[mondialcasa #1]

–          Qui Base Lunare Alfa. Mi ricevi, Balorda? Passo.

–          Avanti, Base Lunare Alfa, ti leggo forte e chiaro.

–          Sempre dell’idea di vederci?

–          Ti dico solo che mi si è fulminata la luce in terrazzo e non la sto cambiando apposta per adescare Glauco.

–          Fantastico!

–          Cosa, che rischi di storpiarmi girando al buio?

–          Tanto stiamo arrivando, alla peggio ti ripara lui, lascia stare che non è un ortopedico. Tu. Glauco. Una cassetta degli attrezzi. Lo sfasciacarrozze. Altre domande stupide?

–          Niente pacchianerie, mi raccomando, che il cromato mi sbatte.

–          Da venerdì 13 a venerdì 20 come la vedi?

–          Benone. Solo attenti che il 20 alle 18 gioca l’Italia. Ti ricordi quando Tiglash si era fatto il ritorno il 9 luglio 2006 alle 20.10?

–          Beh, a Glauco dei mondiali interessa come a te di una fiorentina al sangue, e io potrei farmene una ragione, se si tratta di passare una settimana con la mia trota. Comunque ora si studia altre combinazioni, tipo da giovedì a giovedì.

–          Io ti amo in maniera viscerale, anche se non sei una gastroenterologa, e proprio per questo ti ricordo che giovedì 12 alle 22 c’è la partita inaugurale del Brasile.

–          Cristo Redentor. CIS viaggiare informati ci fa un sontuoso pippone.

–          Sarà così per tutta la settimana. Glauco ci odierà.

–          Macchè. Si limiterà a far fare un falso contatto all’antenna mentre Balotelli tira un rigore.

–          ‘mportasega, io quest’anno tifo la Bosnia.

–          Ce l’ho al telefono. Siamo in trattativa per un venerdì 13.

–          Mi raccomando i biglietti a nome Jason e Pamela.

–          Partenza h 19 e rientro sabato 21 h 8.30, com’è?

–          Potrebbe andare, arrivereste tra Messico-Camerun e Spagna-Olanda.

–          Per curiosità, hai il calendario FIFA sottomano o è il caso che chiami la neuro?

–          Lascia stare, nun so’ più la gheparda de ‘na vorta, me lo son dovuto salvare sul calendario del telefono. Solo che poi mi dimentico le abbreviazioni, Alzheimer maledetto, l’altro giorno mi hanno chiesto chi giocava il 15 e ho risposto Civitavecchia – Giappone.

–          Si dà da fare, il FLN Civitavecchiois. Prima che compri il ritorno, il 21 sera chi gioca?

–          Honduras-Ecuador all’una di notte, Argentina-Iran alle 18, Germania-Ghana alle 21, Nigeria-Bosnia a mezzanotte.

–          Cazzo, con il biglietto che sta guardando Glauco ora rischiamo Germania-Ghana.

–          Non che questo infici la tua classe innata, ma sei tu che hai bestemmiato?

–          No, è lui che pensa a voce alta attraverso il telefono. Ormai “va’ a ciapa’ i rat” non gli basta più.

–          Più che altro mi pare che ci stia sempre mandando a ciaparli, ma non con le mani.

 

Trenta secondi dopo.

da: G.C.<raromaschioacuinonfregaunabeatafavadelcalcio@gmail.com>

a:  <madonnalaica@gmail.com>, <balorda@gmail.com>
data: 28 maggio 2014 17:29

oggetto: attaccatev’a ‘sta cippa

Nuntio vobis magno cum gusto che si parte il venerdi 13 giugno ore 19:15, si baccanaglia fino a sabato 21 e si riparte con dolore sabato 21 novembre…ah no, giugno, però non sarebbe malaccio, alle ore 19:55.

Ho detto.

Piacetelo così com’è e non scassate ulteriormente, voi e ‘sti cazzo di mandiali, non sono manco iniziati e già m’hanno rotto la minchia. E comunque FORZA BRACIOLA F.C. tutta la vita, tiè.

 

*** Adozione del cuore ***

Un tenero cucciolo di Glaucus Atlanticus sta per essere abbandonato al suo destino da due mostri senza cuore. Cercasi stallo o adozione temporanea presso non calciofaghi disposti ad accoglierlo e a lasciarsi riscaldare dal suo affetto e dai suoi paioli di peperoncino con un pizzico di amatriciana.

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[corno rosso non avrai il mio scalpo]

 

Profumo di pulito.

Non faccio in tempo a portare il secondo piede oltre la soglia che mi investe in pieno.

È una frazione di secondo, nessuno si accorge della frenata brusca né dell’impercettibile colpo di frusta che mi scuote. Tempo di arrivare al centro della stanza e, come un tentacolo, mi sviscera una narice, rimbalza sullo sfenoide, sfrizzola il velopendulo e mi inonda di freschezza mattino-sera.

Mi invitano ad accomodarmi intanto che.

Rapida scansione del divanetto: niente macchie, niente peli, niente croste, niente bave canine, niente che richieda un trattamento disinfettante a base di lanciafiamme e agente orange per potercisi tornare a sedere.

È…pulito.

La cosa m’inquieta. Deve esserci un trucco. Non può non esserci.

Resisto alla tentazione di inginocchiarmi e controllare sotto. La signorina della reception mi osserva perplessa mentre faccio per sedermi con l’aria tesa di quella che sa che il primo sfioramento di chiappa innescherà un detonatore.

Resto sospesa a un millimetro dal divano, la chiappa, una sola, contratta in un equilibrismo che manco sui cessi dell’autogrill il giorno della partenza intelligente. Miseria, c’erano ancora un sacco di cose che volevo fare. La transiberiana. Arbitrare la finale di Champions. Il secondo bagno della stagione. Finire il libro che sto leggendo. Giocare agli idranti.

Mi risollevo di scatto.

La receptionist si senta libera di pensarmi devastata dalle emorroidi, non m’interessa, ma io non finirò i miei giorni esplodendo anzitempo su un divanetto troppo pulito per essere vero.

Nel frattempo è entrato un altro ragazzo, fanno accomodare anche lui. Si siede con un movimento fluido.

Non ho il tempo di cercare un riparo, penso velocissimamente “addio e grazie per tutto il pesce” e assumo quella che dovrebbe essere l’espressione intensa di chi attende la deflagrazione in 3, 2, 1, e invece, da come mi guardano, sembra solo quella di una che soffre di evacuazione difficoltosa.

(chiedere il rimborso del corso “Stanislavskij, chi era costui?” comprato su Groupon a 9€, segna: da fare)

(proporsi a Groupon come Expression Trainer del corso “Essere Nicholas Cage” a 19€, segna alla voce: cogliere le opportunità dove non ci sono)

(piantarla di divagare e tornare al punto, che persino alla pazienza degli zebù c’è un limite, segna: urgente)

Non succede niente.

Manco una nuvoletta di fumo.

Manco lo scoppio della bolla di una big babol.

Il tipo acchiappa una rivista dal tavolino, si solleva lo scroto con la maschia spregiudicatezza di colui che sa di non dover chiedere mai, accavalla le gambe e si mette a leggere.

La receptionist risponde al telefono senza pronunciare le parole “reparto grandi ustionati”.

Nessuno si accorge della scritta “come cazzo ho fatto a sopravvivere finora?” che scorre luminosa sopra la mia testa, seguita dalla data di oggi, dall’ora esatta, dalla temperatura, dalle informazioni sul traffico e dalle farmacie di turno.

Come cazzo ho fatto a sopravvivere negli ultimi anni rassegnandomi a lavorare in un ambiente più adatto alla coltura dei batteri della salmonellosi che al lavoro retribuito è una domanda che mi avvilisce. Perché conosco la risposta, e non mi piace.

Fortuna che la receptionist si riavvicina per pregarmi di pazientare ancora qualche minuto, scusandosi per l’attesa e chiedendomi se intanto gradisco un caffè. Che mi porta un minuto dopo in una tazzina di porcellana dalla linea futurista.

Riflesso condizionato, ci butto dentro un occhio prima di bere.

Nessun pelo di cane. Nessun residuo organico. Nessun nemico dell’igiene che si mette in posa per i fotografi sfoggiando una maglietta “Non metteremo la terza stella”.

Pulito.

Sta a vedere che è possibile.

