[pace in terra agli uomini di buona volontà]

– Y guerra a la izquierda, y guerra a la derecha, y no se ne pueden mas las pelotas! Parolin!
– Comandi, Santità.
– Basta guerra.
– Iniziamo a distribuire preservativi durante l’offertorio?
– No haces lo espiritoso, Parolin. Tiengo una idea maravillosa: un partido interreligioso por la paz.
– Con tutto il rispetto, Santità, come acronimo viene PIPP, non so se sia il cas…
– Parolin, sangre de Manitù, de cual acronimo vas chanchando?
– Il partito, Santità, sulla stampa lo abbrev…
– Ma que partito e partito, burro, un PARTIDO, un partido de fùtbol, compriendes?
– Ah, el fùtbol! Scusi, sa Santità, io seguo il curling…
– Si, y magari el burraco, no? Que trauma pasaste en tu infancia, Parolin, que te gusta el curling? No, mellor tu no dices nada, famos las equipes. Escribes: Maradona, Zanetti, Caniggia…
– Santità, ci metta pure qualche italiano, prima che ci bombardino di babà scaduti.
– Italianos? No hay italianos che juegan en Italia.
– Ma sì, c’è Buffon…
– Juventino de mierda! No me gusta. Llama à Baggio, es buddista. Y cualche negro, pero no catòlico, llama à un musulmano, llama à Pelè.
– Santità, dubito che…
– No, fiermo, me ha confondido, lo que fuera musulmano es Cassius Clay. Todos estos negros parecen uguales, sangre de Confucho, como los chinos. A propòsito, llama à el Chino.
– Ma Santità…
– Y haces espacio a la hermana auxiliadora que porta el cafè, ocho al vassoio.
– Uhm. Uhmmm.
– Que uhmmes, hermana?
– Guardavo le formazioni, Santità. Son tutti maschi.
– Entonces? El fùtbol es un esport macho. Y son todos campeones. Las mujeres fùtboladoras son escarsas.
– D’accordo, Santità, ma è una partita per beneficenza, no? Per la pace. Volemose bene, tutti uguali, tutti fratell…
– Appuntos. Todos uguales, pero los hombres, mica las mujeres.
– Ma veramen…
– Vada, sorella, che abbiamo da fare.
– Ma non è gius…
– Sorella, insomma!
– Gesù ha det…
– Vada!
– Ma que “vada”, Parolin, que dices? Aspetti, hermana, non vada via…
– Grazie Santità, lo sapevo che lei era diverso, io…
– …senza prendere il vassoio, hermana.

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[gente che ne mastica (chattanooga chew chew)]

Sono antica.

Non vedo altra spiegazione.

Ieri notte leggevo questo articolo e pensavo che Reggio Emilia ha sempre il potere di stupirmi (cfr. “Il primo accoltellatore non si scorda mai” –  Dontfearthereaper University Press).

Mentre raccoglievo le braccia per riattaccarmele, riflettevo su quanto opuscoli del genere dovrebbero essere diffusi anche fra gli adulti. Di qualcosa dovremo pur morire, non c’è dubbio. Però se magari nel frattempo ce la godiamo cercando di non far troppi danni ci divertiamo di più. E un promemoria ogni tanto, anche a noi che le cose le sappiamo, male non fa.

Eviteremmo di scappare urlando a mutande calate lasciando di stucco stimabili professionisti che col coito interrotto si son sempre trovati talmente bene da non aver mai indossato un preservativo in vita loroooooo, li sentiamo affermare ancora con beota fierezza in lontananza.

