[modification let me down]

Da: outsider@productiongenius.com

A: micredofigo@musicmanagerparadise.com

Ciao Micredofigo,

ti ho mandato il piano voli per la data dei Kiss the anus of a black cow. Se per voi va bene e mi mandi i nominativi completi della band chiudiamo tutto in giornata.

 

Da: micredofigo@musicmanagerparadise.com

A: outsider@productiongenius.com

Ciao Out,

se ci date voi i piatti e il rullante vanno bene.

A proposito, son cambiate alcune cose, Skifus e Agony forse si portano le loro chitarre, ma forse no, forse portano uno scroto di testuggine a fiato e un cacophonium, come sai sono molto creativi e il loro show spacca, hype garantito.

 

Da: outsider@maparlacomemagni.aho

A: micredofigo@musicmanagerdellemienobilichiappeirlandesi.bah

Ciao Micredofigo,

confermo piatti e rullante. Confermo anche un bagaglio da stiva a testa, finché quello che portano non sfora le misure e il peso ammessi da ArkOfNoAir possono portarsi quello che vogliono. Non son previsti extra seat per strumenti; la punteggiatura, invece, è compresa nel prezzo.

Ora, se mi giri cortesemente i nominativi completi dei passeggeri, procedo.

Grazie.

 

Da: micredomoltofigo@musicmanagerdellemienobilichiappeirlandesi.bah

A: outsider@figadilegno.uff

Ciao Out,

li ho mandati al tuo collega che non c’entra un cazzo cinque minuti fa.

Non te li ha passati?

 

Da: outsider@figadilegno.uff

A: micredofigo@nonhaicapitoinchecasinotistaicacciando.tz

Non lasciarti ingannare dal fatto che la sua mail sia collega@noncentrouncazzo.it.

Se mi mandi i nomi entro dieci minuti riusciamo a chiudere i voli prima che cambi la tariffa, son rimasti solo 6 posti a quella prevista dal budget e se il costo sale saremo costretti a cancellare la data.

 

Da: micredofigo@nonhocapitoinchecasinomistocacciando.no

A: outsider@valavareipiatti.go

Non voglio entrare nei vostri problemi di comunicazione interna. Ti inoltro di nuovo i nomi:

Skifus = Teo Compost

Agony = Jerry Lewis

Asshole= Frank Gaspars

Deadboy = ?

Il nome del tour manager è Jonathan Swiffer.

 

Da: outsider@liholasciatisporchiavevodafarecontuasorella.anf

A: micredofigo@ciseiocifai.boh

Ah, i sudditi di Sua Maestà Britannica hanno finalmente abbandonato quell’usanza antiquata di appioppare secondi nomi che nessuno si ricorda mai di chiedere fino a che una hostess di terra pibinca non fa notare che il nominativo del passeggero non corrisponde a quello sul documento e nega l’imbarco fottendoci la data? Me ne compiaccio.

Ah, Deadboy ha un corpse reviver pagato.

 

Da: micredofigo@maoraunpomeno.uhm

A: outsider@quantolafailunga.uff

chiedo per sicurezza,ma sono soliti volare.

 

Da: outsider@ambeallora.boh

A: micredofigo@nelbludipintodi.blu

“Sono soliti volare”, tu mi dici. Quindi lo sapranno che ArkOfNoAir non solo pretende un rene per la modifica di un nome sbagliato, ma lo espianta a mani nude al banco imbarchi senza anestesia e, ti dico, quel rene non sarà il nostro? A te quanti ne sono rimasti?

 

Da: micredofigo@noilrenenoilrenemiononpuò.eek

A: outsider@chissàtucosaglidai.gne

ah

 

Da: micredofigo@maforsecambiolavoro.now

A: outsider@strozzaticicoicazzodinomi.tiè

Fwd: Re: URGENT!

Matthew Balthazar Kompostovich

Jeremy Melchior Lewis

Frank Maurice Gaspars

Mark Question (no middle name)

Jonathan Benjamin Swiffer

 

Da: outsider@levatemeloditorno.sho

A: micredofigo@cambialavoro.now

Ecco in allegato i biglietti elettronici. La mail di riferimento per il check-in online è quella da cui scrivo.

Secondo la prassi, eventuali modifiche saranno intese a vostro carico.

A presto,

Out

 

 

Da: micredofigo@signoreèstataunasvista.noo

A: outsider@bbiunrenediriguardoperilmiochitarrista.pls

Ciao carissima, scusa se ti disturbo, mi hanno appena segnalato che il cognome del tour manager è Swift e non Swiffer. Si può modificare?

[light my fire (in your…nose)]

Ah, la gioventù. Quel periodo meraviglioso in cui la curiosità è un dovere civile, la sperimentazione un obbligo morale e il criterio è come la minima di Campobasso, non pervenuto. Qualunque nefandezza viene non solo concessa, ma incoraggiata: iscriversi al fan club dei Curiosity killed the cat? Fantastico!  Bere vino con la pepsi? Una delizia. Fare sesso con un astemio? Uhm. Ma neanche il Tavernello? Vabbè, intanto vediamo quel grosso cavatappi che hai in tasca.

Finisci per ritrovarti in situazioni che a ripensarci adesso è tutto un raccapriccio, con sguardi allibiti e coro polifonico di “noooooo!” e “ma che, davèro?” dei tuoi amici (ricordarsi di darsi ultima quando si gioca a “adesso ognuno racconta qualcosa di vergognoso che ha fatto”, sia mai che un meteorite intelligente centri la Terra prima che arrivi il proprio turno).

