[the day after]

Brevissima.

In questi giorni, il tema è tornato più che mai d’attualità.

Purtroppo.

Capitommi sott’occhio questo progetto, che può rivelarsi estremamente utile se supportato dalla partecipazione di tutte e tutti.

www.mappachepillola.org/

A parte questo, il Collettivo Villa Balorda – Comune Deborghesizzata è sempre al lavoro su azioni per la massima diffusione degli anticoncezionali e per la riduzione dei prezzi dei medesimi. Ogni nuovo spunto è estremamente gradito.

Come direbbe il mio amico Ru Catania, have FUN.

 

(finché potete, perché ora son brevissima, ma fra poco torno e vi suono pure gli arretrati)

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[niente di serio]

Perché mi fotografa? C’è il rischio che non sappia più dove rimettere l’occhio, se le tocca svitarlo?

          – Logico.

Comincio a pensare di potercela fare.

Ho addosso un camice verde bosco che – al diavolo la modestia – mi dona molto. Si intona a meraviglia col mio colore di capelli, e soprattutto col mio colorito. Carpa morta opaco, lo definiscono sul catalogo.

Ce l’ho da mezz’ora, più o meno da quando ho avuto l’idea brillante di chiedere all’infermiera cosa mi avrebbero fatto di preciso. Prima ero “carpa morta metallizzato”. Cambiare colore fa parte della mia gamma di poteri mutanti: come metto piede in un ospedale, comincio a virare dal seppia titubante al polpo atterrito, passando per il ghiozzo indeciso, la triglia confusa e lo scorfano frastornato in una notte di mezza estate.

Non è che abbia un cattivo rapporto con gli ospedali.

È che il 9 agosto del ’45 a Nagasaki ha fatto caldino.

Se sono costretta a una manovra di avvicinamento, questa avviene sempre con circospezione.

Nel senso che son capace di allestire un circo da far sembrare Moira Orfei un topo caduto nell’olio, pur di non dovermi avvicinare a un ospedale.

Ci entro con sospetto.

La sola ipotesi di toccare una cosa qualunque lì dentro mi manda fuori di testa. E lo dice una che ha fatto pipì nei peggiori autogrill, e non di Caracas, della Salerno-Reggio Calabria.

Riprendo a respirare solo una volta che ne sono uscita. Dagli ospedali, ma anche dai cessi dell’autogrill. E non dalle porte, dal perimetro della recinzione.

E di solito mi ci vuole un’oretta d’infusione nel rum per levarmi di dosso l’odore, anche se lo sento solo io.

Lunedì mattina.

Entriamo, io e la mia peggior interpretazione di quella spavalda. Roba da assicurarmi un posto stabile per sei stagioni nel cast di “Un posto al sole”.

Salgo dove devo salire.

Aspetto.

Aspetto.

Aspetto.

Nessuna Lecca Serena, stavolta. Non che possa servire. Niente serve. Non serve concentrarmi sull’orrendo baratro in cui è precipitato il comparto calzaturiero mondiale, ben rappresentato dai piedi delle affollanti la sala d’attesa della zona prelievi. Non serve la scorta di libri che mi son portata. Non serve nemmeno fissare il poster dell’Alleanza Mondiale per la Sicurezza del Paziente, roba che lascerebbe un neurone lucido a chiedersi come abbiano riformato il servizio sanitario galattico su Coruscant, più che a preoccuparsi del fatto che dei medici ritengano necessario allearsi per garantire la sicurezza dei propri pazienti.

Ogni volta che qualcuno con un camice si affaccia da quella porta c’è il rischio che mi trasferiscano in rianimazione.

Finalmente un’infermiera col camice amaranto (a Pitti Immagine ASL si stanno allargando) mi prende sotto la sua ala protettrice e mi porta con sé. Controlla tutte le mie credenziali. Si sofferma su un foglio aggrottando l’aggrottabile. Mi guarda sconcertata. Cazzo, lo sapevo che le tracce di sangue nell’alcol non sarebbero passate inosservate. Una dottoressa col camice azzurro e i capelli corti entra, mi prende la faccia, la gira e la volta come stesse scegliendo un melone al mercato, poi con un sorriso da pescecane mi fa: “Verrà bene”.

