[un tranquillo compleanno di paura]

Tema: la mia famiglia.

Svolgimento: la mia famiglia è composta da me, il mio papone e mamma al primo piano, nonno e nonna al pianterreno, e zia Out. Zia Out non abita vicino a noi perchè dice che se stiamo a distanza di sicurezza ci vogliamo più bene, però la distanza di sicurezza non deve essere abbastanza, perchè ogni tanto anche a lei le tocca mangiare quello che cucina mamma.

Mamma cucina cose bellissime che sembrano fatte col Didò, solo che sul Didò c’è scritto “commestibile”, che vuol dire che se lo mangi poi non devi andare in ospedale a fare la lavanda gastrica. Ho chiesto a nonna, che sa tutto degli ospedali, cos’era la lavanda gastrica, e lei mi ha detto che la lavanda è quella che si mette nei sacchetti per profumare le lenzuola, poi ha detto a nonno di non dire fesserie davanti alla bambina, che poi ripete tutto. La bambina sono io.

Ho anche altri due nonni, e zio Mortimer e zia Mortimer, ma neanche loro abitano vicino a noi. Zio Mortimer e zia Mortimer hanno lo stesso nome perchè sono fidanzati, e sono molto pallidi, come papà ogni domenica dopo pranzo, ma un po’ meno giallini. Zia Out, invece, d’inverno è verdina, d’estate si abbronza prima di tutti perchè abita in un ripostiglio col terrazzo insieme a Grogu. Grogu è mia cugina, ha quasi sei anni come me, ma mamma mi ha detto di non dirlo che è mia cugina, perchè se gli assistenti sociali scoprono che mia cugina è una gatta ci arrestano tutti.

Zia Out è molto elegante, si veste come una teppista, dice mamma. L’altroieri anche papà si è vestito elegante per portarmi al saggio di danza, allora gli ho detto che anche lui era proprio un bel teppista, non ho capito perchè ci è rimasto male. Io gli ho spiegato che era un complimento, allora lui ha parlato con mamma e adesso mamma non dice più che zia Out si veste come una teppista, dice che si veste come una che ruba autoradio.

Questo venerdì era il compleanno di nonna. Era molto contenta, ha detto che era un miracolo se ci era arrivata, non ho capito se diceva arrivata a prendere qualcosa dalla mensola di cucina, che si lamenta sempre che papà gliele ha messe troppo in alto. Il mio papone è altissimo, invece nonna è un po’ bassina, ma se lo dico si arrabbia e dice che non è mica un vaso da notte. Nonna ci ha invitato tutti a cena per il suo compleanno, e mamma ha detto che avrebbe fatto la torta, allora zia Out ha detto che lei poteva venire solo a pranzo, purtroppo. Però per fortuna non è andata via subito, quando son tornata dall’asilo nonna mi ha detto che era giù a stirare, e papà ha chiesto se per caso zia Out si sentiva male. Allora sono scesa senza far rumore per farle una sorpresa, ho aperto la porta e le ho chiesto cosa stava stirando, e lei ha fatto un salto, è diventata tutta bianca e ha urlato fortissimo, e mi ha detto di non farlo mai più, se volevo ancora avere una ziastra. Io e zia Out ci chiamiamo ziastra e nipotastra. Mamma dice che è bruttissimo perchè poi la gente pensa che non siamo zia e nipote legittime, ma non mi ha spiegato cosa vuol dire, e papà ogni volta sospira e le chiede su cosa ha imparato a leggere lei da piccola, invece che su Topolino come fanno tutti. Poi zia Out mi ha detto che non serve parlare a tutti come se stessi parlando con nonna, che poi la gente ci resta secca. Nonna è un po’ sordina da un orecchio e tutta sorda dall’altro, sente solo i rumori molto forti, come una volta che una signora si è sentita male mentre stava guidando e ha centrato il muro del giardino, quello nonna l’ha sentito ed è corsa in veranda per vedere cos’era successo, solo che non si era accorta che nonno aveva appena messo le zanzariere e ha lasciato un buco con la sua forma e nonno si è arrabbiato moltissimo.

Comunque dopo è scesa anche mamma, ha visto cosa stava stirando zia Out e mi ha portato via coprendomi gli occhi, e ha detto che era meglio se salivamo a casa a fare la torta per nonna. Zia Out invece ha detto che era tardissimo e doveva proprio scappare.

Mentre facevamo la torta è arrivato papà e ha chiesto se avevamo già avvisato la Asl, poi mi ha detto in un orecchio che era meglio se andavo a giocare in giardino per non essere esposta alle radiazioni. Le radiazioni sono quelle cose che ti fanno cambiare colore oppure ti spunta la coda, però non si possono controllare e magari la coda ti spunta in fronte, come quando mamma era malata e mi ha pettinato papà per andare a scuola. Comunque ho preso i giochi e tutti i personaggi del presepio e sono scesa in giardino. L’altra nonna è venuta a trovarci domenica scorsa che era anche la festa della mamma, e le ho chiesto se voleva giocare con me al presepio, e lei si è spaventata moltissimo e ha detto che non si gioca col presepio che non è rispettoso e poi siamo a maggio, e io le ho detto che invece si poteva e le ho fatto vedere che Minni e Paperina andavano a trovare la madonna e poi prendevano il gelato dal carretto dei gelati di Hello Kitty, e l’altra nonna diceva oh no no no, e io le ho detto che non doveva preoccuparsi perchè prima di sistemarli a prendere il sole fuori dalla capanna mettevo a tutti la crema solare, e comunque Gesù bambino lo tenevo sotto l’ombrellone per non scottarsi che è troppo piccolo, e allora lei si è messa a piangere e ha detto che voleva tornare a casa sua senza neanche bere il uischi che le aveva offerto nonno. Mentre stavo giocando è arrivata nonna, e mi ha detto di non seppellirlo san Giuseppe nell’aiuola delle rose, che poi non lo troviamo più, e si è chinata per aiutarmi a toglierlo, però è inciampata nel bordo dell’aiuola ed è caduta a faccia in giù sulle rose, e ha detto di correre a chiamare papà e nonno. Papà e nonno hanno cercato di tirarla su, ma lei ha detto ahi ahi ahi perchè era tutta piena di spine e poi anche perchè forse si era rotta una gamba, però la gamba era ancora attaccata. Allora siamo andati al pronto soccorso, e papà ha mandato un messaggio a zia Out, che doveva essere già quasi arrivata a casa sua perchè tutte le parolacce che ha detto quando ha letto il messaggio sembrava che arrivassero da lontano.