Con l’età matura, si sa, si diventa più selettivi. E la memoria moderna fa in fretta a rimuovere certi ricordi, <delete file>, click, fatto. Però, dicono quelli bravi, non si possono cancellare del tutto, la traccia resta. E rischia di saltar fuori quando meno te l’aspetti.

Tutto questo ignobile panegirico per dire che:

ebbene sì, da ragazzina ho letto “Uccelli di rovo”.

I lettori del tuo blog YouCanCallMeOutsider sono appena passati da 15.975 a 12.

 

Oh, insomma. Ero molto giovane, e Youporn non esisteva. Una si doveva arrangiare per informarsi, anche se l’idea dei miei di delegare a “L’enciclopedia della ragazza ammodino” l’infame compito della mia educazione  si è rivelata vincente e tutti i dubbi tipici di un’adolescenza irrequieta (“ma si dice vàgina o vagìna?”) hanno trovato risposta.

A parte quel piccolo momento di confusione sul fatto che l’essere eunuco fosse una condizione essenziale per ambire a una carriera diplomatica di spicco, certo.

(la mia preferita era la sezione “Galateo e buone maniere”. Mi è stata utilissima, a posteriori. Posso darmi a pratiche turpi con ministri, segretari di stato, eccellenze, signori si nasce, presidi, presidenti e teste coronate varie senza che nessuno si lamenti del cerimoniale)

In ogni caso, la cosa che mi è rimasta più impressa di tutto il libro è la morte di Chissàchi nell’incendio. Una descrizione terribile, in cui veniva spiegato come il fuoco divori i corpi dell’esterno all’interno, così che gli organi vitali sono gli ultimi a perdere la sensibilità, e una persona – ma anche un animale – resta consapevole fino alla fine della cosa atroce che gli sta succedendo.

Ed era a questo che pensavo nelle ultime trentasei ore. Ho smesso non troppo tempo fa di aver paura del fuoco. Elemento affascinante, certo, ipnotico, sensuale, nelle circostanze adatte. Stare vicino al fuoco con qualcuno che sa maneggiarlo è un segno di grande fiducia, per me, significa che sento di potermi mettere nelle sue mani, in senso più e meno figurato. Da parte mia, è solo da qualche anno che utilizzo fiammiferi e accendini a rotella con nonchalance: prima, solo quelli a pulsante e accendigas. Addirittura un sistema ingegnosissimo di pinze e fiammiferi per le situazioni estreme. Qualche secolo fa mica ti deferivano alla procura sportiva, per eresia.

In caso d’incendio non rompo il vetro: rompo tanto i coglioni. Li rompo prima, quando sono incommensurabilmente pedante ogni volta che colgo qualcuno in procinto di buttar via una cicca accesa, specie se da una macchina in corsa, e li rompo dopo, quando m’incazzo a vedere la notizia liquidata in poche righe, dopo il Milan, dopo il papa che starnutisce, dopo i coleotteri che ballano il tango, dopo la ricetta della panzanella al nero di seppia e fiori di campo. Nessun approfondimento, nessuna presa di posizione ferma (ad eccezione di quella di Michele Piras), nessuna spiegazione di cosa significhi in termini pratici quel dato arido relativo a un numero spaventoso di ettari bruciati. Neanche una promessa ipocrita di educazione (perdonate la parolaccia) antincendio, di potenziamento dei sistemi di vigilanza e di pronto intervento. Tanto ci sono i volontari, pazienza se poi i volontari hanno – appunto – tanta buona volontà e nessuna formazione e rischiano di morire soffocati dal fumo. Perché l’incendio visto in tv non rende. Non lo senti il fumo che ti toglie il fiato, ti stordisce e ti rende incapace di pensare, non ti senti liquefare come cera, non senti la puzza dei tuoi peli incendiati, non senti l’acrilico e il poliestere dei vestiti che si fondono con la tua carne, non vedi le tue cose più care scomparire irrimediabilmente, perché è questo che fa il fuoco, non rende nulla in cui riconoscere le cose che amavi, solo pugni di cenere.

È il solito sistema di gestione delle emergenze in questo paese. Prima si creano le condizioni per il disastro, e poi si mandano due righe di comunicato stampa, dieci secondi e avanti con la prossima arma di distrazione di massa, quelli che hanno da ridire si stancheranno, e poi tanto non contano un cazzo.

E ora scusate ma ho l’F35 parcheggiato in doppia fila.

[election day]

Dritta al punto, che c’è gente che deve avere il tempo di leggere prima di partire in ferie (maledetti): i Macchianera Italian Awards 2013.

 

Avete presente quella pagina Facebook a dir poco geniale che da quando è stata scoperta rallegra, ma che dico rallegra? Esilara! le mie e vostre cupe e tediose giornate?
Quella che uno si chiede “ma come facevo prima?”.
Quella che se non ci fosse bisognerebbe inventarla, e hai detto niente.
Quella che di fronte a certi affreschi di poesia che manco il miglior tramonto dal Pincio persino i Grammar Nazi scoprono di avere un cuore, con la q, e quando tornano a casa fanno una carezza ai loro pronomi personali e uhm, no, niente, lasciate stare, comincia a sembrare una faccenda un filo onanistica di dalliana memoria.
Quella che per alcuni di noi è come ritrovarsi a fare i cretini come ai bei tempi di TN, e direi che come regalo del decennale non potevamo riceverne di migliore.

