[the bends]

– Buongiorno, vorrei del raso nero, doppia altezza, per favore.

– Ne tengo uno bellissimo alto tre metri. Diegarmando, vallo a piglia’ per la signorina.

L’accento partenopeo racchiude in sé lo spirito del commercio. A tutti i livelli, dal trasformare questo locale commerciale 400mq più servizi, luminosissimo, centralissimo, due vetrine fronte strada nelle viscere del Grand Bazaar di Istanbul, alla tratta dei bianchi operata quotidianamente sui traghetti da e per le isole.

Come se non bastasse l’essere stata appena dislocata geograficamente in almeno altri tre posti diversi dalla sola forza di una cadenza e di un’associazione di idee, la prospettiva dei tre metri d’altezza mi spalanca davanti uno scenario talmente meritevole di attenzione che mi sfugge completamente la domanda successiva. Solo quando Diegarmando torna con il rotolo e lo sbatte sul banco con l’inesperienza dei suoi diciassette anni, plano e capisco di essermi persa un pezzo.

– Dico, per-cosa-vi-serve?

Il mercante sa il fatto suo. Oltre ad essere curioso come una scimmia, sa che si viene qui perché non rifilerebbe mai un articolo inadatto pur di concludere la vendita. Ripete la domanda, perfettamente logica e prevedibile.

Di quella prevedibilità logica che coglie perfettamente impreparati.

Ciononostante, apro la bocca seguendo l’impulso primordiale.

Realizzo.

Mi blocco.

La chiudo.

Io ci provo, a star seria, ma sulla linea delle mie labbra ferve un movimento che manco sulla tolda dell’Hispaniola o nello studio del marito della Daniela Garnero: tira su, no, tira giù, cazza la randa, molla il pappafico, finché la forza di gravità capisce che la battaglia è persa, molla gli ormeggi e lascia che gli angoli della mia bocca si sollevino e puntino, inarrestabili, a bucare il soffitto.

E mica ti può andar bene sempre, cocca.

Il mercante di rasi non si scompone. È un omino arzillo sui sett…ott…novecentotrentasei anni, mese più, mese meno.
Mantenuto in forma dal manipolare quotidianamente le esigenze di dozzine di donne di tutti i tipi, tutte le età, tutti i colori e non è escluso che in alcuni casi abbia approfondito anche il versante sapori.
Aduso a soddisfare le richieste più strane:

– Mi serve del percalle per un bouquet.

– Il percalle lo usa per le lenzuola del corredo. Che tipo di bouquet deve confezionare?

– Di calle.

– Scemo io.

 

– Questo pile qui, ce l’ha anche con disegni di altri animali?

– Quello ce l’abbiamo con cagnolini, gattini, coniglietti, topolini, pulcini, elefantini e ranocchie.

– Iguane no? Devo fare il cappottino per la mia iguana, mica le posso mettere addosso un altro animale, si offende.

Da gentiluomo qual è, però, non può non apprezzare le sfumature della discrezione.
D’altra parte, il mercante di tessuti è come il medico, se non gli dici tutti i sintomi non può darti la cura giusta. Quindi.

– Devo fare delle bende.

Tecnica. Seria e professionale, gli angoli della bocca hanno smesso di treninare “brigitte peugeot peugeot” per il negozio trascinando matrone dallo scampolo facile e sarte segaligne poco inclini a scollare, e son tornati al loro posto.

– Delle bende tipo…mummia?

Il mercante si fa cauto.

– Nonno, quelle sono bianche, di lino. Queste le deve fare nere. Come quelle dei condannati a morte.

Diegarmando, una testa non del tutto sprecata a far da sostegno a barili di gel.

Ma è giovane.

È giusto che chi ha un potenziale abbia uno scopo, ma se procede prima del dovuto si smarrisce; se invece trova una guida e la segue otterrà il suo stesso beneficio (propizia è perseveranza).

Il mercante lo guarda con affetto, sorride e gli legge il futuro attraverso.

– Diegarma’, quella la signorina ha intenzione di farli morire, ma mica fucilandoli.

Mercante di rasi 4 – Resto del mondo 0.

O rei è ben saldo sul trono, Diegarma’.

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[automatic for the people]

“bello! allora se non ti dispiace faccio anche io un Paolo sul divampò mentre mamma e gli altri giocano a veicoli.”

