[alla destra di moccia]

Rega’, non è vita, questa.

Ci avevano avvisato, ma un conto è sentirlo raccontare. Per affidabili che tu possa ritenere i colleghi di mezza Europa e degli States pensi sempre “se, vabbè”.

Un conto è vederlo con i tuoi occhi.

Il nostro è un lavoro delicato, rischioso. Riconosciuto solo se per caso qualcosa va storto, quando tutto fila liscio, mai. Ci sta che un minimo d’importanza ce la diamo da soli. Ci sta anche colorirlo un po’.

Non stavolta.

Sono ovunque.

Sotto il tavolo della conferenza stampa.

Aggrappate ai lampioni.

Dietro le tende.

Scopri il letto e ce ne trovi una.

Sollevi il coperchio del water e ce ne trovi altre tre.

Armadi e cassetti non ne parliamo.

Due erano riuscite a infilarsi dentro i croissant della colazione.

Escono.

Dalle fottute.

Pareti.

E strillano.

Dio pirata se strillano.

Strillano tenendo sotto assedio l’hotel che le senti attraverso i vetri insonorizzati della suite presidenziale.

Strillano nella hall dell’aeroporto mandando in tilt la torre di controllo.

Strillano quando arrivano a frotte alla stazione Termini da tutta Italia. Due della Polfer chiamati a scortare il treno da Milano non fanno in tempo a toccare terra che vomitano sui binari. Hanno strillato per tutto il viaggio, dicono.

Strillano mentre cercano di intrufolarsi in hotel nei cesti della biancheria sporca.

Strillano mentre lo succhiano al lift nella speranza che le lasci salire.

Strillano all’annuncio che il concerto verrà spostato perché le Capannelle non bastano più.

Strillano all’annuncio che forse non basta manco l’Olimpico.

Che cazzo di polmoni c’hanno queste, vorrei sapere.

Le guardi e sembrano degli scriccioletti innocenti, qualcuna non arriva ai dodici anni. Ma non ti puoi fidare, ieri notte, tra quelle arrivate prima per prendere il posto sotto transenna, ci sono stati otto morti e diciannove lacerocontusi. Mica che si son calpestate. Due sono state sgozzate, cinque strangolate col filo elettrico. Una dalla sorella. L’ultima s’è arrampicata su una torre Layher e s’è buttata di sotto urlando “Ho vissuto per questo momentooooh!”.

Un ronzio nell’auricolare. Ai posti.

Ci siamo.

Cambiamo canale ogni trenta secondi con un algoritmo messoci a disposizione dalla Nasa per l’occasione. Abbiamo sei squadre di sosia pronte a ogni uscita, compresa quella del tunnel scavato in due giorni da un’equipe dell’Abate Faria Inc. che porta direttamente dal caveau dell’albergo al palco. Una delle squadre si lancerà in parapendio dal tetto dell’hotel per creare un diversivo, un’altra passerà dalle fogne a bordo di microscopici sottomarini gialli.

Ma queste non le freghi. Hanno sensori dappertutto e l’olfatto di un Bombix mori.

E strillano, cazzo.

L’onda d’urto spalanca le porte e ci depila e denuda completamente. Del concierge restano pochi brandelli di carne e due nappine appese allo scheletro. Tutti gli antifurto della costa tirrenica si producono in una versione death samba di “Real to real cacophony”. In Boemia viene dichiarato lo stato di calamità naturale. I cani niente, già sterminati qualche giorno fa in quell’incidente con Pallotto, una prece.

Loro, impassibili.

Non loro le fan. Quelle piangono, ridono, lanciano mutande e mazzi di fiori, si strappano capelli propri o altrui, svengono con e senza esse. Il tutto senza smettere di strillare.

No, loro-loro.

Sarà che ormai ci avranno fatto l’abitudine, ma non gli si muove un pelo. Si avviano impeccabili, in fila per uno, tra due barriere jersey di muscoli (che saremmo noi, modestamente). Sulle strisce pedonali.

E si fa improvvisamente silenzio.

Giovanni.

Cammina tranquillamente fino alla limousine e ci si accomoda dentro pacifico senza che nessuno se lo fili di pezza.