Comunque la gamba non se l’era mica rotta, nonna, avevo ragione io, e quando siamo tornati a casa era buio ed era ora di cena, e mamma era molto dispiaciuta di non aver potuto finire la torta, allora zia Out ha detto che avrebbe cucinato qualcosa lei e papà ha ordinato le pizze, e anche una torta gelato. Io sulla mia fetta ci volevo anche una polpetta al sugo di nonna, ma mi hanno detto di no, però quando erano tutti girati per sistemare nonna in poltrona, perchè a nonna al pronto soccorso le hanno fasciato tutta la gamba, ne ho preso una di nascosto dal tegame e l’ho messa sulla mia fetta di torta, era molto buona. Poi a nonna le abbiamo regalato il chindl, ed era molto contenta perchè sperava che glielo portasse Babbo Natale, invece Babbo Natale le aveva portato un frullatore nuovo e nonna non era molto contenta, invece adesso sì, e poi siamo andati tutti a dormire, tranne zia Out che doveva guidare, e mentre andava via nonna ha detto che bello è stato proprio un bel compleanno, e papà ha detto figurarì se era brutto, e nonna ha detto che fra un mese esatto è quello di zia Out e magari ci divertiamo di nuovo così, e zia Out ha detto che quest’anno il suo compleanno per sicurezza lo festeggia in Groenlandia.

La mia famiglia è proprio una bella famiglia.

 

(Nipote a settembre andrà a scuola. Che il Signore abbia misericordia dell’anima delle sue maestre)

[affari di famiglia]

Io la mia parte l’ho fatta.

Ho spostato le sedie, srotolato metà della pompa, preso in mano lo spazzolone, addirittura ho guardato con intenzione il flacone dello Spic&span.

Più di questo non mi si può chiedere.

Non quando la primavera mette in scena una prova filata impeccabile, a meno tre dal debutto.

Sole splendente che scalda forte senza bruciare, brezzolina leggera profumata di mare, cuscinone da terrazzo che mi guarda invitante. Cosa potrebbe mai sopraggiungere a turbare il godimento di un abbraccio reciproco, languido e pigro?

Il maledetto squillo del maledetto telefono, ecco cosa.

Ora, quando il telefono squilla con la suoneria de “Lo squalo”, che non mi sono mai sognata di scaricare, sale in zucca vorrebbe che l’utile attrezzo venga scagliato all’istante il più lontano possibile mentre ci si butta a terra dietro la prima cosa utile a ripararsi dall’esplosione, senza manco pensarci.

Il sale in zucca.

Vacca miseria, ecco cosa mi son dimenticata di comprare.

–          Domani vieni a cena, sì?

Tutto il tepore di poco fa si è ritratto come un paguro. Un pinguino mi chiede se ho mica una termocoperta da prestargli, che solo con la tuta da sci c’è da battere i denti.

–          Ciao mamma.

–          Non arrivare tardi come al solito, lo sai che tua cognata ci tiene a cenare puntuali.

Mi si surgela il midollo spinale lungo la schiena. “Cognata” e “cenare” nella stessa frase delineano una concatenazione di crimini efferati contro l’umanità, con la sottoscritta nello scomodo ruolo dell’umanità. Già mi ci vedo, in corsa per l’Oscar:

–          Oscardiniamo er pancreas? Tanto ormai è spacciata, chissà dove l’ha presa tutta questa stricnina.

–          Dici che è stricnina? A me pareva più minestrone.

–          Ci metti le uova crude, nel minestrone, tu?

–          Gesù, che schifo, no! Piuttosto mi prenderei la stric…oh.

 

Non dico di voler imporre la mia presenza sul pianeta a tempo indeterminato, ma qualche altra settimana di vita vorrei godermela.

–          Non posso, mamma.

Dall’altra parte, in sottofondo, comincio a sentire un certo tramestio, come di gente che si litiga il telefono.

–          Come sarebbe, non puoi? Cosa devi fare che non puoi? Leva quella mano, tu.

–          Sono designata, non posso.

–          Ma se è mercoledì sera!

–          Sono designata in Champions.

Ci pensa. Le scoccia moltissimo passare per quella non informata, ma le scoccia di più abbassarsi a chiedere. Nel frattempo, il tramestio in sottofondo aumenta. Colgo distintamente un “passamela” e un principio di colluttazione.

–          Passi abbandonare la tua povera madre malata senza uno straccio di – togli la mano, ho detto, sto parlando io – compagnia e conforto, ma è la festa del papà, almeno lui, pover’uomo, pensa se fosse la vostra ultima occasione per veder… insomma, la pianti di bofonchiarmi nelle orecchie, tu, toh, te la passo, così la smetti. E togliti la mano dalla tasca.

–          Ciao papà.

–          Ciao. Volevo solo dirti che non fa niente se non vieni a cena, domani ser…

–          Ma come, non fa niente, ma certo che fa, tu da che parte stai? Se non la incastri così col cavolo che riusciamo a vederla, tua figlia! E poi ci sono anche i genitori di Zippa, e il fratello di Zippa con la fidanzata, tutta la famiglia di Zippa al completo e noi che figura ci facciamo?

–          …però se per caso riesci a fare una scappata A PRANZO, anche se siamo SOLO NOI TRE, mi farebbe piacere.

–          Contaci. Ti voglio bene, papà.

–          Anch’io.

Lo dice ridendo come un cretino, non posso esimermi dall’andargli dietro. Finché la voce della ragione non riprende possesso del telefono.

–          Anch’io ve ne voglio, anche se siete due imbecilli. Ma almeno a nessuno può venire in mente di dubitare che sia figlia tua.

 

 

[lotto, m’arzo (tutti i giorni)]

Stamattina.

Non si staccano l’uno dall’altra. Se per qualche motivo lui è costretto a spostarsi, nel giro di un picosecondo è già di nuovo calamitato sulla bocca di lei, che ha l’aria di essere la regina del mondo, ma una buona, che non fa pesare alla plebe il suo privilegio. Tra tutti e due non arrivano a quarant’anni.

A un certo punto, lui allunga una mano e le palpa un seno. Lei si guarda intorno fingendosi scandalizzata e gli appioppa una pacca secca sulla mano. Lui ride.

– Certo che potresti farmi contento, però.

– Te lo puoi scordare.

– Eddai, una bella terza. Duemila euro, ho chiesto.

– Ma cosa hai chiesto a fare, tanto non lo faccio.

Lei ha smesso di sorridere.

– La metà la metto io, è il mio regalo di compleanno.

– Per chi, per me o per te?

– Dai, fammi contento.

– Te l’ho già detto, io sto bene così.

– Ma pensa come staresti bene con una bella terza.

Allunga di nuovo la mano. Lei gliela intercetta e la devia. Gli pianta gli occhi in faccia, seria.

– Ma perché, così come sono non ti piaccio abbastanza?

Lui intuisce il campo minato. La bacia. Non è stupido, per niente. È solo grasso, ma sembra che a lei piaccia così.

***

Ora di pranzo, lungomare.

Una Matiz color amoreiltuocurryèfantasticomavuoinvitarmiacenaotingermi? accosta.