“Tre secoli fa, i pescatori scavato nicchie nella roccia vulcanica delle scogliere di Santorini. Ora che sono stati trasformati in grotte per ninfe del mare in bikini e miliardari duro corpo che li amano. Questa infame resort tentacolare si siede in cima a una rupe scoscesa in isolamento assoluto. Indugiare sotto il gazebo e poi l’anatra nella suite per un bicchiere di vino e un sigaro. Quando l’abbronzatura è fino al tabacco da fiuto, aggeggi sono fuori in vigore. Mente il fumo del sigaro, però.”

“L’etica contromano della paralisi creativa è bugiarda come un tour operator che consiglia un last minute negli intestini della certezza. E’ come scegliere di non scegliere. Trovarsi dentro uno sguardo caricato a salve che punta direttamente nel buio della verità, nella scarpiera di un serpente.”

Ne uccide più la penna che la spada è roba vecchia.

Superata.

Obsoleta.

Può andar bene giusto per chi subisce il fascino retro di Guy Williams e dei tre moschettieri.

Nossignori, il futuro è qui, è adesso, è nelle armi automatiche.

Se non ci fosso, bisognerebbe invenzioni.

(scova l’intruso e vai con lo swing)

http://www.youtube.com/watch?v=xwV5iOcHf8k

[cambio di consonante crittografico]

Costruite la vostra vagina

Non so voi, ma due secondi fa io avevo davanti un caffè e un monitor. Adesso ho un quadro di Pollock.

Se non avete confidenza col mezzo, prendetevi una decina di minuti per crearvi una vagina e giocherellateci un po’. È necessario che vi immergiate in prima persona in questo mondo per capirlo.

Er.

Uhm.

Sì.

No.

Momento.

Prima di cominciare, decidete quale volete che sia il nome della vostra vagina.

A parte il fatto che non è che una…da sol…cioè, di solito è l’altra pers… è sempre e comunque un nome che se cade in mani sbagliate può segnare la fine di una reputazione. Ma a parte ques-

Una volta scelto il nome, siete pronti per costruire la vostra vagina.

F-E-R-M-I-T-U-T-T-I.

Prima di tutto, effettuate l’accesso registrandovi con l’account che avete scelto per amministrare la vagina.

C’è qualcosa che non torna.

Una volta effettuato l’accesso, cercate il link a “Crea una vagina” sulla vostra home page.

Giusto qualcosa, eh.

Una volta che l’avrete trovato, ecco cosa dovete fare:

  1. Create e categorizzate la vostra vagina: cliccate su “Crea una vagina” e scegliete una categoria. Potete scegliere fra diverse possibilità, quindi curiosate un po’ e trovate la categoria che fa per voi. Attenzione: il sistema vi permetterà di modificarla, ma vi suggerisco di sceglierla con attenzione, nel caso la possibilità di cambiarla sparisca.

Ma… ma…

  1. Scegliete un’immagine. Sarà l’immagine che andrà a rappresentare la vostra vagina, sia sulla barra laterale che come icona che comparirà sui feed di coloro che vi seguono. Prendetevi un minuto e guardate gli aggiornamenti che arrivano a voi. Osservate le icone delle vagine dei vostri amici

MA PER FAVORE!

o comunque di quelle che vi piacciono. Vedete che alcune risaltano più delle altre? Fanno venire più voglia di entrarci. Tenetelo a mente quando scegliete la vostra immagine.

Ma non è così che funziona! Cioè, sì. Cioè, no. Cioè.

  1. Inserite le informazioni. A questo punto, la vagina dovrebbe risultare visibile, anche se apparirà ancora piuttosto vuota. È il momento di riempirla.

Sì, no, ecco, magari in maniera meno perent-

Familiarizzate con la pagina delle statistiche

Se avete effettuato l’accesso e siete l’amministratore di una vagina, dovreste poter vedere il link alle statistiche sulla vagina stessa: numero di fans, visitatori attivi, e un’altra serie di indicatori su come sta andando la vostra vagina.

Praticamente il crocevia tra la Standa, il Sole 24 ore, il terminal 4 di JFK e la tromba delle scale di casa di Belen.