Spiazzamento nell’entourage.

Riccardo.

Idem come sopra. Se fosse uscito il garzone del bar di fronte avrebbe suscitato più clamore.

Potrebbe essere una trappola, allerta massima.

Ma basta che la prima ciocca brizzolata faccia capolino e il frastuono riattacca decuplicato.

“Paolo, le legioni ti salutano”. “Magno, bevo e tifo Paolo”. “Paolo sposami”. “Pur’a me”. “E io che so’, la figlia della serva?”. “Paolo, la poligamia è un’opinione”. “’sto Penthouse aspetta a te”. “Paolo ottavo re di Roma”. “Ma no, quello era Amadei!”. “Sì, ma ha liberato il posto apposta”.

Arginarle è un’impresa, contenerle impossibile. Le prime file si lanciano a corpo morto nella speranza che il loro sacrificio possa valere lo sfioramento di un lembo di giacca a quelle dietro di loro. Gli idranti non bastano, ai coccodrilli del fossato li prendono a pernacchie, i cavalli di Frisia son più terrorizzati loro.

Per la prima volta nella mia carriera pavento la disfatta. Spero almeno di morire nell’adempimento del mio dovere e di portarne con me qualche migliaio quando lui sporge lateralmente una mano.

Subito gli viene consegnato un panino con provola e salsa piccante.

Fa segno di no con la testa.

Il panino con le sue impronte digitali viene conteso e smembrato tra quelle che ora sono le fiere e mutilate titolari di una briciola ciascuna.

Sporge nuovamente la mano.

Gli viene porto un gelato. Lo lecca perplesso prima che gli spieghino che si tratta di un microfono.

Guarda la folla strillante e straripante. Guarda noi che stiamo per soccombere. Nel frattempo Giorgio è trotterellato verso la limousine dagli altri tra l’indifferenza collettiva. Tre sguardi interrogativi in direzione dell’hotel, lo sportello aperto in attesa.

“Non preoccupatevi per me, ragazzi”, grida per sovrastare il frastuono. “Pensate a salvarvi, vi copro io”.

Occhi negli occhi. Un cenno del mento. È stato bello. La limousine si allontana come fosse una panda qualunque.

Siamo allo stremo. Resistiamo con i fumi delle braccia. Il fair-play è a puttane. Per ogni sciamannata che riusciamo a placcare e convincere pacatamente a ombrellate a tornare indietro, trenta si fanno avanti. Ho in mano una tibia e non so di chi sia.

Picchietta sul microfono. Alza un pollice in direzione del fonico per chiedere il massimo della potenza.

Poi attacca con “Help yourselves!” ed è il delirio.

(non chiedetemi cos’ho scritto perché non lo so. So solo che qualche modo dovevo sfogare l’elettricità prima che arrivasse questa notizia. Belle, bellissime sorprese e persone che se le meritano, esse esistono)

D’accordo, è uso privato di mezzo pubblico.

Ed è ignobilmente out o’referenziale.

E il fatto che il blog sia mio potrebbe pure non significare una fava.

Però, ecco, ci tenevo a condividere con voi questo momento.

Non ho ancora avuto modo di guardarla con attenzione,

ma

sembra

proprio

che qui in cima al collo

ci sia la mia solita faccia da culo.

Non ci resta che il passamontagna.

 

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[che abbiamo visto genova]

[cambio di consonante crittografico]

Costruite la vostra vagina

Non so voi, ma due secondi fa io avevo davanti un caffè e un monitor. Adesso ho un quadro di Pollock.

Se non avete confidenza col mezzo, prendetevi una decina di minuti per crearvi una vagina e giocherellateci un po’. È necessario che vi immergiate in prima persona in questo mondo per capirlo.

Er.

Uhm.

Sì.

No.

Momento.

Prima di cominciare, decidete quale volete che sia il nome della vostra vagina.

A parte il fatto che non è che una…da sol…cioè, di solito è l’altra pers… è sempre e comunque un nome che se cade in mani sbagliate può segnare la fine di una reputazione. Ma a parte ques-

Una volta scelto il nome, siete pronti per costruire la vostra vagina.

