[with a little help from my friends]

Dice “venti rinforzati dal quadrante nord-occidentale”, dice.

E non parla di una comitiva di irlandesi in sospensorio.

(che pure danno il loro contributo a quella maschia eleganza che fa fremere noi fanciulle)

No, venti di quelli che potevo fare a meno di mettermi la camicia, prima di uscire.

Visto che appena svoltato l’angolo mi è stata strappata via a forza. Addio, amica mia. Mi mancherai. Primo perché mi piacevi molto e mi stavi pure bene, cazzarola, e poi perché da qui a stasera faranno in modo di farmelo notare in tanti, che mi manchi. Ti ricorderò così, a vagare leggera come uno sbuffo di lino sopra il Mediterraneo.

– Ahmed, ma cos’è ‘sta zozzeria? Quante volte devo dirtelo che gli stracci che usi per spolverare il cruscotto del cammello non me li devi stendere vicino al bucato pulito?

E quindi son lì che pedalo bestemmiando che manco Bartali sul Pornoi, perchè sono in reggiseno ma se continua così manco più quello, e la mamma di Eolo riscuote consensi fra tutti gli altri nani, “a saperlo prima che potevamo avere di meglio di quella sciacquetta in gonnellone giallo”, quando sulla mia sinistra colgo un movimento.

Assurbanipal.

Non uno che gli somiglia, non uno per dire “un uomo vecchissimo”, uno di quelli incartapecoriti dal tempo, levigati da, ossidati da, resi coriacei da.

No.

Proprio lui, in persona.

Come faccio a riconoscerlo, dite.

Er.

Ecco, io.

Come dire.

Ammetteròllo prima che intervenga Cùder con una delle sue teorie fantasiose sui miei trascorsi: dalle foto.

Ebbene sì, anch’io dal parrucchiere leggo Novella 630 a. C. Vergognandomene, ma senza poter resistere, come tutti. Anche voi, non fate gli innocentini. Almeno io non mi abbasso a comprarlo in edicola nascondendolo dentro Supersex per non dare adito a pettegolezzi.

E comunque.

Vento da NNO con raffiche da 95 km/h, si diceva. Roba che dice “uh, guarda, piove, eppure c’è il sole”.

Non è pioggia, sono i sassaresi che pisciano controvento tutti insieme.

Apposta.

Roba che stamattina da queste parti non volano gabbiani, no, volano caribù fuori rotta.

Dice, ma i  caribù mica volano.

Se è per questo manco gli orsi polari, le foche e le madonne delle nevi, eppure non è che quelli che volteggiano da due ore cercando invano di planare sian qui per turismo.

Ok, le madonne delle nevi le sto facendo volare io, è vero.

Assurbanipal, invece, non vola.

Assurbanipal pedala.

Senza sforzo, come se invece del tifone che cerca di estirpare duodeni ai passanti ci fosse una brezzolina rinfrescante ordinata apposta per attenuare il solleone. Dei sei capelli che ha in testa, non uno è fuori posto, e già questo basterebbe a rendermelo inviso.

(inviso, una parola, tuttattaccata. A voi leggere Supersex vi fa male)

Mi si accoda, poi mette freccia a sinistra, entra nel mio campo visivo e mi supera.

Ora, non è che io mi creda Eddy Merckx, per carità. Però capite bene che farsi superare da uno che, a occhio, ha qualcosa tipo 2600 anni più di me non aiuta la mia autostima.

Lascio giù i jeans, un polmone e la madonna del Ghisallo per alleggerirmi, pigio sui pedali, mi trito una rotula ma lo riprendo. Lui mi mostra un dente. Nel dubbio, lo prendo per un sorriso.

– Bella giornata per uscire in bici, eh?

Ora, io sono fluent in assiro. E’ solo che sul momento mi sfugge se vaffanculo sia una parola piana o sdrucciola, cascare sulla pronuncia mi secca molto. Mi limito a guardarlo. Lui, un gentleman in tenuta gialla e verde fluorescente capace di stendere un bisonte a 300 passi, distinto, composto, compatto. Sudato? Ma non scherziamo. Io, la figlia naturale di Medusa e di Gatto Silvestro a fine centrifuga.

– Non sarà affaticata?

Ma certo che no. E’ che ho un casting per “La grande stanchezza”, stamattina mi son truccata apposta.

Lui, brutto figlio di Assahaddon, ha la sfrontatezza di ridermi in faccia.

Ohè.

Calmino, neh, Assu. Che tu avrai pure diritto al rispetto dovutoti per l’anzianità, ma io sono una signora, non ci metto niente a spianarti le rughe a colpi di tiraraggi.