Verrà bene?

Verrà BENE??

Cioè, aspetta, l’ipotesi che potesse venire male esisteva DAVVERO al di fuori della mia mente in preda al terrore??

Camice Amaranto, fulminea, stacca una chiavetta dal muro, me la pianta in mezzo alla schiena, mi carica a molla e mi spedisce a pagare il ticket prima che mi trasferiscano in psichiatria criminale.

L’escursione mi fa bene: riprendo colore (passando dal cefalo asfittico a un vivace grongo moribondo), scopro che non esiste psichiatria criminale in questo ospedale, mi chiedo quale sarà stavolta il posto sicurissimo che custodirà a prova di bomba le mie ricevute del ticket (che resisterà a ricerche che manco il soccorso alpino e che le risputerà fuori giusto in tempo perché le possa allegare alla dichiarazione dei redditi del 3021), esprimo un parere tutto sommato positivo nei confronti del SSN senza che nessuno me lo abbia chiesto, e torno in reparto con la mente ossigenata e pronta a dar spazio a nuovi interrogativi senza risposta, tipo chissà se la filodiffusione passa i Run DMC solo qui o in tutto l’ospedale.

Che poi chissà se sono i Run DMC che riportano le cose nella giusta dimensione. In fondo sono qui per una cosa poco più che stupida. Pensa a tutta la gente che viene qui per cose serie, Sider, ma serie davvero. E pensa soprattutto alla lezione che devi trarre da questa esperienza. La lezione che devi trarre da questa esperienza è:

Mai.

Chiedere.

Un.

Parere.

Medico.

A.

Tua.

Madre.

Mia madre, innanzitutto, non è detto che sia mia madre. Semper certa un par di bisoli. Avete presente le filastrocche che inventano le mamme per intrattenere i loro bambini? Ecco, questo fu l’apice raggiunto da mia madre un pomeriggio in cui io, lei e mio fratello Zippo, a metà degli anni Settanta, anziché farci le pere tra i bidoni dell’immondizia nei vicoli del Bronx ci annoiavamo a morte a bordo di una 128 celestina, aspettando mio padre disperso chissà dove:

Sotto le palme e le canne di bambù,

mamma si addormenta e non si sveglia più.

Per dire.

Oltre ad essere una fine umorista, mia madre è anche l’unica persona che conosco ad aver avuto una cosa simile a quella per cui sono qui adesso. Non  so sia stato l’effetto destabilizzante della diagnosi, fatto sta che mi son distratta e ho fatto la cazzata.

Le ho chiesto com’era andata. Senza dirle che ero direttamente interessata, beninteso.

Grosso errore.

Grossissimo errore.

Madre si è lanciata in un resoconto da far impallidire il Grand Guignol, roba che solo una donna non saldamente in salute e ormai avvezza a comunicare con gli altri solo in funzione di malanni e disgrazie si diletta nel fare. È partita con un sospiro e poi, con voce tremula che non riusciva a celare l’enorme soddisfazione nel lasciarsi andare a disquisire del suo argomento preferito, è partita con la descrizione dettagliata di operazioni che darebbero il voltastomaco a un plotone di agenti in assetto antisommossa a cui richiedano di sgomberare una scuola occupata da attivisti no global.

Non son più riuscita a levarmi dalla mente le parole “scoperchiare”, “più punti del previsto” e “dolorosissimo”. Soprattutto “scoperchiare”.

Ma soprattutto i Run DMC sono usciti fra gli applausi della curva, e lo so che non mi crederete, ma – ecco, “possino cecamme” ora come ora forse lo eviterei, però ve lo giuro sulla mia mano sinistra, che tante soddisfazioni continua a darci, sul terreno di gioco del Filodiffusion Stadium ha appena fatto il suo ingresso trionfale, signore e signori, questo brano.