Ne scende lui, ventiqualcosenne, capello aerodinamico, mutanda non esposta, sopracciglio che Mae West manco sa chi sia.

Gira intorno alla macchina e va ad aprire lo sportello per far scendere lei, altrettanto ventiqualcosenne, scarpe guardabili, pantaloni degni di tale nome, capelli che sono un manifesto anarchico contro lo strapotere omologante della piastra.

Dire raggianti non rende l’idea.

Dire emozionati, invece, la rende abbastanza.

Tra il parcheggio e la spiaggia, due banchetti, uno di ricci e uno misto mazzolini di mimose e asparagi.

Lui guarda l’uno, poi l’altro, poi lei.

Sorride fiutando la trappola.

Lei fa una faccia da poker micidiale.

Lui ne fa una come a chiedersi perché non si è messo con quella che guardava Amici.

Tutti e due evitano di guardarsi ancora e cercano di non ridere, riuscendoci malissimo.

Finché lui gonfia il petto, si avvicina al banchetto di sinistra e chiede un bouquet.

Di ricci.

Lei gli salta in braccio e comincia a mangiarselo di baci, poi, quando l’ha ridotto più o meno della metà come fosse una salsa all’aceto balsamico, scende.

Guarda l’altro banchetto.

Sbotta a ridere di gusto.

Ci si avvicina decisa, confabula col ragazzo, torna dal suo nascondendo qualcosa dietro la schiena.

Quando lui le offre i ricci, lei gli spara in faccia un sorriso smagliante e un mazzolino di asparagi.

Attaccano a ridere come pazzi, e con loro tutti gli avventori del ricciaio, i compratori di mimose e i passanti.

Sta’ a vedere che in fondo c’è speranza.

[airport 80 (voglia, disco, ecc.)]

Arrivo in aeroporto con la grazia della palla di cannone del barone di Münchausen.

Skopjie si è rivelata una città particolarmente ospitale, addirittura più di quanto mi aspettassi. Forse sono macedone dentro, chi lo sa. E sì che furba non sono, al limite contrabbandiera.

(questo con buona pace di chi ogni tanto fatica a inquadrarmi dal punto di vista etnico. Difficilmente mi danno dell’italiana, il che – quando sei all’estero e gli unici connazionali nei paraggi si fanno un vanto di dimostrare la propria appartenenza al genere subumano – torna a vantaggio, è fuor di dubbio. A volte un rigurgito di amor patrio mi spinge a rivendicare puntigliosamente le origini, giusto per sollevare negli interlocutori il dubbio che esistano effettivamente abitanti di quel buffo paese stivaliforme che sanno leggere e scrivere (sorvolo abilmente sul far di conto), comunicare anche senza il supporto audiovisivo di Rutto 2.0, non teledipendenti e capaci – udite udite! – di afferrare senza troppo sforzo concetti astrusi tipo “fila”, “silenzio” e “cestino dei rifiuti”. Di solito ci guadagno occhiate sbigottite seguite immediatamente da grasse risate e proposte di tournée del mio spettacolo comico nei maggiori teatri del posto, che Bill Hicks mi perdoni. Una volta sono persino stata invitata al Convegno Intergalattico degli Autori di Narrativa di Fantascienza, solo che ai partecipanti è andato in cuffia per errore l’audio della traduzione del poeta Vogon che teneva il suo intervento nella sala affianco e non mi hanno più cercato.

Comunque finora le ipotesi più accreditate mi vedono bene come bretone, forse per via dell’età, o nordafricana in genere. Che, voglio dire, passi per i bretoni, poveracci, ce ne saranno di particolarmente racchi anche lì, ma di norma son di aspetto assai piacevole, anche se hanno nomi da compagnia aerea o rimedi per il singhiozzo. Ma giusto un bauscia di provincia potrebbe prendermi per africana. Eppure.

Esselunga del Lorenteggio, qualche anno fa.

Fine luglio. Un caldo pesante e zozzo appena mitigato dagli scarichi delle auto. Nebbiolanum, in pieno oscurantismo morattiano, era ancora ben lontana dal riconoscimento del diritto civile al girare nudi per strada come usa d’estate in tutti i paesi civili. Al confine veniva consegnato un necessaire contenente:

  • n°1 tailleurino al ginocchio, 70% teflon, 30% calcestruzzo, non candeggiare né centrifugare
  • n°1 filo di perle d’ordinanza
  • n°2 caricatori di bigodini calibro 9
  • n°1 tanica di Altolàlsudore, un preparato chimico prodotto dai Laboratoires Mengeles che sigillava le molecole sudoripare e le liberava solo una volta saliti sulla metro all’ora di punta, altro che kamikaze.

Lo spacciavano per set di cortesia, in realtà era un’azione dei servizi leghisti per scoraggiare l’immigrazione.

Forte del mio passaporto diplomatico fenicio, attivo l’opzione Catafotting e vado a fare la spesa indossando l’unica tenuta che il mio organismo tropicale possa tollerare: una djellaba nera che monta sandalo minimo e la solita faccia da culo.

Arrivo in cassa col carrello pieno di taleggio e polenta e mi metto in fila.

Tempo sei secondi, un omino sopraggiunge e mi passa davanti come se non esistessi.

Poche cose mi fanno imbestialire come quelli che saltano la fila.

Carico la tetta destra e gli invio un messaggio telepatico.

Non riceve.

Tossisco in maniera talmente plateale che mi fischiano il fallo di ostruzione dal Maracanà.

Niente.

Gli do un’ultima possibilità prima di silurarlo, mi avvicino e, con la massima educazione consentitami da un istinto omicida al cui confronto il mostro di Milwaukee è una mammola, gli dico: “Mi scusi, c’è una fila”.

Lui chiama a raccolta tutto il disgusto di generazioni di Borghezi (antica popolazione barbarica dedita al brutale sterminio dei neuroni, decimata dalle malformazioni genetiche dovute all’accoppiamento tra consanguinei ed estintasi definitivamente per una banale allergia al Cif Ammoniakal), mi guarda come se, pregustando una scorpacciata di cassoeula, scoperchiasse la zuppiera e ci trovasse dentro una cacca di rinoceronte, e strilla con voce querula:

Tornatevene a fare la spesa nei vostri negozietti luridi!”.

Senza voce querula non rende.

Lo asfalto senza manco pensarci al grido di “per il mercato di San Benedetto, che è più pulito di quel letamaio di casa tua, e per la barba del profeta!”, giusto per non far torto a nessuno)

Stavo dicendo?

Ah, sì. L’aeroporto.

Mi catapulto al metal detector mentre chiamano il mio volo. Davanti a me, due file: una di dromedari stanchi e una di dromedari morti.

La prima mi vedrebbe in decima posizione, la seconda in quinta (e cinque, sei, sette e otto, arabesque!).

Intuisco la trappola.

Temporeggio.

La fila dei morti è completamente ferma in attesa che i parenti dell’ultimo defunto si presentino per celebrare le esequie.

