[otto volante]

Otto, ce l’avete presente.
Otto passerotto, fa rima e c’è, diranno i miei piccoli lettori.
Bravi.
Non era quello.

Otto Gabos.
Quell’incosciente che si dice contento se il Cagliari dovesse giocare le partite in casa a Reggio Emilia.
(Reggio Emilia è una città pericolosissima. A parte che ci girano Menozzi e Comifab a piede libero, ma una volta hanno pure cercato di assassinarmici)

(la faccio breve: sono a Reggio Emilia per non so più che cosa. La città è piena, ma la segreteria del non so più che cosa riesce a trovarmi posto in albergo. Alla reception, al momento di darmi la chiave, un impiegato invita il collega a sistemarmi nella dépendance dei terroni, testuale. Sopraffatta dall’accoglienza calorosa – che ricambio con altrettanta cordialità regalando al concierge una stimmata mentre gli rendo sul dorso della mano la penna con cui ho appena firmato il registro – prendo possesso della mia stanza ed esco a cena.

Prima di me, in segno di benvenuto, viene servito qualunque cittadino residente, pure se sta a casa sua e aveva già preparato; poi è il turno di Isabelle Autissier. Infine, quando anche l’ultimo mozzo di Melpomene ha ricevuto un pasto caldo e un sorriso, arriva la mia cazzo di pizza. Direttamente dal Camerun.

Ci bevo su dell’ottimo olio di semi tiepido e, riposte sul piatto le posate in parallelo a segnalare all’oste che la mia visita alle bellezze turistiche del luogo può dirsi conclusa, guardo il foglietto che mi ha deposto sul tavolo. Con un filo d’imbarazzo, gli dico che sono lusingata, ma il mio cuore batte per un altro (fidanzati della Sider, c’è chi ne parla come creature mitologiche e chi sostiene non solo che siano esistiti, ma di averli pure avvistati) e fra noi non potrà mai esserci altro che una tenera e innocente amicizia, preferisco essere chiara. Lui sembra non cogliere, mi mostra un dito (l’anulare, razza di malfidati) e indica la cucina, dove riconosco uno splendido esemplare di Erignathus barbatus. Io son tradizionalista, lo sapete, cose a tre con animali non me la sento. Moderate gli attestati di stima nei confronti dei miei ex.

L’oste strofina indice e pollice nel gesto universale che sottintende un certo disprezzo nei confronti del baratto. E sì che all’epoca si pagava in lire.  No, ribadisco, neanche in cambio di denaro, la signora è un bel pezzo di pinnipede ma il mio fidanzato ancora non ha cominciato a preferire Age of empire a una giovane dea nuda che lo supplica di farla sua. A proposito di denaro, però, com’è uso e costume – son certa – anche di quelle lande, gradirei saldare il conto del mio desco, prima di accomiatarmi. L’oste mi guarda stupito. Volto il foglietto dove mi ha scritto il suo numero di telefono, peraltro senza prefisso, e lo invito a indicarmi quanto dovuto. Lui rigira il foglietto dalla parte del numero. Basisco. Gli spiego che non intendo rilevare il ristorante. Lui suggerisce che la forza propulsiva delle sue pedate possa farmi raggiungere la mia prossima destinazione, qualunque essa sia, in metà tempo, ma io preferisco privarmi dell’incandescente movida reggiana e rientrare in albergo senza indugio e sulle mie gambe.

Il calar della sera mi sorprende a domandarmi se davvero sia il caso di trasferirmi nell’accogliente cittadina. Mentre dibatto vivacemente sul tema, la quiete è rotta da un picchiare forsennato alla porta. Una porta, si badi bene, per cui non si è badato a spese: carta velina finissima, che non si dica che nella dépendance dei terroni si lesina sulla qualità.
Ora, immaginatevi uno sconosciuto che urla in corpo 72:
– GAETANO! GAETA’! LO SO CHE SEI QUI, VIENI FUORI!

Tutta la buona volontà di questo mondo, ma nemmeno in mutande e con uno spazzolino da denti schiumoso in mano riesco a passare per un qualsiasi Gaetano.

– GAETA’! VIENI FUORI, CHE TI ACCIDO!
Ma tu guarda ‘stu fetente ‘e Gaetano, un messaggio così invitante e quello che fa? Si nasconde.