Fate riferimento alle statistiche per vedere se ciò che state facendo sta funzionando – ovvero se sta portando a un incremento del numero dei fans e del traffico sulla vostra vagina – e utilizzatele per ottimizzare la vostra strategia.

Scema io che ho sempre preferito un approccio meno scientifico.

Pianificare i vostri aggiornamenti di stato

Adesso che la vostra vagina è online, è tempo di cominciare a inserire i vostri aggiornamenti di stato.

Senti, capisco l’annosa questione del come definirlo, ma “aggiornamento di stato” mi pare un po’ asettico.

Questo è il vero potere di una vagina – la possibilità di mandare messaggi istantanei ai fans, in modo da mantenere costante il loro interesse e far sì che si affezionino e ci prendano gusto.

Instacunt. L’esatto contrario del mandare messaggi del cazzo.

Cercate il giusto ritmo

Generalmente, due o tre aggiornamenti alla settimana è un buon ritmo per la maggior parte delle vagine.

Stiamo parlando di un’immane carestia o cosa?

Controllate il traffico prodotto dai vostri fans, per affinare la frequenza e trovare quella ottimale per la vostra vagina. Se cominciate a vedere che molti utenti si lamentano della frequenza, o se le statistiche vi mostrano che tolgono i “mi piace” alla vostra vagina, prendete in considerazione l’ipotesi di rallentare.

Rallentare? Con due o tre aggiornamenti alla settimana? Questa roba l’ha scritto un uomo, vero?

D’altra parte, se le statistiche mostrano che la popolarità della vostra vagina è in crescita, approfittatene. Viviamo in tempi accelerati, il pubblico è quanto mai volubile. Oggi magari decanta la vostra vagina come la migliore che abbia mai visto, ma sappiamo che la cosa non è destinata a durare. Quindi prendeteli all’amo. Catturate rapidamente l’attenzione dei fans, o rischiate di perderli.

Il fatto che quest’ultima cosa abbia senso non rende il resto meno preoccupante. Soprattutto l’immagine del decanter.

Siate interessanti e provocatori

Ricordatevi che volete che la vostra vagina risulti interessante al punto da essere condivisa.

Giorni pari o giorni dispari?

Non cedete alla tentazione di un aggiornamento qualunque solo perché sentite il bisogno di inserire qualcosa.

Coi gusti difficili che mi ritrovo? Non c’è pericolo. Piuttosto, viva l’autoaggiornamento.

Ogni aggiornamento noioso incrementa le possibilità che i vostri fans perdano interesse per la vostra vagina.

Veramente l’aggiornamento noioso non arriva manco a vedere il login.

Fate diventare la vostra vagina un luogo interessante dove trovarsi e interagire.

Guarda, pensavo di tatuarmici sopra “Bar dello sport”.

Dedicate del tempo ai vostri fans, sollecitate i loro commenti e commentate a vostra volta i loro. Molti fans sono piacevolmente sorpresi quando il proprietario della vagina risponde ai loro commenti.

Sì, beh, altrimenti a casa mia si chiama “ora del decesso”.

Chiedete espressamente ai fans di cliccare “mi piace” sulla vostra vagina e di condividerla

Non c’è niente di sbagliato ad agire in maniera un po’ eclatante in questo senso. Potreste avere la sensazione che sia fuori luogo, se non addirittura di cattivo gusto, ma se lo chiedete in maniera diretta otterrete più interazioni.

È che non sembra, ma sono timida. A chiedere “oh sì, ti prego, condividimi ora” potrei arrivarci se nella stessa stanza ci fosse Rocco con tutti i suoi fratelli, la nazionale di pallavolo e tre botti di whisky. “Cliccamela” credo che non lo direbbe neanche Sara Tommasi strafatta di bagna cauda.

Un po’ di marketing per la vostra vagina: come ottenere più fans

I visitatori della vostra vagina daranno un giudizio sulla sua serietà anche a seconda del numero dei fans.

Pensavo che questa cosa della serietà l’avessimo superata dopo il ’68. Il 1468.

Se ce ne sono solo trenta o quaranta, il segnale di mercato che invia dice che non è il posto più interessante dove bazzicare e che chi la gestisce non prende la vagina troppo seriamente.

Ma metti che una se la voglia gestire in allegria.