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(ma no, certo che per coito interrotto non intendo quelle varianti meravigliosamente idratanti che solo al pensiero la temperatura dell’aria si innalza di 90 gradi. intendo proprio e solo l’idea imbecille che si tratti di un metodo anticoncezionale e un sistema di protezione efficace. e mi piacerebbe scusarmi per l’ovvietà, ma purtroppo)

Di inorridire davanti, o dietro, o sotto, o sopra o vabbè, ci siamo capiti, a gentiluomini brillanti e apparentemente informati sui fatti, che non avresti mai detto avessero passato gli ultimi trent’anni in una caverna finché non scopri che le donne che gli si concedono la mattina dopo si svegliano e sullo specchio trovano scritto “benvenuta nell’Escherichia coli”.

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Di far brillare tutti i ponti fra noi e vivaci bohemien/nes propugnatori dell’amore libero che, sotto l’effetto di modiche quantità di cassoeula, confessano di aver sperimentato la qualunque. Candidamente.

rjected 3

Di ritrovarci a tenere a distanza con una sedia e una frusta raffinati tombeur de qualunques chose se mouves che beh, ma se prendi la pillola che bisogno c’è di usare il profilattico, pure se è un rapporto occasionale? Lo dice anche “Men’s health”.

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E, più o meno sporadicamente nel corso della nostra vita, di dare dell’idiota a quell’incosciente che ci guarda dallo specchio, con gli occhi languidi e il sangue ancora ben lontano dal cervello, e che – circonfuso/a di beatitudine e incurante delle nostre occhiatacce sagge e torve –  gorgoglia qualcosa a proposito del parossismo di passione, illanguidendosi ancora al solo ricordo di cose di cui non vorremmo sapere niente.

facepalm

Però.

*** ATTENZIONE – DISTURBANCE ALERT ***

Se per qualche problema vostro non mi trovate insopportabile e volete provare a mantenere questa opinione assurda, interrompete ORA la lettura di questo post.

Perché sarò antica, bigotta, guardatrice di dita anziché di lune, quello che vi pare.

Ma a me che un volantino informativo sacrosanto mi caschi sul linguaggio mi disturba. Certo che i ragazzini le conoscono, le parole. Mica son come me, che a dodici anni vagavo nelle nebbie dei tecnicismi come fossero campi del Tennessee:

 – Dunque, se “minca” è quella roba lì dei maschi, “cazzo” sarà quello delle femmine, giusto?

 

È che, da tesaura sulla via dell’estinzione quale sono, resto convinta che le parole siano importanti, e che ci sia un tempo e un luogo per ogni registro di comunicazione. E che la buona educazione sia ancora un valore (imprescindibile e aggiunto nello stesso tempo) che valga la pena trasmettere e imparare. Per poi prendersi delle licenze, perché no. Ma dopo aver metabolizzato le basi.

Che poi, per dire, a me il termine “pene” mica mi ha mai convinto. Continuo a trovarlo ridicolo e inappropriato. O forse son solo stata molto fortunata ad associare Vostra Magnificenza a qualcosa di gioioso anziché di penoso, non lo so.

(per completezza dell’informazione, riporto qui l’elenco dei sinonimi che appare digitando la parola “pene”: punizioni, condanne, sanzioni, ammende, scotti, fii, castighi, penitenze, espiazioni, sofferenze, dolori, dispiaceri, angosce, tormenti, patimenti, torture (!), supplizi (!!), martiri (!!!) , strazi (!!!11), cordogli, fastidi, disturbi, compassioni, commiserazioni, ansie, preoccupazioni, inquietudini, crucci, struggimenti. Contrari: ricompense, premi, piaceri, benessere. Ora, capite bene che fare affidamento su una lingua in cui il primo/a  a cui capita un’esperienza insoddisfacente segna il destino di un lemma, può essere difficile)

E possiamo essere d’accordo sul fatto che la definizione di organi e pratiche sessuali sia talvolta un campo minato (la parola “umori” esiste, ed è in grado di separarmi dalla mia libido come nemmeno Monsieur Guillotine nei suoi sogni più esaltanti. L’unico umore che resta, quando disgraziatamente la incontro, è il mio, pessimo, per essere stata defraudata di un momento di tensione erotica che magari si preannunciava anche intenso, e che invece mi va a franare sulla quintessenza del trito)

(umori)

(argh)

(da “L’angolo dello sticazzi” è tutto, a voi studio).

