[corno rosso non avrai il mio scalpo]

 

Profumo di pulito.

Non faccio in tempo a portare il secondo piede oltre la soglia che mi investe in pieno.

È una frazione di secondo, nessuno si accorge della frenata brusca né dell’impercettibile colpo di frusta che mi scuote. Tempo di arrivare al centro della stanza e, come un tentacolo, mi sviscera una narice, rimbalza sullo sfenoide, sfrizzola il velopendulo e mi inonda di freschezza mattino-sera.

Mi invitano ad accomodarmi intanto che.

Rapida scansione del divanetto: niente macchie, niente peli, niente croste, niente bave canine, niente che richieda un trattamento disinfettante a base di lanciafiamme e agente orange per potercisi tornare a sedere.

È…pulito.

La cosa m’inquieta. Deve esserci un trucco. Non può non esserci.

Resisto alla tentazione di inginocchiarmi e controllare sotto. La signorina della reception mi osserva perplessa mentre faccio per sedermi con l’aria tesa di quella che sa che il primo sfioramento di chiappa innescherà un detonatore.

Resto sospesa a un millimetro dal divano, la chiappa, una sola, contratta in un equilibrismo che manco sui cessi dell’autogrill il giorno della partenza intelligente. Miseria, c’erano ancora un sacco di cose che volevo fare. La transiberiana. Arbitrare la finale di Champions. Il secondo bagno della stagione. Finire il libro che sto leggendo. Giocare agli idranti.

Mi risollevo di scatto.

La receptionist si senta libera di pensarmi devastata dalle emorroidi, non m’interessa, ma io non finirò i miei giorni esplodendo anzitempo su un divanetto troppo pulito per essere vero.

Nel frattempo è entrato un altro ragazzo, fanno accomodare anche lui. Si siede con un movimento fluido.

Non ho il tempo di cercare un riparo, penso velocissimamente “addio e grazie per tutto il pesce” e assumo quella che dovrebbe essere l’espressione intensa di chi attende la deflagrazione in 3, 2, 1, e invece, da come mi guardano, sembra solo quella di una che soffre di evacuazione difficoltosa.

(chiedere il rimborso del corso “Stanislavskij, chi era costui?” comprato su Groupon a 9€, segna: da fare)

(proporsi a Groupon come Expression Trainer del corso “Essere Nicholas Cage” a 19€, segna alla voce: cogliere le opportunità dove non ci sono)

(piantarla di divagare e tornare al punto, che persino alla pazienza degli zebù c’è un limite, segna: urgente)

Non succede niente.

Manco una nuvoletta di fumo.

Manco lo scoppio della bolla di una big babol.

Il tipo acchiappa una rivista dal tavolino, si solleva lo scroto con la maschia spregiudicatezza di colui che sa di non dover chiedere mai, accavalla le gambe e si mette a leggere.

La receptionist risponde al telefono senza pronunciare le parole “reparto grandi ustionati”.

Nessuno si accorge della scritta “come cazzo ho fatto a sopravvivere finora?” che scorre luminosa sopra la mia testa, seguita dalla data di oggi, dall’ora esatta, dalla temperatura, dalle informazioni sul traffico e dalle farmacie di turno.

Come cazzo ho fatto a sopravvivere negli ultimi anni rassegnandomi a lavorare in un ambiente più adatto alla coltura dei batteri della salmonellosi che al lavoro retribuito è una domanda che mi avvilisce. Perché conosco la risposta, e non mi piace.

Fortuna che la receptionist si riavvicina per pregarmi di pazientare ancora qualche minuto, scusandosi per l’attesa e chiedendomi se intanto gradisco un caffè. Che mi porta un minuto dopo in una tazzina di porcellana dalla linea futurista.

Riflesso condizionato, ci butto dentro un occhio prima di bere.

Nessun pelo di cane. Nessun residuo organico. Nessun nemico dell’igiene che si mette in posa per i fotografi sfoggiando una maglietta “Non metteremo la terza stella”.

Pulito.

Sta a vedere che è possibile.

E poi, finalmente, il grande capo è pronto a ricevermi.

Per quanto abituata a mantenere un aplomb britannico in qualunque situazione

– Out, scusa, ho qui una zucca gigante trainata da topi, dice la municipale che senza pass per la ZTL non possono entrare ma non capiamo dove sia la targa, no della zucca, dei topi, la zucca figura come rimorchio, aspe’, te li passo.

– Buongiorno, sono Giulio Einaudi, volevo chiederle il permesso di usare un suo status di Facebook per la fascetta del nuovo libro di Nesbø.

– No, lascia stare, coi topi in ZTL abbiamo risolto, adesso ho il problema dei Fraceecos, il cantante ha cacciato l’acupuntore dal backstage perché non aveva anche il brevetto da paracadutista, tie’, parlaci te che sei diplomatica.