E se non la prende sul serio il proprietario della vagina, perché dovrebbero farlo i visitatori?

La sai la differenza tra un luna-park e il congresso del PD?

Inoltre, se la vostra vagina riceve solo uno o due commenti per volta (o peggio ancora, nessuno), la cosa sembrerà in qualche modo patetica. Sarà deprimente per i fan e, onestamente, anche per voi come proprietario della vagina. È difficile trovare l’entusiasmo per fare due o tre aggiornamenti alla settimana se partite con l’idea che la cosa passi sotto silenzio.

Io non vorrei dirtelo che c’è un solo modo per farla passare sotto silenzio, però.

Chiedete ai vostri amici – specialmente quelli che avete su Facebook – di diventare fan della vostra vagina. Non limitatevi a chiederlo gentilmente, spiegate che avete bisogno che lo facciano. Insistete finché non raggiungete almeno il centinaio.

Senti, ‘a coso, non ho mai dovuto insistere e non intendo cominciare ora che sto finalmente per entrare in nomination come PlayGranny del mese.

Quelli che ho descritto fin qui sono i primi passi per metter su una bella vagina affidabile e funzionante.

Oh, non è mica una station-wagon.

E per il 90% di voi probabilmente servirà allo scopo. Ma se voleste qualcosa di più elaborato? Magari  vi sarà capitato di vedere qualche vagina con un punto d’arrivo personalizzato, a differenza di quello dove tutti arrivano di default. È il caso che seguiate quella strada?

Mah, guarda, a me il solito punto d’arrivo non pareva male. E già c’è gente che ci impiega una vita così, a trovarlo, figurati se glielo sposti.

Onestamente sono scettico riguardo alle vagine troppo elaborate che spostano l’attenzione degli utenti dal classico punto d’interesse. Capisco il desiderio di avere una vagina graficamente piacevole, e alcune di queste vagine hanno un design davvero eccellente. In alcuni casi rendere le cose un po’ più elaborate può avere senso. Per esempio, la vagina di Lady Gaga (Facebook.com/LadyGaga)

Della quale preferirei non sapere niente, in tutta sincerità.

è accessoriata con musica e video.

Scusa, ma quello è Varriale?

In generale, comunque, penso che per la maggior parte delle vagine sia un errore avere un design troppo elaborato. Gran parte del successo di molte vagine è che mantengono la struttura originale, il che evita di confondere i visitatori.

Era quello che ti dicevo. L’altro giorno ci ho trovato uno che chiedeva “vado bene di qui per le trombe d’Eustachio?”. Che non era tanto quello, è che dava un po’ fastidio il gomito fuori dal finestrino.

Per quanto possa sembrare incredibile, la maggior parte degli utenti sa cosa aspettarsi quando va su una vagina.

Sottile sarcasmo, fanno sei etti e mezzo, che faccio, lascio?

Finché avrete queste cose bene a mente, comunque, e finché tenete d’occhio le statistiche che contano (fan e traffico), non c’è niente di sbagliato nell’aggiungere qualche elemento in più alla vostra vagina, o a sperimentare un po’.

Sì, però alla fine è meglio la playstation o il canestro?

[comics]

Già solo per la coda di questo brano valeva la pena arrivare in fondo a questa giornata.

(tornare a casa – tardi, tanto per cambiare, e fame e sete e il mio regno per una vasca – pedalando piano su diapositive che scorrono random, apparentemente random – telefonate a bassa voce/il pino (minuscolo) fuori dalla finestra/i fresco della notte/il freddo boia della notte/il caldo umido della notte/risate. inarrestabili/i Giardini di Mirò/caffé (zitta, non dire niente)/la luce del pomeriggio tra i cazzo di rami bassi/lo strappo nei tuoi jeans/lo strappo nella tua maglietta/gli strappi addosso a me/le pale eoliche/una cosa sul Preikestolen che mi son dimenticata di dirti a proposito di sabato scorso/quella cosa che non abbiamo mai finito/tutte le cose che vorrei fare/quelle che non posso più fare/passeggiare per una bellissima città toscana che preferivi quando c’era decisamente meno gente/ascoltarti raccontare/sorrisi allo stato brado/vari tipi di nostalgia/correre a perdifiato per disperdere il sovraccarico di gioia/Cantagallo/Annus Horribilis ogni vent’anni vs. Very Special People ogni dieci (il bilancio è comunque in attivo)/quello sguardo/gustarsi il tormento (due deficienti) – e tra una cosa e l’altra pensare che ‘sto titolo ha un po’ di Neil Gaiman, ma pensa te)

[of crime and passion]

Ieri notte.