 

Però c’è modo e modo. È come se stessi spiegando la regola 12 della bibbia: un conto è che, colloquialmente, chiarisca ai miei giovani virgulti che “ma cosa fischi?” regge il giallo e “arbitro coglione” regge il rosso. Un conto è che se lo ritrovino scritto nel regolamento.

Obiezione: intanto che tu fai la sofista, i nostri figli si beccano l’AIDS, la gonorrea, il morbo del legionario e il cimurro. Al diavolo il linguaggio, l’importante è che se ne parli. E poi, proprio tu, cos’è questa bigotteria improvvisa sulla parola “pompino”?

Una cosa non esclude l’altra, Vostro Onore. Altroché se se ne deve parlare. Dico solo che lo si può fare spendendoci un po’ più di cura, senza farsi scudo dell’emergenza per zappare sopra a quella che è, a mio modestissimo parere, una finalità educativa altrettanto importante di quella sanitaria e sentimentale.

La pruderie mi dà l’orticaria, e “pompino” è una parola straordinaria. Mi piacerebbe solo che non si insultasse l’intelligenza degli adolescenti dando per scontato che non siano in grado di memorizzare più di una definizione per, e che – come fossero dei poveri deficienti – possa essere loro concesso di far impigrire i propri neuroni senza sforzarsi di afferrare il concetto di contesto e registro.

Le parole sono importanti. La sola idea che qualcuno possa perdere anche un solo brivido di eccitazione per via dell’appiattimento linguistico, dell’uso, riuso ed abuto delle parole fino a far loro perdere la carica, mi fa star male. Ma malemalemalemale.

Le parole sono importanti.

Per esempio, con cunnilingum si può andare avanti a ridere per sei mesi o 5000 chilometri (TAN 6,78%, TAEG 9,49%).

 

screenshot fatto quotidiano

[della freschezza mattino-sera]

Lo dico assumendomi tutte le responsabilità del caso: a me i cetrioli piacciono.

Il cetriolo è estate, è arrivare a casa e tuffarsi in una cofana di insalata pomodori e cetrioli ben condita, di quelle che nel sughetto che resta sul fondo ci ammolli un chilo di pane e te lo senti che si scioglie sulla lingua, e non gli dai tregua fino a che non hai tirato su fino all’ultima goccia e l’insalatiera brilla perfettamente ripulita, e appena oltre l’ombra beata sotto la quale stai mangiando c’è una luce da bruciarsi le retine e il calore che fa tremare l’aria, ma tu a quel punto sei rinfrescata e felicemente satolla e al diavolo i 40°C.

Il cetriolo merita rispetto.

Lady Augusta Bracknell. Un tipo un po’ particolare, ma ha ricevuto un’educazione, Lady Augusta il cetriolo lo ama e lo rispetta. Lady Augusta, + 50 punti, un attico a Ian Astbury Park e uno stuolo di tramezzinatori a disposizione ventiquattr’ore su ventiquattro.

I greci. Ho un debole per i greci da quando avevo tre anni e ancora Patrasso non era stata inventata. Mia madre ha dovuto cambiare tre pediatri prima di trovarne uno che non le dicesse che il fatto che la bambina conoscesse l’albero genealogico dell’Olimpo meglio di quello della sua famiglia fosse un filo preoccupante. Al quarto giro entrammo per sbaglio dal veterinario affianco, il quale non solo non ci trovò niente di strano, ma cominciò pure a decantare la sua personale passione per le Ore, mamma si rincuorò, quasi si commosse raccontandogli di come sua madre si chiamasse Irene, il veterinario biascicò qualcosa riguardo a un possibile equivoco ma ormai le mie orecchie implumi avevano immagazzinato l’informazione. I greci il cetriolo lo amano e lo rispettano. I greci, + 500 punti e otri di tzaziki per tutti, offro io, così siamo sicuri che a nessuno venga in mente di schiaffarci l’aglio a tradimento.