E poi, finalmente, il grande capo è pronto a ricevermi.

Per quanto abituata a mantenere un aplomb britannico in qualunque situazione

– Out, scusa, ho qui una zucca gigante trainata da topi, dice la municipale che senza pass per la ZTL non possono entrare ma non capiamo dove sia la targa, no della zucca, dei topi, la zucca figura come rimorchio, aspe’, te li passo.

– Buongiorno, sono Giulio Einaudi, volevo chiederle il permesso di usare un suo status di Facebook per la fascetta del nuovo libro di Nesbø.

– No, lascia stare, coi topi in ZTL abbiamo risolto, adesso ho il problema dei Fraceecos, il cantante ha cacciato l’acupuntore dal backstage perché non aveva anche il brevetto da paracadutista, tie’, parlaci te che sei diplomatica.

– Ciao, siamo i Lacuna Coit, ci hanno detto che con un nome così non potevamo che rivolgerci a te, ti andrebbe di curare la nostra comunicazione?

– Out, cara, senti, non ti spaventare se quando apri il bagagliaio di Amaranta per aprirla mi ci trovi dentro incaprettato, niente di che, il marito di una mia amica è rientrato prima dal lavoro e son dovuto venir via com’ero, non ti dico con cosa sto scrivendo questo sms.

non riesco a trattenere un moto di sorpresa. Il grande capo è Christopher Walken. Lui. In persona. Non pensavo parlasse un italiano così fluente. Avrà casa in Toscana o a Pantelleria pure lui.

Per cinque minuti mi glassa di complimenti scanditi dal picchiettare di un dito sul plico che ha davanti. La versione 22.0 del mio curriculum, quella che comprende solo le attività rilevanti per questo settore, epurata dal resto. Parla con voce studiata e non lesina nel mostrare come il suo dentista si sia guadagnato il 18 metri attrezzato per la pesca d’altura. Intanto che arriva al dunque, osservo il suo studio: boiserie di noce del Fantastiliardistan, moquette di cachemire superfino alta mezzo metro annodata a mano da bambini persiani con un QI non inferiore a 310, blocco per appunti in pergamena filigranata dai maestri miniatori della scuola di Würzburg con midollo di moffetta albina, un quadretto piccolo con un travestito che sorride ambiguo e una maglietta con la scritta “Louvre sucks” che si intravede sotto la veste.

Bussano.

Daniel Barenboim si affaccia per chiedere se gradisce un po’ di musica di sottofondo. Lui sfarfalla una mano a significare che ha cose più urgenti, ora, il maestro si ritira con un inchino e chiude la porta senza far rumore.

Sulla scrivania di cristallo scarpettiforme e fili di caramello avvolti in foglia d’oro zecchino, un sottomano in pelle di amministratore delegato, la foto di quattro mocciosi sorridenti in grembo ad Angelina Jolie e una collezione di corni e cornetti ricavati da pezzi unici della barriera corallina.

– …la conclusione è che lei è proprio la persona che fa per noi.

– Me ne compiaccio. Adesso però avrei bisogno di qualche dettaglio su cosa vorreste che facessi, per voi.-

– Mah, guardi, fosse per me le affiderei le chiavi dell’agenzia e mi ritirerei tranquillo a vita privata.

– Il che di solito lascia intendere che i conti non siano proprio impeccabili.

18 metri. Forse anche 24.

– Mi avevano detto del suo umorismo pungente. Ma non voglio tediarla oltre, parliamo d’affari: come saprà, la nostra responsabile della comunicazione sta affrontando un problema di salute piuttosto grave. Speriamo tutti si possa risolvere in breve tempo e nel migliore dei modi, ma nel frattempo lo spettacolo deve continuare, e vorrei fosse lei a mandarlo avanti.

Si piazza in mano il cornetto più grande e va avanti spedito senza darmi tempo di aprire bocca.

– Abbiamo in ballo dei progetti importanti, dai quali dipendono le sorti dell’agenzia nella breve e media scadenza. Parlo di prestigio e liquidità immediata. Parlo del mantenimento di posti di lavoro. Parlo di responsabilità. Parlo di avversari pronti ad approfittare della più piccola debolezza senza guardare in faccia nessuno. Lei è esterna ai giochi di potere, ha fama di essere incorruttibile e di saper gestire le criticità come pochi altri. È inattaccabile sul piano etico, e riesce, a quanto mi dicono, a creare un ambiente di lavoro creativo, motivato, dinamico e sereno. Ha tutte le competenze che servono. E, per quanto ne so, al momento non ha un’offerta migliore.

– Mi prospetti la sua e le dirò se è vero o meno.

Mi piace parlare della canna del gas come se non fosse presente.

– Sincerità per sincerità, glielo dico chiaramente: non le sto offrendo un contratto a lunga scadenza. Gli accordi con la nostra attuale responsabile della comunicazione sono tali per cui, non appena le sue condizioni di salute miglioreranno, il suo reintegro sarà immediato e definitivo. Quella che le sto offrendo è un’occasione.

Cinque euro che lo dice.

– Un’occasione di visibilità irripetibile.

– Ho appena vinto cinque euro.

E uno spoiler sul resto della conversazione, temo.

Si accorge del cambiamento di luce nel mio sguardo. Le dita che prima sfioravano con nonchalance il cornetto adesso cominciano a premere e a contrarcisi sopra. Il sopracciglio si fa grave sull’occhio azzurro. Vai, Christopher, zàccaci la scena madre.

– Non pensi che non capisca il suo scetticismo. Ma mi darà atto che la nostra agenzia ha un nome e una storia. Un nome e una storia che non intendiamo certo compromettere con proposte indecenti. Lei qui avrà a disposizione tutti gli strumenti che le necessitano per portare a termine l’incarico nella maniera più proficua e soddisfacente per tutti.

Per qualcosa tipo diciassette anni, le mie giornate sono state scandite dalla campanella di arrivo treno. Non so se ci avete mai fatto caso: siete in stazione, voi sul marciapiede giusto, io di solito sto ancora a un chilometro e corro come una disperata seminando occhiali, chiavi, monete e tette, e a un certo punto attacca a suonare una campanella. Significa che il treno è entrato nella giurisdizione di quella stazione. Suona per circa un minuto, poi smette. Tempo trenta secondi, e il treno vi si scodella davanti. Un po’ come il segnale orario Rai, la pausa di silenzio prima dell’ultimo bip.

Ci son cresciuta, con quel suono lì (“e questo spiega molte cose”, diranno i miei piccoli lettori). È un suono che mi emoziona, le ultime volte che mi è capitato di sentirlo traboccavo dalla felicità. E in ogni caso è un codice che rispetto. Avvisa che qualcosa sta per succedere. Non è cosa da tutti.

La campanella ha appena smesso di suonare.

Christopher agguanta il corno con entrambe le mani e si sporge empatico attraverso la scrivania.

– Lei è una che non ha paura del lavoro. La sua credibilità è basata in gran parte sulla stima che i suoi collaboratori hanno di lei. La percepiscono come una di loro.

Ti stai agitando, Christopher. Pensi di no, ma quel corno non può diventare più lucido di così, neanche se continui a strofinarlo a quel modo. Cràvaci la stamborrata e stupiscimi.

– Quindi converrà con me che sia opportuno mantenere questo stato di cose. Nel suo stesso interesse.

Finalmente qualcuno che se ne cura. Non lo faccio nemmeno io.

– Se la imponessimo dall’alto come una privilegiata, la sua aura ne risulterebbe pregiudicata.

Pensa un po’. Ho un’aura. Mentre valuto se indicarlo o meno sulla prossima versione del curriculum (“lavoratrice specializzata, patente B, auramunita”), lui si accorge che è il momento di conquistarmi definitivamente.

– Per questo le offriremo la massima libertà di gestione dei progetti che le affideremo. Lei avrà a disposizione un ufficio attrezzato, naturalmente negli orari di apertura dell’agenzia, e uno staff di cinque collaboratori validissimi. Potrà organizzare le attività come ritiene più opportuno per il conseguimento degli obiettivi. E le garantisco la totale autonomia nella gestione degli spazi pubblicitari. Le nostre provvigioni sono invidiabili, e abbiamo un sistema di premialità che troverà estremamente interessante.

Eccallà.