O stamattina.

Già, perché chi o cosa stabilisce quando termina una e comincia l’altra? Non certo io, non dopo aver passato svariate mezz’ore, nel pomeriggio, ad osservare gente scannarsi per decidere se un evento che si tiene a mezzanotte debba essere inserito nella programmazione del giorno 1 o del giorno 2.

Nossignori.

Son figlia di un uomo che scrisse al televideo per lamentare – appunto – l’impropria attribuzione dei film di Rai3 delle 03.00 alla programmazione notturna del giorno 1 anziché a quella primissimomattutina del giorno 2, cosa che portava il timer del proprio videoregistratore a porsi tutta una serie di quesiti esistenziali senza soluzione, figurarsi se vado a infilarmi in un ginepraio simile.

In ogni caso, era buio.

E tardi.

E non è che ci fosse tutto ‘sto caldo.

Eppure me ne son rimasta lì un pezzo, in terrazzo, a pensare che se fossi un uomo, e avessi una figlia quattordicenne, “Amabili resti” sarebbe l’equivalente di “Venuto al mondo”, e vi dirò, non se ne sentiva il bisogno.

[perchè lui ha confidenza, confidenza col re]

Alle otto di sera, visto dal mare, il mondo è un posto meraviglioso.
Luce spettacolare, acqua ideale, la sottoscritta immersa in entrambe e in un brodo primordiale di beatitudine. Rogne, persone moleste, rate del condominio dimenticate, cubani volanti e pericoli scostanti, tutti belli – si fa per dire – impacchettati insieme e chiusi in una rete legata sotto una boa al largo, coi pesci che rallentano passando tipo automobilisti affascinati da un incidente. Qualcuno azzarda un morso (seguono venti minuti di facciacce brutte tipo quando si addenta uno kniki anziché spararlo); i pescetti più piccoli cercano di sfuggire al controllo delle madri per curiosare, e quelle li tirano indietro adducendo motivazioni plausibili, tipo “non toccare lì che ci fanno la pipì i pescecani”. Peace and love and sex and drugs and rock’n’roll. Vi amo tutti.
Quasi.
Arrivano a metà della ventunesima vasca. Lui, lei, tre marmocchi variamente assortiti, ombrellone, seggioline e ammennicoli di default. Sul momento, ottenebrata dall’amore universale, non colgo. Un po’ perché son la solita pirla che ancora crede nel genere umano (basterebbe abolire ‘sta cazzata del suffragio universale), un po’ perché il tipo indossa con dolo una polo di una roba di giocoleria-palloncineria-magia-ia-oh. E quindi, quando lo vedo piazzare dei paletti di plastica bianchi nella sabbia coi bambini che gli scorrazzano intorno, penso che stia organizzando una specie di percorso.
Beata ingenuotta.
Gli orridi paletti non sono altro che portacanne. E non mi cascate sui fondamentali, per cortesia.
I pescatori da spiaggia sono l’equivalente estivo dell’infame brodaglia incoscientemente spacciata per cioccolata in tazza d’inverno. It is known. E suscitano la stessa reazione: search and destroy, con l’unica differenza che non me li devo nemmeno cercare.
Smettila, mi dico continuando a nuotare. Magari è pensante. Magari non ci prova neanche. Davvero, Sider, perché devi essere così malfidata? La laurea in Scrotoclastia e il master in Supponenza te li sei sudati, d’accordo, adesso rilassati. Guardalo lì, ora si prepara le sue cose con calma, piazza le canne, sistema le esche, poi scava un buco nella sabbia, ci infila la moglie che tanto non ha sprecato mezza parola o uno sguardo per lui ed è fissa al telefono da prima che arrivassero, quindi che ci sia o non ci sia è uguale, poi si siede, si legge un bel libro e aspetta che tu esca dall’acqua per lanciare le sue maledette lenze.