[edit] Quella che mi ha fatto fare una figura mistica col collega che mi stava salvando della roba sul disco esterno, e per essere sicuro di salvare nel posto giusto l’ha aperto e ha chiesto strillando davanti ad altre cinque persone: “E’ questo qui il tuo, eh Out, questo dove c’è “colecisti”?”, ed era troppo complicato mettersi a spiegare, e quindi ora ho sei colleghi convinti che nel mio tempo libero mi interessi di calcoli alla cistifellea.

 
Ecco. Avete capito quale. Quella che sarebbe bello ringraziare di tutti i sorrisi (e i sogghigni, e le risate a squarciapanza, e le crisi respiratorie e l’ilarolacrimazione indotta) regalandone – per una volta – uno noi a lui, al signor Da Soli.
Magari vien fuori che siamo un branco di pigri da record, sìsì, poi lo faccio e oh, cazzo, ma scadeva ieri? Magari vien fuori che i sedicenti irriducibili non sono più di venticinque, compresi gli esseri di luce, la civetta impagliata e Mario. O magari davvero, la gratitudine è qualcosa che più ce n’è meglio è.

 
Qui trovate il link alla scheda di votazione. C’è tempo fino al 15 agosto, quindi fatelo subito, che tanto poi vi dimenticate, non vi conoscessi. E potremmo provare – fatta salva la libertà di votarlo anche come Miss Internet e Miglior sito fashion – a concentrare almeno una delle quattro opzioni disponibili sulla categoria “Miglior pagina Facebook”.
E vedere di nascosto l’effetto che fa.

 
Nota bene (per evitare che i vostri voti siano annullati):
• Le schede che riporteranno più di 4 voti allo stesso blog in diverse categorie saranno scartate e tutti i voti in esse indicati NON verranno presi in considerazione.
• Nel caso in cui per una particolare categoria non vi venisse in mente nessun sito, potete saltarla. Tenete conto però che (per evitare brogli e magheggi vari) verranno tenute in considerazione esclusivamente le schede-voto che avranno almeno 8 categorie compilate.

[beast is beast]

Ci siamo sbagliati tutti. Tutti.

Giovanni l’evangelista, Steve Harris, Robert Heinlein. Persino Piero Pelù non aveva capito una mazza, il che è tutto dire.

Il numero della bestia non è – ripeto: NON E’ – 666.

E’ quattordici.

E ne ho le prove, signore e signori.

Provate a piazzare un gruppo di quattordici cubani sullo stesso volo Alitalia e le avrete anche voi.

(attenzione: ciò che leggerete di seguito è stato realizzato da stuntmen professionisti. Non cercate di ripeterlo da soli in casa)

Vanno bene anche indiani, finlandesi e polacchi. Coi brasiliani in teoria l’esperimento reggerebbe. In teoria. Perché tanto lo sappiamo in cosa si trasforma un nome tipo Ricardo Izecson dos Santos Leite. Così son capaci tutti, grazie al.

Da soli è impossibile, si diceva: così come sugli aviogetti di certe compagnie manca la fila 13, l’ASS – l’avanzatissimo Apotropaic  Scaramantic System  di Alitalia – reputa di cattivo augurio inserire quattordici passeggeri sullo stesso biglietto. Per sicurezza, anche tredici, dodici, undici, dieci, nove o otto, sia mai.

 

“Ma io ho la squadra del Gemiti Pirri, ho l’ottetto d’orchi di Šostakovič, ho Danny Ocean e una decina di amici suoi  da portare in trasferta!”.

 

“Te li carichi in fila per sei col resto di due, honey”.

 

“Certo, di modo che i vostri loschi sistemi facciano in modo che la tariffa cambi tra un biglietto parziale e l’altro. Per cortesia”

 

“Credi che sia aria quella che respiri ora?”

 

 

Per pura rappresaglia donchisciottesca faccio un tentativo. Misteriosamente, il sito di Alitalia si blocca appena ho inserito – al tempo record di 36’28” – i primi sette nominativi. Strano, non lo fa mai.

 

Mi rassegno quindi all’inevitabile procedura via call center. Complici i bonus accumulati dopo aver sgominato l’operatrice stronza delle 11.27 e l’operatore pazzo delle 15.05, alle 17.38 vinco un giro con l’Operatrice Gentile.

 

OG (standard): – Buon pomeriggio, sono Clelia, operatore 491, come posso aiutarla?

 

O (scettica): – Buon pomeriggio a lei. E’ pratica di magia nera?

 

OG (buzzobuonica): – Non è la mia qualità migliore, ma me la cavo. Quanti, quando e per dove?

 

O (nichilista): – Quattordici. Primo agosto. Da Caput Mundi ad Atlantid City e poi, il giorno dopo, da Atlantid City a Dashurbiriville.

 

OG (coraggiosa): Primo agosto-due agosto? Ammazza, ve ne stancate presto, su Atlantide.

O (speranzobarlumica): L’ultima volta ce ne siamo stancati talmente presto che li abbiamo lasciati direttamente all’aeroporto di Caput Mundi senza manco farli arrivare qui, s’immagini.

 

OG (combattiva): Vada col primo nome.

 

O (i[n]spirata):  Salvador Rafael Nadal Garzòn Bargallò.

 

OG (amichevolmente constatante): Quattordici. E neanche un italiano.

 

O (condogliante): No.

 

OG (accomodante): Sarà una lunga notte. Vada col secondo nome.

 

O (e/spirante): Luìs Miguel Felipe Yoel Nilso Lòpez Gutierrez de la Cuesta del Sol de las Siete Fuentes y de la Puta Madre.