F-E-R-M-I-T-U-T-T-I.

Prima di tutto, effettuate l’accesso registrandovi con l’account che avete scelto per amministrare la vagina.

C’è qualcosa che non torna.

Una volta effettuato l’accesso, cercate il link a “Crea una vagina” sulla vostra home page.

Giusto qualcosa, eh.

Una volta che l’avrete trovato, ecco cosa dovete fare:

  1. Create e categorizzate la vostra vagina: cliccate su “Crea una vagina” e scegliete una categoria. Potete scegliere fra diverse possibilità, quindi curiosate un po’ e trovate la categoria che fa per voi. Attenzione: il sistema vi permetterà di modificarla, ma vi suggerisco di sceglierla con attenzione, nel caso la possibilità di cambiarla sparisca.

Ma… ma…

  1. Scegliete un’immagine. Sarà l’immagine che andrà a rappresentare la vostra vagina, sia sulla barra laterale che come icona che comparirà sui feed di coloro che vi seguono. Prendetevi un minuto e guardate gli aggiornamenti che arrivano a voi. Osservate le icone delle vagine dei vostri amici

MA PER FAVORE!

o comunque di quelle che vi piacciono. Vedete che alcune risaltano più delle altre? Fanno venire più voglia di entrarci. Tenetelo a mente quando scegliete la vostra immagine.

Ma non è così che funziona! Cioè, sì. Cioè, no. Cioè.

  1. Inserite le informazioni. A questo punto, la vagina dovrebbe risultare visibile, anche se apparirà ancora piuttosto vuota. È il momento di riempirla.

Sì, no, ecco, magari in maniera meno perent-

Familiarizzate con la pagina delle statistiche

Se avete effettuato l’accesso e siete l’amministratore di una vagina, dovreste poter vedere il link alle statistiche sulla vagina stessa: numero di fans, visitatori attivi, e un’altra serie di indicatori su come sta andando la vostra vagina.

Praticamente il crocevia tra la Standa, il Sole 24 ore, il terminal 4 di JFK e la tromba delle scale di casa di Belen.

Fate riferimento alle statistiche per vedere se ciò che state facendo sta funzionando – ovvero se sta portando a un incremento del numero dei fans e del traffico sulla vostra vagina – e utilizzatele per ottimizzare la vostra strategia.

Scema io che ho sempre preferito un approccio meno scientifico.

Pianificare i vostri aggiornamenti di stato

Adesso che la vostra vagina è online, è tempo di cominciare a inserire i vostri aggiornamenti di stato.

Senti, capisco l’annosa questione del come definirlo, ma “aggiornamento di stato” mi pare un po’ asettico.

Questo è il vero potere di una vagina – la possibilità di mandare messaggi istantanei ai fans, in modo da mantenere costante il loro interesse e far sì che si affezionino e ci prendano gusto.

Instacunt. L’esatto contrario del mandare messaggi del cazzo.

Cercate il giusto ritmo

Generalmente, due o tre aggiornamenti alla settimana è un buon ritmo per la maggior parte delle vagine.

Stiamo parlando di un’immane carestia o cosa?

Controllate il traffico prodotto dai vostri fans, per affinare la frequenza e trovare quella ottimale per la vostra vagina. Se cominciate a vedere che molti utenti si lamentano della frequenza, o se le statistiche vi mostrano che tolgono i “mi piace” alla vostra vagina, prendete in considerazione l’ipotesi di rallentare.

Rallentare? Con due o tre aggiornamenti alla settimana? Questa roba l’ha scritto un uomo, vero?

D’altra parte, se le statistiche mostrano che la popolarità della vostra vagina è in crescita, approfittatene. Viviamo in tempi accelerati, il pubblico è quanto mai volubile. Oggi magari decanta la vostra vagina come la migliore che abbia mai visto, ma sappiamo che la cosa non è destinata a durare. Quindi prendeteli all’amo. Catturate rapidamente l’attenzione dei fans, o rischiate di perderli.

Il fatto che quest’ultima cosa abbia senso non rende il resto meno preoccupante. Soprattutto l’immagine del decanter.