Ve lo giuro. Dice, che lavoro fai? Faccio il deejay all’oncologico, dice. Ambè.

Ma torniamo alle mie idee brillanti. Non paga del gustoso scenario di devastazione dipinto da Madre, chiedo a Camice Amaranto cosa mi faranno esattamente. A volte penso che dovrei interdirmi da me stessa.

Lei mi guarda come se le avessi chiesto con cosa fa la besciamella. Con cosa vuole che si faccia, la besciamella?

          – Le facciamo un taglio. Con un bisturi.

Evidentemente il mio repentino cambio di colore le suggerisce che l’informazione sia sufficiente.

Che donna naïve. Ancora non sa che sono una professionista dell’imbecillità.

         –  I-i-i-i.

          – Brava. Ora mi faccia una paginetta di A.

Prendo fiato.

          – In anestesia totale?

Mi guarda come se le avessi detto che sono scesa a pagare i ticket in sesterzi e la macchinetta non li ha accettati.

          – In anestesia totale?! Ma non si fa più niente in anestesia totale! Tranne il trapianto d’organi.

Mi acchiappa al volo prima che tocchi terra. Nel frattempo, un’anestesista, dalla sala operatoria, s’incazza perché qualcuno le ha portato via “il pezzo”. Non voglio sapere il pezzo di chi, considerando che il prossimo potrebbe essere mio. Camice Amaranto mi spinge dentro un attimo prima che raggiunga il parcheggio passando dalla finestra.

          – Si sdrai.

In altre circostanze, obietterei che il lei è un po’ formale. In queste, mi limito a restare sulla soglia con la grazia di una vittima di Vlad l’Impalatore. Entra il chirurgo.

          – Cos’abbiamo?

          – Mulo recalcitrante, adulto, segni vitali assenti.

         – 200 cc di Stroncabisontil per endovena, una padellata in fronte e un calcioinculo per prepararla. Lei, non avrà mica paura?

          – Io? No, ho terrore.

Talmente tanto terrore che mi lascio fotografare senza disintegrarlo.

Camice Amaranto, intanto, mi piazza un telo blu in faccia. Col camice verde bosco sta una meraviglia.

          – Come va?

          – Insobba, bi sta tappaddo il daso.

          – Usi la bocca.

Il chirurgo et moi emettiamo un discreto “a-hem” all’unisono. Forse ce la posso fare davvero.

          – Ha una coagulazione eccellente.

        –  Grazie. Era dai tempi in cui mi dissero che ho un utero perfetto che non mi sentivo così narcisa. Ehi, un momento, cos’è questa puzza di carne bruciata?

          – È ora di pranzo anche per noi, sa.

          – Vi pare il momento?

          – Vorrà mica che svenga dalla fame prima di richiuderla? Se vuol favorire non faccia complimenti. Del resto offre lei.

          – Sono vegetariana.

          – Oh, poverina.

          – Poverina un accidente, lasciatemi almeno due patate.

          – Lo dico sempre io, i vegetariani hanno un caratteraccio. Abbiamo quasi finito.

          – Ma mi sta cucendo col filo blu elettrico?

          – Perché, non le piace?

          – Son tutta vestita di nero, sembrerò interista.

          – Vi è andata anche bene, domenica.

          – Ma non sono interista!

          – Allora le lascio un po’ di sangue, così fa rossoblu-forza Cagliari.

Torna serio solo mezz’ora dopo, al momento di salutarmi.

       –  Tutto a posto. Abbiamo tolto tutto quello che c’era da togliere. E per fortuna l’abbiamo preso in tempo, se avessimo tardato anche solo un mese sarebbe stato molto più complicato.

Riesco solo a dire grazie.

Poi vado a comprare l’antibiotico che mi ha prescritto. La farmacista mi guarda come se volesse dirmi che non devo vergognarmi se mio marito mi picchia. Devo essere uno splendore. Torno a casa, non prendo l’antibiotico e passo la serata con un siberino in faccia per non intaccare le riserve di ghiaccio da mojito.