 

OG (pratica): Sul biglietto apparirà in forma abbreviata, ma noi ovviamente lo dobbiamo inserire per intero. Mi fa lo spelling, per favore?

 

O (praticissima): Livorno Udine Imola Savona, Milano Imola Genova Udine Empoli Livorno, Firenze Empoli Livorno Imola Palermo Empoli, York Otranto Empoli Livorno, Napoli Imola Livorno Savona Otr…

 

OG (aboccapertica): Ma… ma lei è una spellologa professionista!

 

O (immodesta): Anche un filo compulsiva.

 

OG (tecnica): Ho notato, fila come una mitragliatrice, non le sto appresso. Le dispiace ricominciare e andare un po’ più lentamente?

 

O (entusiasta): Affatto. Livorno Udine Imola Savonarola, Mamarùa Imola Genova Udine Empoli Limortacci, Fanculo Empoli Livorno Imola Padrenostro Empoli, Youaremysunshinemyonlysunshine Otranto Empoli Livorno, Narcos Imola Livorno Occhioperocchio, Latisana Ommioddio Paragnosta Enterprise Zoccola…

 

Quattro ore dopo:

                                                                                             

… A-E-I-O-U-Ypsilon, Domodossola Empoli, Livorno Abbiamoquasifinito, Pinocchio Ululì Tavernello Accanisciunèfesso, Maremmamaiala Aldebaran Domodossola Romolo Esausta.

 

OG (esistante): Mi perdoni. Ho un dubbio.

 

O (misterwolfica): Adesso non ce l’ha più. Vero?

 

OG (titubante): Il signor Faustino Adalberto Felìz Depilado Rodriguez. Siamo sicuri che sia Depilado?

 

O (perduta): Se fosse Depilado non sarebbe Felìz, lei cosa dice?

 

OG (smarrita): Quindi diventa Depilado Infelìz?

 

O (seriamente incompresa): Oppure Felìz Repilado, come da anagrafe, con la erre di…uhm…

 

OG (allargantica): …di Rottinc…

 

O (concorde): …di Rottenmei…

OG (professional): Di Rotterdam. E non se ne parli più. Ora aspetti che prima di passare altre sei ore a combattere contro il BOPCCRS – Bank Of Papero polis Credit Card Rigetting System – mi segno il giorno e l’ora in cui parte ‘sta carovana, così faccio mettere di turno una mia collega stronza. Che si diverta a controllarli tutti, i nomi.

 

O (conclusiva): Faccia, io intanto ordino due pizze e un paio di birre. Sarà una lunga notte. Cianuro e rucola le va bene?

 

[fatti non fummo a viver come bruti]

Che la parola femminicidio non mi piaccia l’ho già detto e ripetuto.

Mi direte: deficiente. Intanto che tu fai la sofista sulla terminologia, lì fuori ne seccano una al giorno.

Capisco la reazione. Ma non è per scarsa sensibilità o mancanza di rispetto verso quelle poverette che hanno avuto la sfortuna immensa d’incappare in un criminale che lo ribadisco. Anzi.

È che trovo che alcune precisazioni siano doverose, perché la piega isterica che sta prendendo la situazione non porta e non porterà da nessuna parte. Stiamo ricascando nella solita trappola dell’emergenza: un sacco di chiasso, poca lucidità, scarso coordinamento, zero-virgola risultati.

Innanzitutto non si tratta di un’emergenza.

Ferme.

E fermi anche voi, pochi o tanti che siate.

Emergenza, s.f.

1 – cosa che emerge, che sporge; sporgenza, protuberanza

2 – fig. circostanza grave e imprevista (eccetera)

La violenza sulle donne è un fenomeno emerso negli ultimi tempi? Ni.

È un fenomeno imprevisto? No.

Un solo omicidio è già troppo, su questo siamo d’accordo. Ma non è vero che gli assassinii di donne in Italia, con particolare riferimento a quelli commessi nell’ambito di una relazione preesistente tra la vittima e l’omicida, siano in crescita. Il fenomeno – perdonate la terminologia statistica – è stabile, dati Istat alla mano.

Mi direte: cazzate, lo vedi anche tu che non passa giorno senza che si senta di una donna ammazzata o aggredita da un marito, convivente, amante, fidanzato in carica, deposto o respinto.

Infatti. È aumentata la visibilità, non i reati. Per certi aspetti, l’attenzione che i media dedicano ora alla violenza sulle donne è encomiabile: come per il lavoro nero, solo facendolo emergere è possibile contrastarlo. Certo, sarebbe anche doveroso fare in modo che a chi commette atti violenti (così come a chi sfrutta la necessità altrui) passi la voglia di riprovarci; e altrettanto doveroso sarebbe dedicare lo stesso impegno al supporto psicologico alle vittime che la violenza decidono di denunciarla, perché poche cose più di una denuncia per fatti simili espongono lo spirito già incrinato di una donna a una prova che definire spietata è un pallido eufemismo. Per non parlare del coraggio che serve, proprio quando più si avrebbe bisogno di sentirsi protette e al riparo.

Dall’altra parte, è così che si inventa un’emergenza laddove non c’è: a forza di martellare in maniera autistica, meglio se con risvolti morbosi, utilizzando sempre le stesse formule, la stessa terminologia elementare, talmente semplificata e inquadrata da renderla perfetta per trasmettere un messaggio efficace, e pazienza se non è corretto, il dio dell’audience pretende sacrifici. È il sistema di non-comunicazione che ha dato ottimi risultati negli ultimi vent’anni e spiccioli, perché cambiarlo proprio ora che il 90% della popolazione parla finalmente come una massa di zombie lobotomizzati e bisogna richiedere il porto d’armi per usare un sinonimo?