– L’invidia è un concetto che non mi appartiene. E, come le avrà riferito la sua assistente, non lavoro a provvigioni. Posto che non mi è chiaro cosa abbiano a che fare le provvigioni con la comunicazione.

La risposta non è nel vento. È nel corno. Bob Dylan non aveva capito niente. E sì che “blowin’ in the horn” avrebbe avuto un suo perché.

– Come le accennavo, tecnicamente non possiamo inquadrarla come responsabile della comunicazione perché ne abbiamo già una. E non gioverebbe al rapporto fra lei e i collaboratori inserirla come una supplente.

Non te la do la soddisfazione di agevolarti il compito, Christopher. Esponiti. So che puoi farcela.

– Tutte le persone che lavorano per noi hanno iniziato allo stesso modo. E hanno ottenuto enormi soddisfazioni. Chi ha optato per proseguire la propria carriera al di fuori ha comunque tratto vantaggio dalle opportunità e dai contatti sviluppati in questa sede.

Christopher. E su. Sei un omone grande e grosso. Non dirmi che hai paura di fare una figuraccia. Coraggio.

– Le stiamo mettendo a disposizione il nostro portafoglio clienti e la forza del nostro nome. Occasioni che non capitano tutti i giorni.

Niente. Non ce la fa.

– Sono certo che capisce la portata di quanto le stiamo offrendo.

Sono certo che anche tu capisci quello che sto pensando, Christopher. Anche senza sottotitoli.

– Perfettamente.

Mi alzo.

– Mi permetta di dubitarne. Non conosco nessun altro che offra il 25% su tutti i nuovi contratti.

Prendo la borsa.

– Il 25% di zero mi risulta sia zero. Mi tolga una curiosità: il profumo di pulito lo fate con le fialette?

– Scusi?

– Non importa. La saluto.

Mi giro solo un istante, quando son già sulla porta.

– A proposito, mi spiace per la disgrazia.

Il corno tintinna forte, cozzando contro gli altri e rovesciandone due. Si affretta a raddrizzarli come fossero creature e mi fissa con un’espressione atterrita che da sola vale molto più del 25% di zero.

– Quale disgrazia, scusi?

– Quella che le capiterà per avermi fatto sprecare la mattinata appresso alle sue fantasiose teorie sullo sfruttamento. Un talento di famiglia, ce lo tramandiamo da generazioni. Di nuovo, tante cose.

Ma tante, tante, tante.

https://www.youtube.com/watch?v=zbsAk1xUrYE

(tutti i dialoghi sono originali e riportati fedelmente. nessun gallo nero è stato sgozzato durante la stesura di questo post)

 

[gente che ne mastica (chattanooga chew chew)]

Sono antica.

Non vedo altra spiegazione.

Ieri notte leggevo questo articolo e pensavo che Reggio Emilia ha sempre il potere di stupirmi (cfr. “Il primo accoltellatore non si scorda mai” –  Dontfearthereaper University Press).

Mentre raccoglievo le braccia per riattaccarmele, riflettevo su quanto opuscoli del genere dovrebbero essere diffusi anche fra gli adulti. Di qualcosa dovremo pur morire, non c’è dubbio. Però se magari nel frattempo ce la godiamo cercando di non far troppi danni ci divertiamo di più. E un promemoria ogni tanto, anche a noi che le cose le sappiamo, male non fa.

Eviteremmo di scappare urlando a mutande calate lasciando di stucco stimabili professionisti che col coito interrotto si son sempre trovati talmente bene da non aver mai indossato un preservativo in vita loroooooo, li sentiamo affermare ancora con beota fierezza in lontananza.

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(ma no, certo che per coito interrotto non intendo quelle varianti meravigliosamente idratanti che solo al pensiero la temperatura dell’aria si innalza di 90 gradi. intendo proprio e solo l’idea imbecille che si tratti di un metodo anticoncezionale e un sistema di protezione efficace. e mi piacerebbe scusarmi per l’ovvietà, ma purtroppo)

Di inorridire davanti, o dietro, o sotto, o sopra o vabbè, ci siamo capiti, a gentiluomini brillanti e apparentemente informati sui fatti, che non avresti mai detto avessero passato gli ultimi trent’anni in una caverna finché non scopri che le donne che gli si concedono la mattina dopo si svegliano e sullo specchio trovano scritto “benvenuta nell’Escherichia coli”.

rejected 2

Di far brillare tutti i ponti fra noi e vivaci bohemien/nes propugnatori dell’amore libero che, sotto l’effetto di modiche quantità di cassoeula, confessano di aver sperimentato la qualunque. Candidamente.

rjected 3

Di ritrovarci a tenere a distanza con una sedia e una frusta raffinati tombeur de qualunques chose se mouves che beh, ma se prendi la pillola che bisogno c’è di usare il profilattico, pure se è un rapporto occasionale? Lo dice anche “Men’s health”.

rejected 4

E, più o meno sporadicamente nel corso della nostra vita, di dare dell’idiota a quell’incosciente che ci guarda dallo specchio, con gli occhi languidi e il sangue ancora ben lontano dal cervello, e che – circonfuso/a di beatitudine e incurante delle nostre occhiatacce sagge e torve –  gorgoglia qualcosa a proposito del parossismo di passione, illanguidendosi ancora al solo ricordo di cose di cui non vorremmo sapere niente.

facepalm

Però.

*** ATTENZIONE – DISTURBANCE ALERT ***

Se per qualche problema vostro non mi trovate insopportabile e volete provare a mantenere questa opinione assurda, interrompete ORA la lettura di questo post.

Perché sarò antica, bigotta, guardatrice di dita anziché di lune, quello che vi pare.

Ma a me che un volantino informativo sacrosanto mi caschi sul linguaggio mi disturba. Certo che i ragazzini le conoscono, le parole. Mica son come me, che a dodici anni vagavo nelle nebbie dei tecnicismi come fossero campi del Tennessee:

 – Dunque, se “minca” è quella roba lì dei maschi, “cazzo” sarà quello delle femmine, giusto?

 

È che, da tesaura sulla via dell’estinzione quale sono, resto convinta che le parole siano importanti, e che ci sia un tempo e un luogo per ogni registro di comunicazione. E che la buona educazione sia ancora un valore (imprescindibile e aggiunto nello stesso tempo) che valga la pena trasmettere e imparare. Per poi prendersi delle licenze, perché no. Ma dopo aver metabolizzato le basi.

Che poi, per dire, a me il termine “pene” mica mi ha mai convinto. Continuo a trovarlo ridicolo e inappropriato. O forse son solo stata molto fortunata ad associare Vostra Magnificenza a qualcosa di gioioso anziché di penoso, non lo so.

(per completezza dell’informazione, riporto qui l’elenco dei sinonimi che appare digitando la parola “pene”: punizioni, condanne, sanzioni, ammende, scotti, fii, castighi, penitenze, espiazioni, sofferenze, dolori, dispiaceri, angosce, tormenti, patimenti, torture (!), supplizi (!!), martiri (!!!) , strazi (!!!11), cordogli, fastidi, disturbi, compassioni, commiserazioni, ansie, preoccupazioni, inquietudini, crucci, struggimenti. Contrari: ricompense, premi, piaceri, benessere. Ora, capite bene che fare affidamento su una lingua in cui il primo/a  a cui capita un’esperienza insoddisfacente segna il destino di un lemma, può essere difficile)

E possiamo essere d’accordo sul fatto che la definizione di organi e pratiche sessuali sia talvolta un campo minato (la parola “umori” esiste, ed è in grado di separarmi dalla mia libido come nemmeno Monsieur Guillotine nei suoi sogni più esaltanti. L’unico umore che resta, quando disgraziatamente la incontro, è il mio, pessimo, per essere stata defraudata di un momento di tensione erotica che magari si preannunciava anche intenso, e che invece mi va a franare sulla quintessenza del trito)

(umori)

(argh)

(da “L’angolo dello sticazzi” è tutto, a voi studio).

 

Però c’è modo e modo. È come se stessi spiegando la regola 12 della bibbia: un conto è che, colloquialmente, chiarisca ai miei giovani virgulti che “ma cosa fischi?” regge il giallo e “arbitro coglione” regge il rosso. Un conto è che se lo ritrovino scritto nel regolamento.