La fila degli stanchi si è appena fermata per un decesso, si aspetta il coroner per rimuovere la salma.

La scritta “now boarding” all’altezza del mio volo comincia a lampeggiare sul monitor.

Il 7° Panzerdivisionen, nel senso di tedesco di cui, a due metri dal suolo, si intravedono (intravvedono? questa cosa va chiarita) le ginocchia, e con una panza tale che pure a dividerla ne resta abbastanza per tutti i presenti, mi toglie dall’imbarazzo e mi sistema d’ufficio nella fila degli stanchi con un colpo di pancreas.

Ottava.

Davanti a me una neopatentata, un vecchio col cappello, una signora fresca di messa in piega, un coatto con le lucette di Kit che con una mano telefona e con l’altra si scaccola, una monovolume con tre seggiolini e l’adesivo “Briciole a bordo”, una trebbiatrice col rimorchio e un camion della spazzatura.

Solo non si vedono i due liocorni.

Sparo alla neopatentata, mostro una foto di Miss Marple nuda al vecchio, sussurro alla signora con la messa in piega che mi pare stia salendo un po’ di umidità.

Quinta.

No, non ho cambiato misure.

Dall’altoparlante arriva l’ultima chiamata per il mio volo.

Scalo in quarta, poi in terza, imbocco l’ultima curva della serpentina in piena accelerazione lesmica, il rimorchio della trebbiatrice sbanda, la supero, comincio a sfilarmi la cintura, dall’altoparlante una voce spigolosa pronuncia il mio nome seguito da volgari insinuazioni su come starei impiegando il tempo invece di presentarmi all’imbarco, il camion della spazzatura rientra ai box, accelero ancora, sono in testa, sento i jeans che scivolano ma non posso tenerli su perché ho le mani impegnate a spingere dentro la valigia, faccio per oltrepassare lo scanner, “BOARDING CARD!”, mi intima la guardia, “IT’S INSIDE!” urlo di rimando, aggiungendo a voce non troppo bassa “eccheddick, you fucking cretin, me l’ha controllata la tua collega venti metri fa, altrimenti non sarei qui”, “BOOTS!” si vendica la guardia, “ARE MADE FOR WALKING!”, la so, cazzo ti credi, mica mi freghi così, “WHAT??”, what the fuck, me li tolgo anche se non suonano, la voce dall’altoparlante chiama “Passenger Outsider please plant of chinchinsk and move your fat ass to gate 16 for immediate boarding”, e poi.

E poi succede che mi distraggo e subentra il pilota automatico.

Sarà capitato anche a voi.

(insieme a una famiglia problematica, forse, ma tanto espansiva)

Ci sono gesti che il cervello abbina automaticamente a certe attività, è una cosa elementare, il cilindro rosso nel buco rosso, premi “installa” e il coso lì fa tutto da solo.

Spogliarsi è uno di questi.

Spogliarsi in fretta lo è ancora di più.

Vaporizza indumenti”, nella mia mente ferrodastiroavulsa, è un processo che presuppone intensa attività ludica nel giro di tre picosecondi. Se viene innescato, le sinapsi si concentrano sullo zuccherino e perdono di vista il resto, mentre le mani vanno avanti da sole il più velocemente possibile, secondo un protocollo stabilito.

– STOP! STOP! THIS IS NOT NECESSARY!

L’urlo della guardia mi blocca con le braccia per aria e la maglia sfilata per tre quarti. Eppure la sequenza era giusta: cintura, stivali, maglia, a seguire jeans, reggiseno e mutande.

Oddio, le mutande.

So cosa state per dire, invece ce le ho.

Sul treno per l’aeroporto mi ha chiamato mia madre.

– Stai rientrando?

– Sì, mamma.

– Vieni a cena, quando arrivi?

– No, mamma.

– E perché?

– Non lo vuoi sapere, mamma.

– Che il Signore abbia pietà di me e mi porti presto al suo cospetto, visto che in questa vita non mi ha dato la gioia di una figlia amorevole capace di trovare il tempo per star vicina alla sua povera madre malata prima che sia troppo tardi. Mettiti un paio di mutande pulite prima di salire sull’aereo, sai mai faccia un incidente.

Quindi sì, per forza ho addosso delle mutande.

Al rovescio, ça va sans dire.

Turchesi.

Trasparenti.

Col pizzo verde acqua.

E un fiocchetto.

Vorrei dire “improponibili”, ma mentre sto lì con le braccia ancora incastrate nella maglia sento che i jeans, privati della cintura, cedono alla forza di gravità, ed ecco che dette mutande, ahimé, si propongono.

Dall’altoparlante esce solo “Jesus Christ, Sider”, ma non credo vogliano convocarmi per un’audizione.

Approfitto dello smarrimento collettivo, salto in groppa a Panzer, lo frusto con la cintura, che si capisce che gli piace, e lo lancio al galoppo.

Non perdo il volo.

L’aereo non cade.

Sta a vedere che ‘ste mutande improbabili portano pure fortuna.

[tits and chips]

Passi per le mutande, che sono creature mitologiche.

Tipo gli unicorni, ma non propr…

Cioè, il corno non si inf..

Voglio dir…

No, asp…

Ferm…

Fatemi parl…

AAAAAAAAAAAALT!

Pappalardo vostro senza ritorno.

Le mutande. Le abbiamo sempre ignorate alla stragrande, perché dovremmo iniziare a preoccuparcene ora?

Il record olimpico pertinente, lancio della, è già detenuto dalla nazionale di Villa Balorda, sia nella specialità indoor che in quella outdoor.

I tempi impongono al massimo un cauto ottimismo, tirarle per aria in segno di giubilo si configura come gesto sconsiderato.

(quindi da realizzare immediatamente, ma questo è un altro discorso*).

Mutande.

Basta con la vostra ingerenza nella sovranità delle nostre pudenda.

Mutande.

M’avete provocato, e io me ve magno.

(no, grazie, il cappello mi rende nervoso)

Mutande.

C’è chi dice siate come le password, e infatti tiene la stessa da quando ancora schiacciava la barra del Vic20.

Mutande.

L’ultima volta che mi son resa conto che forse era il caso di riassortire il mio parco medesime sono entrata in un mutandificio sovrappensiero, senza rendermi conto che era la terza domenica di dicembre. Ho comprato queste:

[immagine di mutande improbabili che verrà caricata appena arrivo su un fisso]

solo perchè ho pensato che soffocarmi cacciandomele in gola sarebbe stato più pietoso che morire di stenti aspettando di uscire da quell’incubo che neanche Bosch dopo la peperonata di mezzanotte, quello che alcuni ottimisti beoti si ostinano a chiamare col termine improprio di “parcheggio”.

Mutande.

Servite solo per una cosa.

E difficilmente penso a scrivere, mentre succede.

Reggiseni.

Voi sì che siete gente seria.