– Ciao, siamo i Lacuna Coit, ci hanno detto che con un nome così non potevamo che rivolgerci a te, ti andrebbe di curare la nostra comunicazione?

– Out, cara, senti, non ti spaventare se quando apri il bagagliaio di Amaranta per aprirla mi ci trovi dentro incaprettato, niente di che, il marito di una mia amica è rientrato prima dal lavoro e son dovuto venir via com’ero, non ti dico con cosa sto scrivendo questo sms.

non riesco a trattenere un moto di sorpresa. Il grande capo è Christopher Walken. Lui. In persona. Non pensavo parlasse un italiano così fluente. Avrà casa in Toscana o a Pantelleria pure lui.

Per cinque minuti mi glassa di complimenti scanditi dal picchiettare di un dito sul plico che ha davanti. La versione 22.0 del mio curriculum, quella che comprende solo le attività rilevanti per questo settore, epurata dal resto. Parla con voce studiata e non lesina nel mostrare come il suo dentista si sia guadagnato il 18 metri attrezzato per la pesca d’altura. Intanto che arriva al dunque, osservo il suo studio: boiserie di noce del Fantastiliardistan, moquette di cachemire superfino alta mezzo metro annodata a mano da bambini persiani con un QI non inferiore a 310, blocco per appunti in pergamena filigranata dai maestri miniatori della scuola di Würzburg con midollo di moffetta albina, un quadretto piccolo con un travestito che sorride ambiguo e una maglietta con la scritta “Louvre sucks” che si intravede sotto la veste.

Bussano.

Daniel Barenboim si affaccia per chiedere se gradisce un po’ di musica di sottofondo. Lui sfarfalla una mano a significare che ha cose più urgenti, ora, il maestro si ritira con un inchino e chiude la porta senza far rumore.

Sulla scrivania di cristallo scarpettiforme e fili di caramello avvolti in foglia d’oro zecchino, un sottomano in pelle di amministratore delegato, la foto di quattro mocciosi sorridenti in grembo ad Angelina Jolie e una collezione di corni e cornetti ricavati da pezzi unici della barriera corallina.

– …la conclusione è che lei è proprio la persona che fa per noi.

– Me ne compiaccio. Adesso però avrei bisogno di qualche dettaglio su cosa vorreste che facessi, per voi.-

– Mah, guardi, fosse per me le affiderei le chiavi dell’agenzia e mi ritirerei tranquillo a vita privata.

– Il che di solito lascia intendere che i conti non siano proprio impeccabili.

18 metri. Forse anche 24.

– Mi avevano detto del suo umorismo pungente. Ma non voglio tediarla oltre, parliamo d’affari: come saprà, la nostra responsabile della comunicazione sta affrontando un problema di salute piuttosto grave. Speriamo tutti si possa risolvere in breve tempo e nel migliore dei modi, ma nel frattempo lo spettacolo deve continuare, e vorrei fosse lei a mandarlo avanti.

Si piazza in mano il cornetto più grande e va avanti spedito senza darmi tempo di aprire bocca.

– Abbiamo in ballo dei progetti importanti, dai quali dipendono le sorti dell’agenzia nella breve e media scadenza. Parlo di prestigio e liquidità immediata. Parlo del mantenimento di posti di lavoro. Parlo di responsabilità. Parlo di avversari pronti ad approfittare della più piccola debolezza senza guardare in faccia nessuno. Lei è esterna ai giochi di potere, ha fama di essere incorruttibile e di saper gestire le criticità come pochi altri. È inattaccabile sul piano etico, e riesce, a quanto mi dicono, a creare un ambiente di lavoro creativo, motivato, dinamico e sereno. Ha tutte le competenze che servono. E, per quanto ne so, al momento non ha un’offerta migliore.

– Mi prospetti la sua e le dirò se è vero o meno.

Mi piace parlare della canna del gas come se non fosse presente.

– Sincerità per sincerità, glielo dico chiaramente: non le sto offrendo un contratto a lunga scadenza. Gli accordi con la nostra attuale responsabile della comunicazione sono tali per cui, non appena le sue condizioni di salute miglioreranno, il suo reintegro sarà immediato e definitivo. Quella che le sto offrendo è un’occasione.

Cinque euro che lo dice.

– Un’occasione di visibilità irripetibile.

– Ho appena vinto cinque euro.

E uno spoiler sul resto della conversazione, temo.

Si accorge del cambiamento di luce nel mio sguardo. Le dita che prima sfioravano con nonchalance il cornetto adesso cominciano a premere e a contrarcisi sopra. Il sopracciglio si fa grave sull’occhio azzurro. Vai, Christopher, zàccaci la scena madre.