Persino il mio amico Ru Catania, dopo anni di contromilitanza attiva, ha ceduto alle lusinghe del cetriolo.

Anche se il correttore automatico pretende che abbia ceduto alle losanghe, cosa che invece spero non faccia mai. Dovesse succedere:

a)      mi auguro di morire prima;

b)      il passo successivo è andare in tour con Povia. Vedi tu.

(strano come anche gli zebù siano ghiotti di cetrioli, chi l’avrebbe mai detto. Basta nominarlo e accorrono a frotte)

Il cetriolo è una creatura nobile e umile nello stesso tempo.

Di certo non è un motivo valido per approfittarsene.

Quindi il deodorante al cetriolo è e resta un apostrofo verde tra le parole “eresia” e “cazzata abnorme”.

Ma se vi fa piacere girare con un cetriolo sotto l’ascella a mo’ di baguette, fate pure.

Volete pure il deodorante al melograno?

Il melograno macchia, io ve lo dico. Ma se vi sentite a vostro agio a girare come se vi fosse squillato il telefono mentre vi depilavate le ascelle a colpi di roncola, sentitevi libere.

Volete quello ai fiori di cotone, ai fiori di Bach, al Fiorello, alla menta e lime, alla citronella, ai sali del Mar Morto, ai germogli di soia, alle radici di mangrovia, al talco, all’amarena variegata puffo, alla madreperla delle ostriche neonate pescate a mano nella fossa delle Marianne, ai riflessi della seta viva con tanto di bachi e rami di gelso da appendersi alle orecchie, alle proteine del latte, dello yogurt, della burrata, del caciocavallo, del casu marzu e del parmigiano reggiano 24 mesi, alla vitamina B1, B2, B3 colpita e affondata?

E chi ve lo vieta?

Abbiamo voluto rovinarci l’esistenza votando sì alla repubblica, alla democrazia e al suffragio universale? Adesso teniamoci quello che sotto le ascelle si dà pure l’estratto di moffetta albina (che se è in commercio vuol dire che funziona, sennò tutti quei laboratoires cosa ci stanno a fare), nella cabina elettorale affianco alla nostra. Da una parte, dall’altra c’è quello che ha inventato la pubblicità della pomata contro il prurito intimo.

Va bene tutto.

Ci mancherebbe.

Una cosa, però.

Fate che quello che avete mandato in giro oggi pomeriggio, approfittando del fatto che il caldo quasiestivo esalta al meglio gli aromi, rimanga il beta tester isolato di un esperimento fallito.

Perché se l’intenzione è davvero quella di mettere in commercio un deodorante al soffritto, ditelo subito così avviso un paio di giornalisti amici.

Non si tratta di raptus, ragazzi.

Sarà lucida, cruenta, efferata premeditazione.

[the omen]