Provo a comporre il numero della reception per chiedere spiegazioni.
Il telefono è muto. Collegato, ma muto.
Provo con lo 0, col 9, con tutti i numeri e le lettere dell’alfabeto.
Più muto di una d muta.
Provo a fare il 113.
Bernardo in confronto è un chiacchierone.
Comincio a innervosirmi.

– GAETA’!
Contro la mia povera porta si stanno scatenando un ariete da sfondamento a cui hanno infilato un piranha nel culo, King Kong e Godzilla nemiciamici e tutti quelli scartati alle audizioni dei Tamburi del Bronx negli ultimi vent’anni.

– ATTENZIONE! E’ ARMATO!
E John Rambo.

Voi capite che il ritrovarsi in mutande, senza poter chiedere aiuto, a fronteggiare uno sconosciuto armato e incazzato con un tipo che pensa di trovare nella vostra stanza non facilita la presenza di spirito.

Mi levo le mutande.

Nel frattempo il cacciatore di Gaetani si sposta al piano di sopra (la dépendance è strutturata come una casa di ringhiera, però fatta di oro saiwa inzuppati). M’infilo una felpa, infilo la porta e scappo verso la reception, dove un lungo, pacato e forbito dialogo col concierge finirà per produrre magicamente la chiave di una suite con vista sull’interno dello stadio)

La prossima volta che dico “la faccio breve” abusate pure di me con un gatto a nove code. O viceversa.

Otto Gabos, si diceva.
Un uomo che non ha bisogno di presentazioni. Però se capita di incontrarlo si presenta, ché mica è cafone.

Ha un blog molto interessante, e non poteva essere altrimenti, che risponde al nome di Radio Herzberg.

Su Radio Herzberg, trovate, tra le altre cose, un’operazione che si chiama “Facce da libro”. Parla di facce e di libri, e funziona così:

“Penso a un personaggio di un libro di narrativa che ho letto e lo ritraggo a matita in un blocco di carta poverissima (…). A volte, quando esistono tra le pagine descrizioni più o meno dettagliate, mi confronto, a volte le lascio da parte piegando testo e personaggio alla mia immaginazione. Non tutti i personaggi sono protagonisti, a volte sgomitano tra le seconde linee, fanno massa silenziosa o quasi nel chorus line, a volte sono solo di passaggio. Inoltre non tutti  fra quelli che sto ritraendo appartengono a libri memorabili o che mi sono piaciuti nella totalità delle loro parti. I personaggi però loro sì che mi sono piaciuti. Loro sì che nel mio piccolo pantheon di ricordi letterari occupano un posto a sedere. Avrei poi potuto postarli senza l’alleanza delle parole, ma poi mi è sembrato bello affiancare delle riflessione, schede minime, suggestioni trasversali. Poca roba, quasi un appunto di un diario, un consiglio di lettura. Un gesto leggero di condivisione. “

Potevo non appassionarmici?

No che non potevo. Fa venire voglia di leggere i libri di cui parla e che non hai letto, fa venire voglia di ritrovarsi davanti a una birra a raccontarsi di altre facce e altri libri, fa venire in mente altre storie, che forse un giorno saranno disegnate e forse no. Fa viaggiare l’immaginazione, addirittura anche oltre i confini di Reggio Emilia.

L’idea, poi, era quella di postare 365 disegni, praticamente uno al giorno per un anno. Uno di quei progetti velleitari che solo quelli nati sotto il segno dei Gemelli possono inventarsi. Perché non è mica vero che siamo inaffidabili, signori della Corte, produciamo solo molte più idee di quante il nostro chassis possa supportarne.

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[in principio erano le mutande]

Le provocazioni et moi.

Due universi che non s’incontrano mai, un po’ come Pinta e il calcio. Fredde parallele della vita.

Poi capita che a fare il pomeriggio in stazione ci siano di turno Menozzi e Busoli nel ruolo di deviatori e l’accelerato delle 17.43 finisca sul binario dell’alta velocità.

Sarò breve che c’ho da fare: tanto tempo fa non avevo un’altra religiosità, bensì un lavoro serio.

Giuro.

No, davvero.