– Non pensi che non capisca il suo scetticismo. Ma mi darà atto che la nostra agenzia ha un nome e una storia. Un nome e una storia che non intendiamo certo compromettere con proposte indecenti. Lei qui avrà a disposizione tutti gli strumenti che le necessitano per portare a termine l’incarico nella maniera più proficua e soddisfacente per tutti.

Per qualcosa tipo diciassette anni, le mie giornate sono state scandite dalla campanella di arrivo treno. Non so se ci avete mai fatto caso: siete in stazione, voi sul marciapiede giusto, io di solito sto ancora a un chilometro e corro come una disperata seminando occhiali, chiavi, monete e tette, e a un certo punto attacca a suonare una campanella. Significa che il treno è entrato nella giurisdizione di quella stazione. Suona per circa un minuto, poi smette. Tempo trenta secondi, e il treno vi si scodella davanti. Un po’ come il segnale orario Rai, la pausa di silenzio prima dell’ultimo bip.

Ci son cresciuta, con quel suono lì (“e questo spiega molte cose”, diranno i miei piccoli lettori). È un suono che mi emoziona, le ultime volte che mi è capitato di sentirlo traboccavo dalla felicità. E in ogni caso è un codice che rispetto. Avvisa che qualcosa sta per succedere. Non è cosa da tutti.

La campanella ha appena smesso di suonare.

Christopher agguanta il corno con entrambe le mani e si sporge empatico attraverso la scrivania.

– Lei è una che non ha paura del lavoro. La sua credibilità è basata in gran parte sulla stima che i suoi collaboratori hanno di lei. La percepiscono come una di loro.

Ti stai agitando, Christopher. Pensi di no, ma quel corno non può diventare più lucido di così, neanche se continui a strofinarlo a quel modo. Cràvaci la stamborrata e stupiscimi.

– Quindi converrà con me che sia opportuno mantenere questo stato di cose. Nel suo stesso interesse.

Finalmente qualcuno che se ne cura. Non lo faccio nemmeno io.

– Se la imponessimo dall’alto come una privilegiata, la sua aura ne risulterebbe pregiudicata.

Pensa un po’. Ho un’aura. Mentre valuto se indicarlo o meno sulla prossima versione del curriculum (“lavoratrice specializzata, patente B, auramunita”), lui si accorge che è il momento di conquistarmi definitivamente.

– Per questo le offriremo la massima libertà di gestione dei progetti che le affideremo. Lei avrà a disposizione un ufficio attrezzato, naturalmente negli orari di apertura dell’agenzia, e uno staff di cinque collaboratori validissimi. Potrà organizzare le attività come ritiene più opportuno per il conseguimento degli obiettivi. E le garantisco la totale autonomia nella gestione degli spazi pubblicitari. Le nostre provvigioni sono invidiabili, e abbiamo un sistema di premialità che troverà estremamente interessante.

Eccallà.

– L’invidia è un concetto che non mi appartiene. E, come le avrà riferito la sua assistente, non lavoro a provvigioni. Posto che non mi è chiaro cosa abbiano a che fare le provvigioni con la comunicazione.

La risposta non è nel vento. È nel corno. Bob Dylan non aveva capito niente. E sì che “blowin’ in the horn” avrebbe avuto un suo perché.

– Come le accennavo, tecnicamente non possiamo inquadrarla come responsabile della comunicazione perché ne abbiamo già una. E non gioverebbe al rapporto fra lei e i collaboratori inserirla come una supplente.

Non te la do la soddisfazione di agevolarti il compito, Christopher. Esponiti. So che puoi farcela.

– Tutte le persone che lavorano per noi hanno iniziato allo stesso modo. E hanno ottenuto enormi soddisfazioni. Chi ha optato per proseguire la propria carriera al di fuori ha comunque tratto vantaggio dalle opportunità e dai contatti sviluppati in questa sede.

Christopher. E su. Sei un omone grande e grosso. Non dirmi che hai paura di fare una figuraccia. Coraggio.

– Le stiamo mettendo a disposizione il nostro portafoglio clienti e la forza del nostro nome. Occasioni che non capitano tutti i giorni.

Niente. Non ce la fa.

– Sono certo che capisce la portata di quanto le stiamo offrendo.

Sono certo che anche tu capisci quello che sto pensando, Christopher. Anche senza sottotitoli.

– Perfettamente.

Mi alzo.

– Mi permetta di dubitarne. Non conosco nessun altro che offra il 25% su tutti i nuovi contratti.

Prendo la borsa.

– Il 25% di zero mi risulta sia zero. Mi tolga una curiosità: il profumo di pulito lo fate con le fialette?

– Scusi?

– Non importa. La saluto.

Mi giro solo un istante, quando son già sulla porta.

– A proposito, mi spiace per la disgrazia.