– Ciao, figlia mia.
Il tono è quello da grandi occasioni: l’assassinio di Kennedy, i funerali di Berlinguer, la retrocessione dopo lo spareggio col Piacenza. Flebile, poco più di un sospiro estorto a forza dalla necessità di informare del dramma, con un retrogusto di devastazione e mestizia, classico dei parenti del defunto che cercano di mantenere una parvenza di compostezza mentre sfilano i condoglianti.
Roba da far accapponare la pelle, gelare il sangue nelle vene e trasformarlo in sorbetto.
– Mamma, cos’è successo?
Mentre lei prende fiato, io perdo dieci anni di vita. Per distrarmi, scansiono il tragitto più breve dal posto in cui mi trovo a tutti gli ospedali della città.
– Mamma?
A parte un sommesso tirar su col naso, silenzio.
Cazzo.
Non si è mai pronti a certe notizie.
– Mamma, dimmi dove sei, sto arrivando.
– NO!
– Ma come n…
– No, no, almeno tu no!
Sollievo. La possibilità che un gruppo di terroristi, dalla strada, abbia lanciato un fiala di ebola bubbonica nel soggiorno dei miei è, obiettivamente, piuttosto remota.
E incazzatura. Sarai pure legalmente mia madre, ma il diritto di beccarti un vaffanculo cosmico senza passare dal via per la sincope che mi hai fatto prendere non dovrebbe essere messo in discussione da nessuno.
– Ti ricordi la vigilia di Natale?
Come potrei, come potrei, amore mio. Come potrei dimenticarla. Per una buona mezz’ora mi son vista farmi a piedi 15 chilometri di tangenziale alle due di notte per tornare a casa.
– Adesso, oltre a Cognata e Nipote, stiamo male anche io, papà e Zippo. Ma male, eh!
Fin da ragazza, mia madre si è dimostrata portata per le lingue, unico carattere ereditario tramessomi per il quale non finirò mai di ringraziarla.
Ma la sua passione è sempre stata la medicina. Come le si illuminano gli occhi quando racconta di quando veniva chiamata a portare la cassetta del pronto soccorso e, ragazzina, assisteva il medico di Campo Pisano mentre rimetteva insieme minatori esplosi, non avete idea.
Aggiungeteci una certa malcelata passione per il melodramma.
Violetta muore di un banalissimo virus intestinale (perchè la tisi è robetta da mammole), sì, ma in tre atti, tra mille lamenti e un allestimento degno di “Aida contro le sette piaghe d’Egitto”.
Nessun dettaglio clinico è troppo intimo o disgustoso per non essere descritto con dovizia. Per fortuna ho affinato la controtattica, dal terzo minuto in poi mi isolo ripetendo a memoria le battute di “A piedi nudi nel parco”. L’intelligenza della mia espressione ne risente, ma almeno mi do una chance.
Fin quando la sintomatologia viene sviscerata del tutto e arriva la pausa.
No.
Nononononononono.
Mamma.
Ti prego.
Non farlo.
– Tu stai bene?
Sono in sezione. Insieme a me un drappello di colleghi non del tutto entusiasti di dover designare per il turno interfestivo. La maggior parte di loro supera i sessant’anni e, arbitralmente, mi ha visto nascere. Non posso andar lì e chiedere che mi autorizzino il gesto apotropaico.
Glisso.
– No, perchè comunque la poetica del Tasso è fortemente sopravvalutata.
– Speriamo che almeno tu la scampi, eh.
Amiche. Amici. E’ stato un piacere.
Per il resto, non posso che rimandarvi al mio testamento.

[alla destra di moccia]

Rega’, non è vita, questa.

Ci avevano avvisato, ma un conto è sentirlo raccontare. Per affidabili che tu possa ritenere i colleghi di mezza Europa e degli States pensi sempre “se, vabbè”.

Un conto è vederlo con i tuoi occhi.

Il nostro è un lavoro delicato, rischioso. Riconosciuto solo se per caso qualcosa va storto, quando tutto fila liscio, mai. Ci sta che un minimo d’importanza ce la diamo da soli. Ci sta anche colorirlo un po’.

Non stavolta.

Sono ovunque.

Sotto il tavolo della conferenza stampa.

Aggrappate ai lampioni.

Dietro le tende.

Scopri il letto e ce ne trovi una.

Sollevi il coperchio del water e ce ne trovi altre tre.

Armadi e cassetti non ne parliamo.

Due erano riuscite a infilarsi dentro i croissant della colazione.

Escono.

Dalle fottute.

Pareti.

E strillano.

Dio pirata se strillano.

Strillano tenendo sotto assedio l’hotel che le senti attraverso i vetri insonorizzati della suite presidenziale.