Certo.
Uh, guarda che bello, gli unicorni che giocano a freesbee acrobatico.
Il tipo prepara le sue cose con calma, piazza le canne, sistema le esche, effettivamente sposta lo sguardo alternativamente tra la massa di silicio, carbonio, ossigeno, azoto et al. e la sabbia, riscontrando in quest’ultima una minore percentuale di stronzio e dedicandole quindi molta più attenzione da quel momento in avanti. E poi, proprio nel momento in cui una mia proiezione mentale gli stava consegnando il premio Speranza per l’Umanità 2013, afferra nonchalante la prima canna e si produce in un lancio che nemmeno Sampei contro Moby Dick, con la sottoscritta nel ruolo di Moby e lui in quello del dick.
Davanti. A. Me.
Freeze.
I contatori dell’intelletto umano rotolano verso il basso alla velocità di un parsec/secondo.
Mando un sms al mondo per dirgli che ho bisogno di una pausa di riflessione. Nel frattempo circumnavigo la zona in cui il cretino ha buttato l’amo e mi avvicino a riva. Mi schiarisco la voce in maniera talmente plateale che mi giro da sola per vedere cosa sta succedendo. Il tipo tira indietro la coda di paglia prima che ci arrivi su una scintilla. Mi scuso per l’interruzione che mi accingo a infliggere nei confronti delle sue amene attività e gli chiedo se per caso gli spiace levare la lenza dall’acqua e aspettare che ne sia uscita prima di pescarmi un dito del piede.
Mi risponde: sì.
Il mondo mi manda un sms per dirmi che dobbiamo parlare.
Inspiro. Do la cera, poi la tolgo, e infine mi dichiaro dispiaciuta del suo dispiacere, ma gli faccio altresì presente che vige un divieto per i pescatori a canne mozze di lanciare le lenze in presenza di bagnanti. Questo, ovviamente, al di là dell’elementare norma di buonsenso che nel suo caso dovrebbe trovarsi sotto la scatola del bigattino.
Egli sbuffa. Suggerisce sbrigativo che mi sposti di un centinaio di metri.
Sollevo un sopracciglio mettendo finalmente a frutto gli anni passati a studiare il metodo Paolo Poli per corrispondenza. Gli rinfresco la memoria a breve termine con l’aiuto del mio asciugamano, quello nel quale a momenti inciampava quando ha deciso, per non doversi spostare di un millimetro dalla direttrice delle scalette che portano in strada, di piazzarvi a ridosso la sua batteria di canne da pesca. Il mio insediamento su questa porzione di spiaggia è preesistente a quello della sua stirpe. Ipotizzo che, se spostamento ci debba essere, sia a carico suo.
Egli solleva le braccia chiamando a testimone il cielo dell’idiozia della sottoscritta bagnante, poi se le lascia ricadere sulle cosce con maschio sprezzo del dolore. Invoco il potere della pazienza cosmica, gli spiego che sono di ottimo umore e quindi per questa volta non lo disintegrerò sul posto. Qualcosa nel mio tono sembra convincerlo. Forse una tetta che sbuca dall’acqua, adesso non stiamo a sottilizzare. Propongo che lui abbia la compiacenza di attendere che io abbia finito le mie vasche, e poi potrà insozzare il mare di ogni tipo di porcheria acuminata.
Egli chiede alla mia tetta destra per quanto tempo ancora penso di averne. Mollo di gran gusto un manrovescio all’Antonacci che si è materializzato alle sue spalle e replico che ne avrò per una mezz’ora al massimo. Strabuzza gli occhi, si guarda intorno alla ricerca di un consenso che non trova né nella telefonia mobile, né nell’edilizia abusiva da bagnasciuga e protende le mani ad artiglio verso il mio collo. Gli giuro su ciò che ho di più caro che non ero a conoscenza del fatto che sua madre si chiamasse Massimo e si facesse pagare a mezz’ore.