Il corno tintinna forte, cozzando contro gli altri e rovesciandone due. Si affretta a raddrizzarli come fossero creature e mi fissa con un’espressione atterrita che da sola vale molto più del 25% di zero.

– Quale disgrazia, scusi?

– Quella che le capiterà per avermi fatto sprecare la mattinata appresso alle sue fantasiose teorie sullo sfruttamento. Un talento di famiglia, ce lo tramandiamo da generazioni. Di nuovo, tante cose.

Ma tante, tante, tante.

https://www.youtube.com/watch?v=zbsAk1xUrYE

(tutti i dialoghi sono originali e riportati fedelmente. nessun gallo nero è stato sgozzato durante la stesura di questo post)

 

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[the day after]

Brevissima.

In questi giorni, il tema è tornato più che mai d’attualità.

Purtroppo.

Capitommi sott’occhio questo progetto, che può rivelarsi estremamente utile se supportato dalla partecipazione di tutte e tutti.

www.mappachepillola.org/

A parte questo, il Collettivo Villa Balorda – Comune Deborghesizzata è sempre al lavoro su azioni per la massima diffusione degli anticoncezionali e per la riduzione dei prezzi dei medesimi. Ogni nuovo spunto è estremamente gradito.

Come direbbe il mio amico Ru Catania, have FUN.

 

(finché potete, perché ora son brevissima, ma fra poco torno e vi suono pure gli arretrati)

[il gran turchino chiama]

Ho un ottimo senso dell’orientamento. 

Mi si abbandona nella giungla, nel deserto, in mezzo al mare, in un condominio di Kowloon: ne esco senza problemi. Non solo, mi metto pure a dare indicazioni ai viandanti che mi scambiano per una del posto e chiedono dove possono trovare un tabacchino o l’ufficio postale. 
Mi oriento dappertutto.

Dappertutto.

Tranne che in questo cacchio di buco nero.
(e nei paesi il cui il sindaco ha in uggia gli arbitri da quando gli venne fischiato un rigore (nettissimo) contro quando giocava nei pulcini, e da allora si vendica emettendo ordinanze che vietano il posizionamento di cartelli che indichino come tornare in un qualunque posto segnalato su Google maps. Ma questo è un altro discorso)

Sono al quarantaduesimo giro di via Maroncelli. “3 laps to go”, mi avvisa un cartello beffardo fuori dal civico 18. Non vi auguro vi esplodano i pozzi neri di tutto il quartiere solo perchè, con l’andazzo di stamattina, è praticamente certo che succederebbe adesso.

Improvvisamente la facciata di un palazzo si muove. 
Lo sapevo, maledetti, lo sapevo che non potevo essere io, il problema. Queste carogne infami, questi mentecatti dall’animo incancrenito – e no, vivere in un posto demmerda, in questo caso, non è una scusante. Bisogna essere marci dentro, l’anello di congiunzione tra Flavia Vento, Anastasia, Genoveffa e John Doe, per decidere di stabilirsi qui – questa gente arida che non ha altra gioia al mondo se non provocare incazzature al prossimo ha allestito un sistema di edilizia abusiva che permette loro di modificare a sfregio la topografia della zona. Ci passi una volta, e davanti hai una strada. Al giro successivo, al posto della traversa c’è un muro di recinzione. Al giro successivo ancora, la sede della scuola di snowboard (ve lo giuro, c’è, è in via Toti. Mi piacerebbe attardarmi a discutere dell’utilità di una scuola di snowboard in un posto dove il dislivello massimo è di 15 centimetri e l’ultima neve è caduta nell”84, ma vorrei essere a casa prima di notte).

Comunque.

Al quarantaquattresimo giro, là dove c’era l’erba ora c’è una palazzina a tre piani. Brutta come solo le palazzine di queste parti possono essere, brutta da far sembrare il realismo sovietico la culla di tutte le arti. Brutta.

Giocoforza, mi fermo.

Sollevo lo sguardo.

Stesi, al balcone del primo piano, ci sono tre calzini.

Tre.

Mi state prendendo per il culo, io lo so.

Solo il demonio sa quanti cacchio di accoppiamenti fra parenti di primo grado sono arrivati a produrre la generazione che attualmente popola questo quartiere derelitto, ma la letteratura scientifica parla senza possibilità di equivoco di figli con la coda di maiale, non con tre piedi.

Li riguardo, metti mai un’allucinazione.

Sempre tre.

Di colore diverso, ora che li osservo meglio.

Ora che li osservo meglio e scopro che avrei fatto meglio a cecarmi un occhio, pur di non sapere.

Lo so che penserete che son la solita cazzara, ma ve lo giuro sulla mia copia di “Disegni e Caviglia colpiscono ancora” autografata da essi medesimi, sono

uno verde

uno bianco

e uno rosa

Roba da farsi dichiarare guerra da Terranova all’istante.