Strillano nella hall dell’aeroporto mandando in tilt la torre di controllo.

Strillano quando arrivano a frotte alla stazione Termini da tutta Italia. Due della Polfer chiamati a scortare il treno da Milano non fanno in tempo a toccare terra che vomitano sui binari. Hanno strillato per tutto il viaggio, dicono.

Strillano mentre cercano di intrufolarsi in hotel nei cesti della biancheria sporca.

Strillano mentre lo succhiano al lift nella speranza che le lasci salire.

Strillano all’annuncio che il concerto verrà spostato perché le Capannelle non bastano più.

Strillano all’annuncio che forse non basta manco l’Olimpico.

Che cazzo di polmoni c’hanno queste, vorrei sapere.

Le guardi e sembrano degli scriccioletti innocenti, qualcuna non arriva ai dodici anni. Ma non ti puoi fidare, ieri notte, tra quelle arrivate prima per prendere il posto sotto transenna, ci sono stati otto morti e diciannove lacerocontusi. Mica che si son calpestate. Due sono state sgozzate, cinque strangolate col filo elettrico. Una dalla sorella. L’ultima s’è arrampicata su una torre Layher e s’è buttata di sotto urlando “Ho vissuto per questo momentooooh!”.

Un ronzio nell’auricolare. Ai posti.

Ci siamo.

Cambiamo canale ogni trenta secondi con un algoritmo messoci a disposizione dalla Nasa per l’occasione. Abbiamo sei squadre di sosia pronte a ogni uscita, compresa quella del tunnel scavato in due giorni da un’equipe dell’Abate Faria Inc. che porta direttamente dal caveau dell’albergo al palco. Una delle squadre si lancerà in parapendio dal tetto dell’hotel per creare un diversivo, un’altra passerà dalle fogne a bordo di microscopici sottomarini gialli.

Ma queste non le freghi. Hanno sensori dappertutto e l’olfatto di un Bombix mori.

E strillano, cazzo.

L’onda d’urto spalanca le porte e ci depila e denuda completamente. Del concierge restano pochi brandelli di carne e due nappine appese allo scheletro. Tutti gli antifurto della costa tirrenica si producono in una versione death samba di “Real to real cacophony”. In Boemia viene dichiarato lo stato di calamità naturale. I cani niente, già sterminati qualche giorno fa in quell’incidente con Pallotto, una prece.

Loro, impassibili.

Non loro le fan. Quelle piangono, ridono, lanciano mutande e mazzi di fiori, si strappano capelli propri o altrui, svengono con e senza esse. Il tutto senza smettere di strillare.

No, loro-loro.

Sarà che ormai ci avranno fatto l’abitudine, ma non gli si muove un pelo. Si avviano impeccabili, in fila per uno, tra due barriere jersey di muscoli (che saremmo noi, modestamente). Sulle strisce pedonali.

E si fa improvvisamente silenzio.

Giovanni.

Cammina tranquillamente fino alla limousine e ci si accomoda dentro pacifico senza che nessuno se lo fili di pezza.

Spiazzamento nell’entourage.

Riccardo.

Idem come sopra. Se fosse uscito il garzone del bar di fronte avrebbe suscitato più clamore.

Potrebbe essere una trappola, allerta massima.

Ma basta che la prima ciocca brizzolata faccia capolino e il frastuono riattacca decuplicato.

“Paolo, le legioni ti salutano”. “Magno, bevo e tifo Paolo”. “Paolo sposami”. “Pur’a me”. “E io che so’, la figlia della serva?”. “Paolo, la poligamia è un’opinione”. “’sto Penthouse aspetta a te”. “Paolo ottavo re di Roma”. “Ma no, quello era Amadei!”. “Sì, ma ha liberato il posto apposta”.