Lo prendo l’indomani, l’antibiotico. E nel giro di mezz’ora mi convinco anche di essermi presa le pulci, le zecche, i pidocchi e le piattole. Sapevo di avere tre stelle sulla Guida Michelin delle zanzare tigre, ma di essere servita come dessert al pranzo di nozze dell’imperatore dei pappataci non ce l’avevo in programma. Non sentivo un prurito simile da quando, da ragazzina, lessi “Christiane F.”. Persino i santi e le madonne che ho scomodato cominciano a grattarsi furiosamente e in maniera onestamente poco signorile. Mi butto sotto la doccia fredda in cerca di sollievo, ma niente, il sollievo è come la Titina. Indecisa tra un parossismo di passione col fico d’India e il gettarmi nella calce viva, chiamo la mia veterinaria curante. Meglio, le scrivo, visto che parlare e respirare cominciano a venirmi difficili. Lei, donna meravigliosa, intuisce, pronuncia la celebre frase “aspetta che chiedo a Glauco cosa si fa per gli umani in questi casi”, e mi spedisce dritta al pronto soccorso.

Dove lo scenario che si presenta è il seguente:

  • umanità variamente dolorante, bardata alla meno peggio con mezzi di fortuna: 35%;
  • parenti dell’umanità dolorante, in stati registrabili tra l’alterato con brio e l’incazzato veemente, con variazioni sul tema “siamo qui dalle 9.20 di stamattina”: 55%;
  • barellieri in transito veloce, allontanarsi dalla linea gialla: 15%;
  • parenti non veementi che – stanchi di attendere all’impiedi per mancanza di posto a sedere – hanno deciso che accomodarsi sulle sedie a rotelle di servizio non porta sfiga come provare le stampelle, e per ingannare l’attesa hanno organizzato un giro di corse e scommesse clandestine su chi riesce a percorrere l’atrio in meno tempo: 10%.

Mi registro a gesti e rantoli e mi preparo a una lunga attesa, che invece è brevissima. La porta scorrevole si chiude in tempo e i frastimi acuminati di quelli che son lì dalle 9.20 si conficcano sull’infisso anziché nella mia schiena.

Dall’interno, il pronto soccorso è un’oasi di pace: due incidenti stradali gravi, un’amputazione, lussazioni ridotte con la manovra di Riggs. Tutti che danno in escandescenze, tranne una.

         –  Almeno lei non parla – dice la dottoressa che mi ha preso in carico massaggiandosi le tempie.

          – Fanculo  – agonizzo dentro la maschera ad ossigeno.

(praticamente sono un compendio dell’iconografia cinetelevisiva: ho la maschera di Airport, il rash cutaneo del dottor House, l’adrenalina di Pulp fiction, l’enfisema di Darth Vader, l’espressività di Vito e l’antistaminchia di Littizzetto)

Per circa cinque ore fisso un rassicurante cartello col dettaglio della Scala di Glasgow, mentre a intervalli irregolari qualcuno arriva a dire a qualcun altro “dalle altri 200cc di Salcazzil”. Simpatizzo con la mia dottoressa, primo perché sbaglia numero tre volte chiamando un altro ospedale, poi perché, dalla terza ora, come riprendo l’uso della parola, continua a chiedermi serissima “ma quella è la sua voce normale?” quando ancora è evidente che ho inghiottito Qui, Quo e Qua, e infine perché trovo ammirevole il fatto che continui a onorare la sua professione aggiustando la manica di buzzuri maleducati che la prende a male parole, invece di avvelenarli tutti.

 

Alle nove di sera respiro quasi normalmente e ho la voce dell’144, ma sembra non essere condizione sufficiente per tornare a casa. Cerco di opporre resistenza al ricovero in osservazione, più che altro perché dovrebbero trasferirmi in un altro ospedale, e io nutro un profondo scetticismo verso gli ospedali intitolati a figure religiose. Come dire: se anziché alla scienza dobbiamo votarci a un santo, Houston, capisciammé che abbiamo un problema. Alla fine mi convinco che mi stiano trasferendo al Lo Chiamavano Trinità, dove in segno di benvenuto mi regalano due braccia da tossica.