Mi direte: brava, fai la splendida tu, vagliela a fare ai parenti delle vittime l’analisi del periodo. Intanto quelle bestie continuano ad ammazzare. Dovrebbero morire loro, dal primo all’ultimo.

L’altro effetto spaventoso è l’eco sanguinaria che l’onda emotiva si trascina appresso. Non so a voi, ma a me basta e avanza sapere di appartenere alla stessa specie animale di un omicida per farmene vergognare, non ho bisogno di diventare come lui (o lei). Nella maggior parte dei casi, il moto di reazione violento è un riflesso condizionato, immediato e di breve durata; in altri, innesca e (auto)alimenta una deriva disumana indegna. Non sono buonista, e non appartengo alla schiera di coloro che – più o meno consapevolmente – cercano una giustificazione (schermandola spesso con la più nobile ricerca di una motivazione) per gesti che giustificazione non hanno. Sono vendicativa, e col cazzo che porgo l’altra guancia: ma sono convinta che nessun essere umano meriti di morire.

Sono anche convinta che chi subisce un torto meriti giustizia, e che ogni reato debba essere punito in un modo che non risulti avvilente per la vittima né pericoloso per altre vittime potenziali. E che per alcuni crimini non ci sia altra pena possibile che l’ergastolo, cosa che fa di me una troglodita, ne abbiamo già parlato.

Potremmo stare ore a discutere su ciò che succede quando ci si trova davanti a un’emergenza, vera o presunta che sia, e a squadernarci davanti di tutto, dal Patriot Act al terremoto in Abruzzo.

Oppure potremmo tornare al punto.

Ogni volta che si parla di femminicidio, quella parola orrenda che non fa che titillare l’ego dei delinquenti convinti che le femmine siano oggetti su cui si può rivendicare un diritto di proprietà, ecco, ogni volta che se ne parla è già implicito il fatto che siamo arrivati tardi. A che serve l’indignazione di fronte a un funerale? Sto per dire una cosa impopolare: a poco. Ci son paesi dove il motore a indignazione fa scalare montagne. Da noi non fornisce manco il tanto di energia necessaria per scendere a pisciare il cane.

Qualche sera fa la mia amica Luisa Gervasi ha segnalato questo articolo.

In realtà ha segnalato la replica, ma in questo momento mi interessa più confrontarmi con voi sullo spunto iniziale. A parte l’essere rimasta colpita dall’idea fantascientifica dell’autrice sul rapporto di confidenza che secondo lei lega madri e figlie da Roma in su, e dallo strano concetto di territorialità della violenza (anche qui, se volete, possiamo perdere delle ore a esaminare la casistica e riempire un planisfero di bandierine rosse. Oppure), il punto di partenza è proprio la violenza domestica, familiare, di consuetudine. Quella sulla quale sembra si possa sorvolare perché ancora non c’è scappata la morta. Quella che pare brutto immischiarsi. Quella che a volte non è nemmeno tecnicamente fisica, è “solo” una cappa di piombo che opprime, che sembra richiedere troppa forza per essere infranta, e intanto che la subiamo sfracella malamente le nostre vite, le nostre certezze, le nostre speranze, fino a lasciarci incapaci anche solo di pensare di reagire. A volte è “soltanto” una palese ingiustizia basata sulla decisione arbitraria di terzi. È quella da cui sembra che non si possa sfuggire, se non allontanandosene per non tornare mai più. Resistere in un ambiente difficile, quale che sia, resistere e reagire per educare, richiede un’energia sovrumana, e un sacco di solidarietà. Richiede l’impegno di tutti. È come stare al largo, circondati dagli squali, su una barca con una falla. La costa è lontana, ma non irraggiungibile. Ma se si resta in pochi a remare e ad aggottare, si muore sbranati, tutti quanti: uomini, donne, calabresi e non. Non è vero che tutte son cresciute sentendosi dire “fai silenzio che sei donna e non son cose per te”. È vero che alcune di quelle che se lo son sentito dire hanno risposto che non era così. Hanno combattuto, e hanno vinto, e sono più quelle che hanno combattuto e vinto di quelle che hanno combattuto e perso. Ma ogni volta che una perde, o peggio, che non ci prova neanche, perdiamo tutti, perché le conseguenze non sono territoriali. Ogni padre (padre, sì. Non mi venite a dire che superata una certa età non si cambia, ho le prove del contrario), figlio, fratello, marito, compagno, collega o amico, se non è educato al rispetto degli altri, finiremo per sorbircelo tutti. Ogni madre, sorella, collega o amica che china la testa, o fa finta di non vedere, che pensa che non siano cose che la riguardano o che non possa fare niente, non fa che contribuire ad appesantire la condanna altrui e la propria. E io francamente non ho più voglia di sopportare – per dire – di dividere il bagno in ufficio con un uomo di cinquant’anni, laureato, che si pregia di tenere visivamente tutti aggiornati sul funzionamento del suo apparato digerente perché né la madre né la moglie hanno avuto la fermezza di infilargli lo scopino del cesso nel naso alla terza volta che lui lasciava tutto da pulire perché non è cosa da uomini e tanto ci pensano loro a pulire la mia merda.