Il mio modello ideale è in forma di mano, possibilmente doppia, avvolgente e attaccata a una solida struttura portante. Non ho particolari preferenze tra il tipo a sostegno frontale, meglio se dal basso, e quello invisibile che sbuca da dietro e si chiude sul collo. O meglio, ne ho, son sicura, è solo che per certe cose ho una memoria pessima, e c’è un solo modo per rispolverarmela.

L’unico problema è che accade talvolta che questa soluzione reggisenica non sia praticabile. Non parlo di quando capita di correre appresso all’autobus, in quel caso basta sincronizzarsi, che ci vuole, hop hop, è come il bob a due, solo con una o in più. No, è che magari sei in riunione, o a un colloquio di lavoro, o stai tenendo una lezione a giovani virgulti, e improvvisamente li vedi distratti. Non è che puoi interrompere tutto e chiedere “Mi si vede il reggiseno?”, anche se il reggiseno in questione è lì dietro serio e compunto, concentrato nella sua missione, senza dare minimamente nell’occhio, al limite una pausa ogni tanto per un sorso d’acqua.

Che poi, tutta questa attenzione per una parte del corpo la cui unica funzione è quella di scacciapensieri. Funzione nobile, eh, per carità. Ho visto pensieri allontanarsi alla velocità del suono e disperdersi al largo dei bastioni di Orione financo dalle menti più eccelse, in presenza di quelle due cose buffe e morbide sospese alle clavicole. Gente che fa tutt’altro mestiere scoprirsi una vocazione innata come impastatore/trice, senza riuscire ad arrivare mai al punto in cui la ricetta dice “quando l’impasto comincerà a staccarvisi dalle mani”. Persone con una cultura anatomica solida e incontestabile parlarti guardandoti negli occhi ai lati dello sterno.

Manco fossero due erogatori di margarita alla spina. Per quanto l’happy hour sia garantita ugualmente.

Comunque a queste due robe che viaggiano con me come bagaglio a mano ci sono affezionata. Certe sere ci ritroviamo intorno a un tavolo, davanti a una bella doppio malto corposa, io, loro e la forza di gravità. Quella, con le orecchie basse e l’aria impotente, borbotta che non lo fa apposta, e noialtre fingiamo di crederle. Poi le mandiamo il conto. Delle birre e del reparto corsetteria, e ogni volta quella va a pagare brontolando che le costerebbe meno mandare una sonda a spostare l’orbita del satellite dell’ammmore per farcele star su come a vent’anni.

Ha ragione.

(Il dottor Divago in astanteria, ripeto, il dottor Divago in astanteria)

La fredda cronaca.

Non è stato un gesto compensativo. La mia passione per lo shopping è seconda solo a quella per gli inviti a pranzo di mia cognata. La morte per impiccagione è al terzo posto nella mia lista dei passatempi preferiti, per dire.

Ero reduce da una mattinata ai confini della realtà, ma – giuro – non sono entrata nel negozio in preda a impulso riparatore. Non dico “possino cecamme” perchè non mi pare corretto nei confronti del cane-guida.

No, sono entrata mossa dalla necessità. Tutto questo usare i reggiseni come bavaglio per i detrattori della mia ars gastronomica è logorante. Per i reggiseni. D’altra parte, le museruole per terranova le fanno solo in colori chiari, e a me i colori chiari mi sbattono.

Quindi, giocoforza, mi prendo un pomeriggio libero ed entro.

Son lì da circa due ore che annaspo fra quelli papabili quando dalle mie spalle, su un espositore, si proietta un’ombra.

– Posso aiutarla?

– Bghfazsgnaplafurlv.

La signora mi leva gentilmente di dosso tre quintali di pizzi e ferretti e mi aiuta a riemergere nel mondo dei suoni intelligibili. Un occhio le si illumina di rosso. Mi scansiona il busto, controlla le misure dei reggiseni che ho scelto e fa un segno d’assenso.

– Se mi dice quali di questi vuole provare, glieli avvicino nel salottino di prova.

– Tutti.

Sbianca.

Non aggiungo “Sbernie” perchè ho una dignità, in qualche scatolone in cantina dai miei.

– Gliene posso far provare al massimo quattro per volta…

La voce le muore in gola.

– Sarà una lunga notte.

Mi consegna i primi quattro con le lacrime agli occhi.

Dopo dieci minuti si affaccia nel camerino con la faccia distesa di quella che è corsa a chiedere il trasferimento d’urgenza al reparto casalinghi e le hanno risposto picche.

– Come vanno?

– Male.

– Come, male? Faccia vedere.

Spalanca la tenda e si trova davanti “La misura è colma”, incazzatura su pizzo raschel in cui Picasso ritrae una femmina di stegosauro che lotta contro il lato oscuro della forza. Il seno sinistro dietro l’orecchio e quello destro in fondo al gomito esprimono mirabilmente l’inadeguatezza della natura di fronte allo strapotere dell’elastan.

– Le sta benissimo, mi creda.

A momenti mi cava un occhio col naso. Nonostante il sogno della mia vita sia essere esposta al MOMA, la convinco a portarmi i quattro successivi. Finisco per strapparne due a morsi, col terzo ci posso saltare la corda, il quarto mi vale un’offerta di lavoro presso Le Boukkake Elegant Diner Club Privé di Tangeri. Attendo con pazienza che la signora si manifesti con la terza batteria.

Attendo.

Scorrono i titoli di coda di “Ghandi”.

Attendo.

Bezuchov guarda Mosca bruciare.

Attendo.

In un angolo del camerino, quelli che inizialmente parevano pezzetti di carta si rivelano come frammenti delle ossa calcinate dal neon di chi, prima di me, ha atteso il ritorno della commessa.

Attendo.

Un movimento dietro la tenda mi sveglia di botto. Ma è solo il postino che mi consegna una cartolina che la mia pazienza mi manda dalle isole Fiji.

Smetto di attendere ed esco a passo di marcia a prendermi il resto dei reggiseni da misurare.

Rientro dopo un secondo.

Qualcosa mi dice che le politiche aziendali del noto, spocchiosissimo magazzino potrebbero non gradire che i clienti circolino seminudi per il piano dell’intimo.

Houston.

Da animale poco avvezzo allo shopping, ho scelto l’abbigliamento meno adatto a un’alternanza rapida metti-togli-metti. La sola idea di rivestirmi per poi rispogliarmi mi fa venire voglia di fare harakiri con una gruccia. D’altra parte, una scarsa propensione silviopellica mi induce a evitare di finire i miei giorni in quel camerino, nonostante la superficie calpestabile sia superiore a quella di casa mia.