Arginarle è un’impresa, contenerle impossibile. Le prime file si lanciano a corpo morto nella speranza che il loro sacrificio possa valere lo sfioramento di un lembo di giacca a quelle dietro di loro. Gli idranti non bastano, ai coccodrilli del fossato li prendono a pernacchie, i cavalli di Frisia son più terrorizzati loro.

Per la prima volta nella mia carriera pavento la disfatta. Spero almeno di morire nell’adempimento del mio dovere e di portarne con me qualche migliaio quando lui sporge lateralmente una mano.

Subito gli viene consegnato un panino con provola e salsa piccante.

Fa segno di no con la testa.

Il panino con le sue impronte digitali viene conteso e smembrato tra quelle che ora sono le fiere e mutilate titolari di una briciola ciascuna.

Sporge nuovamente la mano.

Gli viene porto un gelato. Lo lecca perplesso prima che gli spieghino che si tratta di un microfono.

Guarda la folla strillante e straripante. Guarda noi che stiamo per soccombere. Nel frattempo Giorgio è trotterellato verso la limousine dagli altri tra l’indifferenza collettiva. Tre sguardi interrogativi in direzione dell’hotel, lo sportello aperto in attesa.

“Non preoccupatevi per me, ragazzi”, grida per sovrastare il frastuono. “Pensate a salvarvi, vi copro io”.

Occhi negli occhi. Un cenno del mento. È stato bello. La limousine si allontana come fosse una panda qualunque.

Siamo allo stremo. Resistiamo con i fumi delle braccia. Il fair-play è a puttane. Per ogni sciamannata che riusciamo a placcare e convincere pacatamente a ombrellate a tornare indietro, trenta si fanno avanti. Ho in mano una tibia e non so di chi sia.

Picchietta sul microfono. Alza un pollice in direzione del fonico per chiedere il massimo della potenza.

Poi attacca con “Help yourselves!” ed è il delirio.

(non chiedetemi cos’ho scritto perché non lo so. So solo che qualche modo dovevo sfogare l’elettricità prima che arrivasse questa notizia. Belle, bellissime sorprese e persone che se le meritano, esse esistono)

[dulcis in fundo]

Poteva finire qui?

Non scherziamo.

– Ciao, come stai?

Legno, ferro, tette sinistre, a me!

Valuto persino la possibilità di mettermi le mutande pur di infilarmele al rovescio. E di tornare in ufficio a dare una tastata a Mentekatt. Sulla spalla, tanto è uguale.

– Ciao mamma.

Circa la metà degli incidenti stradali che si verificano in questo paese sono dovuti a mia madre.

Compone numeri a caso (“oh, andiamo, cosa me ne faccio di salvarli nella rubrica, vuoi che non mi ricordi il numero di mio marito e dei miei figli? E poi tanto i numeri sempre quelli sono, prima o poi li becco”) e appena lo sventurato risponditore accenna al fatto che si trova in macchina per tagliar corto, lei lancia il suo più accorato anatema:

– Vai piano, mi raccomando.

Il problema non è la velocità. Il problema è che guidare con entrambe le mani sui coglioni (perdonate il linguaggio più portuense del solito. Dopo una giornata del genere fa rima e c’è), propri o altrui, non garantisce una tenuta di strada ottimale, specie trovandosi a dover scansare mucche, tronchi di sequoia, papere, opossum, rinoceronti, tavole da surf e casse di bitter cadute dall’auto che vi precede, stormi di cicogne fuori rotta e il corpo di ballo dei cosacchi degli Urali che improvvisa un flash mob all’uscita di una curva.

E, non o.

Se prende un treno, è sicuro che qualcuno ci si butti sotto. Se vola, chiudono mezza Europa per nebbia, neve, vento forte, sciopero dei controllori di volo, nidiate di piccioni nei reattori, pestilenze e guerre civili.

Sempre e.

Gli incidenti domestici? Un semplice “stai attento” è foriero di ustioni, fratture e lavande gastriche.