Egli nota il mio palese disappunto e, per non esacerbarlo, passa dal ridermi in faccia allo sghignazzare senza ritegno.

Ringrazia che sono in debito d’ossigeno, Assu, e non ce la faccio a superarti e a tagliarti la strada, altrimenti assisteresti a una migrazione di denti tra te e il tuo pignone che manco le rondini a primavera.

– Vuol sapere qual è il mio segreto?

No. Non lo voglio sapere. Non me ne importa una beata cippa del segreto tuo, di quello di Fatima e nemmeno di quello di Lady Gaga, che per inciso dice che sta tutto negli orgasmi e negli spinaci, dal che si evince chiaramente che quell’Olivia era proprio una figa di legno. In due ore ho percorso 63 centimetri, praticamente sono ancora sul cancello di casa mia. Sto per chiamare Grogu e chiederle di avvicinarmi il colbacco, i guanti da sci e la sciarpa, visto che se continua così non arriverò a destinazione prima di Natale.

– Adesso glielo faccio vedere.

Ammica, l’impudente. E prima che io abbia il tempo di dire “Signore, ti prego fulminami, ora!”, si infila una mano in mezzo alle gambe.

Mi è toccato mollare il manubrio per coprirmi gli occhi con tutte e due le mani mentre nella corsia opposta arrivava l’autobus, a momenti non ero qui a raccontarla.

– Ma no, cos’ha capito, guardi!

Lui, piedi a terra, mano saldamente in mezzo all’orrore.

– Ma non voglio!

Io, piedi a terra, occhi ancora tappati, l’eco di un saluto a mia madre da aprte dell’autista del bus.

– Si fidi, una cosa così non l’ha mai vista!

Non faccio in tempo a puntualizzare che “una cosa così non l’hai mai vista”, se non si è ben sicuri del fatto proprio, non è mai una frase saggia da dire a una donna, quando lui, con un movimento lesto del polso, riempie l’aria di un ronzio potente.

– Ha visto? C’è il trucco. Alla mia età, senza un aiutino certe prodezze non si riesce mica più a farle.

E se ne riparte garrulo, controvento e senza sforzo sulla sua cazzo di motoretta a pedali.

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[comics]

Già solo per la coda di questo brano valeva la pena arrivare in fondo a questa giornata.

(tornare a casa – tardi, tanto per cambiare, e fame e sete e il mio regno per una vasca – pedalando piano su diapositive che scorrono random, apparentemente random – telefonate a bassa voce/il pino (minuscolo) fuori dalla finestra/i fresco della notte/il freddo boia della notte/il caldo umido della notte/risate. inarrestabili/i Giardini di Mirò/caffé (zitta, non dire niente)/la luce del pomeriggio tra i cazzo di rami bassi/lo strappo nei tuoi jeans/lo strappo nella tua maglietta/gli strappi addosso a me/le pale eoliche/una cosa sul Preikestolen che mi son dimenticata di dirti a proposito di sabato scorso/quella cosa che non abbiamo mai finito/tutte le cose che vorrei fare/quelle che non posso più fare/passeggiare per una bellissima città toscana che preferivi quando c’era decisamente meno gente/ascoltarti raccontare/sorrisi allo stato brado/vari tipi di nostalgia/correre a perdifiato per disperdere il sovraccarico di gioia/Cantagallo/Annus Horribilis ogni vent’anni vs. Very Special People ogni dieci (il bilancio è comunque in attivo)/quello sguardo/gustarsi il tormento (due deficienti) – e tra una cosa e l’altra pensare che ‘sto titolo ha un po’ di Neil Gaiman, ma pensa te)

14.

– Allora la cena di Ferragosto si fa da noi, eh?

– Ok. Porto il riso nero salmone e avocado.

– NO!! Cioè, no, volevo dire, non serve che ti dist…

– Oppure la pasta al limone e olive.

– EEK! No, no aspetta, davvero, ci sarà tant…

– Ma a Fede piace.

– Fede quando ha saputo che portavi qualcosa ha deciso di passare Ferragosto a Ulan Bator.

– Ma se l’ho sentita un’ora fa!

– Un last minute. Un’emergenza. Un summit. Una sostituzione per maternità. E’ dovuta partire all’improvviso.

– Uhm. Quindi cosa porto?

– Piatti di carta.

– E..?

– Birre.

 

Capite bene che non sarà certo un velato messaggio a impedirmi di lasciare che i miei amici sprofondino nella barbarie gastronomica.