Siate interessanti e provocatori

Ricordatevi che volete che la vostra vagina risulti interessante al punto da essere condivisa.

Giorni pari o giorni dispari?

Non cedete alla tentazione di un aggiornamento qualunque solo perché sentite il bisogno di inserire qualcosa.

Coi gusti difficili che mi ritrovo? Non c’è pericolo. Piuttosto, viva l’autoaggiornamento.

Ogni aggiornamento noioso incrementa le possibilità che i vostri fans perdano interesse per la vostra vagina.

Veramente l’aggiornamento noioso non arriva manco a vedere il login.

Fate diventare la vostra vagina un luogo interessante dove trovarsi e interagire.

Guarda, pensavo di tatuarmici sopra “Bar dello sport”.

Dedicate del tempo ai vostri fans, sollecitate i loro commenti e commentate a vostra volta i loro. Molti fans sono piacevolmente sorpresi quando il proprietario della vagina risponde ai loro commenti.

Sì, beh, altrimenti a casa mia si chiama “ora del decesso”.

Chiedete espressamente ai fans di cliccare “mi piace” sulla vostra vagina e di condividerla

Non c’è niente di sbagliato ad agire in maniera un po’ eclatante in questo senso. Potreste avere la sensazione che sia fuori luogo, se non addirittura di cattivo gusto, ma se lo chiedete in maniera diretta otterrete più interazioni.

È che non sembra, ma sono timida. A chiedere “oh sì, ti prego, condividimi ora” potrei arrivarci se nella stessa stanza ci fosse Rocco con tutti i suoi fratelli, la nazionale di pallavolo e tre botti di whisky. “Cliccamela” credo che non lo direbbe neanche Sara Tommasi strafatta di bagna cauda.

Un po’ di marketing per la vostra vagina: come ottenere più fans

I visitatori della vostra vagina daranno un giudizio sulla sua serietà anche a seconda del numero dei fans.

Pensavo che questa cosa della serietà l’avessimo superata dopo il ’68. Il 1468.

Se ce ne sono solo trenta o quaranta, il segnale di mercato che invia dice che non è il posto più interessante dove bazzicare e che chi la gestisce non prende la vagina troppo seriamente.

Ma metti che una se la voglia gestire in allegria.

E se non la prende sul serio il proprietario della vagina, perché dovrebbero farlo i visitatori?

La sai la differenza tra un luna-park e il congresso del PD?

Inoltre, se la vostra vagina riceve solo uno o due commenti per volta (o peggio ancora, nessuno), la cosa sembrerà in qualche modo patetica. Sarà deprimente per i fan e, onestamente, anche per voi come proprietario della vagina. È difficile trovare l’entusiasmo per fare due o tre aggiornamenti alla settimana se partite con l’idea che la cosa passi sotto silenzio.

Io non vorrei dirtelo che c’è un solo modo per farla passare sotto silenzio, però.

Chiedete ai vostri amici – specialmente quelli che avete su Facebook – di diventare fan della vostra vagina. Non limitatevi a chiederlo gentilmente, spiegate che avete bisogno che lo facciano. Insistete finché non raggiungete almeno il centinaio.

Senti, ‘a coso, non ho mai dovuto insistere e non intendo cominciare ora che sto finalmente per entrare in nomination come PlayGranny del mese.

Quelli che ho descritto fin qui sono i primi passi per metter su una bella vagina affidabile e funzionante.

Oh, non è mica una station-wagon.

E per il 90% di voi probabilmente servirà allo scopo. Ma se voleste qualcosa di più elaborato? Magari  vi sarà capitato di vedere qualche vagina con un punto d’arrivo personalizzato, a differenza di quello dove tutti arrivano di default. È il caso che seguiate quella strada?

Mah, guarda, a me il solito punto d’arrivo non pareva male. E già c’è gente che ci impiega una vita così, a trovarlo, figurati se glielo sposti.