Non li ho potuti fotografare perché

a) mi son cadute le braccia

b) lo stesso balcone è presidiato medicalmente e chirurgicamente da una tizia, bella come la carcassa di un topo frollato al sole ma in compenso con l’espressione cordiale di un cesso intasato.

L’ultima particella di spirito di out o’conservazione rimasta in sospensione nelle libagioni di ieri in onore della Maga mi suggerisce di tornare indietro. Non è vigliaccheria, continuo a ripetermi, è che chi penserà a Topa se mi succede qualcosa? Chi si ricorderà di pagare il condominio con sei mesi di ritardo? Chi scenderà a portare giù l’umido nel giorno in cui ritirano la plastica?

Ok, va bene, è vigliaccheria.

Inserisco la retromarcia con nonchalance, come se volessi solo controllare se ce l’ho.

E sono

ancora

qui

nel maledetto vicolo del cazzo che non solo si è ristretto improvvisamente, ma ha pure fatto spuntare una serie di maledetti gradini dalle soglie, aggiunto dissuasori e fioriere che prima non c’erano e, dulcis in fundo, storto tutta la baracca in modo da farla diventare una fottutissima curva cieca.

Mayday! Mayday! Mayday!, ripete la radio di bordo.

Non vi chiedo di spianare la zona a cannonate, sarebbe troppo bello.

Basta che mi portiate una birra.

O una capsula di cianuro, è lo stesso.

[occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio]

Quelle giornate in cui alle undici del mattino ti sei già pentito da un pezzo di esserti alzato, all’una invochi la giustizia degli dei affinché ti mandi un’ascia bipenne, all’una e cinque preghi gli dei di stare fermi, per carità, ché con la fortuna di oggi c’è il rischio che l’ascia bipenne arrivi sì, ma a te in mezzo agli occhi.

Alle due vorresti che una spalla maschia e un braccio possente ti facessero sentire protetta da qualunque sopruso, e se pure questo comportasse l’allontanamento di tutti i vestiti dal terreno di gioco si tratterebbe di un sacrificio duro ma sopportabile.

Alle tre vorresti scavare un buco in terra e nascondertici dentro fino all’indomani.

Alle quattro ti chiedi cosa cazzo abbia quella stronza della mezzanotte da fare la preziosa.

Alle cinque lanci in aria a ripetizione un coadiutore dei processi decisionali e del calcolo delle probabilità per vedere se spararti un colpo alla nuca e porre fine a questa giornata assurda o puntare la Parabellum a caso e far fuoco di conseguenza, tanto come ti giri non sbagli.

Per otto volte di seguito esce “croce sopra”.

Fighi, ‘sti coadiutori truccati.

Alle cinque e venti stai urlando OOOOOOOooooOOOHHhhhhhmmmMMMMMMM fuori dalla finestra. Panico nel quartiere, cinque rifugi antiaerei a secco vengono tirati su a tempo di record, il signor Urpino Murenu, classe 1922, alza il pugno al cielo strillando “maleretti yènchisi”, sua moglie Molentargia carica l”88 a pabassinas del ’37.

Annata, non calibro.

Il comandante dei vigili del fuoco telefona per supplicarti di diventare la loro sirena 2013-14, mentre i suoi lo legano al palo di discesa con una manichetta pregando che rinsavisca. Tutti insieme finiscono sul paginone centrale di Playgay di dicembre e poi ospiti di uno speciale “Ulisse – il piacere della scoperta” in cui Alberto Angela li intervista vestito da san Sebastiano del Mantegna.

Nel frattempo la marea di cazzate che hai scritto è servita a evitare che il prossimo post fosse scritto dall’Ucciardone. Forse.

E mentre ti rilassi aspettando che la corrente ti faccia passare davanti il cadavere dell’Enel, accendendo ceri al santo protettore dei carrozzieri e stabilendo una volta per tutte che la domanda fondamentale non è “giusto per saperlo, sei sposato?” ma “giusto per saperlo, tua moglie s’è diplomata in voodoo alla Scuola Radio Elettra?”, ecco che arriva la soluzione.

La soluzione a una monumentale, titanica, poderosa giornata di merda sta su questo sito.

Alla voce referrer.

Voi non avete idea.

No, non ce l’avete.

Vi dico di no.

O forse sì, visto che Elena Tamacoldi in tutte le versioni, i dettagli intimi del procione, le curiosità inconsuete sulle processioni e su Fabio D’Auria le cercate voi su Google, mica io.

(approfitto di questo post per salutare i lettori del Chile di cui son venuta a conoscenza poco fa. Attraverso quanti e quali gradi di separazione siate arrivati qui è un mistero che forse un giorno verrà risolto, ma nel frattempo oste! serva a questi signori o signore il mio più caloroso benvenuto)

[lavorare stanca]

Quello che devo fare.

