Alta.

Bella.

Bionda.

Alta, bella, bionda.

Occhi.

Celesti.

State già pregustando il ritornello?

Bene.

Accompagnato da un rumore di puntina strisciata malamente, irrompe sul vostro palcoscenico interiore un villico zozzo di terra e sudore, il quale placca la Beata Prorompenza Periforme e attacca a strillare che avete cagliato i maroni con ‘sta storia che non deve sapere quant’è buono il cacio con le puppe.

Poi se ne va come una furia, pestando gli scarponi inzaccherati nel vostro stagno mentale finché anche l’ultimo riflesso della vostra fantasia canora non è svanito.

Quando riaprite gli occhi nel mondo reale, al posto di Lady Williams-Conference vi appare lei.

Lui.

Lei.

Vabbè.

Creatura mitologica dal corpo di bue muschiato e testa di Giacobbo.

Capelli corti pezzati da avanzi di tinture sotto le quali si intravvedono larghe chiazze di bianco sporco, come da sotto mani e mani di intonaco scrostato.

Maglietta grigia con stampa di inspiegabile damina in tournure, che mette in evidenza, all’altezza del petto, quelle che si direbbero due orecchie da cocker.

Pantaloni della canadese grigi con elastico alla caviglia. Due piedi da hobbit, insaccati in un paio d’infradito, contrastano con un paio di mani curatissime dalle unghie smaltate di scarlatto. Le guardi e pensi alla disgrazia che ha portato al trapianto con il primo pezzo di ricambio disponibile.

Naso aquilino, bocca dagli angoli sdegnosamente piegati all’ingiù, come se trovarsi sul sedile di fronte, di domenica mattina presto, una sciamannata che sembra aver corso per prendere l’autobus dopo essersi cosparsa di vinavil e rotolata nell’armadio dei Mötley-Fa’ qualcosa- Crüe, fosse uno spettacolo indegno a cui sottoporre il contribuente onesto.

La sciamannata, nel frattempo, cerca di concentrarsi sui petali, o le piume, o le sfogliatelle di plastica che decorano le infradito della creatura per non risultare indelicata fissandole i baffi.

Ma improvvisamente, sull’autobus si filodiffondono le note del tema de “Il padrino”.

“Li ho fissati solo per trenta secondi!” – pensa la sciamannata – “E sono qui solo perché mi si è scaricata la batteria di Amaranta. E comunque sarei rimasta senza benzina. E avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi ha portato la casa! C’era il funerale delle cavallette, è crollata l’inondazione, una tremend…”

La sventurata si infila una mano sotto l’ascella, ne estrae un telefono e risponde.

“Ciao, micione”.

Così.

Due parole, un lavoro pulito. Meglio di un colpo a bruciapelo.

La sciamannata fatta secca verrà rimossa solo al capolinea.

[the professional]

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[brace yourselves]

Suore.

Tz.

Prinz verdi.

Pfui!

Gatti neri che rompono specchi passando sotto scale.

Ma per cortesia.

Signore, signori, è con viva e vibrante soddisfazione che vi informo che l’unica, incontrovertibile, inossidabile espressione della sfiga verace è racchiusa in tre parole.

Che non sono “Sole, cuore, amore”.

Neanche “Cielo, mio marito!”.

E nemmeno “Posso spiegare, agente”.

Nossignori. La triade maledetta, il triangolo che nessuno si preoccupa di considerare, è composta da tre apparentemente inoffensivi – e quindi infidi – lemmi:

Stasera.

Torno.

Presto.

Possibilmente pronunciati socchiudendo le palpebre, sollevando le sopracciglia, con un leggero sbuffo di sufficienza beota nei confronti di qualunque intoppo possa presentarsi e di quei poveracci che non sono capaci di rispedirli serenamente al mittente col timbro “domani”.

Gli intoppi sono permalosi. E non sono mai cani sciolti. Nossignori. Gli intoppi sono una maledetta lobby.

