sul tema “siamo qui dalle 9.20 di stamattina”: 55%;
  • barellieri in transito veloce, allontanarsi dalla linea gialla: 15%;
  • parenti non veementi che – stanchi di attendere all’impiedi per mancanza di posto a sedere – hanno deciso che accomodarsi sulle sedie a rotelle di servizio non porta sfiga come provare le stampelle, e per ingannare l’attesa hanno organizzato un giro di corse e scommesse clandestine su chi riesce a percorrere l’atrio in meno tempo: 10%.

Mi registro a gesti e rantoli e mi preparo a una lunga attesa, che invece è brevissima. La porta scorrevole si chiude in tempo e i frastimi acuminati di quelli che son lì dalle 9.20 si conficcano sull’infisso anziché nella mia schiena.

Dall’interno, il pronto soccorso è un’oasi di pace: due incidenti stradali gravi, un’amputazione, lussazioni ridotte con la manovra di Riggs. Tutti che danno in escandescenze, tranne una.

         –  Almeno lei non parla – dice la dottoressa che mi ha preso in carico massaggiandosi le tempie.

          – Fanculo  – agonizzo dentro la maschera ad ossigeno.

(praticamente sono un compendio dell’iconografia cinetelevisiva: ho la maschera di Airport, il rash cutaneo del dottor House, l’adrenalina di Pulp fiction, l’enfisema di Darth Vader, l’espressività di Vito e l’antistaminchia di Littizzetto)

Per circa cinque ore fisso un rassicurante cartello col dettaglio della Scala di Glasgow, mentre a intervalli irregolari qualcuno arriva a dire a qualcun altro “dalle altri 200cc di Salcazzil”. Simpatizzo con la mia dottoressa, primo perché sbaglia numero tre volte chiamando un altro ospedale, poi perché, dalla terza ora, come riprendo l’uso della parola, continua a chiedermi serissima “ma quella è la sua voce normale?” quando ancora è evidente che ho inghiottito Qui, Quo e Qua, e infine perché trovo ammirevole il fatto che continui a onorare la sua professione aggiustando la manica di buzzuri maleducati che la prende a male parole, invece di avvelenarli tutti.

 

Alle nove di sera respiro quasi normalmente e ho la voce dell’144, ma sembra non essere condizione sufficiente per tornare a casa. Cerco di opporre resistenza al ricovero in osservazione, più che altro perché dovrebbero trasferirmi in un altro ospedale, e io nutro un profondo scetticismo verso gli ospedali intitolati a figure religiose. Come dire: se anziché alla scienza dobbiamo votarci a un santo, Houston, capisciammé che abbiamo un problema. Alla fine mi convinco che mi stiano trasferendo al Lo Chiamavano Trinità, dove in segno di benvenuto mi regalano due braccia da tossica.

Alle undici di notte aspetto che l’anima caritatevole che si è offerta di andare a casa mia a nutrire Grogu e a prendermi il necessaire per la notte mi regali la prima vera risata della giornata presentandosi alla porta del reparto e scoprendo che Sider non è il mio vero cognome.

Alle undici e mezza di notte, ne regalo una io riuscendo a chiudermi fuori dal reparto trenta secondi dopo aver detto “ma certo che poi posso rientrare”.

A mezzanotte e un quarto semino inquietudine girando con un surrogato di pigiama fatto maglietta che reca sulle spalle la scritta in Verdana maiuscolo corpo 90: INFILA IL PERTUGIO GIUSTO.

Alle cinque e mezza del mattino vengo giustamente punita per la mia impudenza da uno shuttle che scalda i motori davanti alla mia stanza.

Alle cinque del pomeriggio sono da un tatuatore. Non fate caso alla scritta “Levofloxacina? No, grazie” che da oggi campeggia sulla mia tetta sinistra, è giusto un promemoria.

