[comunque il vortice non è nel water]

Aveva ragione Sergio*: le prime tre cose che fai quando approcci la guida a sinistra sono:

 

 

         pigliarti un colpo tutte le volte che parte il tergicristalli all’improvviso mentre l’idea era quella di mettere la freccia;

 

 

         renderti ridicola agli occhi del mondo ravanando nel vuoto alla tua sinistra alla ricerca di una cintura di sicurezza che non c’è;

 

 

         e sentirti una perfetta idiota tutte le volte che, cinque metri dopo esser partita, quando ti viene naturale passare dalla prima alla seconda, ti ritrovi ad afferrare saldamente e con convinzione il bracciolo del tuo sportello. Tutto il resto è relativo.

 

 

 

 

Dopo sei giorni e circa millecinquecento km, comunque, posso ritenermi soddisfatta. Passato il primo momento di smarrimento – dai maldicenti anche definito malignamente “crisi isterica”  (non è chiaro se dovuto alla scoperta che Kobayashi, da vero maschio italiano medio, si è dimenticato la patente a casa o al pensiero che, dovendo la sottoscritta guidare, a lui sarebbe toccato il ruolo di navigatore), ho preso in mano la situazione: dopo aver cercato invano di farci sodomizzare pesantemente nei primi trenta metri dalle auto che ci seguivano (potere dell’abitudine a schiacciare la frizione prima del freno, rallentando: ci vuole quell’attimo a realizzare che la frizione non esiste e si sta inchiodando) e dopo aver staccato con una spatola il muso di Kobayashi dal parabrezza, ho iniziato a procedere con la dinoccolata disinvoltura di un pilone di cemento alla supersonica velocità di 35 km/h, per la gioia delle anziane pensionate della zona, che per la prima volta nella loro carriera automobilistica assaporavano il brivido del sorpasso.

 

 

 

 

Guidare in Nuova Zelanda è un’esperienza mistica. Altro che otto volante. Se ci si trova a guidare in linea retta per più di quaranta centimetri significa che si è usciti di strada e si sta tagliando per i campi. Piuttosto buono come sistema per mantenere la concentrazione alla guida, sconsigliato subito dopo i pasti, visto che i dossi sono più che frequenti e hanno quella simpatica curvatura a 270 gradi tipica delle montagne russe. Ed è certo umanamente toccante sapere che il paese ha deciso di prendere esempio dalla Bosnia Erzegovina in quanto a larghezza di carreggiate, ma appena poco pratico. Le guide accennano brevemente al fatto che autostrade e superstrade sono effettivamente un po’ più strette di quelle a cui potremmo essere abituati, e liquidano la questione suggerendo di calcolare un tempo maggiore per percorrere le distanze. “Maggiore”, ho scoperto, in neozelandese può significare settanta minuti per quaranta chilometri. In compenso le segnalazioni sono ottime ed estremamente attendibili: le curve sono indicate in gradi e in sagoma con precisione, e se il cartello segnala il passaggio di mucche, camion o papere si può star sicuri che questo avverrà. Purtroppo la segnaletica è ancora carente in merito all’attraversamento della strada da parte degli opossum, dei quali si può – volendo – ammirare una fenomenale quantità in versioni che vanno dal tappetino alla simmenthal.

 

 

Il tempo, però può essere occupato in una serie pressoché infinita di digressioni e interrogativi senza risposta. I neozelandesi sono più inclini all’ecologia spinta o alla dissociazione mentale? Perché, con tutto lo spazio che hanno, insistono nel costruire questi cazzo di ponti a una sola corsia??

