[the mesianos]

Siamo io, lui e un bidone di gelato a un gusto assurdo e lezioso tipo “pralines et vattelapêche”.

Una cosa ignobile.

Un gusto per niente maschio e senza l’ombra di un fischio.

Otto anni in Francia, e guarda come mi si è ridotto, soprattutto considerando che l’ultima volta che abbiamo condiviso del cibo smembravamo una pizza a mani nude.

Dal cartone.

Sul cofano di un’Amaranta cui si era appena suicidata la cinghia.

In piena Golconda.

Riparati nel piazzale di un distributore, tempo venti secondi e il titolare del distributore medesimo si manifestò, con quel simbolo internazionale di pace e amicizia che è la doppietta a tracolla, a vedere chi cazzo fossero quei tre capelloni sconosciuti che infestavano la sua immacolata stazione di servizio, il più rassicurante dei quali era il tipo che ora ravana nel bidone con un cucchiaio leccato alla ricerca delle ultime pralines.

(non puoi trovarle, ciccio. sono nipote di minatore, imperatrice galattica degli scavi nel gelato. e non faccio prigionieri. me le son fatte fuori tutte mentre eri impegnato a controllare che le tue figlie non si dessero fuoco ai capelli)

Che tu pensi: come l’ha saputo?

(non del fatto che io sia maglia rosa di stronzaggine, del fatto che tre tossici strafatti di capperi tenevano un rave nel suo piazzale)

Semplice.

Radio Maria.

Radio Maria è potentissima. Arriva ovunque. Soprattutto se la Maria in questione è Maria Cràstula Buccoperta, 56 anni di onorata carriera come ripetitore.

 

E comunque siamo io, lui e il bidone. Le rose faceva un po’ troppo teatro, e poi non le sa distinguere dall’oleandro.

E festeggiamo.

Perchè ne abbiamo da festeggiare.

Festeggiamo innanzitutto che ci vediamo dopo un sacco, ma un sacco di tempo.

Tipo, tre bambini fa.

Una dei quali (Roxanne? Charline? Cosa diavolo le hanno inventate a fare le stampe sulle magliette se poi non gliene appioppate una col nome ciascuna? le mocciose cresceranno convinte di chiamarsi Hello e Kitty, vi uccideranno nel sonno prima di compiere sei anni, e saranno insignite dell’Ordine del Telefono Azzurro) ci sta mostrando il corretto uso del melone.

Il corretto uso del melone è: palleggiarlo.

 

– C’est pas un ballon, ça.

 

La madre, bellissima e dedita al consumo di sostanze psicotrope dalla più tenera età. Non si spiega altrimenti come si possa accompagnare a un elemento simile. Pralines et caramel. Bah.

 

-Oui, c’est un ballon.

Ne scherzons pas. C’est rond. C’est un ballon. Non so a quanti anni si cominci a votare, in Francia, ma fino ai tre le idee sono ancora ben chiare.

 

-Non, c’est pas un ballon, c’est un melon.

 

Ah. Donc “melon” c’est le mot avec lequel les italiens appellent le ballon. Ils sont fous, ces italiens.

Roxanne o Charline riprende ad allenarsi per i mondiali 2030 al grido di “Thierry Henry ou mort!”.

 

Festeggiamo anche il fatto che la sottoscritta sia ancora a piede libero.

 

(cinque ore prima. al momento di noleggiare la loro auto, dopo tre quarti d’ora di fila e non un minuto prima, dopo averla cercata persino all’interno dei pannolini e delle capsule dentali, tocca arrendersi all’ineluttabilità del fato: Soi ha perso la patente.

 

– Pas mal. Dò la mia.

La prima volta che lui ha pronunciato le parole “pas mal” è stato nel ’96 al momento di prenotare le vacanze. “C’est dommage que les îles Fijii sont déjà toutes reservées, mon amour. Pas mal, j’ai trouvé ce dernier minute just à côtè, Mururoa ça s’appelle, on va etre une vacance avec le bot”.

 

– Signor Mesiano, la sua patente è scaduta.

– Ah sì?

L’impiegata dell’autonoleggio ha il raggio gamma selettivo. Scansa il piccolo di quattro mesi di cui lui si fa ignobilmente scudo e gli frigge le sopracciglia.

– Da due anni, signor Mesiano.

Lui sorride tronfio.

Così, giusto per far capire chi porta i pantaloni in casa.

 

Prima che l’impiegata prema il pulsante eject si gioca l’ultima carta.

– Per puro caso c’è qui una nostra amica.

Posa il figlio piccolo, mi afferra come fossi un’anfora e mi poggia sul bancone prima che possa dire “monpetitlapinensucre”.