Obiezione: intanto che tu fai la sofista, i nostri figli si beccano l’AIDS, la gonorrea, il morbo del legionario e il cimurro. Al diavolo il linguaggio, l’importante è che se ne parli. E poi, proprio tu, cos’è questa bigotteria improvvisa sulla parola “pompino”?

Una cosa non esclude l’altra, Vostro Onore. Altroché se se ne deve parlare. Dico solo che lo si può fare spendendoci un po’ più di cura, senza farsi scudo dell’emergenza per zappare sopra a quella che è, a mio modestissimo parere, una finalità educativa altrettanto importante di quella sanitaria e sentimentale.

La pruderie mi dà l’orticaria, e “pompino” è una parola straordinaria. Mi piacerebbe solo che non si insultasse l’intelligenza degli adolescenti dando per scontato che non siano in grado di memorizzare più di una definizione per, e che – come fossero dei poveri deficienti – possa essere loro concesso di far impigrire i propri neuroni senza sforzarsi di afferrare il concetto di contesto e registro.

Le parole sono importanti. La sola idea che qualcuno possa perdere anche un solo brivido di eccitazione per via dell’appiattimento linguistico, dell’uso, riuso ed abuto delle parole fino a far loro perdere la carica, mi fa star male. Ma malemalemalemale.

Le parole sono importanti.

Per esempio, con cunnilingum si può andare avanti a ridere per sei mesi o 5000 chilometri (TAN 6,78%, TAEG 9,49%).

 

screenshot fatto quotidiano

[light my fire (in your…nose)]

Ah, la gioventù. Quel periodo meraviglioso in cui la curiosità è un dovere civile, la sperimentazione un obbligo morale e il criterio è come la minima di Campobasso, non pervenuto. Qualunque nefandezza viene non solo concessa, ma incoraggiata: iscriversi al fan club dei Curiosity killed the cat? Fantastico!  Bere vino con la pepsi? Una delizia. Fare sesso con un astemio? Uhm. Ma neanche il Tavernello? Vabbè, intanto vediamo quel grosso cavatappi che hai in tasca.

Finisci per ritrovarti in situazioni che a ripensarci adesso è tutto un raccapriccio, con sguardi allibiti e coro polifonico di “noooooo!” e “ma che, davèro?” dei tuoi amici (ricordarsi di darsi ultima quando si gioca a “adesso ognuno racconta qualcosa di vergognoso che ha fatto”, sia mai che un meteorite intelligente centri la Terra prima che arrivi il proprio turno).

Con l’età matura, si sa, si diventa più selettivi. E la memoria moderna fa in fretta a rimuovere certi ricordi, <delete file>, click, fatto. Però, dicono quelli bravi, non si possono cancellare del tutto, la traccia resta. E rischia di saltar fuori quando meno te l’aspetti.

Tutto questo ignobile panegirico per dire che:

ebbene sì, da ragazzina ho letto “Uccelli di rovo”.

I lettori del tuo blog YouCanCallMeOutsider sono appena passati da 15.975 a 12.

 

Oh, insomma. Ero molto giovane, e Youporn non esisteva. Una si doveva arrangiare per informarsi, anche se l’idea dei miei di delegare a “L’enciclopedia della ragazza ammodino” l’infame compito della mia educazione  si è rivelata vincente e tutti i dubbi tipici di un’adolescenza irrequieta (“ma si dice vàgina o vagìna?”) hanno trovato risposta.

A parte quel piccolo momento di confusione sul fatto che l’essere eunuco fosse una condizione essenziale per ambire a una carriera diplomatica di spicco, certo.

(la mia preferita era la sezione “Galateo e buone maniere”. Mi è stata utilissima, a posteriori. Posso darmi a pratiche turpi con ministri, segretari di stato, eccellenze, signori si nasce, presidi, presidenti e teste coronate varie senza che nessuno si lamenti del cerimoniale)

In ogni caso, la cosa che mi è rimasta più impressa di tutto il libro è la morte di Chissàchi nell’incendio. Una descrizione terribile, in cui veniva spiegato come il fuoco divori i corpi dell’esterno all’interno, così che gli organi vitali sono gli ultimi a perdere la sensibilità, e una persona – ma anche un animale – resta consapevole fino alla fine della cosa atroce che gli sta succedendo.

Ed era a questo che pensavo nelle ultime trentasei ore. Ho smesso non troppo tempo fa di aver paura del fuoco. Elemento affascinante, certo, ipnotico, sensuale, nelle circostanze adatte. Stare vicino al fuoco con qualcuno che sa maneggiarlo è un segno di grande fiducia, per me, significa che sento di potermi mettere nelle sue mani, in senso più e meno figurato. Da parte mia, è solo da qualche anno che utilizzo fiammiferi e accendini a rotella con nonchalance: prima, solo quelli a pulsante e accendigas. Addirittura un sistema ingegnosissimo di pinze e fiammiferi per le situazioni estreme. Qualche secolo fa mica ti deferivano alla procura sportiva, per eresia.

In caso d’incendio non rompo il vetro: rompo tanto i coglioni. Li rompo prima, quando sono incommensurabilmente pedante ogni volta che colgo qualcuno in procinto di buttar via una cicca accesa, specie se da una macchina in corsa, e li rompo dopo, quando m’incazzo a vedere la notizia liquidata in poche righe, dopo il Milan, dopo il papa che starnutisce, dopo i coleotteri che ballano il tango, dopo la ricetta della panzanella al nero di seppia e fiori di campo. Nessun approfondimento, nessuna presa di posizione ferma (ad eccezione di quella di Michele Piras), nessuna spiegazione di cosa significhi in termini pratici quel dato arido relativo a un numero spaventoso di ettari bruciati. Neanche una promessa ipocrita di educazione (perdonate la parolaccia) antincendio, di potenziamento dei sistemi di vigilanza e di pronto intervento. Tanto ci sono i volontari, pazienza se poi i volontari hanno – appunto – tanta buona volontà e nessuna formazione e rischiano di morire soffocati dal fumo. Perché l’incendio visto in tv non rende. Non lo senti il fumo che ti toglie il fiato, ti stordisce e ti rende incapace di pensare, non ti senti liquefare come cera, non senti la puzza dei tuoi peli incendiati, non senti l’acrilico e il poliestere dei vestiti che si fondono con la tua carne, non vedi le tue cose più care scomparire irrimediabilmente, perché è questo che fa il fuoco, non rende nulla in cui riconoscere le cose che amavi, solo pugni di cenere.

È il solito sistema di gestione delle emergenze in questo paese. Prima si creano le condizioni per il disastro, e poi si mandano due righe di comunicato stampa, dieci secondi e avanti con la prossima arma di distrazione di massa, quelli che hanno da ridire si stancheranno, e poi tanto non contano un cazzo.

E ora scusate ma ho l’F35 parcheggiato in doppia fila.

[perchè lui ha confidenza, confidenza col re]