Agiscono in maniera subdola, a valanga. Hanno pure la faccia tosta di seminare indizi, che una parte del vostro cervello coglie come un’immagine subliminale, mentre il resto sbatte, pesta e produce ogni tipo di rumore molesto proprio sotto la crepa nel ghiaccio.

Ore 17.58: – No, ma figurati, certo che vengo a darti una mano quando esco dal lavoro, però tieni conto che al massimo alle otto devo andar via che ho ospiti a casa.

Ore 18.58: – Sì, lo so, non era previsto che passassi qui ad affogare nelle scartoffie invece di rilassarmi sul terrazzo con una birra gelata e in ottima compagnia, ma tanto resto poco, al massimo alle otto vado via che ho gente a cena.

Ore 19.58: – E’ un vero peccato interrompere qui questo lavoro stimolanterrimo che arriva dopo sole altre otto ore di lavoro delirante, credimi, resterei, ma purtroppo devo andar via, ho ospiti a cena.

Ore 20.25: – Ehi, mi hai beccato per un soffio, sto scappando, ho gente a cena e sono in ritardo.

Ore 20.45: – Ma scherzi, ti ringrazio per aver voluto condividere con me il tuo tempo prezioso e soprattutto il racconto dei malanni della tua famiglia dai tempi dei primi insediamenti punici, starei ad ascoltarti per ore, ma purtroppo devo lasciarti perché a casa ho degli ospiti che si staranno nutrendo di bacche e radici, visto che sono ancora qui e non ho ancora fatto la spesa.

Ore 20.55: – Ma porca di quella pala, ci credo che ti ha lasciato per un nazionale di pallavolo cubano se non riesci manco a sentire ‘sto cazzo di verbo senza metterti a piangere, razza di lagna opprimente che non vaporizzo solo perché sono una persona sensibile e dotata di molto tatto, e ora schiodati e lascia che – E LO SO CHE HO DETTO DI NUOVO “LASCIA”, MA SE RIATTACCHI A FRIGNARE TI CHIUDO LE DITA NEL PORTONE, QUANTEVVEROIDDIO! – mi catapulti a casa, dove troverò dei graziosi manufatti a forma di ospiti mummificati e coperti di muffa a forza di aspettarmi.

Cinque minuti.

Mi proietto verso il supermercato più vicino, di cui posso fugacemente ammirare una serranda chiusa che nemmeno Santa Barbara dei Fulmini, sia pur invocata a gran voce insieme ad altre amiche in un rosario fiorito, riesce a perforare.

Tre minuti.

A rotta di collo verso l’ultima speranza. Nello slancio, mi chiudo un lembo della camicia nella catena e faccio il mio ingresso trascinandomi appresso Glorià e il bidone dei rifiuti a cui l’avevo legata. I Tamburi del Bronx chiamano il mio agente e ci offrono bilirubiniliardi perché diventi la loro coreografa. Ma non ho tempo. Frantumo il record olimpico dei 5000 siepi scavalcando cumuli di patate, pile di scottex e transenne di pelati, e alla fine mi spalmo contro il banco dei freschi, che era poi la destinazione finale inserita nel mio gps interno.

Non faccio in tempo a emettere un lamento che alle mie spalle si manifesta Lea Van Cleef vestita da commessa. Sprezzante del pericolo, la ignoro e mi dedico alla mia missione.

E mi rendo conto di avere un problema.

Un grosso problema.

Un enorme problema.

–          Se ha bisogno di qualcosa la prenda in fretta che stiamo chiudendo.

Resisto alla tentazione di risponderle che no, sono entrata di corsa coi barattoli attaccati alle chiappe per capire se posso andarle bene come mezzo di trasporto il giorno delle sue nozze, mica perché mi serve qualcosa.

Resisto perché ho un problema.

–          Temo di avere un problema.

Mi guarda con odio comprensibilissimo. Se non avessi ospiti che mi aspettano in una casa distante cinquanta minuti in bici da qui, e a cui cortesia vorrebbe che si offrisse del cibo, mi odierei anch’io.