Egli si blocca. Si guarda intorno come se avesse perso il segnale. Poi lo ritrova e sputa sul banco un “dieci minuti” così, come fosse un gamberetto molliccio di cui dovrei sentirmi onorata. Splat.
E allora vuoi la guerra. Allora vuoi morire tra atroci sofferenze e al colmo dell’umiliazione. Allora non hai capito con chi hai a che fare.
“Allora non hai capito con chi hai a che fare”, glielo dico pure. Il fatto che mi scappi da sogghignare mentre lo dico sembra confonderlo. “Tu non hai capito che io adesso chiamo un paio di amici…”
“Oh, guarda che se mi minacci ho testimon…”. L’ultima sillaba e mezza si sbriciola in un borbottio vago. Effettivamente sua moglie ha posato il telefono e si scruta con perizia lo smalto di un pollice, in cui sono incastonati dei brillantini che paiono fotoelettriche.
“Chiamo un paio di amici e ti faccio dire per quanto tempo posso restare in acqua”. Sottotitolo: somaro. “Possono passare giorni, settimane prima che tu riesca a mettere a mollo le tue esche. Non provocarmi, sono stata in collegio dalle Pibinche. Non puoi farcela. Fammi finire la mia nuotata in pace e poi potrai fare tutto il lenzabondage che vuoi”.
Una luce gli si accende nello sguardo. È quella dello scanner. Sta scorrendo la rassegna stampa specializzata degli ultimi anni, ogni articolo sulla fantomatica scassacazzi che impedisce ai poveri pescatori di prenderle all’amo un occhio riporta una descrizione che si attaglia quasi perfettamente alla scassacazzi che lo fissa dalla battigia. Ad eccezione delle alghe marce fra i denti, dei capelli verdi, della pinna caudale e dell’inconfondibile aroma da guasto in agosto alla cella frigo del mercato ittico, chiaro.
Egli comunque ha recepito il messaggio. Stavolta non c’è stato neanche bisogno della solita pantomima sul chiamare i vigili. Non mi degna di una replica. Si limita ad ostentare la sua insofferenza ciabattando via dalla riva, afferrando con enfasi una spiaggina, sbattendoci sopra il suo corpaccione e mettendomi su il muso.
Ma qualcosa nel suo sguardo non mi convince. Dovrò tornare in acqua, e aspettare una ventina di minuti per comprendere appieno la forza del suo anatema, amplificato dall’energia neuronale di generazioni di pescatori oltraggiati da sguazzatori della domenica, per ricordarmi che il mare contiene anche creature vigliacche, che non hanno capito che se fossero ritenute commestibili a queste latitudini non godrebbero di nessun privilegio. Per fortuna la stronza gelatinosa mi prende di striscio su un ginocchio. Bestemmio, bevo, resisto. Avevo detto mezz’ora? Eh, l’inflazione.
Esco dall’acqua che è quasi buio. Il rosa fluo della sferzata che ho sul ginocchio risalta meglio. Deve essere il suo colore preferito, perché si alza dalla spiaggina dove è rimasto provocatoriamente per tutto il tempo, mi si avvicina e bela con voce che strappa gli schiaffi dalle mani: “Ti fa male?”
“No”. Non ci crede nessuno. Si vede lontano un miglio che brucia da morire.
La merda sculetta intorno alle sue canne. Faccio in tempo a notare la scomparsa della moglie, prima che lanci la prima lenza. Aspetto che le lanci tutte, che si rigiri soddisfatto e che mi dica, falso come una moneta da 500 euro: “Mi dispiace se ti ha preso. Niente di personale, eh”. E poi lo saluto. Lui e la sua funzionalità erettile.
“Figurati. Buonanotte. E bona pisca”.