Se ve lo dice dal vivo fate prima a prenotare una suite in ortopedia, ma rende bene anche a distanza. Tipo che mia nipote non siamo sicuri se sia stata davvero voluta o se mio fratello si sia dimenticato di spegnere il telefono. Per dire.

– Sto bene, mi hanno tolto i punti oggi.

– Ah, brava. Stai attenta a non prendere freddo, i colpi d’aria possono essere letali. Tienila coperta, la ferita, mi raccomando.

– Mamma, ce l’ho in faccia. Mica posso girare con un passamontagna.

– E perchè no? Meglio Diabolik di Moshe Dayan.

Il mio regno per una palla.

– Volevi dirmi qualcos’altro?

– No, solo augurarti la buonanotte.

Alè.

Ovviamente il post mi si è cancellato per sbaglio mentre lo stavo postando, due ore fa. Riscriverlo col telefono è una cosa lunga. Ma tanto ho tutta la notte.

[bari palesi]

–          …e quindi bla e bla, c’è stata una rimodulazione del direttivo, bla, e ora lei è la nuova cassiera.

Collega#1 mi indica agli altri due con una mano. Con l’altra, senza che nessuno lo noti, preme il pulsante morphing su una consolle invisibile, e le facce dei due passano da antropomorfe a gufiformi.

–          La cassiera?? Ma non lavoravi nella musica?

–          No, aspetta, era il teatro.

–          Io mi ricordavo che insegnava.

–          Macché, scriveva.

–          Ma quando mai, disegnava.

–          Boh. Io mi ricordavo che fa sempre lavori assurdi. Ma la cassiera? Va così male? E dove, all’Auchan?

 

Collega#1 mi guarda perplesso. Io lo guardo perplessissima. Lui riallinea la mandibola. Io stacco le mie sopracciglia dal soffitto.

–          Ma che Auchan e Auchan, razza di rincoglioniti, è la nuova cassiera qui, in sezione. Quote associative, chiavi della cassaforte, bilanci, cazzi, mazzi.

–          Ah, il nuovo cassiere! E dillo subito.

 

Ora, a parte il fatto che “va così male?” un par di cionfoli, fare la cassiera all’Auchan si sta avvicinando sempre più ad essere il lavoro dei miei sogni (più che altro perché sembra ancora garantire quel minimo di stabilità in più rispetto al portapizza e al killer on demand), e a -10 dalla scadenza del mio contratto vi garantisco che sono serissima.

Ma a parte questo.

A parte questo, siamo alle solite: il cassiere lavora in banca ed è addentro a sofisticate operazioni a più cifre, la cassiera lavora nel commercio al dettaglio ed è sufficiente che sappia distinguere i numeri. Il pescivendolo è un signore pittoresco col grembiule cerato che ti fa la corte per scherzo mentre ti consiglia il suo calamaro, la pescivendola è una donna scarmigliata, con un’estensione vocale impressionante e una forte tendenza alla lite, verbale e non solo. Il cuoco è un tizio con una mise improbabile che pretende stelle e denaro in cambio di due scaglie di carota, un cristallo di sale iodato della Val Stacippa e una goccia di distillato di radice quadrata, le quali patiscono il dramma  dell’incomunicabilità moderna in un piatto di design da 38 metri quadrati più servizi e garage; la cuoca è una matrona rubiconda e fintamente cordiale che si destreggia tra paioli e marmitte, con una mano sforna biscotti e con l’altra tira il collo alle galline con cui chiocciava fino a due secondi prima.

C’è una sola professione, declinata al femminile, su cui nessuno si azzarda a fare troppo lo spiritoso.

Ed è un bene, perché quando sei lì sul treno New York-Chicago, e stai per poggiare sul tavolo da poker quattro jack e un sei di cuori, l’ultima cosa che vuoi è lasciarti distrarre dalle evoluzioni di quelli che si cercano le chiavi in tasca sperando di non darlo troppo a vedere.