–          Mi dica.

Professionale, essenziale, pratica.

Spero non pratica di arti marziali, visto quello che sto per dire.

–          Devo comprare una braciola.

Ho la classica faccia da “terra inghiottimi”. Lei ha la classica faccia da “terra, inghiottila ma prima masticala bene. Se poi volessi sputarla, capirei”.

–          E?

Prendo fiato e applico il Metodo Sider per Farsi Coraggio.

–          Sono vegetariana. Non le so riconoscere.

Mi guarda, indecisa se sbattermi fuori a calci nel culo o strappare di mano lo scopettone con cui il suo collega sta pulendo il pavimento e legnarmi prima. Forse durante.

–          Le sembra l’ora di venire a prendere per il… a scherzare?

–          Glielo giuro.

Mi tolgo il cappello, lo sistemo davanti al muso, abbasso le orecchie e sgrano gli occhioni.

Mi guarda ancora, indecisa se firmare una petizione per la riapertura dei manicomi o cominciare a chiamare il suo avvocato. Alla fine decide che sono una forma di vita aliena ma non pericolosa. Forse. Senza perdermi d’occhio un istante, si avvicina al banco frigo della macelleria, sposta la copertura termica, afferra una malloppa sanguinolenta e fa per porgermela. Istintivamente mi ritraggo. Lei capisce, rimette a posto la malloppa, ne prende una meno grondante, la infila in un sacchetto e me la riporge. La prendo, ringrazio inchinandomi indietreggiando con la grazia di una geisha di Villaputzu, e pedalo verso casa nella notte pensando:

a)      Cristo, ho comprato un pezzo di carne;

b)      l’Apocalisse è vicina;

c)       chissà se la commessa chiuderà la giornata con un “Nonna Isix, Reparto Vai Contro I Mostri Lanciati da Vegan, ore 21.05”

 

[serenamente]

Gentile ex-fanciulla dal completo azzurro e dalle Crocs gialle spropositate che ti fanno somigliare a un Titti di un metro e sessanta caduto a capofitto in un paiolo di sangue di puffo, io ti capisco.

Capisco che consegnare referti ospedalieri non sia in cima alla lista delle professioni più eccitanti di sempre, ma che – anzi – languisca intorno alla posizione n°925, immediatamente dopo il sorvegliante di onde che vanno (da non confondersi col sorvegliante di onde che vengono, assai più quotato) e staccatissimo dal lucidatore di corna di gnu.

Capisco anche il dilemma etico che ti attanaglia quando ti trovi a dover scegliere tra chiamarci per numero, annullando l’ultimo barlume di umanità da questa sala più asettica nella teoria che nella pratica, oppure per nome, riconoscendo a ciascuno di noi pubblicamente la propria identità in barba alla privacy.

Hai deciso che l’opzione umana, in tempi e luoghi come questi, vince su tutto.

Ti capisco.

Capisco un po’ meno questa attitudine carabinieresca di chiamare le persone prima col cognome che col nome, ma ne colgo il risvolto pratico.

Ti capisco.

Ti capiamo tutti.

E tutti ti ringraziamo per il bel momento che ci hai fatto vivere stamattina quando, pura e innocente come noialtri affollanti la sala d’attesa del reparto non siamo più stati da quando avevamo sei anni, hai continuato per venti minuti a chiamare a gran voce la signora o signorina

– LECCA SERENAAAAA!!

senza renderti conto che ci sono genitori e ufficiali dell’anagrafe che andrebbero condannati ai lavori forzati, ma a cui nonostante tutto offriresti volentieri un caffè.

[nessuno è innocente]

Può solo sembrarlo, all’inizio.

Tipo metti che stai (stella stai) cercando la data esatta del Hug Your Cat Day. Sembra una cosa innocente, no?

No.