 

(“Un giorno di ordinaria exeresi” è stato realizzato grazie al contributo di una serie di persone, che qui possono ritenersi ringraziate per essersi prese cura di me, prima, durante, adesso e nel futuro. Se levofloxacina non ci separa)

[lavorare stanca]

Quello che devo fare.

Ingranaggi, momenti meccanici, uno dopo l’altro. Adduttore, ginocchio, polpaccio, caviglia. Pedale, catena, pignone.

Che non lo so se le biciclette ce l’hanno, il pignone, ma da un po’ di tempo a questa parte trovo che pignone sia una parola straordinariamente sexy.

Quindi, pignone.

Che almeno una cosa sexy, in mezzo a questo agglomerato poco urbano di ruggine e carne, è bene ci sia.

Perchè, immaginate lo spot del disincrostante per il water. E quello dello sgrassatore per la cucina. E quello dell’anticalcare per la lavatrice.

(che uno dice ma vaccamiseria, o (vocativo) pubblicitario, che idea hai dell’intelligenza del tuo target per ambientare codeste réclame in set al cui confronto i peggiori porcili di Caracas paiono il Trianon?)

Ma non era un pippone sull’immaginario collettivo deviato dalla pubblicità che volevo attaccarvi. Era solo per dire che mi sento come quel water, quel piano cottura e quella serpentina di lavatrice, tutti insieme appassionatamente.

Zozza. Appiccicosa. Incrostata.

Invitante.

Oh, insomma. Non vedo dodici ore consecutive d’ozio da più di due mesi, e ancora ce ne passerà prima che. L’ultima volta che ho dormito come la dea comanda mi pare fosse febbraio. A dirla tutta, non credo che se mi chiedessero di girare “altolà al sudore” in questo momento ammazzerei la troupe, ma la sensazione è quella. Mi si ponesse la scelta fra Dave Grohl nudo che mi sussurra “fammi tuo” e una vasca idromassaggio a tre piazze traboccante di schiuma, ora come ora non ci sarebbe storia.

E poi, come fa la paperella Dave Grohl.

Ma in assenza della premiata ditta Jacuzzi-Grohl, la cosa più vicina al paradiso è la doccia di Villa Balorda, più qualcosa di buono che riconcili le mie gastropareti con l’equilibrio universale, facendole passare dalla modalità Beirut ’76 a quella Ginevra ’05.

Vedo persino il cartello con la freccia, “Paradiso Città, 15,8 km”. 15,8 km, allo stato attuale delle cose, con le riserve energetiche talmente a zero che l’uso sconsiderato di un congiuntivo potrebbe uccidermi, equivalgono a dover raggiungere New Manhattan a piedi e senza un goccio d’acqua.

Quello che devo fare.

Adduttore, ginocchio, polp…ette.

Polpette?

Polpette. Mai piaciute, ma adesso ci passerebbero pure quelle. E, soprattutto, l’idea di trovarmi davanti Poldo e schiaffeggiarlo con cattiveria mi fa recuperare un etto di forze.

Quello che devo fare.

Adduttore, ginocchio…cosa c’era dopo il ginocchio?

Un sonno becco c’era, dopo il ginocchio.

E’ tardi, è buio, e fa caldo.

Lo so che è fine ottobre. Appunto.

E’ tardi, è buio, fa caldo e sono esausta. Valuto seriamente la possibilità di sdraiarmi su una panchina, cedere all’abbrutimento e addormentarmi. Lo faccio. Fanculo, lo faccio. Lasciatemi morire qui, Grogu si troverà un topo, per stanotte.

Da mangiare, non da trombarsi, animali.

Lo faccio. Non c’è in giro un cane, neanche uno che si chiama Samantha, lo faccio.

Non faccio un cazzo. Dal ripiano più alto dell’armadio delle mie personalità multiple sbuca una specie di cicisbea con la french che si presenta come la Marchesa di Carabas. La cicisbea, non la french. Insiste petulante che una vera signora non si mette a dormire sulle panchine, il che è un ottimo sistema per farmi spanteganare sulla prima che trovo e attaccare a russare con tanto di bolla al naso pure se non russo.