Nel frattempo, un piacente trentaqualcosenne vaga per il reparto cercando nella visione dei perizoma qualcosa che lo trattenga dal tagliarsi le vene mentre la sua fidanzata si prova sei piani di merce esposta, comprese le tovaglie, le tende, le scarpe delle commesse e gli estintori. Ed è a lui che appare in tutto il suo splendore silvestre una strana creatura spettinata, che emerge furtiva dai camerini coperta solo da un paio di collant coprenti avanzati alle Kessler, stivali e una kefia, per grazia della dea involta intorno agli obiettivi sensibili e non al collo. Intorno, lo stesso vivace viavai che segue a un’ecatombe nucleare.

– Mi scusi, ha visto la commessa?

La creatura aliena è, quantomeno, compita.

– Guh?

L’ultimo umano rimasto, ed è stato cresciuto dagli scimpanzè.

– Io amica. Mercante di copripopi-popi, dove lei?

Popi-popi fa fare contatto ai fili. Mima e onomatopeizza a sua volta per confermare.

-Tanti copripopi-popi colorati. Tu visti?

Egli si limita ad indicare, col dito e altre parti del corpo, il punto in cui la kefia non arriva a celare alla vista tutto quel che dovrebbe.

– E.T. Telefono. Popi.

Tira fuori dalla tasca la sua laurea in ingegneria nucleare e inizia a batterla sul cranio di un acaro della moquette in un crescendo straussiano.

Sono molto impressionata, ma ho una missione da compiere. Individuo il cumulo dei miei reggiseni. Ne afferro una bracciata. Nel movimento, la kefia scivola.

Ed è in quel momento che la voce di un crotalo sibila alle mie spalle:

– Carlo, cosa cazzo stai facendo?

Carlo sta facendo quello che interpreta la slide del blocco dello snodo mandibolare a un simposio di otorinolaringoiatri.

Ricompare anche la commessa, con la faccia cordiale di quella che ha chiesto il trasferimento immediato al reparto Miniere di zolfo e le hanno risposto picche.

– Cosa fa qui? Le ho detto che glieli avrei portati io!

– L’aspettativa media di vita è in crescita, ma sono già oltre la metà, signora mia.

Lo affermo con tutto il sussiego consentitomi dall’avere le chiappe al vento e una kefia intorno alle caviglie.

Ma tanto Commessa e Crotalo son distratte dallo gnomone del povero Carlo.

– Segna mezzogiorno. Sono le tre e venticinque.

– Non me ne parli, continua ad andare indietro e non ha i minuti, non le dico il casino quando devo usarlo come timer per la pasta.

Tiro su con un colpo di tacco la kefia e mi dirigo verso il camerino strisciando lungo le pareti. Solo che questa stanza non ne ha più, al loro posto alberi infiniti e piantagioni di espositori, un gancio dei quali mi si conficca sotto una scapola. Non è il dolore, a farmi scivolare di mano i reggiseni con cui mi coprivo, è la forza con cui invoco san Patroclo vergine e sindaco.

Il tenero Carlo fa cavallerescamente per raccoglierli, ma viene congelato da un urlo.

– SITZ!

Chen e l’occidente intero scappano uggiolando.

Lui muove solo gli occhi. Non ci sono finestre da cui buttarsi.

Un, due, tre stella ci fa un sontuoso pippone: quello bloccato a metà dal colpo della strega, io sansebastianizzata ma senza l’allure da icona gay, Commessa, il cui marito si scopre chiamarsi Lot.

Crotalo afferra il fidanzato per le orecchie e lo trasporta via come un’urna cineraria, dando così un senso nuovo all’espressione “le mie orecchie non sono maniglie”.

Due ore dopo, trascorse per lo più a maledire la non univocità delle modellature, gli incroci magici, i cedimenti strutturali, il destino cinico e baro che fa levare dalla produzione tutto quello che mi va a perfezione, dalla Desirée Algida alla Simone Pèrele, e il comune, fottutissimo senso del pudore, quando sto seriamente pensando di legarmi sul petto due orologi a cucù e risolverla così, da un cumulo di cadaveri, emerge un vincitore.

Non credo ai miei quattro cupi occhi.

– Ah, è l’unico non in saldi. Reni o cornee?

Se rinasco.

Oh, ma se rinasco.

L’omologazione è il male ma, se rinasco, giuro che chiedo due tette di misura standard.

Sarò l’unico scarabeo stercorario con una banalissima terza non differenziata e la tessera fedeltà di Tezenis, e sarò felice.

[so this is christmas]