Ingranaggi, momenti meccanici, uno dopo l’altro. Adduttore, ginocchio, polpaccio, caviglia. Pedale, catena, pignone.

Che non lo so se le biciclette ce l’hanno, il pignone, ma da un po’ di tempo a questa parte trovo che pignone sia una parola straordinariamente sexy.

Quindi, pignone.

Che almeno una cosa sexy, in mezzo a questo agglomerato poco urbano di ruggine e carne, è bene ci sia.

Perchè, immaginate lo spot del disincrostante per il water. E quello dello sgrassatore per la cucina. E quello dell’anticalcare per la lavatrice.

(che uno dice ma vaccamiseria, o (vocativo) pubblicitario, che idea hai dell’intelligenza del tuo target per ambientare codeste réclame in set al cui confronto i peggiori porcili di Caracas paiono il Trianon?)

Ma non era un pippone sull’immaginario collettivo deviato dalla pubblicità che volevo attaccarvi. Era solo per dire che mi sento come quel water, quel piano cottura e quella serpentina di lavatrice, tutti insieme appassionatamente.

Zozza. Appiccicosa. Incrostata.

Invitante.

Oh, insomma. Non vedo dodici ore consecutive d’ozio da più di due mesi, e ancora ce ne passerà prima che. L’ultima volta che ho dormito come la dea comanda mi pare fosse febbraio. A dirla tutta, non credo che se mi chiedessero di girare “altolà al sudore” in questo momento ammazzerei la troupe, ma la sensazione è quella. Mi si ponesse la scelta fra Dave Grohl nudo che mi sussurra “fammi tuo” e una vasca idromassaggio a tre piazze traboccante di schiuma, ora come ora non ci sarebbe storia.

E poi, come fa la paperella Dave Grohl.

Ma in assenza della premiata ditta Jacuzzi-Grohl, la cosa più vicina al paradiso è la doccia di Villa Balorda, più qualcosa di buono che riconcili le mie gastropareti con l’equilibrio universale, facendole passare dalla modalità Beirut ’76 a quella Ginevra ’05.

Vedo persino il cartello con la freccia, “Paradiso Città, 15,8 km”. 15,8 km, allo stato attuale delle cose, con le riserve energetiche talmente a zero che l’uso sconsiderato di un congiuntivo potrebbe uccidermi, equivalgono a dover raggiungere New Manhattan a piedi e senza un goccio d’acqua.

Quello che devo fare.

Adduttore, ginocchio, polp…ette.

Polpette?

Polpette. Mai piaciute, ma adesso ci passerebbero pure quelle. E, soprattutto, l’idea di trovarmi davanti Poldo e schiaffeggiarlo con cattiveria mi fa recuperare un etto di forze.

Quello che devo fare.

Adduttore, ginocchio…cosa c’era dopo il ginocchio?

Un sonno becco c’era, dopo il ginocchio.

E’ tardi, è buio, e fa caldo.

Lo so che è fine ottobre. Appunto.

E’ tardi, è buio, fa caldo e sono esausta. Valuto seriamente la possibilità di sdraiarmi su una panchina, cedere all’abbrutimento e addormentarmi. Lo faccio. Fanculo, lo faccio. Lasciatemi morire qui, Grogu si troverà un topo, per stanotte.

Da mangiare, non da trombarsi, animali.

Lo faccio. Non c’è in giro un cane, neanche uno che si chiama Samantha, lo faccio.

Non faccio un cazzo. Dal ripiano più alto dell’armadio delle mie personalità multiple sbuca una specie di cicisbea con la french che si presenta come la Marchesa di Carabas. La cicisbea, non la french. Insiste petulante che una vera signora non si mette a dormire sulle panchine, il che è un ottimo sistema per farmi spanteganare sulla prima che trovo e attaccare a russare con tanto di bolla al naso pure se non russo.

Capisce che non attacca. Allora mi fissa serissima, poi mi sussurra una cosa all’orecchio. Ristriscio in groppa a Glorià e mi riavvio verso Villa Balorda.

Che poi, sia chiaro, non è che mi stia lamentando. Di questi tempi riuscire a trovare due lavori retribuiti in maniera infima, per non dire infame, è una fortuna non da poco, significa spostare in avanti di qualche mese il momento dell’inevitabile sfratto. E non è il caso di stare a sottilizzare sul fatto che non sia possibile svolgere due lavori a tempo pieno nell’arco di una giornata, se uno si organizza è possibilissimo, e il fatto che ciascuno dei due lavori a tempo pieno sia retribuito part-time è un ottimo incentivo per un’organizzazione impeccabile. Di solito non durano più di qualche mese, è vero. Ma tanto neanche il lavoratore.