Onestamente sono scettico riguardo alle vagine troppo elaborate che spostano l’attenzione degli utenti dal classico punto d’interesse. Capisco il desiderio di avere una vagina graficamente piacevole, e alcune di queste vagine hanno un design davvero eccellente. In alcuni casi rendere le cose un po’ più elaborate può avere senso. Per esempio, la vagina di Lady Gaga (Facebook.com/LadyGaga)

Della quale preferirei non sapere niente, in tutta sincerità.

è accessoriata con musica e video.

Scusa, ma quello è Varriale?

In generale, comunque, penso che per la maggior parte delle vagine sia un errore avere un design troppo elaborato. Gran parte del successo di molte vagine è che mantengono la struttura originale, il che evita di confondere i visitatori.

Era quello che ti dicevo. L’altro giorno ci ho trovato uno che chiedeva “vado bene di qui per le trombe d’Eustachio?”. Che non era tanto quello, è che dava un po’ fastidio il gomito fuori dal finestrino.

Per quanto possa sembrare incredibile, la maggior parte degli utenti sa cosa aspettarsi quando va su una vagina.

Sottile sarcasmo, fanno sei etti e mezzo, che faccio, lascio?

Finché avrete queste cose bene a mente, comunque, e finché tenete d’occhio le statistiche che contano (fan e traffico), non c’è niente di sbagliato nell’aggiungere qualche elemento in più alla vostra vagina, o a sperimentare un po’.

Sì, però alla fine è meglio la playstation o il canestro?

[dulcis in fundo]

Poteva finire qui?

Non scherziamo.

– Ciao, come stai?

Legno, ferro, tette sinistre, a me!

Valuto persino la possibilità di mettermi le mutande pur di infilarmele al rovescio. E di tornare in ufficio a dare una tastata a Mentekatt. Sulla spalla, tanto è uguale.

– Ciao mamma.

Circa la metà degli incidenti stradali che si verificano in questo paese sono dovuti a mia madre.

Compone numeri a caso (“oh, andiamo, cosa me ne faccio di salvarli nella rubrica, vuoi che non mi ricordi il numero di mio marito e dei miei figli? E poi tanto i numeri sempre quelli sono, prima o poi li becco”) e appena lo sventurato risponditore accenna al fatto che si trova in macchina per tagliar corto, lei lancia il suo più accorato anatema:

– Vai piano, mi raccomando.

Il problema non è la velocità. Il problema è che guidare con entrambe le mani sui coglioni (perdonate il linguaggio più portuense del solito. Dopo una giornata del genere fa rima e c’è), propri o altrui, non garantisce una tenuta di strada ottimale, specie trovandosi a dover scansare mucche, tronchi di sequoia, papere, opossum, rinoceronti, tavole da surf e casse di bitter cadute dall’auto che vi precede, stormi di cicogne fuori rotta e il corpo di ballo dei cosacchi degli Urali che improvvisa un flash mob all’uscita di una curva.

E, non o.

Se prende un treno, è sicuro che qualcuno ci si butti sotto. Se vola, chiudono mezza Europa per nebbia, neve, vento forte, sciopero dei controllori di volo, nidiate di piccioni nei reattori, pestilenze e guerre civili.

Sempre e.

Gli incidenti domestici? Un semplice “stai attento” è foriero di ustioni, fratture e lavande gastriche.

Se ve lo dice dal vivo fate prima a prenotare una suite in ortopedia, ma rende bene anche a distanza. Tipo che mia nipote non siamo sicuri se sia stata davvero voluta o se mio fratello si sia dimenticato di spegnere il telefono. Per dire.

– Sto bene, mi hanno tolto i punti oggi.

– Ah, brava. Stai attenta a non prendere freddo, i colpi d’aria possono essere letali. Tienila coperta, la ferita, mi raccomando.

– Mamma, ce l’ho in faccia. Mica posso girare con un passamontagna.

– E perchè no? Meglio Diabolik di Moshe Dayan.

Il mio regno per una palla.

– Volevi dirmi qualcos’altro?

– No, solo augurarti la buonanotte.

Alè.

Ovviamente il post mi si è cancellato per sbaglio mentre lo stavo postando, due ore fa. Riscriverlo col telefono è una cosa lunga. Ma tanto ho tutta la notte.

[occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio]

Quelle giornate in cui alle undici del mattino ti sei già pentito da un pezzo di esserti alzato, all’una invochi la giustizia degli dei affinché ti mandi un’ascia bipenne, all’una e cinque preghi gli dei di stare fermi, per carità, ché con la fortuna di oggi c’è il rischio che l’ascia bipenne arrivi sì, ma a te in mezzo agli occhi.

Alle due vorresti che una spalla maschia e un braccio possente ti facessero sentire protetta da qualunque sopruso, e se pure questo comportasse l’allontanamento di tutti i vestiti dal terreno di gioco si tratterebbe di un sacrificio duro ma sopportabile.

Alle tre vorresti scavare un buco in terra e nascondertici dentro fino all’indomani.

Alle quattro ti chiedi cosa cazzo abbia quella stronza della mezzanotte da fare la preziosa.

Alle cinque lanci in aria a ripetizione un coadiutore dei processi decisionali e del calcolo delle probabilità per vedere se spararti un colpo alla nuca e porre fine a questa giornata assurda o puntare la Parabellum a caso e far fuoco di conseguenza, tanto come ti giri non sbagli.

Per otto volte di seguito esce “croce sopra”.

Fighi, ‘sti coadiutori truccati.

Alle cinque e venti stai urlando OOOOOOOooooOOOHHhhhhhmmmMMMMMMM fuori dalla finestra. Panico nel quartiere, cinque rifugi antiaerei a secco vengono tirati su a tempo di record, il signor Urpino Murenu, classe 1922, alza il pugno al cielo strillando “maleretti yènchisi”, sua moglie Molentargia carica l”88 a pabassinas del ’37.

Annata, non calibro.

Il comandante dei vigili del fuoco telefona per supplicarti di diventare la loro sirena 2013-14, mentre i suoi lo legano al palo di discesa con una manichetta pregando che rinsavisca. Tutti insieme finiscono sul paginone centrale di Playgay di dicembre e poi ospiti di uno speciale “Ulisse – il piacere della scoperta” in cui Alberto Angela li intervista vestito da san Sebastiano del Mantegna.

Nel frattempo la marea di cazzate che hai scritto è servita a evitare che il prossimo post fosse scritto dall’Ucciardone. Forse.

E mentre ti rilassi aspettando che la corrente ti faccia passare davanti il cadavere dell’Enel, accendendo ceri al santo protettore dei carrozzieri e stabilendo una volta per tutte che la domanda fondamentale non è “giusto per saperlo, sei sposato?” ma “giusto per saperlo, tua moglie s’è diplomata in voodoo alla Scuola Radio Elettra?”, ecco che arriva la soluzione.

La soluzione a una monumentale, titanica, poderosa giornata di merda sta su questo sito.

Alla voce referrer.

Voi non avete idea.

No, non ce l’avete.

Vi dico di no.

O forse sì, visto che Elena Tamacoldi in tutte le versioni, i dettagli intimi del procione, le curiosità inconsuete sulle processioni e su Fabio D’Auria le cercate voi su Google, mica io.

(approfitto di questo post per salutare i lettori del Chile di cui son venuta a conoscenza poco fa. Attraverso quanti e quali gradi di separazione siate arrivati qui è un mistero che forse un giorno verrà risolto, ma nel frattempo oste! serva a questi signori o signore il mio più caloroso benvenuto)

Una concorrente.

Mille e una insidia.

Imprevisti.

Probabilità.

Una sola, grande sfida.

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BALORDISTAN EXPRESS

La colazione dei campioni

Immagine

Col tasto rosso del tuo display aptico potrai inviare la soluzione al quesito di oggi:

cos’è finito questa mattina sul pane tostato della concorrente?

In palio un buono per un brunch balordo della domenica, valido per due persone che vi stanno particolarmente sul cazzo.

[careful with that onion, oliver]

[come quando fuori]

Piove.

Le tamerici salmastre non fanno un plissé.

La solitaria verdura si trastulla su YouCorn.

Modugno vorrebbe trovare parole nuove per definire Jovanotti, che guardando come piove s’è comprato un pentavano tra le perplessità dei Cult.