La diffusa scarsa considerazione delle donne è composta da una miriade di tasselli, nessuno dei quali è meno importante degli altri. Li ritroviamo nei contesti più disparati: l’ultimo l’ho notato guardando la premiazione della finale di Coppa Italia, dove quattro signorine eleganti svolgevano la cruciale funzione di reggimedaglie un passo dietro gli uomini (rigorosamente, esclusivamente uomini) che premiavano gli atleti, manco fossero dei comodini di design. “Un tocco di bellezza può solo far bene”, mi ha risposto qualche amico quando gli ho chiesto come la vedeva. “Vedere cosa?”, ha aggiunto qualche altro. “Non essere acida”, hanno concluso quasi tutti. Per dire che la cosa è talmente diffusa e nidificata da scivolare – liscia come olio di ricino, direbbe il poeta – senza che nessuno o quasi ci faccia caso. E se l’obiezione viene sollevata, puntualmente viene protetta dalla patina del “si è sempre fatto così”. Infatti le ruote quadrate son comodissime.

Allo stesso modo sono stufa di sentire persone intelligenti, perlopiù donne, pretendere indiscriminatamente la testa di chiunque azzardi una battuta a sfondo sessuale. Vorrei poter vivere in un mondo dove sia possibile ridere liberamente, a crepapelle, di qualunque argomento, quando una cosa fa ridere, e dove la legittima sensibilità personale, il sacrosanto diritto ad avere un senso dell’umorismo diverso non vadano a rivestirsi di metasignificati, sottotesti e integralismi vari. Rilassatevi. Rilanciate. Gli uomini non sono il nemico, ragazze, è solo un animale quasi uguale a noi a cui hanno fatto credere di essere il principesso col pisello. Ci siamo cascate anche noi con quel cicisbeo vestito d’azzurro, dovremmo capirli. E aiutarli a venirne fuori.

Non ne posso più di vedere fiumi d’inchiostro sprecati per una pubblicità in cui si cerca di vendere un panno per la polvere facendo dell’umorismo noir in due versioni, lui-fa-fuori-lei e lei-fa-fuori-lui, solo che la seconda è una normale pubblicità di cui si discute come tale, bella/brutta/funziona/nonfunziona, la prima è un’istigazione al femminicidio. Scusate, ma perché un omicidio (parola che nella maschilistissima lingua della nostra repubblica – quella la cui costituzione, all’art.3, recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” – indica la soppressione di una vita umana ad opera di un altro essere umano) dovrebbe essere considerato diversamente a seconda di chi lo commette e chi lo subisce?

Torno al punto.

Tasselli piccoli e grandi. Alla fine si perdono di vista quelli giganti. Tipo la disparità di trattamento, un vero insulto su cui non si muove foglia. Tipo la celebrazione dell’incapacità. Tipo la semplificazione massima, gli stereotipi (ma non esistono gli uomini stitici, miseria ladra?) che finiscono per rendere inclassificabile – e quindi inutilizzabile – chiunque non possa esservi ricondotto. Tipo l’insulto all’intelligenza altrui e il politicamente corretto ipocrita. Tipo le macroscopiche mancanze di coerenza pubblica, perché strapparsi le vesti per il femminicidio in piazza il martedì e poi inneggiare a Berlusconi nella stessa piazza il mercoledì mi fa pensare, onorevoli colleghe, che non abbiate ben chiaro il processo.

Tipo la certezza della pena. Che non significa negare a chi sbaglia una seconda possibilità, ma in certi casi può e deve significare negare la possibilità che qualcuno sbagli la seconda volta (posto che, a costo di ripetermi, faccio fatica a vedere gli atti violenti come un incidente, e mi perdonerete se salta fuori ancora la deformazione professionale da arbitro, ma non si può offrire a un criminale una seconda possibilità facendosi beffe di chi quel crimine l’ha subito, né di tutti gli altri cittadini che non l’hanno commesso). Insistere sull’inasprimento ha senso in alcuni casi, a mio modesto e discutibilissimo parere, perché il massimo della pena per stupro, per esempio, ora come ora è poco più che ridicolo. Ha meno senso insistere sulle aggravanti: difficilmente un naziskin troverà un deterrente nell’aggravante antisionista, se intende aggredire una persona solo perché ebrea. Con ogni probabilità, anzi, ne sarà esaltato, l’impresa risulterebbe epica. Nel caso di una specificazione ulteriore degli atti di violenza, temo che la situazione sarebbe la stessa. Invece, sempre per evitare che il famoso articolo 3 non sia solo una bella filastrocca, dovrebbe essere il crimine in sé ad essere punito: violenti una donna, un uomo, un transessuale, un bambino, un cane? Sempre l’ergastolo ti becchi. Forse ci pensi due volte. Forse non lo fai. E’ questo che dovrebbe essere il senso del principio di uguaglianza.

E’ un discorso lungo. Complicato. Gravissimo.

Ma una cosa è certa, va affrontato alla radice, insieme, pensando e facendo pensare, agendo e facendo agire, possibilmente in maniera intelligente e senza – per difficile che sia – lasciarsi trascinare dal sangue che monta alla testa .

Cercare di tappare un’emergenza, vera o presunta, “a mamma morta” è come pretendere di mascherare la forfora indossando solo giacche bianche. 

[una vacanza di ordinaria follia]

Come alcuni di voi sanno, in questi giorni Villa Balorda ospita Christine.