[continuavano a chiamarlo el tromba]

Il 3. Stamattina.

Metteteci che non lo prendevo da quando andavo al liceo. Metteteci pure che, per una di quelle coincidenze che non esistono, mi ci ritrovo a leggere un dialogo brillante in cui due ragazzini nerd cyberflirtano in un modo che mi ricorda qualcosa (e a proposito, caro il mio pusher di libri ultrafighi: no, non me l’avevi passato tu, ho controllato. Mi pareva strano). Il risultato è una che si crede a un casting della Durban’s e dispensa una certa inquietudine strisciante negli altri passeggeri. C’è una luce bellissima, l’aria fresca della notte svanisce ondeggiando lentamente come lo strascico di un abito da sera su per una scalinata sinuosa. Il mondo sembra un posto meraviglioso. Uno di quei momenti perfetti che non hanno senso se non arriva subito qualcosa a sciuparli.

S’ode a destra uno squillo di tromba.

“Vajinska mamarùa trumpète”, borbotta truce una signora badantiforme svegliatasi di soprassalto.

Immaginatevi Ramsete I, così come sarebbe ora, con una polo a righine sottili e senza un cantiere da criticare, che sguazza nel primo posto utile dopo le porte davanti. La suoneria dei bersaglieri è sua. Non credetevi chissà cosa, il vostro è il trentaduesimo sopracciglio sinistro che si solleva.

Ma noi siamo fantascienza, non scienza.

A sinistra uno squillo risponde.

Sul 3 saltano sopraccigli come tappi di spumante a capodanno. L’abbiamo riconosciuta tutti, la trombetta più odiata d’Europa, quella che non appena pensi che i tuoi desideri più intimi si siano avverati e tutto l’equipaggio del volo Ryanair su cui ti trovi si sia finalmente impiccato alle proprie corde vocali in modo da farti dormire mezz’ora, viene sparata da ogni pertugio di bordo, umano o meccanico, per annunciarti che anche stavolta siete arrivati in orario.

Posizionato di fronte alle porte centrali, incastrato tra il finestrino da rompere in caso di necessità e un apposito sostegno, c’è un tipo che ha l’aria di stare all’aereo come io sto al mattatoio comunale, solo che io non ho come suoneria un coro di vacche morenti.

Sette e quarantuno del mattino, il treno è partito in orario e sul 3 è sceso il silenzio. Si fa per dire, perché le trombe continuano a trombare alternate che è una bellezza senza che nessuno dei due abbia il gusto di rispondere. Gli sguardi degli astanti corrono da uno squillo all’altro tipo Roland Garros, l’aria s’è fatta torrida, una signora – che a giudicare dallo chemisier che porta (una discreta fantasia di olive nere, nachos giallo cadmio, tam tam verde ramarro affogato in una palude ribollente di gas mefitici e – per motivi attualmente allo studio del SERT – stambecchi lilla. Il tutto su fondo nocciola variegato aquafresh) non si sarebbe detta particolarmente impressionabile – sviene. L’autista frena e s’affaccia oltre il vetro.

I duellanti si fissano, uno con la mano pronta sulla tasca della giacca, l’altro con la mano pronta su quella del pantalone con le pinces. Il maestro Alessandroni fischietta in fondo al bus. Il mio referente informatico allunga una mano verso il proprio telefono, ma un gigante barbuto lo ferma sussurrandogli in un orecchio “Non è per te”. Lo stallo alla messicana ci fa un sontuoso pippone.

Finché un residuato bellico, da dentro una canottiera che deve aver perso tutte le guerre puniche, col tono del miglior Panatta ubriaco di Brut Fabergé, non pronuncia la frase del giorno:

“Quando un uomo con la suoneria delle trombe di Ryanair incontra un uomo con la suoneria della fanfara dei bersaglieri, l’uomo con la suoneria Ryanair scende e il resto se lo fa a piedi”, cosa che il tipo provvede a fare con ignominia mentre il bersagliere gongola che manco passando Porta Pia.

Titoli di coda e tema finale.

Il 3 si perde all’orizzonte in una scia di polvere, cespugli di rovi disponibili su richiesta.

 

(e poi siamo gente poco seria, diciamocelo. L’ultima volta che sono entrata in questo ospedale mi è toccato andare dritta in camera mortuaria. Nonostante i trombettieri di stamattina, ho fatto fatica a tener giù il magone che mi saliva in gola, alla sbarra. A un certo punto non mi veniva neanche più da leggere il libro che mi ero portata. No, ci voleva l’artiglieria pesante. O meglio, leggera. Ho iniziato a ridacchiare con discrezione sulla pagina elettronica che tutto il mondo ci invidia, quella che, se appena appena avete un briciolo di senso dell’umorismo e un pizzico di riconoscenza, non potete non candidare ai Macchianera Award come miglior sito rivelazione, miglior pagina Facebook e miglior sito di incontri ravvicinati dell’ultimo tipo. Alla prima adenoide su per il naso mi guardavano tutti. Alla seconda son dovuta uscire di corsa dalla sala d’attesa. Alla terza s’è affacciata la capoinfermiera e ha strillato incazzosissima “Ma chi è che ha fatto entrare il maiale?!”. Non dire che non c’entri niente, Fra, non ci crede nessuno)