Le tradizioni.
Oh, le tradizioni.
Che belle, le tradizioni.
Cosa saremmo mai, senza le tradizioni.
(ok, il concetto è chiaro, grazie)
C’è chi minaccia di diseredare i figli se, non importa in quale parte del mondo si trovino, non si riuniscono la sera del 24 dicembre a cantare “Oh Tannenbaum, oh Tannenbaum” e altri improbabili titoli di film di Wes (al netto di Dori Ghezzi) Anderson che gli svizzeri sono convinti siano canti di Natale (ciao Margrit, du bist immer meine Liebling).
Ci sono quelli per cui non è Ferragosto senza un bel paiolo rovente di polenta al gorgonzola gustato in terrazzo col sole a picco (80 gradi fuori, 80 gradi dentro, dice “il segreto è mantenere la temperatura costante, così dopo puoi fare subito il bagno”).
E poi ci sono quelli che vengono dimenticati nei posti.
Monferrato, novembre 2012.
Prendiamo possesso di Alba rossa, che non ha mai avuto nè mai avrà il nostro scalpo, riservando la camera più leziosa ai due maschi più etero, che da allora si chiamano Lentina e Puccibalda.
Per le tre del pomeriggio siamo tutti brilli.
Intorno alle quattro nessuno si aspettava fossimo così tanti, nè tantomeno che tutti, ma proprio tutti, avessimo un gemello omozigota. In questo stato è d’uopo mettersi in macchina e andare a raccattare gli ultimi viandanti alla stazione di Monferrato Centrale guidando per dossi, cunette e curve pericolose come si fosse al Mugello, ma in groppa a un dromedario ubriaco.
Verso le cinque, un noto avvocato della zona percuote verbalmente con violenza una vecchia. Entrambi confesseranno in seguito che la cosa costituiva il proprio desiderio erotico più inconfessabile da una vita.
Che ora s’è fatta? Ora di andare a cena, di modo che Ugo possa raccontare ai postumi di quella volta che per fortuna ad Ayala avevano tolto la scorta, altrimenti a quest’ora organizzeremmo un torneo di calcio a 5 alla sua memoria. Maremma Ayala, stacce.
Il gruppo si mobilita. Chi si preoccupa di scolare i bicchieri, chi di far sparire salsicce. Un’unica idiota tropicale sale in camera a prendersi un maglione pesante.
Riscende.
Fa per aprire la porta.
Nulla.
Riprova.
Rinulla.
Attraversa il salone, saluta la panca come se la vedesse per l’ultima volta, arriva alle altre scale, prova l’altra porta.
Saratoga IL silicone sigillante, l’hanno girato qui.
L’idiota tropicale guarda la porta.
Mastro di chiavi, non c’è mai quando serve.
www.groupon.com, cerca, corso online di 9 minuti per diventare Lady Porta.
Offerta scaduta.
Maledizione alla struttura mediterranea, poteva restar chiusa dentro Tamacoldi, che almeno sarebbe passata attraverso le sbarre delle finestre.
L’uscio è solido, nel Monferrato oh, ci tengono a queste cose. L’idiota tropicale valuta la possibilità di passare la notte a bestemmiare il santo protettore degli infissi con una spalla lussata, poi ci ripensa. Nel frattempo batte sulla porta e chiama, chiama forte gli amici, ma la sua voce ritmata dai tonfi si propaga liberamente per il parcheggio che, ad un esame superficiale, si direbbe deserto.
Ohibò.
Dopo un’analisi frenetica di qualunque apertura della casa, ivi comprese la canna fumaria, gli scarichi dei lavandiniwaterdoccebidet e i condotti dell’aria condizionata al grido di “grazie al cazzo, Bruce Willis!”, finalmente una porta si apre.
Su un panorama quieto, stellato, gelido.
Ad eccezione dell’idiota medesima, non una forma di vita nel raggio di chilometri.
Cazzo, pensa l’idiota medesima, va’ che bravi nel Monferrato, le catastrofi nucleari le fanno senza manco sporcare.
Si concede un ultimo tentativo prima di scomparire nell’oblio.
– Outina mia adorata, rugiada del mio trifoglio, stella del mio orizzonte, naso del mio cane da trifola, pronto!
– Ferrua, senti, una domanda oziosa. Vi siete mica dimenticati qualcosa?
– Noi? No (confabulare gioviale in sottofondo). Cosa ci dovremmo essere dimenticati?
Atlantide, vigilia di Natale 2013.
– Ma sì, dai, dobbiamo cenare a cinquecentro metri di distanza, non ha senso andare con due macchine.
– Ok, allora lascio la mia sotto casa tua e andiamo insieme.
– Perfetto, ti faccio uno squillo quando sto andando via, così ti fai trovare pronta, perchè mica voglio far tardi, ché domani sono a pranzo da.
Complice un virus miracoloso che impedirà a Cognata di avvicinarsi ai fornelli per tutte le feste, alle 21.47 il cenone di Natale a casa Cupiello è bello e finito con l’incredibile punteggio di zero killed. I due avvoltoi barellieri sbaraccano mestamente da bordo campo augurandosi che il produttore di antiemetici si riprenda indietro la pedana intonsa.
Tre persone mediamente sofferenti si ritirano al piano di sopra.
Tre persone decisamente brutte e cattive si rincorrono per il salotto innaffiandosi di champagne.
Non resta che fare orario fino alla mezzanotte.
Su Raiuno pregano. Telefoniamo al numero in sovrimpressione per ringraziarli del pensiero e informarli dello scampato pericolo. Bergoglio intona “Filho maravilha” e fa partire il trenino. Il presidente della Repubblica interrompe le trasmissioni per esprimere, a reti unificate, viva e vibriona soddisfazione. Mia madre – o meglio, The Lady Formerly Known As My Mother – lo minaccia con uno sformato antiuomo avanzato da Ferragosto e dichiarato non smaltibile, lui dà la colpa alle lenti bifocali, abbozza e sparisce.
Le undici.
Costruiamo palafitte a Parco della Vittoria spacciandole per resort di lusso, a turno ci indignamo quando qualcuno pesca l’indulto e tutti ci rifiutiamo di usarlo, una perchè politicamente pirla, gli altri due perchè tanto all’età loro più che i domiciliari non si beccano, dicono.
Mezzanotte.
Mio padre, per lanciare un segnale di distensione, fa gli auguri in pigiama.
Mezzanotte e dieci.
Tutti e due sbadigliano in maniera ostentata.
Mezzanotte e venti.
Ricordo loro che non son venuta con la mia macchina, ma è questione di minuti.
Mezzanotte e mezza.
Primo tentativo di trattenermi lì pur di chiudere la porta e andarsene a letto.
All’una meno un quarto chiamo quello che un tempo consideravo un amico affidabile. Segreteria telefonica.
Lascia stare che non sei capace, faccio io. Mio padre, nervosetto. Segreteria telefonica che non guarda in faccia a nessuno.
Colpa della taverna, affermo fiduciosa. In taverna non prende.
La signora che continuo, nonostante tutto, a chiamare mamma, la stessa che una volta mi tirò uno zoccolo preferendo vedere la sua primogenita – già allora avrei dovuto capire qualcosa – spiaccicata al muro come una zanzara piuttosto che sentirle dire “cretino” al fratellino, inizia garbatamente a dire la sua sulle taverne, su chi le costruisce, su chi le abita e chi le frequenta.
Papà chiama l’esorcista.
Secondo tentativo di trattenermi lì a dormire, vedi alla voce “stroncato sul nascere”.
Nel frattempo continuiamo a cercare di contattare in tutti i modi possibili quello che fino a quel momento era un vecchio amico di famiglia. Tranne la SWAT e i testimoni di Geova gli mandiamo di tutto.
All’una e cinque decido di avviarmi verso la taverna in questione e recuperare il mio passaggio. O più probabilmente di ritrovarmi intervistata da Studio Aperto in merito alla fuga di gas che ha sterminato una famiglia di 72 persone.
Mio padre cerca di trattenermi tirando in ballo i cecchini sovietici.
Lo guardo negli occhi: ormai sono grande, posso reggere le notizie più atroci. Gli chiedo quando è stata, ma mi deve dire la verità, l’ultima volta che ha mangiato qualcosa cucinato da Cognata. Domenica scorsa, risponde coprendosi gli occhi. C’erano anche i consuoceri, non c’era scampo.
All’una e diciannove della notte di Natale sono in mezzo alla strada senza neanche il conforto di una bufera di neve per rendere la scena più drammatica. E all’una e venti lo sventurato risponde.
– Oh, cazzo.
Segue indistinto farfugliamento di scuse, attutito, come se stesse parlando da sotto un piumone.
Come se.

[happiness is a bookworm]

Mi passo una mano fra i capelli.

Niente mutande in testa.

Mi porto una mano al petto, poi scendo. Lana. Cotone pesante. Pur essendo – stranamente – uscita di casa a capofitto, sembra che non mi sia dimenticata niente.

Quindi non capisco tutto questo fissare.

Come se non avessero mai visto un australopiteco scendere da una Fiesta del ‘52 e avvicinarsi all’ufficio postale nella classica postura da snowboarder su ghiaia. Dopo che ha scansato un olmo e centrato un faggio. Rigida come uno stoccafisso dal bacino in su, asse parallelo a quello terrestre, ginocchia piegate a 45°. Mi muovo basculando con moderazione.

Lo so quello che sembra. Ma non è come pensate.