Alle otto di sera, visto dal mare, il mondo è un posto meraviglioso.
Luce spettacolare, acqua ideale, la sottoscritta immersa in entrambe e in un brodo primordiale di beatitudine. Rogne, persone moleste, rate del condominio dimenticate, cubani volanti e pericoli scostanti, tutti belli – si fa per dire – impacchettati insieme e chiusi in una rete legata sotto una boa al largo, coi pesci che rallentano passando tipo automobilisti affascinati da un incidente. Qualcuno azzarda un morso (seguono venti minuti di facciacce brutte tipo quando si addenta uno kniki anziché spararlo); i pescetti più piccoli cercano di sfuggire al controllo delle madri per curiosare, e quelle li tirano indietro adducendo motivazioni plausibili, tipo “non toccare lì che ci fanno la pipì i pescecani”. Peace and love and sex and drugs and rock’n’roll. Vi amo tutti.
Quasi.
Arrivano a metà della ventunesima vasca. Lui, lei, tre marmocchi variamente assortiti, ombrellone, seggioline e ammennicoli di default. Sul momento, ottenebrata dall’amore universale, non colgo. Un po’ perché son la solita pirla che ancora crede nel genere umano (basterebbe abolire ‘sta cazzata del suffragio universale), un po’ perché il tipo indossa con dolo una polo di una roba di giocoleria-palloncineria-magia-ia-oh. E quindi, quando lo vedo piazzare dei paletti di plastica bianchi nella sabbia coi bambini che gli scorrazzano intorno, penso che stia organizzando una specie di percorso.
Beata ingenuotta.
Gli orridi paletti non sono altro che portacanne. E non mi cascate sui fondamentali, per cortesia.
I pescatori da spiaggia sono l’equivalente estivo dell’infame brodaglia incoscientemente spacciata per cioccolata in tazza d’inverno. It is known. E suscitano la stessa reazione: search and destroy, con l’unica differenza che non me li devo nemmeno cercare.
Smettila, mi dico continuando a nuotare. Magari è pensante. Magari non ci prova neanche. Davvero, Sider, perché devi essere così malfidata? La laurea in Scrotoclastia e il master in Supponenza te li sei sudati, d’accordo, adesso rilassati. Guardalo lì, ora si prepara le sue cose con calma, piazza le canne, sistema le esche, poi scava un buco nella sabbia, ci infila la moglie che tanto non ha sprecato mezza parola o uno sguardo per lui ed è fissa al telefono da prima che arrivassero, quindi che ci sia o non ci sia è uguale, poi si siede, si legge un bel libro e aspetta che tu esca dall’acqua per lanciare le sue maledette lenze.
Certo.
Uh, guarda che bello, gli unicorni che giocano a freesbee acrobatico.
Il tipo prepara le sue cose con calma, piazza le canne, sistema le esche, effettivamente sposta lo sguardo alternativamente tra la massa di silicio, carbonio, ossigeno, azoto et al. e la sabbia, riscontrando in quest’ultima una minore percentuale di stronzio e dedicandole quindi molta più attenzione da quel momento in avanti. E poi, proprio nel momento in cui una mia proiezione mentale gli stava consegnando il premio Speranza per l’Umanità 2013, afferra nonchalante la prima canna e si produce in un lancio che nemmeno Sampei contro Moby Dick, con la sottoscritta nel ruolo di Moby e lui in quello del dick.
Davanti. A. Me.
Freeze.
I contatori dell’intelletto umano rotolano verso il basso alla velocità di un parsec/secondo.
Mando un sms al mondo per dirgli che ho bisogno di una pausa di riflessione. Nel frattempo circumnavigo la zona in cui il cretino ha buttato l’amo e mi avvicino a riva. Mi schiarisco la voce in maniera talmente plateale che mi giro da sola per vedere cosa sta succedendo. Il tipo tira indietro la coda di paglia prima che ci arrivi su una scintilla. Mi scuso per l’interruzione che mi accingo a infliggere nei confronti delle sue amene attività e gli chiedo se per caso gli spiace levare la lenza dall’acqua e aspettare che ne sia uscita prima di pescarmi un dito del piede.
Mi risponde: sì.
Il mondo mi manda un sms per dirmi che dobbiamo parlare.
Inspiro. Do la cera, poi la tolgo, e infine mi dichiaro dispiaciuta del suo dispiacere, ma gli faccio altresì presente che vige un divieto per i pescatori a canne mozze di lanciare le lenze in presenza di bagnanti. Questo, ovviamente, al di là dell’elementare norma di buonsenso che nel suo caso dovrebbe trovarsi sotto la scatola del bigattino.
Egli sbuffa. Suggerisce sbrigativo che mi sposti di un centinaio di metri.
Sollevo un sopracciglio mettendo finalmente a frutto gli anni passati a studiare il metodo Paolo Poli per corrispondenza. Gli rinfresco la memoria a breve termine con l’aiuto del mio asciugamano, quello nel quale a momenti inciampava quando ha deciso, per non doversi spostare di un millimetro dalla direttrice delle scalette che portano in strada, di piazzarvi a ridosso la sua batteria di canne da pesca. Il mio insediamento su questa porzione di spiaggia è preesistente a quello della sua stirpe. Ipotizzo che, se spostamento ci debba essere, sia a carico suo.
Egli solleva le braccia chiamando a testimone il cielo dell’idiozia della sottoscritta bagnante, poi se le lascia ricadere sulle cosce con maschio sprezzo del dolore. Invoco il potere della pazienza cosmica, gli spiego che sono di ottimo umore e quindi per questa volta non lo disintegrerò sul posto. Qualcosa nel mio tono sembra convincerlo. Forse una tetta che sbuca dall’acqua, adesso non stiamo a sottilizzare. Propongo che lui abbia la compiacenza di attendere che io abbia finito le mie vasche, e poi potrà insozzare il mare di ogni tipo di porcheria acuminata.
Egli chiede alla mia tetta destra per quanto tempo ancora penso di averne. Mollo di gran gusto un manrovescio all’Antonacci che si è materializzato alle sue spalle e replico che ne avrò per una mezz’ora al massimo. Strabuzza gli occhi, si guarda intorno alla ricerca di un consenso che non trova né nella telefonia mobile, né nell’edilizia abusiva da bagnasciuga e protende le mani ad artiglio verso il mio collo. Gli giuro su ciò che ho di più caro che non ero a conoscenza del fatto che sua madre si chiamasse Massimo e si facesse pagare a mezz’ore.
Egli si blocca. Si guarda intorno come se avesse perso il segnale. Poi lo ritrova e sputa sul banco un “dieci minuti” così, come fosse un gamberetto molliccio di cui dovrei sentirmi onorata. Splat.
E allora vuoi la guerra. Allora vuoi morire tra atroci sofferenze e al colmo dell’umiliazione. Allora non hai capito con chi hai a che fare.
“Allora non hai capito con chi hai a che fare”, glielo dico pure. Il fatto che mi scappi da sogghignare mentre lo dico sembra confonderlo. “Tu non hai capito che io adesso chiamo un paio di amici…”
“Oh, guarda che se mi minacci ho testimon…”. L’ultima sillaba e mezza si sbriciola in un borbottio vago. Effettivamente sua moglie ha posato il telefono e si scruta con perizia lo smalto di un pollice, in cui sono incastonati dei brillantini che paiono fotoelettriche.
“Chiamo un paio di amici e ti faccio dire per quanto tempo posso restare in acqua”. Sottotitolo: somaro. “Possono passare giorni, settimane prima che tu riesca a mettere a mollo le tue esche. Non provocarmi, sono stata in collegio dalle Pibinche. Non puoi farcela. Fammi finire la mia nuotata in pace e poi potrai fare tutto il lenzabondage che vuoi”.
Una luce gli si accende nello sguardo. È quella dello scanner. Sta scorrendo la rassegna stampa specializzata degli ultimi anni, ogni articolo sulla fantomatica scassacazzi che impedisce ai poveri pescatori di prenderle all’amo un occhio riporta una descrizione che si attaglia quasi perfettamente alla scassacazzi che lo fissa dalla battigia. Ad eccezione delle alghe marce fra i denti, dei capelli verdi, della pinna caudale e dell’inconfondibile aroma da guasto in agosto alla cella frigo del mercato ittico, chiaro.
Egli comunque ha recepito il messaggio. Stavolta non c’è stato neanche bisogno della solita pantomima sul chiamare i vigili. Non mi degna di una replica. Si limita ad ostentare la sua insofferenza ciabattando via dalla riva, afferrando con enfasi una spiaggina, sbattendoci sopra il suo corpaccione e mettendomi su il muso.
Ma qualcosa nel suo sguardo non mi convince. Dovrò tornare in acqua, e aspettare una ventina di minuti per comprendere appieno la forza del suo anatema, amplificato dall’energia neuronale di generazioni di pescatori oltraggiati da sguazzatori della domenica, per ricordarmi che il mare contiene anche creature vigliacche, che non hanno capito che se fossero ritenute commestibili a queste latitudini non godrebbero di nessun privilegio. Per fortuna la stronza gelatinosa mi prende di striscio su un ginocchio. Bestemmio, bevo, resisto. Avevo detto mezz’ora? Eh, l’inflazione.
Esco dall’acqua che è quasi buio. Il rosa fluo della sferzata che ho sul ginocchio risalta meglio. Deve essere il suo colore preferito, perché si alza dalla spiaggina dove è rimasto provocatoriamente per tutto il tempo, mi si avvicina e bela con voce che strappa gli schiaffi dalle mani: “Ti fa male?”
“No”. Non ci crede nessuno. Si vede lontano un miglio che brucia da morire.
La merda sculetta intorno alle sue canne. Faccio in tempo a notare la scomparsa della moglie, prima che lanci la prima lenza. Aspetto che le lanci tutte, che si rigiri soddisfatto e che mi dica, falso come una moneta da 500 euro: “Mi dispiace se ti ha preso. Niente di personale, eh”. E poi lo saluto. Lui e la sua funzionalità erettile.
“Figurati. Buonanotte. E bona pisca”.