Capisce che non attacca. Allora mi fissa serissima, poi mi sussurra una cosa all’orecchio. Ristriscio in groppa a Glorià e mi riavvio verso Villa Balorda.

Che poi, sia chiaro, non è che mi stia lamentando. Di questi tempi riuscire a trovare due lavori retribuiti in maniera infima, per non dire infame, è una fortuna non da poco, significa spostare in avanti di qualche mese il momento dell’inevitabile sfratto. E non è il caso di stare a sottilizzare sul fatto che non sia possibile svolgere due lavori a tempo pieno nell’arco di una giornata, se uno si organizza è possibilissimo, e il fatto che ciascuno dei due lavori a tempo pieno sia retribuito part-time è un ottimo incentivo per un’organizzazione impeccabile. Di solito non durano più di qualche mese, è vero. Ma tanto neanche il lavoratore.

Non mi lamento affatto. No, è solo per spiegare il perché di qualche comportamento che potrebbe risultare inconsueto. E non mi riferisco tanto al buttare il filtro del tè dopo aver ficcato nella tazza la bustina di carta, quanto piuttosto all’addormentarmi nel corso di conversazioni telefoniche e svegliarmi di soprassalto perché dall’altra parte qualcuno mi fa notare che forse non stavo seguendo, visto che pare abbia risposto “c’è Pinta sulla torta” a un invito a cena con delitto. O al contribuire in maniera significativa alla ridefinizione del concetto di “poco urgente” (devo farlo gratis? non è urgente; devo farlo gratis ma sei un dio del sesso? sarà pronto in settimana, tempo di spelarmi tutte e due le gambe. no, non è irsutismo, è che ho le gambe lunghe, il tempo per spelarne due insieme non ce l’ho; devo farlo gratis ma in cambio mi porti a mangiare giapponese? due ore e sarà nella tua casella dell’elettroposta). E’ solo per scusarmi per le corrispondenze rallentate, per le assenze prolungate, per quelle che sembrerebbero istanze conclamate di menefreghismo, ma non lo sono.

Di solito.

Quello che devo fare.

Sono Roald Amundsen che striscia verso il Polo Sud, sono Armaduk, sono il Troia FC contro l’Achei Associazione Oligarchica.

Sono una cretina che fissa l’orologio appeso all’angolo della farmacia e non capisce se 23:10 è l’ora o la data.

Sono quella che domattina pubblicherà il seguente annuncio: cercasi palo professionista per rapina alla banca del tempo.

Ma che per ora cerca di non precipitare da ponte Vittorio con tutta la bici e – per il potere di Ninetto Davoli! – striscia verso casa fischiettando “Stancheça, per favore vãi via”.

[sì, stupenda]

Ora, diciamo la verità, i complimenti di natura estetica con me non è che si sprechino.

(se è per questo nemmeno gli altri. Una volta un tipo che non stava bene mi ha detto che ero dolcissima. Il problema non fu poi tanto far fronte al polverone sollevato per rappresaglia dall’Unione Sindacale delle Mele Cotogne – per quanto si trattò di una roba brutta, alcune attiviste si cosparsero di zucchero e si diedero fuoco per rivendicare i loro diritti al grido di “Se è dolcissima lei, allora noi” – quanto l’aver rivelato la cosa al mio fonico in un momento di debolezza. Mi costò cinque mesi di prese per il culo senza quartiere)

Va bene così, eh, per carità. I complimenti m’imbarazzano. Mi pagurizzo, regredisco alla vivacità verbale di un protozoo, sorridere e ringraziare – che pure sono azioni elementari che compio con naturalezza da quando son nata – diventano improvvisamente processi prostranti quanto un trapianto cuore-polmoni a gravità zero, con una pistola puntata alla testa e una bionda che ti cerca una lente a contatto nei pressi della braghetta. Con un gentiluomo con cui mi accompagnavo nel secolo scorso eravamo arrivati al compromesso che, quando voleva lusingarmi con un apprezzamento particolarmente entusiasta, mi diceva “Non fai troppo schifo”, ed è stata una relazione lunga e per molti versi soddisfacente. Per dire.