Non è come pensa la matrona parellepipeda, abbigliata con giaccone color caffè della Peppina, gonna pied-de-struzz, calza contenitiva in titanio, scarpe Manolo Bleahnik, che mi si para davanti all’uscita della porta scorrevole intimandomi truce “Vade retro, figlia di Sodoma!”.

Che, signora, se l’assunto da lei sostenuto fosse fondato, sarebbe piuttosto un invito a nozze.

Non è come pensano neanche i due gentiluomini, i quali, soggiogati dal mio regale incedere, partono col toto-mereghetti:

–          Alì Babà e i 40 torroni, lei faceva la parte del babà, son sicuro.

–          Ma sicuro di cosa, era Sette trapani per sette ciambelle, non ti ricordi? Le impersonava tutte e sette e senza effetti speciali, e alla fine…

–          Ma cosa ne vorrai sapere tu, che non sai distinguere una ciambella da un bagher.

Arranco oltre il Simonetto Martellini della Trexenta, scanso la figliastra budrangia di Frank Sinatra che mi stornella “Gangbang” con un velo di malcelata invidia e faccio per accomodarmi sul duro legno, quando mi ricordo che non è il caso.

Ma non è come pensate.

E’ solo che domenica ho fatto il cambio di stagione.

In ogni caso, ho il 48. Siamo al 34. Assumo, per quanto possibile, l’Atturattentasana (posizione di colei che ha trovato ieri sera rientrando la cartolina di mancata consegna nella casella della posta, e ha passato la notte a resistere alla tentazione di cercare un piede di porco, perciò ormai non è che abbia troppa pazienza) e mi concentro sul vaporizzare qualunque utente intenda trascorrere allo sportello più di quattro secondi.

Tra il sopracciglio torvo, la faccia di quella che ha fatto le tre girando per Oslo per distrarsi e il portamento da gobba di Notre Dame, devo fare la mia figura. Nessuno si attarda più dello stretto necessario.

47.

– Annamaria, io vado in pausa.

Morta che parla.

La centro in fronte con il raggio ciclonico. Lei tremola leggermente, come quando guardi il buco del serbatoio attraverso i fumi della benzina. Solo la voce un po’ metallica tradisce la riprogrammazione.

–          Annamaria, io vado in pausa dopo questa signora.

Le riverso sul banco tutto quello che serve: avviso di giacenza, carta d’identità, patente, libretto, passaporto, tessera elettorale, le analisi del sangue, le chiavi di casa, due guanti spaiati, una gomma, un filtro e la schedina del totocalcio con cui ho fatto 11 nel 1990, mentre le recito a memoria il codice fiscale, quello meccanografico, la matricola Enpals e la formazione del Cagliari dello scudetto.

–          Scusi, com’è il nome?

Spirito di Nino Castelnuovo, possiedimi ORA e fammi scavalcare questo banchetto.

(risponde la segreteria telefonica di Nino Castelnuovo: l’utente da lei richiesto non è al momento disponibile. In sostituzione può provare il modello Mario, in promozione fino a Natale a soli sette fili al minuto)

Sarà l’effetto della canapa, ma riesce ad andare a cercare il mio pacco sulle sue gambe, con solo un’eco di pedata nel culo.

–          Non c’è.

–          Prego?

–          Non c’è.

Il sorriso che prima non riuscivo a nascondere mi cola via e finisce in una piccola pozza intorno ai miei piedi. Inspiro. Espiro.

–          No, guardi, è escluso. E le candid camera ormai hanno poco da dire. Suvvia, mi dia il mio pacco che anche questi signori in coda hanno da fare.

–          Non c’è.

–          Si appoggi bene allo schienale della sedia, a volte il pulsante s’incanta e il disco non esce. Poi, sia gentile, mi consegni il mio pacco.

–          Non…

Ci facevo lo spezzatino di tirannosauro con ‘sto sguardo, stella.

–          Non è ancora rientrato.

–          In un altro momento sarei lieta di commentare con lei l’impudenza dei giovani pacchi che perdono di vista i veri valori, scambiano quest’ufficio postale per un albergo e se ne vanno in giro per rave con certe raccomandate pluritimbrate, ma non oggi. Oggi le dico solo che sul retro di  quest’avviso – su cui un laureato in farmacia, gettando lo scompiglio in famiglia dopo aver annunciato che lui avrebbe invece fatto il postino, IL POSTINO!, ha inciso i geroglifici che tradotti significano il mio nome e indirizzo e Amazon come mittente – c’è scritto, stampato, che il pacco può essere ritirato presso l’ufficio postale di competenza a partire dalle 10.30 del giorno successivo al ricevimento dell’avviso. Questo è l’ufficio postale di competenza. L’avviso porta la data di ieri. Sono le 10.55. Kong vòle pacco. Ora.

–          Mi dispiace, ma il pacco non…

Iperventilo.

–          Ok, ragioniamo. Il pacco non c’è, lei mi dice. E dove potrebbe essere?

–          Eh, questo non glielo so dire.

–          EEEEEEHH, risposta sbagliata. Io ho preso una mattina di permesso per venire qui a prendere quel pacco. Non me ne daranno un’altra. Non andrò via di qui senza pacco. Quindi ora lei gentilmente me lo trova. Grazie.

–          Ma guardi che siamo aperti fino alle sette di sera, può prenderlo un altro giorno.

–          Io, per dirla con una certa ricercatezza, alle sette di sera mi sto trifolando i coglioni facendo cose che mi guarderei bene dal fare, se potessi pagare l’affitto in paioli di pennette ai quattro formaggi. Quindi ora, se volesse usarmi la gentilezza di dirmi dove si trova il mio pacco, io le userei quella di levarmi di torno e andarmelo a recuperare, ovunque sia, senza ulteriori indugi né disagi per nessuno. Altrimenti sappia che mi incatenerò a lei e le chiederò il mio pacco ogni due minuti come un orologio a cucù finchè non salterà fuori. Scelga.

–          Annamaria, i pacchi di Amàzon come vengono lavorati? Qui non ci sono.

–          Hai guardato nell’altra scatola?

–          Ah.

Ritorna brandendo due pacchi color avana, con la scritta Amazon stampata sopra in corpo 320.

–          Quale dei due è suo?

–          A intuito sarei tentata di dire quello dove c’è scritto il mio nome, ma per cognizione di causa direi quello più grande.

Me lo mette in mano. Il sorriso si riarrampica su dalla pozza e torna al suo posto. Denti a strafottere.

–          Ha visto, alla fine c’era. Doveva tenerci proprio tanto, a questo pacco.

L’unico difetto del raggio Durban’s è che è difficile controllarlo. Involontariamente incenerisco l’armadio delle raccomandate, abbronzo lei e abbaglio il Barcellona-Ciampino delle 11.20, che finirà a Helsinki.

Tenetevi la pistola.

Happiness is being a bookworm.

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