Come alcuni di voi sanno, Christine non guida. Ma non che non guida Amaranta tirando in ballo scuse assurde e timori privi di fondamento sulla salvaguardia della propria incolumità (le ho persino spiegato che quella pletora di spie rosse che si accende a ogni curva è perché Amaranta, sotto sotto, è una vecchia compagna con un debole per la stroboscopia. La cosa le è parsa plausibile fino a che non abbiamo perso uno specchietto e si è rotto – di nuovo – lo spago per aprirla e ho dovuto lavorar di apriscatole per entrarci. In entrambi i casi, Amaranta, non Christine), non guida niente, non guida automobili, trattori né torpedoni. Non ha la patente.

Mi direte, irrilevante, guarda chi circola pure se c’ha ‘sto pezzo di carta.

Grazie per aver solo pensato “tipo te” senza dirlo, son cose che commuovono.

Comunque.

Sarò fredda e cronaca:

data la temperatura del mare più simile a quella di un margarita con ghiaccio, nel ruolo del ghiaccio, l’incauta Christine decide di darsi al turismo culturale. Mi accingo fiduciosa a cercarle gli orari degli autobus per Barumini dal telefono, ma sul più bello mi si esaurisce il bonus navigazione. A quel punto non resta che dividersi i compiti: io tiro giù madonne come fossero calzini ormai asciutti dalla fune per stendere, lei s’incammina verso il più vicino ufficio informazioni turistiche. Distanza: 800 metri.

Troppo bello.

Infatti.

Il più vicino ufficio informazioni turistiche è sito in una bella casetta con un grande prato verde dove nascono speranze, tipo quella di ricavare risposte alle classiche domande che fa la gente in vacanza. Fuori, le bandiere dell’orgoglio patrio, territoriale e circoscrizionale garriscono fieramente al libeccio. Una collocazione perfetta. Perché rovinarla con qualche insediamento umano di dubbia cordialità? Il comune di Plutone, già provato dalle recenti, ben note vicende stadiologiche, preferisce non correre rischi inutili. Inoltre è vero che sul calendario figura in rosso il mese di giugno, ma noi qui siamo per l’empirismo spinto, e l’empirismo allunga un braccio fuori dalla finestra e dice: fine marzo. Poi si becca una randellata in faccia dallo spirito di servizio e subito corregge: metà novembre. Che per caso i crisantemi c’hanno bisogno di informazioni turistiche? No. Quindi teniamo chiuso. Christine torna a casa perplessa.

L’impulso di citofonare al sindaco due piani più sotto è forte, ma il sacro fuoco dell’informazione turistica preme. Metto un segno sul calendario per evitare di tirar giù due volte lo stesso santo, la scorto in centro con fare sbertidore e colgo un vago moto d’insofferenza quando mi vede entrare con piglio deciso in un Mac Donald’s. Avendo tra i miei poteri mutanti quello che consente di comprendere tutte le lingue del mondo, decodifico il suo sopracciglio aggrottato in un articolato “Italiani, solo a mangiare pensano. E son pure imbecilli, potrebbero ingozzarsi di pizza prosciutto e ananas dalla mattina alla sera, e invece no, l’hamburger con la cipolla fritta. Ci credo che il loro paese va in malora”. L’insofferenza si trasforma prima in stupore e poi in inquietudine quando mi segue controvoglia e realizza che la biglietteria della principale stazione degli autobus della regione si trova in un angolo della nota catena.

Outsider (semicordiale): “Buonasera, avremmo bisogno di sap—“.

Omino della biglietteria (cippofunerarioide): “No”.

O (perplessa, ma sicura del suo): “Le assicuro, avremmo proprio bisogno di sap—“.

OdB (vivace come la lumaca di Pinocchio): “No, qui no”.

Gli guardo la mano: non porta la fede. Escludo quindi che il suo diniego geolocalizzato riguardi pratiche che potrebbero essere male interpretate dalla sua signora qualora un conoscente ci scorgesse in esse affaccendati e si affrettasse a rifernirne.

O (sempre molto timorata sul concetto di “extraconiugale”): “E allora dove?”

OdB (privo del lumino e dei fiori, il resto c’è tutto): “Nella sala affianco”.

Per rispetto all’estinto ci dirigiamo nella Sala Affianco senza ulteriori insistenze, superando file alle casse, barricate di sedie, pavimenti cautelati e uno stregone mascherato da inserviente, pronto a scagliarci contro un Incanto Olesaustus col suo scopettone. Christine continua a guardarsi intorno cercando la candid camera, finché ci troviamo al cospetto del Tabellone con Tutte le Risposte.

Quasi tutte.

O (imbarazzatissima): “Mi perdoni, non vorrei sembrarle irriverente, ma – uhm, ecco – se per caso qualcuno, qualcuno di molto strano, azzarderei disturbato,  dopo essere stato in una qualsiasi di quelle amene località indicate nel tabellone nella Sala Affianco volesse – che dio mi perdoni – tornare indietro, come..?”

L’imbarazzo mi strozza la voce.

OdB (consapevole del problema): “Eh”.

Attendo pazientemente, vurrìa mai che gli saltasse un punto e il tassidermista se la prendesse con me.

Christine non capisce che cazzo stia succedendo.

Alla Standa di fronte al Mac Donald’s cominciano a esporre i grembiuli di scuola.

OdB (in collegamento da Ade Centrale): “Ci son solo le partenze. Gli arrivi deve guardarli su internet”.

O (in nomination come Miglior Bonzo non protagonista): “Oppure? Sa, visto che siamo venute qui apposta perché da internet non si evinceva chiaramente la morfologia peniena degli orari. Tipo che – per esempio – apparentemente non ci sarebbero corse per Barumini la mattina, il che è evidentemente impossibile”.