[fatti non fummo a viver come bruti]

Che la parola femminicidio non mi piaccia l’ho già detto e ripetuto.

Mi direte: deficiente. Intanto che tu fai la sofista sulla terminologia, lì fuori ne seccano una al giorno.

Capisco la reazione. Ma non è per scarsa sensibilità o mancanza di rispetto verso quelle poverette che hanno avuto la sfortuna immensa d’incappare in un criminale che lo ribadisco. Anzi.

È che trovo che alcune precisazioni siano doverose, perché la piega isterica che sta prendendo la situazione non porta e non porterà da nessuna parte. Stiamo ricascando nella solita trappola dell’emergenza: un sacco di chiasso, poca lucidità, scarso coordinamento, zero-virgola risultati.

Innanzitutto non si tratta di un’emergenza.

Ferme.

E fermi anche voi, pochi o tanti che siate.

Emergenza, s.f.

1 – cosa che emerge, che sporge; sporgenza, protuberanza

2 – fig. circostanza grave e imprevista (eccetera)

La violenza sulle donne è un fenomeno emerso negli ultimi tempi? Ni.

È un fenomeno imprevisto? No.

Un solo omicidio è già troppo, su questo siamo d’accordo. Ma non è vero che gli assassinii di donne in Italia, con particolare riferimento a quelli commessi nell’ambito di una relazione preesistente tra la vittima e l’omicida, siano in crescita. Il fenomeno – perdonate la terminologia statistica – è stabile, dati Istat alla mano.

Mi direte: cazzate, lo vedi anche tu che non passa giorno senza che si senta di una donna ammazzata o aggredita da un marito, convivente, amante, fidanzato in carica, deposto o respinto.

Infatti. È aumentata la visibilità, non i reati. Per certi aspetti, l’attenzione che i media dedicano ora alla violenza sulle donne è encomiabile: come per il lavoro nero, solo facendolo emergere è possibile contrastarlo. Certo, sarebbe anche doveroso fare in modo che a chi commette atti violenti (così come a chi sfrutta la necessità altrui) passi la voglia di riprovarci; e altrettanto doveroso sarebbe dedicare lo stesso impegno al supporto psicologico alle vittime che la violenza decidono di denunciarla, perché poche cose più di una denuncia per fatti simili espongono lo spirito già incrinato di una donna a una prova che definire spietata è un pallido eufemismo. Per non parlare del coraggio che serve, proprio quando più si avrebbe bisogno di sentirsi protette e al riparo.

Dall’altra parte, è così che si inventa un’emergenza laddove non c’è: a forza di martellare in maniera autistica, meglio se con risvolti morbosi, utilizzando sempre le stesse formule, la stessa terminologia elementare, talmente semplificata e inquadrata da renderla perfetta per trasmettere un messaggio efficace, e pazienza se non è corretto, il dio dell’audience pretende sacrifici. È il sistema di non-comunicazione che ha dato ottimi risultati negli ultimi vent’anni e spiccioli, perché cambiarlo proprio ora che il 90% della popolazione parla finalmente come una massa di zombie lobotomizzati e bisogna richiedere il porto d’armi per usare un sinonimo?

Mi direte: brava, fai la splendida tu, vagliela a fare ai parenti delle vittime l’analisi del periodo. Intanto quelle bestie continuano ad ammazzare. Dovrebbero morire loro, dal primo all’ultimo.

L’altro effetto spaventoso è l’eco sanguinaria che l’onda emotiva si trascina appresso. Non so a voi, ma a me basta e avanza sapere di appartenere alla stessa specie animale di un omicida per farmene vergognare, non ho bisogno di diventare come lui (o lei). Nella maggior parte dei casi, il moto di reazione violento è un riflesso condizionato, immediato e di breve durata; in altri, innesca e (auto)alimenta una deriva disumana indegna. Non sono buonista, e non appartengo alla schiera di coloro che – più o meno consapevolmente – cercano una giustificazione (schermandola spesso con la più nobile ricerca di una motivazione) per gesti che giustificazione non hanno. Sono vendicativa, e col cazzo che porgo l’altra guancia: ma sono convinta che nessun essere umano meriti di morire.

Sono anche convinta che chi subisce un torto meriti giustizia, e che ogni reato debba essere punito in un modo che non risulti avvilente per la vittima né pericoloso per altre vittime potenziali. E che per alcuni crimini non ci sia altra pena possibile che l’ergastolo, cosa che fa di me una troglodita, ne abbiamo già parlato.

Potremmo stare ore a discutere su ciò che succede quando ci si trova davanti a un’emergenza, vera o presunta che sia, e a squadernarci davanti di tutto, dal Patriot Act al terremoto in Abruzzo.

Oppure potremmo tornare al punto.

Ogni volta che si parla di femminicidio, quella parola orrenda che non fa che titillare l’ego dei delinquenti convinti che le femmine siano oggetti su cui si può rivendicare un diritto di proprietà, ecco, ogni volta che se ne parla è già implicito il fatto che siamo arrivati tardi. A che serve l’indignazione di fronte a un funerale? Sto per dire una cosa impopolare: a poco. Ci son paesi dove il motore a indignazione fa scalare montagne. Da noi non fornisce manco il tanto di energia necessaria per scendere a pisciare il cane.

Qualche sera fa la mia amica Luisa Gervasi ha segnalato questo articolo.

In realtà ha segnalato la replica, ma in questo momento mi interessa più confrontarmi con voi sullo spunto iniziale. A parte l’essere rimasta colpita dall’idea fantascientifica dell’autrice sul rapporto di confidenza che secondo lei lega madri e figlie da Roma in su, e dallo strano concetto di territorialità della violenza (anche qui, se volete, possiamo perdere delle ore a esaminare la casistica e riempire un planisfero di bandierine rosse. Oppure), il punto di partenza è proprio la violenza domestica, familiare, di consuetudine. Quella sulla quale sembra si possa sorvolare perché ancora non c’è scappata la morta. Quella che pare brutto immischiarsi. Quella che a volte non è nemmeno tecnicamente fisica, è “solo” una cappa di piombo che opprime, che sembra richiedere troppa forza per essere infranta, e intanto che la subiamo sfracella malamente le nostre vite, le nostre certezze, le nostre speranze, fino a lasciarci incapaci anche solo di pensare di reagire. A volte è “soltanto” una palese ingiustizia basata sulla decisione arbitraria di terzi. È quella da cui sembra che non si possa sfuggire, se non allontanandosene per non tornare mai più. Resistere in un ambiente difficile, quale che sia, resistere e reagire per educare, richiede un’energia sovrumana, e un sacco di solidarietà. Richiede l’impegno di tutti. È come stare al largo, circondati dagli squali, su una barca con una falla. La costa è lontana, ma non irraggiungibile. Ma se si resta in pochi a remare e ad aggottare, si muore sbranati, tutti quanti: uomini, donne, calabresi e non. Non è vero che tutte son cresciute sentendosi dire “fai silenzio che sei donna e non son cose per te”. È vero che alcune di quelle che se lo son sentito dire hanno risposto che non era così. Hanno combattuto, e hanno vinto, e sono più quelle che hanno combattuto e vinto di quelle che hanno combattuto e perso. Ma ogni volta che una perde, o peggio, che non ci prova neanche, perdiamo tutti, perché le conseguenze non sono territoriali. Ogni padre (padre, sì. Non mi venite a dire che superata una certa età non si cambia, ho le prove del contrario), figlio, fratello, marito, compagno, collega o amico, se non è educato al rispetto degli altri, finiremo per sorbircelo tutti. Ogni madre, sorella, collega o amica che china la testa, o fa finta di non vedere, che pensa che non siano cose che la riguardano o che non possa fare niente, non fa che contribuire ad appesantire la condanna altrui e la propria. E io francamente non ho più voglia di sopportare – per dire – di dividere il bagno in ufficio con un uomo di cinquant’anni, laureato, che si pregia di tenere visivamente tutti aggiornati sul funzionamento del suo apparato digerente perché né la madre né la moglie hanno avuto la fermezza di infilargli lo scopino del cesso nel naso alla terza volta che lui lasciava tutto da pulire perché non è cosa da uomini e tanto ci pensano loro a pulire la mia merda.