 

 

 

 

Ma tutto questo è pura speculazione oziosa. Chilometro dopo chilometro, quello che scorre è un saggio di illustrazione fantastica senza confini di spazio o di tempo: felci giganti e palme preistoriche lasciano intendere da un momento all’altro l’incontro con un brontosauro; girato l’angolo, però, ecco un perfetto paesaggio svizzero, con tanto di mucche, chalet e indegno tentativo di yodel celebrativo (nostro. Heidi, intervistata in seguito all’accaduto, ha fornito prove documentali delle proprie origini somale). Nuvole rapide [cit.] cambiano il fondale del cielo da una coltre grigia e pesante, che strizzata produce un raro diluvio, a un azzurro di smalto pullulante di batuffoli candidi. Del resto Aotearoa, il nome maori della Nuova Zelanda, questo significa: la terra della lunga nuvola bianca. Ti perdi a guardarle filar via, sdraiata sulla schiena mentre inauguri la stagione balneare nell’oceano il 6 di Marzo. L’oceano che a seconda dei posti è meno salato del mio mare lontano. E ha un bagnasciuga lungo, con la marea bassa. Lungo centinaia di metri. Spesso te lo dividi con nessun altro a parte i gabbiani, di taglia media ma non per questo meno barrosi nel rivendicare il loro territorio, almeno finchè un avvocato in fermo biologico non inizia a inseguirli con la polena al vento per spiegar loro chi è che comanda. Già, perché poi qui non è che ci siano le spiagge naturiste: semplicemente arrivi in un posto, non c’è nessuno, ti spogli e ti butti in mare. Take it ezy.

 

 

 

 

C’è qualcosa, in questa terra, qualcosa di profondamente spirituale, che non ha bisogno di chiese o di officianti, e tantomeno di ottopermille. Te ne accorgi quando ti rendi conto che sei ferma da un pezzo in piedi all’estremo nord di questa terra, dove due immensità si incontrano dall’inizio dei tempi. Un senso di vertigine troppo grande, e tu troppo piccola davanti a un orizzonte quasi totale, incontenibile in un solo sguardo, e a due giganti che rendono il tempo insignificante. Eppure anche quel microbo che sei fa parte di tanta selvaggia armonia. E non c’è preghiera che tenga, niente da comporre a parole. Non serve.

 cape reinga

 

Come non serve al cospetto di un’altra divinità, nelle cui vene scorre una clorofilla che ha visto duemila anni scorrerle nelle vene. Non un totem, ma un essere vivente. Non un simulacro, non qualcosa o qualcuno di cui si è sentito parlare, di cui si è letto per interposta persona. Non è un atto di fede credere in una essenza che vive davanti ai tuoi occhi. Non ci sarebbero equivoci storici né guerre di religione. Lo guardi e non è il dio dei maori, né il decano dei kauri: semplicemente Tane Mahuta. E quello che ti ha scosso dentro ti porta a guidare in punta di piedi mentre ti allontani da lì per passare, altrettanto in punta di piedi, a camminare sulla sabbia lungo la navata di una cattedrale di roccia, di oceano e vento, in quello che chiamano il santuario delle isole. Son lì, vive, a perdita d’occhio, a testimoniare la forza più grande che esista e a farti sentire una parte del tutto, naturalmente perfetta.

 Tane Mahuta

 

Li gusti meglio, poi, certi momenti passati a scambiar due parole con un inglese trapiantato che ha costruito una casa di pesci colorati per i suoi ospiti, con l’unico italiano incontrato in viaggio finora, dreadlocks e piercing e design di giardini per lasciare Segrate; a mischiare slang nippo-anglo-hawaiano in una villa di fine ‘800, dove la sabbia rimane fuori dalla porta ma il rotolare incessante dell’oceano ti culla per tutta la notte; a ghignare brilli fino a tardi organizzando gemellaggi tra terrazzi atlantidei ed ex ricoveri in piena Franconia, tra pergolati di vite, respiro circolare, note di sassofono che salgono fino alla croce del sud. Certi momenti a dondolare su letti che sembrano d’acqua, chè non importa se la piscina riscaldata ha chiuso un attimo prima. Certi momenti di fiordifragola che colano dai tramonti, certi momenti di arcobaleni a campata unica e fior di pipponi dalla Technicolor, e il sapore della cerimonia semplice del saluto e Sabato sera da Sharky’s e Kobayashi che fonde le corazze color caffè di mature cassiere della Bank of New Zealand e si fa inseguire da ottuagenarie volontarie di nome Edna che insistono per farci dormire ad Auckland e danno dei numeri che è meglio giocare al lotto.