– Non sia indiscreta sul come, ma sappia che ha conseguito una regolare licenza per condurre quadrupedi motorizzati. Noleggeremo l’auto a nome suo. Ho detto.

– Quindi la signora vi farà da autista per tutta la durata del noleggio?

– Non capisco questo velato scetticismo. Manco la nostra amica avesse sulla testa un cartello recante la scritta “COL CAZZ” …oh. In ogni caso sarà solo per due giorni, mercoledì sarà mia cura rinnovare la mia patente.

Sia l’impiegata che l’anfora hanno il buon gusto di non chiedere il mercoledì di quale anno.

– Il noleggio deve essere caricato sulla carta di credito del conducente, però.

Agevolo la mia carta.

– Bene, la tariffa comprensiva di franchigia è di 62 reni al giorno per 15 giorni, più 70 cornee per i seggiolini dei bimbi per l’intero periodo e 500 fegati di cauzione.

– Al cambio con le fettine di culo quanto fa?

 

Scuoto la carta.

Ne escono una graffetta, un tappo di Desperados, due filtri, un’agenda della Royal Bank of Balordistan del 2004 e un elastico cotto dal sole.

– Abbiamo tre bambini piccoli, cinque bagagli, un passeggino doppio e una specie di noce di cocco imbottita per infanti. Siamo senza latte nè pannolini. Dobbiamo fare la spesa. La casa che abbiamo affittato è a 35 km da qui e la strada è tutta tornanti. La bambina ha vomitato prima ancora di vederla. Nella macchina della nostra amica non ci staremo mai manco a castello. Le cavallette! La tintoria! Una tremenda inondazione! Abbiamo bisogno di quest’auto!

Un impronta di scarpe n.42 sul culo indica le uscite di sicurezza a tutti e sei, bambini compresi.

 

Nonostante la naturale riluttanza a metter piede oltre una soglia dove campeggia la scritta “polizia”, andiamo a denunciare la scomparsa della patente di Soi nell’assurda speranza che possa servire a far dar loro una macchina. Mandiamo avanti lei con le gemelle, l’immagine della maternità e della dolcezza. Segue quella della paternità incerta, soprattutto a giudicare da come è venuto fuori il terzo ragazzino. Chiude il corteo la rappresentazione plastica della sensualità ferina.

 

Aggiro la Venere nera che si è inavvertitamente infiltrata nel nostro entourage e faccio sì che l’emblema della femminilità selvaggia (che fa molto più figo di “quella che non si pettina”) possa ricongiungersi al nostro nucleo familiare espanso e pararsi insieme ad esso di fronte a

 

Lurch

 

per incomprensibili motivi di sceneggiatura (si vocifera di uno scambio alla pari con lo staff creativo di Beautiful) insaccato dentro una divisa della polizia di stato.

 

Dolcezza materna: -Bonjour, vorrei denunciare lo smarrimento della mia patente.

Lurch: – Eeeeeeeeehhhhhhh.

 

E per lui il discorso sembra chiuso.

A questo punto sono consapevole di avere una linguetta, ma non c’è ancora nessun dito infilato dentro e pronto a tirarla.

 

Paternità incerta: – Sì, perchè dovremmo noleggiare un’auto.

Fa un gesto ampio col braccio a comprendere tutta la responsabilità di un padre e marito di fronte a una casa delle vacanze irraggiungibile anche volendo agganciare tutti i trolley l’uno all’altro e trainarli monopattinando sul passeggino per trentacinque chilometri.

Lurch: – Eeeh, ma la denuncia…no, è impossibile.

Scuote la testa contrito. Gli avessimo chiesto se potevamo prendere in prestito la sua pistola d’ordinanza e sparare ad alzo zero nel parcheggio, sì. Ma una denuncia di smarrimento, siamo seri.

A questo punto, cinquanta chilometri sotto i miei piedi, il magma incandescente comincia a sobbollire.

 

Ci guarda stupito di trovarci ancora lì e decide di dare maggior lustro alla divisa compitando una frase più elaborata.

– Ma proprio oggi la deve fare? La faccia fra un paio di giorni.

Ora, effettivamente l’ufficio potrebbe essere più vuoto e ozioso di così. Se per esempio uscissimo e lo lasciassimo libero di levarsi le scarpe, stendere le gambe sulla scrivania e inclinarsi all’indietro sulla sedia non lo costringeremmo a girarsi faticosamente i pollici in posizione eretta.

A questo punto sto facendo appello a ventitre anni di onorata carriera arbitrale e prosciugando telepaticamente le riserve zen di un migliaio di monaci buddisti.