La diffusa scarsa considerazione delle donne è composta da una miriade di tasselli, nessuno dei quali è meno importante degli altri. Li ritroviamo nei contesti più disparati: l’ultimo l’ho notato guardando la premiazione della finale di Coppa Italia, dove quattro signorine eleganti svolgevano la cruciale funzione di reggimedaglie un passo dietro gli uomini (rigorosamente, esclusivamente uomini) che premiavano gli atleti, manco fossero dei comodini di design. “Un tocco di bellezza può solo far bene”, mi ha risposto qualche amico quando gli ho chiesto come la vedeva. “Vedere cosa?”, ha aggiunto qualche altro. “Non essere acida”, hanno concluso quasi tutti. Per dire che la cosa è talmente diffusa e nidificata da scivolare – liscia come olio di ricino, direbbe il poeta – senza che nessuno o quasi ci faccia caso. E se l’obiezione viene sollevata, puntualmente viene protetta dalla patina del “si è sempre fatto così”. Infatti le ruote quadrate son comodissime.

Allo stesso modo sono stufa di sentire persone intelligenti, perlopiù donne, pretendere indiscriminatamente la testa di chiunque azzardi una battuta a sfondo sessuale. Vorrei poter vivere in un mondo dove sia possibile ridere liberamente, a crepapelle, di qualunque argomento, quando una cosa fa ridere, e dove la legittima sensibilità personale, il sacrosanto diritto ad avere un senso dell’umorismo diverso non vadano a rivestirsi di metasignificati, sottotesti e integralismi vari. Rilassatevi. Rilanciate. Gli uomini non sono il nemico, ragazze, è solo un animale quasi uguale a noi a cui hanno fatto credere di essere il principesso col pisello. Ci siamo cascate anche noi con quel cicisbeo vestito d’azzurro, dovremmo capirli. E aiutarli a venirne fuori.

Non ne posso più di vedere fiumi d’inchiostro sprecati per una pubblicità in cui si cerca di vendere un panno per la polvere facendo dell’umorismo noir in due versioni, lui-fa-fuori-lei e lei-fa-fuori-lui, solo che la seconda è una normale pubblicità di cui si discute come tale, bella/brutta/funziona/nonfunziona, la prima è un’istigazione al femminicidio. Scusate, ma perché un omicidio (parola che nella maschilistissima lingua della nostra repubblica – quella la cui costituzione, all’art.3, recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” – indica la soppressione di una vita umana ad opera di un altro essere umano) dovrebbe essere considerato diversamente a seconda di chi lo commette e chi lo subisce?

Torno al punto.

Tasselli piccoli e grandi. Alla fine si perdono di vista quelli giganti. Tipo la disparità di trattamento, un vero insulto su cui non si muove foglia. Tipo la celebrazione dell’incapacità. Tipo la semplificazione massima, gli stereotipi (ma non esistono gli uomini stitici, miseria ladra?) che finiscono per rendere inclassificabile – e quindi inutilizzabile – chiunque non possa esservi ricondotto. Tipo l’insulto all’intelligenza altrui e il politicamente corretto ipocrita. Tipo le macroscopiche mancanze di coerenza pubblica, perché strapparsi le vesti per il femminicidio in piazza il martedì e poi inneggiare a Berlusconi nella stessa piazza il mercoledì mi fa pensare, onorevoli colleghe, che non abbiate ben chiaro il processo.

Tipo la certezza della pena. Che non significa negare a chi sbaglia una seconda possibilità, ma in certi casi può e deve significare negare la possibilità che qualcuno sbagli la seconda volta (posto che, a costo di ripetermi, faccio fatica a vedere gli atti violenti come un incidente, e mi perdonerete se salta fuori ancora la deformazione professionale da arbitro, ma non si può offrire a un criminale una seconda possibilità facendosi beffe di chi quel crimine l’ha subito, né di tutti gli altri cittadini che non l’hanno commesso). Insistere sull’inasprimento ha senso in alcuni casi, a mio modesto e discutibilissimo parere, perché il massimo della pena per stupro, per esempio, ora come ora è poco più che ridicolo. Ha meno senso insistere sulle aggravanti: difficilmente un naziskin troverà un deterrente nell’aggravante antisionista, se intende aggredire una persona solo perché ebrea. Con ogni probabilità, anzi, ne sarà esaltato, l’impresa risulterebbe epica. Nel caso di una specificazione ulteriore degli atti di violenza, temo che la situazione sarebbe la stessa. Invece, sempre per evitare che il famoso articolo 3 non sia solo una bella filastrocca, dovrebbe essere il crimine in sé ad essere punito: violenti una donna, un uomo, un transessuale, un bambino, un cane? Sempre l’ergastolo ti becchi. Forse ci pensi due volte. Forse non lo fai. E’ questo che dovrebbe essere il senso del principio di uguaglianza.

E’ un discorso lungo. Complicato. Gravissimo.

Ma una cosa è certa, va affrontato alla radice, insieme, pensando e facendo pensare, agendo e facendo agire, possibilmente in maniera intelligente e senza – per difficile che sia – lasciarsi trascinare dal sangue che monta alla testa .

Cercare di tappare un’emergenza, vera o presunta, “a mamma morta” è come pretendere di mascherare la forfora indossando solo giacche bianche. 

[una vacanza di ordinaria follia]

Come alcuni di voi sanno, in questi giorni Villa Balorda ospita Christine.

Come alcuni di voi sanno, Christine non guida. Ma non che non guida Amaranta tirando in ballo scuse assurde e timori privi di fondamento sulla salvaguardia della propria incolumità (le ho persino spiegato che quella pletora di spie rosse che si accende a ogni curva è perché Amaranta, sotto sotto, è una vecchia compagna con un debole per la stroboscopia. La cosa le è parsa plausibile fino a che non abbiamo perso uno specchietto e si è rotto – di nuovo – lo spago per aprirla e ho dovuto lavorar di apriscatole per entrarci. In entrambi i casi, Amaranta, non Christine), non guida niente, non guida automobili, trattori né torpedoni. Non ha la patente.

Mi direte, irrilevante, guarda chi circola pure se c’ha ‘sto pezzo di carta.

Grazie per aver solo pensato “tipo te” senza dirlo, son cose che commuovono.

Comunque.

Sarò fredda e cronaca:

data la temperatura del mare più simile a quella di un margarita con ghiaccio, nel ruolo del ghiaccio, l’incauta Christine decide di darsi al turismo culturale. Mi accingo fiduciosa a cercarle gli orari degli autobus per Barumini dal telefono, ma sul più bello mi si esaurisce il bonus navigazione. A quel punto non resta che dividersi i compiti: io tiro giù madonne come fossero calzini ormai asciutti dalla fune per stendere, lei s’incammina verso il più vicino ufficio informazioni turistiche. Distanza: 800 metri.

Troppo bello.

Infatti.

Il più vicino ufficio informazioni turistiche è sito in una bella casetta con un grande prato verde dove nascono speranze, tipo quella di ricavare risposte alle classiche domande che fa la gente in vacanza. Fuori, le bandiere dell’orgoglio patrio, territoriale e circoscrizionale garriscono fieramente al libeccio. Una collocazione perfetta. Perché rovinarla con qualche insediamento umano di dubbia cordialità? Il comune di Plutone, già provato dalle recenti, ben note vicende stadiologiche, preferisce non correre rischi inutili. Inoltre è vero che sul calendario figura in rosso il mese di giugno, ma noi qui siamo per l’empirismo spinto, e l’empirismo allunga un braccio fuori dalla finestra e dice: fine marzo. Poi si becca una randellata in faccia dallo spirito di servizio e subito corregge: metà novembre. Che per caso i crisantemi c’hanno bisogno di informazioni turistiche? No. Quindi teniamo chiuso. Christine torna a casa perplessa.