(c’è una sola persona da cui riesco a sentirmi rivolgere il superlativo assoluto di un complimento resistendo all’istinto che mi vorrebbe far spalancare il coperchio di una botola e sprofondarci dentro, a parte le mie socie che mi vedono con gli occhi dell’ammore. Certo, penso lo stesso che sia impazzito e il primo impulso è sempre quello di chiamare il 118, e non è detto che prima o poi non lo faccia, ma finora)

E comunque ora tutto questo appartiene al passato.

Da oggi mi aspetta una nuova vita.

Siamo a una svolta epocale.

Perché stamattina, appena oltre la soglia dell’ufficio, del tutto inaspettatamente, ho trovato lei.

Signore, signori, ho il piacere e l’onore di presentarvi la sdoganatrice che tutti aspettavamo.

Il termine di paragone che salverà il mondo.

Colei che verrà ricordata nelle nostre preghiere, insieme all’ufficiale dell’anagrafe brevettuale improvvisamente mancato all’affetto dei suoi cari nell’attimo in cui si è trovato solo davanti al modulo col suo nome.

La luce che illuminerà le nostre serate, quando – nel momento critico che separa la fase “ma sì, esco così mi distraggo un po’” da quella “ma ‘ndo cazzo vai che sembri una riesumazione venuta male”, quello in cui disgraziatamente butteremo un occhio allo specchio prima di uscire e vedremo il compendio di diciotto ore di lavoro, quattro di sonno, due Steeple sotto gli occhi, guance da far invidia a Miss Sharpei 2013, tette avvistate l’ultima volta all’altezza della regione lombare, caviglie ad ancia doppia ma in compenso la tonicità di quello che la dott.ssa Carmen Dks Leonida definisce in gergo tecnico “sacco di piscio” – invece di tapparci in casa, lanceremo per aria, come fossero secchi e stracci, le buste del pane che dovremmo per decenza metterci in testa, e usciremo fiere di una nuova bellezza ululando trionfanti l’Habanera di Bizet.

Perché se lei è Stupenda, amiche e amici, diciamocelo senza falsa modestia, nessuno di noi può essere più meno che belloccio.

 

2013-10-23 10.18.30

[anche goldrake, nel suo piccolo, s’incazza]

[attenzione: il post che segue contiene linguaggio più esplicito del solito. Chi pensa di poterne restare infastidito non venga poi da me a chiedere risarcimenti per l’acquisto di bastoni bianchi o cani guida]

Tutte le cose belle finiscono, usava dire un mio ex riferendosi al proprio periodo refrattario.

Il KME non fa eccezione.

(mettete via i fazzoletti, non è ancora il momento dei ringraziamenti, della commozione e dello smodato consumo d’alcool che farà tracimare oltre gli argini ogni tipo di commento impudico sul fonico del Pan del diavolo)

L’effetto principale della fine del KME è che posso tornare a scrivere.

(non è vero. L’effetto principale della fine del KME è che posso finalmente smettere di indossare le stesse mutande da una settimana.

– Ma che schifo!

– Non ho detto che sono le stesse. Cioè, sì, l’ho detto, e sì, sono le stesse, ma perchè le lavi la notte sotto la doccia e te le rimetti la mattina dopo.

– Le stesse.

– E certo, hai i minuti contati sempre, non te lo puoi concedere il lusso di perdere tempo a cercarne altre. Per quello devi essere brava a sceglierle il primo giorno.

– E se ti capita di… sì, insomma, con…

– Regola numero uno del bravo direttore di produzione: quando si è in servizio non capita.