Perchè è su pagine innocenti come la Giornata Nazionale dell’Abbraccia-il-gatto che si nascondono link perversi a cose tipo l’Annual sex. Link che tu fissi con un barlume di costernazione pensando a ‘sti poveracci che trombano solo una volta all’anno, e ci credo che ne fanno una giornata di festa nazionale, finché ti si snebbia la lente a contatto destra e metti a fuoco la seconda parola come “seeds” anziché “sex” (nella foto: Outsider Magoo che socchiude gli occhi e avvicina il muso al monitor fino a spiaccicarci su il naso nel tentativo di distinguere le cazzo di lettere in corpo 6). E a quel punto non sai più se il problema sono i giardinieri che sbucano da dove meno te lo aspetti o se è la primavera che è un’arma letale.

Nel dubbio, fissi un appuntamento dall’oculista.

[il ritorno del luisone]

Crollare o non crollare, questo è il dilemma che ti assale mentre allacci la cintura di sicurezza.
La mancanza di sonno comincia a farsi sentire. Mancanza di sonno parzialmente compensata dal sorriso sghembo che è l’esito principale di questi due giorni, tra il rutilante incontro annuale col sor Concomi (al netto di puffi, duole dirlo), la scarpinata verso il Palazzo dei Marescialli, il monumento al Mignolo Ignoto, il mancato sgambetto a Gasparro Gasparri, gli ululati sul maestro Morricone, le azioni di accerchiamento terroristico a Termini e un trattamento a quattro stelle, che non guasta. Adoro le riunioni di redazione. Per tacere dei miei colleghi.

Mentre penso ogni bene (e tante belle cose) dei miei colleghi, i due posti di fianco a me vengono occupati in extremis.
Squadra in trasferta.
Composta, ciliegina sulla torta, da gentiluomini. L’apocalisse dev’essere dietro l’angolo.

Sopra l’angolo, invece, c’è un’allegra perturbazione che ci fa saltare a fuoco vivace. Niente di troppo truce, in realtà, nonostante il perentorio annuncio “cabin crew stop the service” e le conseguenti facce del personale di bordo che si affretta a tirar via il carrello facessero intendere il contrario. Non riuscendo ad abbioccarmi, disquisisco amabilmente di e-book e di calcio col mio vicino, che cerca contemporaneamente di sopravvivere ai vuoti d’aria. Finché, dopo uno zompo particolarmente audace, il gentiluomo assiso lato corridoio non dice qualcosa tipo “non è il volo peggiore che abbiamo fatto”. Non lo è, ma lo pregheremmo tutti di lanciarsi in certe affermazioni solo dopo aver toccato terra, sai mai, mentre intanto noi si tocca dell’altro. “Ti dice niente il nome Pasquale Luiso?”, mi chiede il garbato vicino appena riprende possesso dei suoi timpani. Mi dice più di qualcosa, il nome Pasquale Luiso, e non solo perché appartiene al signore lato corridoio che mi ha appena presentato il mio vicino come “il miglior preparatore atletico in circolazione”.

Pasquale Luiso.
15 giugno 1997. Caldo appiccicoso, una trasferta memorabile, sassi e insulti, e un compleanno rovinato da un boato che si spegne sul 3-1. Pasquale Luiso segnò due di quelle tre reti.
Ecco perché l’avevo rimosso.

[riequilibrium]

Ovviamente ho provveduto a ripristinare il corretto ordine delle cose, dopo cotanta poesia.

Ovvero.

Mi è entrato il piercing nel naso mentre mi lavavo la faccia cercando di svegliarmi. :ultramegaeeeeek:

Non ne voleva sapere di uscire.

Ho insistito.

Insistito.

Insistito.

Ho continuato a insistere anche mentre guidavo verso il farmacista ricoverato.

E mi sono accorta troppo tardi che i miei vicini di semaforo non potevano sapere come stavano veramente le cose, mentre fissavano allibiti una soave fanciulla che ravanava pesantemente nella sua narice alla ricerca – chissà – delle sue radici.

O di una pantegana da estrarre a sorpresa a mo’ di coniglio dal cilindro.

Fatto sta che al verde son partiti senza voltarsi indietro.