L’impulso di citofonare al sindaco due piani più sotto è forte, ma il sacro fuoco dell’informazione turistica preme. Metto un segno sul calendario per evitare di tirar giù due volte lo stesso santo, la scorto in centro con fare sbertidore e colgo un vago moto d’insofferenza quando mi vede entrare con piglio deciso in un Mac Donald’s. Avendo tra i miei poteri mutanti quello che consente di comprendere tutte le lingue del mondo, decodifico il suo sopracciglio aggrottato in un articolato “Italiani, solo a mangiare pensano. E son pure imbecilli, potrebbero ingozzarsi di pizza prosciutto e ananas dalla mattina alla sera, e invece no, l’hamburger con la cipolla fritta. Ci credo che il loro paese va in malora”. L’insofferenza si trasforma prima in stupore e poi in inquietudine quando mi segue controvoglia e realizza che la biglietteria della principale stazione degli autobus della regione si trova in un angolo della nota catena.

Outsider (semicordiale): “Buonasera, avremmo bisogno di sap—“.

Omino della biglietteria (cippofunerarioide): “No”.

O (perplessa, ma sicura del suo): “Le assicuro, avremmo proprio bisogno di sap—“.

OdB (vivace come la lumaca di Pinocchio): “No, qui no”.

Gli guardo la mano: non porta la fede. Escludo quindi che il suo diniego geolocalizzato riguardi pratiche che potrebbero essere male interpretate dalla sua signora qualora un conoscente ci scorgesse in esse affaccendati e si affrettasse a rifernirne.

O (sempre molto timorata sul concetto di “extraconiugale”): “E allora dove?”

OdB (privo del lumino e dei fiori, il resto c’è tutto): “Nella sala affianco”.

Per rispetto all’estinto ci dirigiamo nella Sala Affianco senza ulteriori insistenze, superando file alle casse, barricate di sedie, pavimenti cautelati e uno stregone mascherato da inserviente, pronto a scagliarci contro un Incanto Olesaustus col suo scopettone. Christine continua a guardarsi intorno cercando la candid camera, finché ci troviamo al cospetto del Tabellone con Tutte le Risposte.

Quasi tutte.

O (imbarazzatissima): “Mi perdoni, non vorrei sembrarle irriverente, ma – uhm, ecco – se per caso qualcuno, qualcuno di molto strano, azzarderei disturbato,  dopo essere stato in una qualsiasi di quelle amene località indicate nel tabellone nella Sala Affianco volesse – che dio mi perdoni – tornare indietro, come..?”

L’imbarazzo mi strozza la voce.

OdB (consapevole del problema): “Eh”.

Attendo pazientemente, vurrìa mai che gli saltasse un punto e il tassidermista se la prendesse con me.

Christine non capisce che cazzo stia succedendo.

Alla Standa di fronte al Mac Donald’s cominciano a esporre i grembiuli di scuola.

OdB (in collegamento da Ade Centrale): “Ci son solo le partenze. Gli arrivi deve guardarli su internet”.

O (in nomination come Miglior Bonzo non protagonista): “Oppure? Sa, visto che siamo venute qui apposta perché da internet non si evinceva chiaramente la morfologia peniena degli orari. Tipo che – per esempio – apparentemente non ci sarebbero corse per Barumini la mattina, il che è evidentemente impossibile”.

OdB (profondamente scosso dal turbine di parole): “Lo so”.

O (vedendo Johnny Depp aprire la busta e leggere un nome che non è il suo): “Lo sa che cosa? Sa che siamo venute fin qui apposta? Sa che non si capisce una fava dei vostri orari? Sa che non c’è una cazzo di corsa mattutina? Cosa sa? Me lo dica cosa sa, se ha il coraggio!”

Quando mai un bonzo s’è ritrovato a chiedere un’informazione all’Arst? Così son capaci tutti.

OdB (ormai sciolto, in confidenza come un ipogeo punico):  “Ma poi non è che ci sia ‘sto granché da vedere, a Barumini”.

Lo so, si configura come profanazione di tomba, ma ha cominciato lui.

L’indomani. Convinco Christine che si è trattato di un incidente isolato. Lei – da brava ospite – finge di credermi, e torna alla carica. Destinazione: ufficio informazioni centrale.

Sei ore dopo torna a casa facendo polpette dell’interpretazione di Bruno Ganz nella celebre scena (de “La caduta” e basta, non “La caduta VI tappa” come nell’indimenticabile locandina con la quale Zorro ci ha regalato tanto buonumore). Distinguo in mezzo agli strepiti: Radetzky, von Hötzendorf e Africa. #scovalintruso

Vien fuori che ha cercato – secondo una logica asburgica e antiquata – un ufficio informazioni turistiche nei pressi della stazione ferroviaria, di quella degli autobus e del comune. Ed è lì che si trovava fino a qualche anno fa, proprio a portata di mano per il turista appena arrivato in città. Una posizione un po’ troppo intelligente, in effetti: ora quell’ufficio lì giace abbandonato. #piazzamatteotticomeburkittsville

Viene quindi indirizzata con certezza da un carabiniere (segna: ricordarsi di indagare sui protagonisti delle barzellette austriache) verso la stazione marittima, dove una signora che scopa via la desolazione dal pavimento le assicura che l’ufficio sarebbe stato certamente aperto per le cinque.

Questo alle quattro meno un quarto.

Alle cinque e mezza, l’Austria ci dichiara guerra e annuncia che i cacciabombardieri Lauda Air sono già in volo per radere al suolo il nostro paese, il Sierra Leone. Poi Christine ci ripensa e, in segno d’apprezzamento per la moltitudine di aitanti gentiluomini che ha riconosciuto in lei una compatriota di Wittgenstein e non ha voluto farle mancare il proprio commento in proposito nè per strada, nè in spiaggia, nè alla fermata dell’autobus, chiede al proprio governo di ripensarci.

Il nostro governo, invece, mi deve un chilo di penne, due di melanzane, un tir di baci di sole, un ettaro di basilico, il 67% di azioni della Ricottamustia Ltd., quattro raccoglitori di olive in regola coi contributi, una settimana a Pantelleria e sei cisterne di limoncello. Gli anacardi li metto io.

L’indomani ancora.

Convinco Christine che si è trattato di un incidente isolato.

Lei mi risponde: ‘a fracica, questa t’aaa sei già giocata ieri, provane n’antra, nel più classico accento del Vorarlberg.

Obnubilata dalla vergogna (e ancora non era uscita la sentenza Cucchi) decido di dimostrarle che si è davvero trattato di una sfortunata serie di eventi. L’orgoglio nazionale è nelle mie mani pronte ad artigliare una lista infinita di uffici informazioni turistiche e a srotolargliela davanti, tiè, Wiener schnitzel de noantri, torna ad ascoltare Rock me Amadeus e lascia fare il paradiso del turista a quelli che se ne intendono.

Di scippi, forse, perché di uffici informazioni non ne trovo mezzo.

Con quella cura per il dettaglio che mi varrebbe un ascendente Vergine, se ne avessi uno (e sì, l’ho scritto maiuscolo apposta. Adoro il suono gorgogliante delle battute che restano in gola), e che alcuni maldicenti preferiscono definire “cacacazzismo” (vedi alla voce cioccolata calda), mi attacco al telefono e chiamo tutti i numeri del comune. Dopo aver dichiarato di essere in regola con la Tarsu del 1987, prenotato un loculo ed essermi informata sull’accesso alle case di accoglienza per anziani, che ormai manca poco, una signora molto gentile, nonostante il suo ufficio suoni come un’imprecazione trattenuta, giura di dirmi tutta la verità, solo la verità, nient’altro che la verità sugli uffici informazioni turistiche. E la verità è che sono in riallestimento (giugno, scusate se insisto, legalmente sarebbe giugno) e che l’unico in funzione – oltre a quello presente nel sottopiano del comune, i cui orari di apertura sono coperti da segreto militare – è quello alla stazione marittima. Dal quale mi chiama, tre picosecondi secondi dopo, una signora altrettanto gentile ma lievemente piccata per essere stata indirettamente accusata della guerra atlanto-prussiana. Si rende comunque disponibile a rispondere a tutte le domande che l’anziana signora austriaca, nella quale si è trasformata Christine dopo che le ho anticipato che non guida, vorrà farle. Beninteso, fino alle 14. E’ noto, infatti, che dopo le 14 i turisti smettono di essere tali e assumono tutti la residenza del posto, oppure finiscono per reggersi saldamente a veicoli per il trasporto urbano di massa a via guidata da rotaie.

Per inciso, la risposta a tutte le domande che Christine è riuscita a fare alla signora prima delle 14 è stata: no, è impossibile senza una macchina.

Forse voleva dire una macchina del tempo.