Giungo a casa manovrando Glorià come fosse un hobie cat, e sì che ho preso solo lo stretto indispensabile per far fronte ai miei due inaspettati giorni di ferie estive, approfittando dei quali indulgerò a depurare il mio spirito con Tai Chi all’alba e tisane alla sera. I cinque chili di M&M’s con arachidi, gli otto sacchi di nachos, i cetrioli, le due piante di lime, la cassa di acqua tonica e lo yogurt magro sono solo di scorta nel caso di un abbassamento di pressione.

E poi ho i maledetti piatti di carta, ovviamente.

Le birre.

E uova. Che insieme alle patate che per fortuna avevo già in casa, altrimenti avrei solo potuto trasportarle producendomi in un numero di alta giocoleria di cui non volete sapere niente,  andranno a comporre la più saporita, irresistibile, squisita tortilla che mai sia stata gustata in questo emisfero. Insalata di riso, tz! Pasta fredda, pfui! Tortilla di patate: l’unica cosa che può rendere indimenticabile una cena di Ferragosto degna di tale nome, la più profonda dimostrazione d’affetto che si possa offrire ai propri amici.

Un po’ come una frittata a casa Lorenzini.

 

Trascino una Glorià particolarmente recalcitrante su per il mausoleo che separa il cancello di Villa Balorda da un enfisema.

Dai, Glorià, su, che devo salire a fare la tortilla mentre stormi di cherubini gorgheggiano “magno cum gaudio!”.

No, Glorià, non è la stessa cosa restare a prepararla qui davanti ai contatori.

Glorià, non fare così, pensa ai bambini che muoiono di fame a Quartucciu.

Ma no le crocchette per gatti, Glorià, sono amici, vergognati!

Glorià, perdincibacco, basta coi capricci, sali questa diamine di rampa del piffero ché non possiamo star qui tutta la notte!

Ora, ho chetato con grazia e fermezza nerboruti portieri pronti ad avventarmisi alla gola su calci di rigore inesistenti e regolarmente assegnati. Ho sedato con una parola gagliardi attaccanti in preda a legittimo istinto omicida su calci di rigore plausibilissimi et eziandio negati. Ho pietrificato con lo sguardo e un cenno del mento allenatori più abili nell’uso del congiuntivo trapassato che nel modulo a zona, e ciononostante incapacitabili del non essere stati convocati ad allenare la Seleção. Eppure il mio ascendente su un inutile, testardo ammasso di ferraglia rugginosa è pari a zero: Glorià, candidata all’Oscar come Miglior Mulo Imbizzarrito Protagonista, si pianta, decide che il nostro futuro è nel rutilante mondo degli stunt e, con una manovra da cintura nera di carognaggine, si rovescia sull’asse longitudinale, qualunque esso sia, in un tripudio di bottiglie di birra molotov e uova à la kamikaze, mentre in sottofondo suona “Cool bikes don’t look at explosions”.

Lurida esibizionista svergognata, non vedrai il tuo nome più grande del mio sul manifesto del Circo Togni. Il mio doppio salto mortale indietro con triplo rimbalzo sul gradino, touchdown di menisco e affrittellamento carpiato finale fa scattare l’ovazione nel pubblico composto essenzialmente da lucertole e api. Addirittura una coccinella si avvicina per stringermi cinque o sei mani, sottolineando che si vede che ho un passato da ginnasta.

“Passato” è la parola. Nel senso che quando mi rialzo sembra che mi sia passato sopra un camion della nettezza urbana.

Il rubinetto del giardino, a pochi centimetri dalla mia schiena, si ritrae mormorando “non farmi del male”.

L’unico suono che turba il silenzio è lo sgocciolio dai cocci e dai gusci in frantumi. E l’aria attraverso i raggi di una ruota che continua a girare rivolta al cielo.

 

Glorià ed io ci guardiamo sbieche e doloranti come Skip e Jonathan nella scena finale di “Class”.

I miei amici adorati smettono di piantare spilloni in una bambolina di stracci e paglia aggrovigliata.

 

Nessuno, vi giuro, nessuno ancora sospetta che nel mio corpo si sia avviata una terrificante mutazione genetica.

 

 

[i-i-in vietnam it was fourteen]

[e siamo tutti come willy coyote]

Caserma dei vigili del fuoco, ore 11.30.

Outsider (facendo rotolare in bocca un sorso d’aria condizionata): – Buongiorno signora, ecco qui la richiesta per domani.