Durò due anni, ero appena laureata e prendevo più del doppio di quello che prendo adesso. Versatemi qualcosa di forte prima che mi metta a lacrimare qui sul bancone, presto.

Avevo anche degli orari di lavoro serissimi, da negozio: 9-13, pomeriggio variabile a seconda della stagione, ma comunque sempre tarato in modo da permettermi di prendere almeno una multa per sosta in ZTL a trimestre.

E ci andavo, non dico vestita da persona seria, ma da deficiente tale e quale ad ora, però insaccata dentro indumenti improbabili.

A volte persino dei tailleur.

No, non esistono foto e le persone che frequentavo all’epoca sono tutte morte in un rogo di chiara matrice dolosa perchè non erano furbi come voi.

Comunque.

Mattina prima di andare al lavoro. Cosa fai?

Ti lavi.

Se non è troppo tardi, certo, ma allora capitava ancora di arrivare al lavoro, non dico puntuale, ma nemmeno con l’aria di quella che s’è lavata la faccia in itinere con una bottiglia d’acqua lasciata di fianco alla porta da qualcuno convinto che così i cani non gli piscino l’angolo della soglia. Roba che Lola corre in confronto è composta come la salma della Montalcini.

Prendi un paio di mutande dal cassett – oh. Avete ragione, avrei dovuto avvisare. Ma ormai è fatta. Avrei preferito che veniste a saperlo in maniera diversa, ma è andata così. Ebbene, ho abitato anche in case cassettomunite. Spero che possiate perdonarmi.

Cassetto. Mutande pulite. Doccia.

No.

Capelli ovunque, non abbastanza caldo per uscire con la parrucca bagnata, non abbastanza tempo per asciugarla.

Legare parrucca prima di doccia. Con che? Con un elastico rimasto dillà? Comporterebbe una perdita di minuti preziosi. La parrucca si lega con le mutande pulite per ottimizzare la tappa cronometro.

Lavaggio, asciugatura, ceratura, nel frattempo – eek! – è tardi. Corri a vestirti, dove cazzo sono le mutande, ero sicura di averle prese, fanculo, tardi, ne prendo un altro paio, finisco di vestirmi ed esco.

Per arrivare al luogo di lavoro serio dovevo attraversare praticamente tutta la zona pedonale al centro di Atlantid City, che la mattina dei giorni feriali è sempre piuttosto affollata da un misto di commessi, scolari in vela, militari in ferma volontaria, postini, pattuglie della polizia, venditori ambulanti, gabbiani, mogli annoiate che non sanno come spendere i soldi dei mariti massoni, cani, suore delle Edizioni Paoline, omini che s’incazzano se non gli fai oliare la serranda col bitume, camerieri con vassoi in bilico, piccioni, cartomanti, guardatori di belle picciocche, perditempo professionisti.

La attraverso. A passo spedito, ma impiegandoci comunque quella venticinquina di minuti. Ogni tanto colgo un movimento come di teste che si girano al mio passaggio. Di faccia non ero un granché manco allora, ma con una busta del pane in testa facevo una discreta figura.

Arrivo, saluto i colleghi, arriva quello con le chiavi, arriva quello a cui avremmo fatto la canna col dado Star di lì a qualche mese, ai posti di manovra, la giornata lavorativa comincia. In ascensore noto che una delle mie colleghe – donna impeccabile che mai si sarebbe mostrata manco al gatto senza avere lo smalto abbinato alla borsa, alle scarpe e agli otto chili di bigiotteria regolamentare – mi fissa in maniera intensa.

Non sono bella, ma piaccio.

Arriviamo al quarto piano, lei mi cede il passo. Sento il suo sguardo che indugia alle mie spalle a carpire i miei segreti più intimi. Mi scivola di fianco oltrepassandomi per andare nel suo ufficio e mi scocca un’occhiata assassina.

E’ grossa, fulva e decisa.

Dopo trenta secondi ce l’ho di nuovo davanti. Mi guarda dritto negli occhi e mi chiede, senza giri di parole:

– Ma che cazzo c’hai in testa? Sembra un paio di mutande.

 

Di tutti i tunnel che da Castello arrivano al porto, uno l’ho scavato io in epoca moderna, si sappia.