– Essere incommensurabilmente pirla è uno dei requisiti contrattuali del bravo direttore di produzione?

– Ovvio. E comunque i gruppi girano, la stessa mutanda due giorni di seguito non la vedono mai.

– Sì, ma i tecnici?

– I tecnici sono nella nostra stessa condizione, se capita, capiscono.)

E quindi. È un po’ che volevo condividere una riflessione sulle parole comunemente utilizzate per offendere. E su quanto spesso, a ben vedere, alcune di esse vengano usate in maniera inappropriata.

Puttana, per esempio.

Come ho avuto modo di chiarire ad un collega, qualche tempo fa, “puttana” è una professione, non un insulto. Poi, se vogliamo prenderci tutti a botte di “commercialista!”, “brutto pizzaiolo che non sei altro!”, “figlio d’un geometra!”, “architetto te e tre quarti d’aa palazzina tua!” e “netturbino da quattro soldi”, liberissimi.

Testa di cazzo.

Ora, siamo onesti. Un uomo nudo in avanzato stato di eccitazione è buffo. Se non lo è, o è amore o somigliava bene.

(all’amore, non a un uomo nudo)

In ogni caso, la parte lì, di per sè, è apprezzabile. Talvolta pregevole. Fonte di grandi soddisfazioni, con essa vivremo sempre liberi di peccare e sicuri di ogni turbamento.

Da dove arrivi la valenza negativa resta un mistero.

(mi direte: mica lo scopriamo oggi che le definizioni che richiamano il sesso femminile hanno sempre un’accezione positiva e quelle che si rifanno al sesso maschile sono generalmente sinonimo di negatività. Ma perchè? Passi che siamo noi, sacerdotesse del multitasking, dall’alto di quella irresistibile supponenza revanscista, di quell’incontestabile superiorità femminile che ci rende così amabili – soprattutto quando si abbina a quel pizzico di delizioso autolesionismo che ci spinge a trattare dei maschi adulti come bambini o ritardati mentali incapaci di lavarsi da sè la divisa con cui hanno giocato a hockey nel fango dentro un cassonetto dell’umido, a giudicare dalle condizioni in cui è ridotta – a ritenere “cazzone” un termine tecnico per definire un lavativo buono a nulla. Ma voi?)

E comunque, se mi è concesso, a me uno che urla “testa di cazzo!” mi sa sempre un po’ di Goldrake.

Prenderlo nel – scrivere questo post con due colleghi che improvvisamente, da dieci minuti, hanno eletto domicilio alle mie spalle, e ivi stazionano con scuse poco plausibili cercando di leggermi il monitor per capire con chi ce l’ho sta diventando un esercizio acrobatico, ve lo dico.

Comunque c’è a chi piace.

(prenderlo nel bagagliaio, non mummificarsi dietro le colleghe)

Voglio dire, non è una cosa universalmente riconosciuta come spiacevole. Non è come dire:

“La classe politica bada solo ai propri privilegi, tanto poi chi si prende gli elettrodi sui capezz

“…tanto poi chi si prende il mattarello nel nas

“…tanto poi chi si prende la mattonata sui denti siamo sempre noi”.

(feticisti. quando becchi quello puntiglioso è la fine)

A rigor di logica è piuttosto come dire:

“Le tasse aumentano, l’evasione pure, e alla fine chi mangia le ostriche siamo sempre noi”.

C’è gente a cui piace, altrochè.

(questo post è dedicato alla memoria della mia amica Francesca, che in gioventù, avendole qualcuno fatto notare che il linguaggio portuense mal si addiceva ad una signorina ammodo, elaborò un sistema molto personale per venirne fuori: ogni volta che il demone del turpiloquio la induceva in tentazione si metteva a strillare “Vernellone!”, convincendo così i turisti affollanti Cala Sinzias di aver prenotato le vacanze nell’unica spiaggia dove i vu cumpra’ vendevano ammorbidente)