Non mi lamento affatto. No, è solo per spiegare il perché di qualche comportamento che potrebbe risultare inconsueto. E non mi riferisco tanto al buttare il filtro del tè dopo aver ficcato nella tazza la bustina di carta, quanto piuttosto all’addormentarmi nel corso di conversazioni telefoniche e svegliarmi di soprassalto perché dall’altra parte qualcuno mi fa notare che forse non stavo seguendo, visto che pare abbia risposto “c’è Pinta sulla torta” a un invito a cena con delitto. O al contribuire in maniera significativa alla ridefinizione del concetto di “poco urgente” (devo farlo gratis? non è urgente; devo farlo gratis ma sei un dio del sesso? sarà pronto in settimana, tempo di spelarmi tutte e due le gambe. no, non è irsutismo, è che ho le gambe lunghe, il tempo per spelarne due insieme non ce l’ho; devo farlo gratis ma in cambio mi porti a mangiare giapponese? due ore e sarà nella tua casella dell’elettroposta). E’ solo per scusarmi per le corrispondenze rallentate, per le assenze prolungate, per quelle che sembrerebbero istanze conclamate di menefreghismo, ma non lo sono.

Di solito.

Quello che devo fare.

Sono Roald Amundsen che striscia verso il Polo Sud, sono Armaduk, sono il Troia FC contro l’Achei Associazione Oligarchica.

Sono una cretina che fissa l’orologio appeso all’angolo della farmacia e non capisce se 23:10 è l’ora o la data.

Sono quella che domattina pubblicherà il seguente annuncio: cercasi palo professionista per rapina alla banca del tempo.

Ma che per ora cerca di non precipitare da ponte Vittorio con tutta la bici e – per il potere di Ninetto Davoli! – striscia verso casa fischiettando “Stancheça, per favore vãi via”.

[now that’s what i call a blind date]

Possiamo non essere d’accordo, certo.

Soprattutto se siamo individui con velleità artistiche, originali, alternativi, anticonformisti.

(non parlo di me. Posto che son solo una povera donna e il mio posto è in cucina, ultimamente le mie velleità artistiche sono ridotte al solfeggio in chiave di fanculofono. E a quelle anticonformiste rinuncio qui e ora, al diavolo, voglio conformarmi alle masse, dormire almeno sei ore consecutive per notte e smettere di sembrare la figlia naturale di Klin e di 176-761)

Possiamo passare ore a discutere di quanto poco ci sentiamo rappresentati da Giuliano e Gregorio, e non avremmo neanche tutti i torti, a dirla tutta, perché uno che mi scrive una bolla e me l’intitola Inter gravissimas, capisci bene, non ti dà l’idea di quello che stila un calendario equilibrato, finisce che il Cagliari te lo fa giocare fisso di mercoledì alle otto del mattino.

Possiamo dire peste e corna dei Maya e dei cinesi, sancire che Gilbert Romme fosse un peracottaro di prima classe ed emettere decreti in base ai quali l’unico calendario che riconosciamo è quello Pirelli.

Possiamo anche proclamare lo stato d’anarchia al grido di “Ci avete Rotten le uova!”, abolire tutto e assegnare a ciascun giorno una nuova identità che gliela nega allo stesso tempo, tipo che il logoro 14 febbraio diventa semplicemente 45 e l’obsoleto 16 settembre si trasforma in 259.

Ma in questo caso saremmo parlamentari di M5S e avremmo un altro tipo di problema.

Sorvolando su questo, possiamo fare qualunque cosa.

Il libero arbitrio, come no.

L’autodeterminazione, sacrosanta.

Perché genio e sregolatezza non possono essere impastoiati dallo squallore della quotidianità e dal gretto materialismo delle minuzie pratiche, dici tu. Pure se la tua sregolatezza ha poco di geniale e molto del termostato difettoso dello scaldabagno, aggiungo io. E ‘sticazzi, chiosa il cigno ungulato.

Però vorrei fosse messo a verbale che fissare un concerto per un vago “30” da qui alla fine dell’anno, senza fornire ulteriori indizi e lasciando che ciascuna entità coinvolta lo intenda a proprio piacimento come 30 settembre, ottobre, novembre o dicembre, sbaraglia gli altri concorrenti e si aggiudica il premio come “Idea Artistica di Sta Beneamata Cippa 2013”.

Prego i fotografi di avvicinarsi per le foto di rito.

[we hate you, please die]

D’accordo, sono una brutta persona.

Ma normalmente non è che sia così stronza.

Cioè, ogni tanto sì, e spesso do questa prima impressione, dovreste sentire i miei ex studenti e i tirocinanti. Che alla fine mi adorano, ma alla fine.

E’ che a volte mi strappano la stronzaggine dalle mani.