 Cathedral Cove

 

 

 

Dev’essere per riequilibrare cotanta poesia che in Nuova Zelanda ci sono i supermercati.

 perfecto italiano!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*chi è Sergio? L’amico di Zippo. Chi è Zippo? Vabbè, ma allora ditelo…

 

 

 

[la leva calcistica della classe '68]

David Trueba, affagiologicamente citato da Gwynplaine, scrive:

"La giovinezza finisce il giorno in cui il tuo calciatore preferito ha meno anni di te."

Quindi io ho finalmente trovato una risposta al perchè spesso, inusitatamente spesso, mi sveglio con una voce da giudizio universale che mi urla stentorea nella testa: PIERRE LITTBARSKI!

Mi sentivo vagamente anormale, prima di saperlo.

 

[e ora rimpacchettiamo i bagagli: ci aspetta una traversata dell’isola nord in autobus. Al chiaro di luna (perchè qui anche le fasi lunari sono al contrario. Tanto per smentire le malelingue che ci vogliono in contemplazione di nient’altro che water).

Cose da ggggiovani, insomma.]

[M.M.P.M.]

La parola d’ordine è: riequilibriamo.

Il riequilibrio prevede che io e te ci si iscriva a un corso della Scuola Radio Elettra per diventare camionisti trucidi (e pelosi) con la passione per le mazze ferrate.

E che ci si chiami l’un l’altra "puzzona mia".

Perchè tutte quelle cose fantastiche che hai letto/sentito sono assolutamente vere, naturalmente.

Ma noi siamo fatte così.

Riequilibrio.

(fai anche tu la faccia convinta)

E mentre il neurone gira impazzito a 60.000 rpm tra ottomilioni di cose da fare entro ADESSO!, piovono sfarfallando delle immagini di qualcosa che ha del miracoloso. Qualcosa che è cominciato a parole, e poi si è trasformato in una genuflessione incredibilmente azzurra in un’area di servizio ed è diventato una caprese condita dalla faccia di Emidio [...portati benissimo..!, seguono ilaroincontinenze reiterate] e una passeggiata nel tempo sotto un pulviscolo acqueo, che doveva avvenire in quel preciso momento perchè me la devo portare appresso. Passando per un tabacchino in Centrale, claro.

Forse lo continuerò, ‘sto pezzo, o forse no. E’ più probabile che continui a pensare alle immagini sfarfallanti sorvolando un continente finora appena sfiorato, e che ti arrivino dei messaggi telepatici (però avvisami se sei in bagno pure in quel momento).

Per ora c’è questo: :bumbum:

Buon compleanno, Magical Mystery Puzzona Mia.

[in fondo a destra]

Data la sveglia alle cinquemmezza e il dover essere in aeroporto alle seiemmezza, dove dovrebbe trovarsi una chaltrona sana di mente a quest’ora?

Esatto!

Non certo qui a battere piano sui tasti per non svegliare il resto della tribù dormiente (Kobayashi et moi siamo ospiti dei Piers’, assai più vicini all’aeroporto).

Non ho sonno.

Non c’è niente da fare.

Distrutta sì, considerando che ho finito ora un tour de force che mi ha visto idraulico, facchino, carpentiere e chi più ne ha. E che devo ancora levare due kg di roba dalla valigia, che ‘sti fetenti chiedono 48 – diconsi quarantotto euri – per kg di esubero.

Ora, qualcuno dovrebbe spiegarmi che ci fa uno con 20 kg di roba, dovendo star fuori tre mesi. Credo che opterò per la soluzione kobayashica, ovvero mi metto addosso l’esubero e quel che ancora avanza in tasca. E che qualcuno ci provi a dirmi che son sovrappeso. Screanzati!

Nasce sotto il segno dell’alce, ‘sto viaggio: dal che si evince chiaramente che sarà cazzone ed esibizionista. :hurrà: Del resto, che altra bestia poteva ambire ad andare nell’angolo in fondo a destra del planisfero?