Il cagliaritano medio subodora qualcosa.

Sulle prime non capisce, poi – con un’intuizione degna di Larrivey – si affaccia alla finestra.

Guarda a destra.

Niente.

Guarda a sinistra.

Niente.

Tranne che se stesse attraversando la strada l’avrebbero già stirato.

Solleva lo sguardo.

Bullet time: fissa la madre di tutte le gocce trafiggergli omaso, abomaso e sfociargli in peritonite perché nel frattempo ha spalancato la bocca in un parossismo di terrore.

Torna a velocità normale.

Audio. Decibel, watt, cristalli infranti. Slavine.

Ok, panic.

 

I motivi per cui l’abitante di una terra circondata dall’acqua regredisce allo status di Pithecanthropus consternatus in presenza della pioggia non risultano tuttora chiariti. Forse memore della sommersione di Atlantide, di cui ricordiamo il notevole remake del 2008, il cagliaritano medio ha elaborato una strategia che, se pure non gli garantisce la sopravvivenza alla catastrofe, gli consente comunque di rendersi riconoscibile nel panorama delle specie di futura estinzione.

Alla prima goccia, il cagliaritano medio assume la caratteristica espressione da urlo di Munch, mantenendo la quale si premura di dare la notizia ai parenti, ai vicini, ai lontani e a tutti gli amici di Facebook. Di questi, tutti quelli che non commentano a tema con grande scialo di allarmismo, vocali e punti esclamativi, che non cercano il sindaco e/o non mettono manco un like cancarato, vengono depennati pure se sono le svedesi bone conosciute a San Teodoro l’estate prima. Spesso si tratta di un falso allarme, è solo la signora Putzolu del sesto piano che innaffia la peonia, ma non si sa mai.

Alla seconda goccia, tira fuori dall’armadio la divisa da lagunare della Serenissima vinta a scala quaranta a Ferragosto al marito foresto della cugina che vive a Piove di Sacco, e comincia a mandare in loop a volume altissimo le cassette dei Rondò veneziano per caricarsi.

Alla terza goccia afferra un megafono e attacca a urlare istruzioni per riempire l’arca, dando la precedenza agli animali da cortile e ai santi col priority boarding.

Di norma, il diluvio si arresta prima della quarta goccia, e il cagliaritano medio è costretto a limitarsi a dichiarazioni post-partita in cui a parole promuove l’assetto della squadra e attribuisce alla sfortuna la mancanza di occasioni, mentre dalle espressioni facciali si evince una certa carenza di bifidus activus nella sua dieta quotidiana.

Ma di tanto in tanto Giove pluvio esagera e ne rovescia una tazzina. A volte addirittura una mezza pentola. E allora sì che il cagliaritano medio dà il meglio di sé. Perché quando piove davvero, la cosa migliore che un cagliaritano medio possa fare è mettersi in macchina e uscire senza che ve ne sia alcuna necessità. Otturare le strade al primo spruzzo di pioggia, per il cagliaritano medio, è un dovere civile. In nessun altro posto come in mezzo a viale Marconi intasato può esternare tutto il proprio comprensibile, condivisibile et eziandio legittimo stupore per il fatto che a metà novembre cominci a piovere.

(non chiedetevi cosa ci faccia un cagliaritano medio in viale Marconi quando piove; chiedetevi cosa può fare viale Marconi quando piove per lui)

Una cosa però gli va riconosciuta. Il cagliaritano medio non discrimina. Il cagliaritano medio è equo. Spesso anche solidale, ma soprattutto equo. Con la q. Dedica a ciascuna goccia la stessa attenzione, senza disparità, senza preferenze, chinandosi per scrutare il cielo oltre l’orlo del parabrezza e osservando ciascuna per lo stesso numero di minuti. L’interesse che mostra  per i tamponamenti? Triplicatelo e avrete quello che riserva alle gocce. Tutte, nessuna esclusa.

E intanto piove.

(uno stillicidio

zeppo di tonfi di motorette e strilli

di bambini)

Si procede a passo d’uomo.

Recentemente operato al menisco.