Alle undici di notte aspetto che l’anima caritatevole che si è offerta di andare a casa mia a nutrire Grogu e a prendermi il necessaire per la notte mi regali la prima vera risata della giornata presentandosi alla porta del reparto e scoprendo che Sider non è il mio vero cognome.

Alle undici e mezza di notte, ne regalo una io riuscendo a chiudermi fuori dal reparto trenta secondi dopo aver detto “ma certo che poi posso rientrare”.

A mezzanotte e un quarto semino inquietudine girando con un surrogato di pigiama fatto maglietta che reca sulle spalle la scritta in Verdana maiuscolo corpo 90: INFILA IL PERTUGIO GIUSTO.

Alle cinque e mezza del mattino vengo giustamente punita per la mia impudenza da uno shuttle che scalda i motori davanti alla mia stanza.

Alle cinque del pomeriggio sono da un tatuatore. Non fate caso alla scritta “Levofloxacina? No, grazie” che da oggi campeggia sulla mia tetta sinistra, è giusto un promemoria.

 

(“Un giorno di ordinaria exeresi” è stato realizzato grazie al contributo di una serie di persone, che qui possono ritenersi ringraziate per essersi prese cura di me, prima, durante, adesso e nel futuro. Se levofloxacina non ci separa)

[continuavano a chiamarlo el tromba]

Il 3. Stamattina.

Metteteci che non lo prendevo da quando andavo al liceo. Metteteci pure che, per una di quelle coincidenze che non esistono, mi ci ritrovo a leggere un dialogo brillante in cui due ragazzini nerd cyberflirtano in un modo che mi ricorda qualcosa (e a proposito, caro il mio pusher di libri ultrafighi: no, non me l’avevi passato tu, ho controllato. Mi pareva strano). Il risultato è una che si crede a un casting della Durban’s e dispensa una certa inquietudine strisciante negli altri passeggeri. C’è una luce bellissima, l’aria fresca della notte svanisce ondeggiando lentamente come lo strascico di un abito da sera su per una scalinata sinuosa. Il mondo sembra un posto meraviglioso. Uno di quei momenti perfetti che non hanno senso se non arriva subito qualcosa a sciuparli.

S’ode a destra uno squillo di tromba.

“Vajinska mamarùa trumpète”, borbotta truce una signora badantiforme svegliatasi di soprassalto.

Immaginatevi Ramsete I, così come sarebbe ora, con una polo a righine sottili e senza un cantiere da criticare, che sguazza nel primo posto utile dopo le porte davanti. La suoneria dei bersaglieri è sua. Non credetevi chissà cosa, il vostro è il trentaduesimo sopracciglio sinistro che si solleva.

Ma noi siamo fantascienza, non scienza.

A sinistra uno squillo risponde.

Sul 3 saltano sopraccigli come tappi di spumante a capodanno. L’abbiamo riconosciuta tutti, la trombetta più odiata d’Europa, quella che non appena pensi che i tuoi desideri più intimi si siano avverati e tutto l’equipaggio del volo Ryanair su cui ti trovi si sia finalmente impiccato alle proprie corde vocali in modo da farti dormire mezz’ora, viene sparata da ogni pertugio di bordo, umano o meccanico, per annunciarti che anche stavolta siete arrivati in orario.

Posizionato di fronte alle porte centrali, incastrato tra il finestrino da rompere in caso di necessità e un apposito sostegno, c’è un tipo che ha l’aria di stare all’aereo come io sto al mattatoio comunale, solo che io non ho come suoneria un coro di vacche morenti.