OdB (profondamente scosso dal turbine di parole): “Lo so”.

O (vedendo Johnny Depp aprire la busta e leggere un nome che non è il suo): “Lo sa che cosa? Sa che siamo venute fin qui apposta? Sa che non si capisce una fava dei vostri orari? Sa che non c’è una cazzo di corsa mattutina? Cosa sa? Me lo dica cosa sa, se ha il coraggio!”

Quando mai un bonzo s’è ritrovato a chiedere un’informazione all’Arst? Così son capaci tutti.

OdB (ormai sciolto, in confidenza come un ipogeo punico):  “Ma poi non è che ci sia ‘sto granché da vedere, a Barumini”.

Lo so, si configura come profanazione di tomba, ma ha cominciato lui.

L’indomani. Convinco Christine che si è trattato di un incidente isolato. Lei – da brava ospite – finge di credermi, e torna alla carica. Destinazione: ufficio informazioni centrale.

Sei ore dopo torna a casa facendo polpette dell’interpretazione di Bruno Ganz nella celebre scena (de “La caduta” e basta, non “La caduta VI tappa” come nell’indimenticabile locandina con la quale Zorro ci ha regalato tanto buonumore). Distinguo in mezzo agli strepiti: Radetzky, von Hötzendorf e Africa. #scovalintruso

Vien fuori che ha cercato – secondo una logica asburgica e antiquata – un ufficio informazioni turistiche nei pressi della stazione ferroviaria, di quella degli autobus e del comune. Ed è lì che si trovava fino a qualche anno fa, proprio a portata di mano per il turista appena arrivato in città. Una posizione un po’ troppo intelligente, in effetti: ora quell’ufficio lì giace abbandonato. #piazzamatteotticomeburkittsville

Viene quindi indirizzata con certezza da un carabiniere (segna: ricordarsi di indagare sui protagonisti delle barzellette austriache) verso la stazione marittima, dove una signora che scopa via la desolazione dal pavimento le assicura che l’ufficio sarebbe stato certamente aperto per le cinque.

Questo alle quattro meno un quarto.

Alle cinque e mezza, l’Austria ci dichiara guerra e annuncia che i cacciabombardieri Lauda Air sono già in volo per radere al suolo il nostro paese, il Sierra Leone. Poi Christine ci ripensa e, in segno d’apprezzamento per la moltitudine di aitanti gentiluomini che ha riconosciuto in lei una compatriota di Wittgenstein e non ha voluto farle mancare il proprio commento in proposito nè per strada, nè in spiaggia, nè alla fermata dell’autobus, chiede al proprio governo di ripensarci.

Il nostro governo, invece, mi deve un chilo di penne, due di melanzane, un tir di baci di sole, un ettaro di basilico, il 67% di azioni della Ricottamustia Ltd., quattro raccoglitori di olive in regola coi contributi, una settimana a Pantelleria e sei cisterne di limoncello. Gli anacardi li metto io.

L’indomani ancora.

Convinco Christine che si è trattato di un incidente isolato.

Lei mi risponde: ‘a fracica, questa t’aaa sei già giocata ieri, provane n’antra, nel più classico accento del Vorarlberg.

Obnubilata dalla vergogna (e ancora non era uscita la sentenza Cucchi) decido di dimostrarle che si è davvero trattato di una sfortunata serie di eventi. L’orgoglio nazionale è nelle mie mani pronte ad artigliare una lista infinita di uffici informazioni turistiche e a srotolargliela davanti, tiè, Wiener schnitzel de noantri, torna ad ascoltare Rock me Amadeus e lascia fare il paradiso del turista a quelli che se ne intendono.

Di scippi, forse, perché di uffici informazioni non ne trovo mezzo.

Con quella cura per il dettaglio che mi varrebbe un ascendente Vergine, se ne avessi uno (e sì, l’ho scritto maiuscolo apposta. Adoro il suono gorgogliante delle battute che restano in gola), e che alcuni maldicenti preferiscono definire “cacacazzismo” (vedi alla voce cioccolata calda), mi attacco al telefono e chiamo tutti i numeri del comune. Dopo aver dichiarato di essere in regola con la Tarsu del 1987, prenotato un loculo ed essermi informata sull’accesso alle case di accoglienza per anziani, che ormai manca poco, una signora molto gentile, nonostante il suo ufficio suoni come un’imprecazione trattenuta, giura di dirmi tutta la verità, solo la verità, nient’altro che la verità sugli uffici informazioni turistiche. E la verità è che sono in riallestimento (giugno, scusate se insisto, legalmente sarebbe giugno) e che l’unico in funzione – oltre a quello presente nel sottopiano del comune, i cui orari di apertura sono coperti da segreto militare – è quello alla stazione marittima. Dal quale mi chiama, tre picosecondi secondi dopo, una signora altrettanto gentile ma lievemente piccata per essere stata indirettamente accusata della guerra atlanto-prussiana. Si rende comunque disponibile a rispondere a tutte le domande che l’anziana signora austriaca, nella quale si è trasformata Christine dopo che le ho anticipato che non guida, vorrà farle. Beninteso, fino alle 14. E’ noto, infatti, che dopo le 14 i turisti smettono di essere tali e assumono tutti la residenza del posto, oppure finiscono per reggersi saldamente a veicoli per il trasporto urbano di massa a via guidata da rotaie.

Per inciso, la risposta a tutte le domande che Christine è riuscita a fare alla signora prima delle 14 è stata: no, è impossibile senza una macchina.

Forse voleva dire una macchina del tempo.