Biblioteca circoscrizionale di Melpomene, ieri sera, 19.20.

L’attività di prestito chiude alle 19.30, quindi ho giusto il tempo di fiondarmi alla sezione fumetti che sta di fronte all’ingresso, riempire il carrello e affrettarmi al bancone.

Mentre la bibliotecaria demolisce la mia piramide adducendo motivazioni secondo lei plausibili tipo “qui non è come la biblioteca di Urano che te ne danno a botte di venti, qui ne puoi portare a casa al massimo sei”, mi casca l’occhio sulla pila di libri che giace sotto il cartello “in restituzione”. Il primo della pila è “Il cacciatore di teste” di Jo Nesbø. Edizione Einaudi, la traduzione non è di Eva Kampmann, ma improvvisamente mi sento come se stessi rientrando dal lavoro alle tre di notte morta di fame e mi offrissero una pizza. Magari non la pizza più buona del mondo, ancora non lo so, ma una bella pizza calda e fragrante.

La bibliotecaria mi porge un mucchietto che si potrebbe considerare rispettabile, se non fossi così vergognosamente ingorda. Cinque tomi. Le chiedo se posso prendere Nesbø come sesto, lei acconsente garrula, e mi accomodo a sbranare il primo dei non eletti nella mezz’ora che mi separa dalla chiusura.

Tempo dieci minuti e al banco scatta il parapiglia. Anche se l’unica bottiglia rilevante è quella che tutti vorremmo dare in testa al buzzurro che ha scambiato la biblioteca per la curva nord.

– COME SAREBBE CHE NON LO SA?

– Significa, in italiano corrente, che non ne ho idea, signore.

– CIOE’, UNO FA LA FATICA DI SPULCIARE I VOSTRI SCAFFALI DEL CAZZO, METTE DA PARTE DUE LIBRI, POI SI GIRA UN ATTIMO E NON LI RITROVA?

– Le sarei grata se abbassasse la voce, “signore” (il virgolettato nel tono della bibliotecaria è palpabile), questa è una biblioteca. Dove aveva poggiato i libri che voleva richiedere?

– SOPRA QUESTI ALTRI, VEDE? ERANO DUE, UNO C’E’ ANCORA, L’ALTRO E’ SCOMPARSO. E A VOI VI PAGANO PER FARE MALE IL VOSTRO LAVORO, VERO?

– Mi perdoni, cosa c’è scritto sul cartello lì dove li aveva poggiati?

– IN RESTITUZIONE! IN RESTITUZIONE UN CAZZO, IO LI DOVEVO ANCORA PRENDERE! MA COSA LO DICO A LEI CHE LO SO IO COME C’E’ ARRIVATA A LAVORARE QUI DENTRO!

Fisso lo sguardo in quello della bibliotecaria. Faccio per aprir bocca. Poi guardo il buzzurro che continua a ipotizzare che i colloqui di lavoro lì dentro si svolgano all’insegna della fellatio benevolentiae e la chiudo. La bibliotecaria approva.

– A quarantasei anni suonati, dopo una laurea, una specializzazione e otto anni di contratti a progetto semestrali rinnovati ogni volta per il rotto della cuffia, se ci tiene a saperlo. Sono spiacente per il suo libro. Se mi avesse avvisato glielo avrei tenuto da parte.

– FANCULO AL LIBRO! MI DIA L’ALTRO CHE MI HA GIA’ FATTO PERDERE TROPPO TEMPO!

– Mi spiace, ma il servizio prestiti chiude alle 19.30. Sono le 19.45, non posso più darglielo.

– MA CHE CAZZ…MA LEI E’ FUORI DI TESTA! MA COME SI PERMETTE? MA IO LA FACCIO LICENZIARE! MA SI FIGURI SE CON LA FAME DI LAVORO CHE C’E’ DOBBIAMO PAGARE LO STIPENDIO A UNA COGLIONA DEL GENERE! SE LO METTA IN CULO, IL SUO LIBRO!

Esce trascinandosi appresso una scia di piacevolezze di rara poesia che purtroppo non cogliamo del tutto. Per pura curiosità, lo seguo con lo sguardo fino a che risale in macchina. Un suv che fa provincia.

Statistica.

Prima di mettere in moto, prende l’ultima gomma e butta il pacchetto a terra per strada.

Statistica pura.

Nessuna eccezione.

Mi avvicino al banco.

– Mi scusi, so che avrei dovuto dirlo che l’avevo preso io e renderglielo, ma è stato così maleducato che.

– Mi scusi lei. Sapevo benissimo chi l’aveva preso, gliel’avevo appena consegnato, ma è stato così maleducato che.

Ce ne andiamo a casa sentendoci un po’ stronze tutte e due, ma meno di quanto dovremmo.