Si socializza, si scopre che si conoscono di fama le reciproche madri e sovente anche i padri, le cateratte favoriscono un’intimità in cui nessun dettaglio può restare privato, nemmeno a tre macchine di distanza. I gesti riportano, a quelli più lontani, affinché non si sentano esclusi ma – anzi – possano partecipare al dibattito, il dettaglio di volumetrie e proprietà dilatatorie che poco hanno del millimetrico. Uno zoologo prende appunti da un’Agila, riservandosi di verificare.

Si esorcizza la morte per annegamento in cunetta strombazzando ritmi sincopati, le sincopi dirette a quelli che si attardano a sottolineare le differenze tra la goccia n°794 e la 795. Il legittimo sbigottimento pluviale cede il passo prima al fastidio, poi all’irritazione, infine all’oltraggio puro, queste cazzo di gocce che arrivano dal continente a rubarci il lavoro, il nostro lavoro fatto di sudore sotto le ascelle delle magliette quando pranziamo al Poetto. Il 10 di novembre. Scalzi.

Cominciano le prime allucinazioni. All’ennesimo verde perso, quello con la divisa da lagunare sale sul tetto della macchina e comincia a declamare

Come lo scoglio infrango

Come l’onda travolgo

E viene risospinto dentro da una bordata di

Cummenti is callonis chi c’as scroxiau a ghiaia, spesari’ a casinu!

La pioggia non accenna a scemare. Dalle macchine, invece, si scemeggia in abbondanza. Due appassionati di vela discutono su chi abbia la precedenza all’incrocio di via Newton:

–          Randami ‘sto cazzo!

–          No, me lo randi prima lei!

Il cagliaritano medio comincia a sentirsi l’acqua alla gola pure se a terra non supera i tre millimetri. Nelle case si rafforzano gli argini delle portefinestre coi mezzi di cui c’è più disponibilità: gli asciugamani da mare.

Sale l’angoscia, quella sì, quella acre generata dal pericolo. Perché il cagliaritano medio si preoccupa che gli entri l’acqua in casa pure se abita in cima alla torre di San Pancrazio e gli ha appena citofonato san Pietro per chiedergli se possono salire da lui, ché giù da loro c’è un po’ di umidità. Due palombari aspettano il traghetto per attraversare via Vienna.

E poi accade l’imprevedibile.

Tutto si ferma. Tutto, anche il rumore. Non si sente volare una madonna.

Un arcobaleno perfetto, vivido da sembrare solido.

Scendono dalle macchine con gli occhi sgranati, tutti improvvisamente amici, cagliaritani e quartesi, idrorepellenti e repellenti e basta.

La cosa più bella del mondo.

L’arcobaleno, non i repellenti.

È ancora lì quando entro nel girone infernale. La macchinetta dei numeri è stata sradicata dal muro. Un’orda di huruk-hai brandenti impegnative tiene sotto assedio una porta. Quattro individui di sesso imprecisato attaccano qualunque camice di passaggio con la bava alla bocca, tenuti indietro a stento da parenti che vorrebbero sotterrarsi. Hieronymus Bosch schizza alla buona in un angolo per non perder gli spunti. Un hobbit annuncia che ha olio di proprietà da vendere, per chi fosse interessato.

Il mio chirurgo ha un’urgenza, e con lui Camice amaranto. Mi tocca seguire il camice azzurro di una che si è appena vantata con la collega di non leggere mai, niente, manco le istruzioni dei cannelloni surgelati. Leggere è una perdita di tempo, dice, “se voglio vedere cinquanta sfumature di grigio mi basta guardare i peli del pistillone [testuale] di mio marito e mi passa la voglia”.

Mi zappa in faccia con la delicatezza di un pitbull in crisi d’astinenza che sente un chilo di coca venti centimetri sottoterra. Esco con le lacrime agli occhi dal dolore e una medicazione inutile che ho provato inutilmente a farmi rifare. “Gliel’ho fatta bellina, che è ragazzina, quelle brutte lasciamole ai vecchi. Di cosa si lamenta?”.

Di niente.

Fuori, l’arcobaleno è ancora lì.