La signora De Pompieriis mi scruta perplessa, ma professionale. Si avvicina al banco. Mi osserva ancora con fare entomologico, cercando di collegare l’entità che ha di fronte ad una pratica evidentemente avviata.

Non ci riesce. Ma è donna di mondo.

SDP (fintadinullafacente): – Mi ricorda il riferimento, per cortesia?

O (stupita ma preparata sull’argomento): – Vox Popooly, 1 agosto, arena.

SDP (collegante, sbigottita): – Ah, ma è lei! Ci siamo sentite dieci minuti fa! Mi scusi, non l’avevo riconosciuta.

O (sollevando il borsalino sulla fronte e accendendo una paglia): – Sono così  cambiata da ieri, baby?

SDP (pietosomenzognera): – Eh, cosa vuole, sarà il caldo. Per curiosità, ma è passata dallo sterrato?

Se prima i suoi sette colleghi non stavano badando a noi, adesso lo fanno (otto entomologi per me posson bastareee).

Sapete quella sensazione, quella quando realizzate di essere l’epicentro di un imbarazzo collettivo e vorreste avere un tasto di riavvolgimento rapido per riportare il mondo all’istante in cui siete ancora davanti alla porta e – saggiamente – darvi una cazzo di occhiata in uno specchio, un vetro, una pozzanghera prima di varcarla?

Da quello che i poveri di spirito e di aggettivi squalificativi chiamano volgarmente “ufficio” alla caserma dei vigili del fuoco ci saran tre chilometri.

Tremila metri da percorrere pedalando sotto il sole a picco e 72 gradi all’ombra, ok, ma è pur sempre la fine di luglio, e gli scafandri condizionati si trovano solo al mercato nero. Quindi non è questo.

Potrebbero essere i nugoli (plurale) di insetti ragnomosceriformi, beige, schifosi nei quali mi sono infilata uno via l’altro con uno sbuffo di superiorità verso le dipendenze da antistaminico, inopinatamente convinta che fosse polline?

Potrebbe essere la mia innata incapacità di star lontana dall’acqua ogni volta che posso ficcarmici dentro, foss’anche lo spruzzo d’irrigazione di un’aiuola tarato male?

Potrebbe essere la nuvola di bitume liofilizzato di cui mi hanno omaggiato gli Hell’s Asfaltators dando prova di un tempismo straordinario?

Potrebbe essere la croccante granella di terra con cui mi ha condito il signor Franco, autista di pala meccanica al soldo dell’ANAS, assorto nel suo ruolo al punto da non cogliere l’accorato richiamo del collega che lo invitava ad aspettare che passasse la ragazza (?) in bicicletta?

Tremila metri. A correrli nella specialità siepi, passando attraverso le medesime, ne sarei uscita più pulita.

E comunque, se qualcuno ha una secchiata di nero di seppia che gli avanza, basta uno squillo.

Immagine

[intervallo]

Dieci ore fa.
Guidare a fari spenti nella notte per vedere se è poi così difficile centrare una buca nell’asfalto.
Tra vedere e – soprattutto – non vedere, ne becco non una ma due, la seconda delle quali talmente grande che uscendone trovo un cartello che dice “Chicxulub – comune denuclearizzato – evitate i rumori molesti”. Ruota a posto, nessuna conseguenza apparente, salvo un lieve scatto che inceppa la pedalata. “Niente che un sano sedimento di ruggine non riesca a tenere insieme”, afferma sboronissimo il Girardengo che è in me.

Due ore e mezza fa.
Mentekatt irrompe in ufficio trafelato e non mi vede come prima cosa.

M. (urlando come un Tardelli incazzato): – Dov’è Out?

Borsista con laurea triennale in Hellokittologia (con tutto il candore di quella che è qui da due giorni e ancora pensa che venga qualcuno a fare le pulizie una volta alla settimana): – In bagno. Aveva tutte le mani sporche di nerchia.

Fermo immagine di Mentekatt che guarda precipitare la sua mandibola.

Mi piacerebbe dirvi che ho avuto un risveglio interessante, ma mi è solo scesa la catena mentre venivo al lavoro. Enzo Catania detto Turbomorchia non c’è mai, quando serve.

[rusty la selvaggia]

Sìsì.

Fai la splendida, tu, fai.

Anni e anni di ginnastica artistica.

Te lo dico io a cosa son serviti, anni e anni di ginnastica artistica.

A farti sentire il culo, la schiena e le gambe completamente di legno non appena monti di nuovo in bici per andare al lavoro, quarantott’ore dopo, ecco a cosa son serviti anni e anni di ginnastica artistica.

La splendida voleva fare, lei.

Imbecille.