E questi sono i saluti che non ho fatto in tempo a fare dal vivo. E i ringraziamenti per le parole, le opere e le omissioni che ci hanno accompagnato nell’ultimo mese. Quelli che le famiglie uno se le sceglie. Quelli che viaggiano come bagaglio addosso, stretti forte, e non pesano (chissà se fanno scherzi al metal detector). Quelli che hanno capito. Quelli a cui mancheremo, e che ci mancheranno, e che ci verrà voglia di saltar loro addosso rivedendoli. Quelli.

…che cazzo tolgo dalla valigia per far fuori due kg??

[tana per il kiwi!]

Bene.

Alle 7.30 circa, ora locale, addì 3 Marzo dell’anno della Dea 2006, la sottoscritta Trota si è trovata ad aver messo piede su titti e cinque i continenti terrestri.

Appena lo realizzerò davvero mi pigierà un coccolone.

 

***

Ho cercato inutilmente di lasciare un messaggio ai posteri, stamane. Più che altro che cercare di realizzare, fra qualche tempo, che quell’ufo che si aggirava per l’aeroporto di Honk Kong (uno degli ufo: l’altro era Kobayashi) ero veramente io.

Ma non era destino: l’altezza delle prese di corrente (nane, in confronto al nostro adattatore) e le lettere con l’accento hanno complottato contro di noi.

Mi ritrovo quindi a confermare il nostro arrivo sani und salvi da una deliziosa magione neozelandese, ove mi trovo ubriaca di ottimo vino locale e di una dozzina di fusi orari (starring le ultime parole famose: ci riposiamo solo un attimo, infatti mettiamo la sveglia).

Mi separano dall’ultimo post (a parte una quantità improponibile di km), due continenti, un discreto numero di gin tronic (per celebrare la nascita del viaggio sotto il segno dell’alce), cibo a fuiatura (questa poi ve la spiega roano), varie ed eventuali.

Vi parlerò dopo dei panorami spettacolari visti strada facendo, e dell’attentato alle mutande kobayashiche.

Ora torno a fare l’ospite educata che si scola il vino insieme ai nuovi amici.

 

[sunday morning]

Da sinistra a destra: verde kiwi, azzurro intenso, rosa confetto, bianco, arancio, nero, lampone, tracce di senape su quattro zampe, porpora e chi più ne ha più ne metta. Questo è il panorama cromatico che ho davanti in questa domenica mattina di fine estate, con le palme e i banani le cui chiome ndeggiano stile Carrà fuori dalla finestra alle mie spalle.

Una casa luminosa e coloratissima, quella che ci accoglie: spaziosa, con delle porte di legno dalle maniglie alte che sembrano celare chissà quali storie fantastiche. Un piano, giardino davanti, giardino dietro, come la maggior parte delle case viste finora. Credo sia questa la prima differenza che il mio organismo obnubilato del jet lag ha colto. Qualcosa di impensabile, ora, nell’Italia che ho appena lasciato, dove la tendenza è minimo spazio, inquadrato all’eccesso, e massimo prezzo non giustificato.

Il cielo ricorda quello di Belfast, così mutevole. In cinque ore di passeggiata, ieri, non ho fatto che mettere e togliere, chiudere e riaprire il k-way: aria fresca, sole cocente, vento, calma piatta. Salite e discese in stile San Francisco, la Sky Tower come punto di riferimento su cui orientare l’intero emisfero. Ogni tipo di sfumatura di pelle, taglio di occhi e colore di capelli. Piedi scalzi in giro per la città, panini di 15 metriquadri e incomprensibili pulsioni umane: cosa ci sia di divertente nel volersi buttare a capofitto da una torre di trecento metri appesi a un elastico, o nel morire di spavento facendosi sparare in orbita su uno sgabello da una sorta di fionda gigantesca è qualcosa che sfugge al mio neurone. Mi risulta molto più accettabile lo yogurt al pesce.

L’ospitalità colorata dei nostri nuovi amici è qualcosa di straordinario: riuscire, nel giro di qualche ora, a mettere perfettamente a proprio agio due sconosciuti appena arrivati dall’altra parte del mondo (ed installatisi in casa propria in assenza di sè stessi) è qualcosa per cui meritare un monumento in giardino. Magari fatto di sformato di spinaci.

[…]

 

Kobayashi mi chiede se "vibrisse" è un termine atlantideo