Sette e quarantuno del mattino, il treno è partito in orario e sul 3 è sceso il silenzio. Si fa per dire, perché le trombe continuano a trombare alternate che è una bellezza senza che nessuno dei due abbia il gusto di rispondere. Gli sguardi degli astanti corrono da uno squillo all’altro tipo Roland Garros, l’aria s’è fatta torrida, una signora – che a giudicare dallo chemisier che porta (una discreta fantasia di olive nere, nachos giallo cadmio, tam tam verde ramarro affogato in una palude ribollente di gas mefitici e – per motivi attualmente allo studio del SERT – stambecchi lilla. Il tutto su fondo nocciola variegato aquafresh) non si sarebbe detta particolarmente impressionabile – sviene. L’autista frena e s’affaccia oltre il vetro.

I duellanti si fissano, uno con la mano pronta sulla tasca della giacca, l’altro con la mano pronta su quella del pantalone con le pinces. Il maestro Alessandroni fischietta in fondo al bus. Il mio referente informatico allunga una mano verso il proprio telefono, ma un gigante barbuto lo ferma sussurrandogli in un orecchio “Non è per te”. Lo stallo alla messicana ci fa un sontuoso pippone.

Finché un residuato bellico, da dentro una canottiera che deve aver perso tutte le guerre puniche, col tono del miglior Panatta ubriaco di Brut Fabergé, non pronuncia la frase del giorno:

“Quando un uomo con la suoneria delle trombe di Ryanair incontra un uomo con la suoneria della fanfara dei bersaglieri, l’uomo con la suoneria Ryanair scende e il resto se lo fa a piedi”, cosa che il tipo provvede a fare con ignominia mentre il bersagliere gongola che manco passando Porta Pia.

Titoli di coda e tema finale.

Il 3 si perde all’orizzonte in una scia di polvere, cespugli di rovi disponibili su richiesta.

 

(e poi siamo gente poco seria, diciamocelo. L’ultima volta che sono entrata in questo ospedale mi è toccato andare dritta in camera mortuaria. Nonostante i trombettieri di stamattina, ho fatto fatica a tener giù il magone che mi saliva in gola, alla sbarra. A un certo punto non mi veniva neanche più da leggere il libro che mi ero portata. No, ci voleva l’artiglieria pesante. O meglio, leggera. Ho iniziato a ridacchiare con discrezione sulla pagina elettronica che tutto il mondo ci invidia, quella che, se appena appena avete un briciolo di senso dell’umorismo e un pizzico di riconoscenza, non potete non candidare ai Macchianera Award come miglior sito rivelazione, miglior pagina Facebook e miglior sito di incontri ravvicinati dell’ultimo tipo. Alla prima adenoide su per il naso mi guardavano tutti. Alla seconda son dovuta uscire di corsa dalla sala d’attesa. Alla terza s’è affacciata la capoinfermiera e ha strillato incazzosissima “Ma chi è che ha fatto entrare il maiale?!”. Non dire che non c’entri niente, Fra, non ci crede nessuno)

[human madness survival guide]

On the fifth of April, 1992, around Sarajevo, the capital of Bosnia and Herzegovina, which had about 500,000 inhabitants, around the city in the valley of the river Miljacka surrounded by mountains which made it the host of the 1984 Winter Olympics, in the very center of what was Yugoslavia, appeared: two hundred and sixty tanks, one hundred and twenty mortars, and innumerable anti-aircraft cannons, sniper rifles and other small arms. All of that was entrenched around the city, facing it. At any moment, from any of these spots, any of the arms could hit any target in the city. And they did, indeed–civilian housing, museums, churches, cemeteries, people on the streets. Everything became a target. All exits from the city, all points of entry, were blocked. 

Comiciava oggi, vent’anni fa, l’assedio più lungo della storia moderna ad una città straordinaria.

Aveva le stesse probabilità di passare per un covo di zingari straccioni che ha Firenze.

E un sacco di gente ci ha creduto.

(c’è una sola copia di “Sarajevo survival guide” ad Atlantid City, almeno finchè non la ristampano, e non si trova più a Villa Balorda. Ma chi ne gradisse un assaggio, lo trova qui)