Lo sapevate voi che i monaci buddisti tendono a innervosirsi quando devono denunciare lo smarrimento della patente e si trovano davanti un poliziotto ottuso e lavativo che prima di compilare uno stracazzo di modulo si farebbe impiccare?

Nemmeno io.

Non prima che lo spirito del Dalai Lama in persona si impadronisse del mio corpo e, con voce pacata per non turbare i minori presenti, tirasse giù a colpi d’azza l’albero genealogico del poliziotto presente e quello dei suoi superiori, dei loro vicini di casa, dei loro animali domestici, dei loro mezzi di trasporto e dei loro robot da cucina, dei loro conduttori televisivi preferiti e delle loro insegnanti del catechismo, tutti alacremente dediti a pratiche poco discrete e ancor meno igieniche con buona parte del regno animale, vegetale e minerale purchè morfologicamente atto a procurare, se non un misto di piacere e dolore, almeno infezioni, emorragie interne e fastidiosi pruriti intimi. Chiusa la parentesi aperta due giorni fa)

 

Lo osservo mentre sgranocchio le ultime pralines alla faccia sua. Negli ultimi venti minuti l’ho visto stappare una birra reggendo il terzogenito sotto l’ascella e farne finire il tappo (della birra, non del terzogenito) in un bicchiere solo per riscuotere uno sguardo d’amore puro da parte delle figlie; lavare il terzogenito medesimo a starnuti dopo che le altre due teppiste gli avevano infilato un pastello a cera ciascuna nel naso (a lui, non al terzogenito); fare la scarpetta nel sugo con l’orecchio di un cane di peluche di nome Bob. Se quest’impiastro è amico mio ci sarà un perchè. E il perchè è presto detto.

 

– Papa, papa, à côté de la toilette il y a un tout petit lavandin. C’est pour les enfants, oui?

– Oui, mon amour. Les italiens son trop avant.

– Ils sont fous, ces italiens.

 

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[so this is christmas]

Le tradizioni.
Oh, le tradizioni.
Che belle, le tradizioni.
Cosa saremmo mai, senza le tradizioni.
(ok, il concetto è chiaro, grazie)
C’è chi minaccia di diseredare i figli se, non importa in quale parte del mondo si trovino, non si riuniscono la sera del 24 dicembre a cantare “Oh Tannenbaum, oh Tannenbaum” e altri improbabili titoli di film di Wes (al netto di Dori Ghezzi) Anderson che gli svizzeri sono convinti siano canti di Natale (ciao Margrit, du bist immer meine Liebling).
Ci sono quelli per cui non è Ferragosto senza un bel paiolo rovente di polenta al gorgonzola gustato in terrazzo col sole a picco (80 gradi fuori, 80 gradi dentro, dice “il segreto è mantenere la temperatura costante, così dopo puoi fare subito il bagno”).
E poi ci sono quelli che vengono dimenticati nei posti.
Monferrato, novembre 2012.
Prendiamo possesso di Alba rossa, che non ha mai avuto nè mai avrà il nostro scalpo, riservando la camera più leziosa ai due maschi più etero, che da allora si chiamano Lentina e Puccibalda.
Per le tre del pomeriggio siamo tutti brilli.
Intorno alle quattro nessuno si aspettava fossimo così tanti, nè tantomeno che tutti, ma proprio tutti, avessimo un gemello omozigota. In questo stato è d’uopo mettersi in macchina e andare a raccattare gli ultimi viandanti alla stazione di Monferrato Centrale guidando per dossi, cunette e curve pericolose come si fosse al Mugello, ma in groppa a un dromedario ubriaco.
Verso le cinque, un noto avvocato della zona percuote verbalmente con violenza una vecchia. Entrambi confesseranno in seguito che la cosa costituiva il proprio desiderio erotico più inconfessabile da una vita.
Che ora s’è fatta? Ora di andare a cena, di modo che Ugo possa raccontare ai postumi di quella volta che per fortuna ad Ayala avevano tolto la scorta, altrimenti a quest’ora organizzeremmo un torneo di calcio a 5 alla sua memoria. Maremma Ayala, stacce.
Il gruppo si mobilita. Chi si preoccupa di scolare i bicchieri, chi di far sparire salsicce. Un’unica idiota tropicale sale in camera a prendersi un maglione pesante.
Riscende.
Fa per aprire la porta.
Nulla.
Riprova.
Rinulla.
Attraversa il salone, saluta la panca come se la vedesse per l’ultima volta, arriva alle altre scale, prova l’altra porta.
Saratoga IL silicone sigillante, l’hanno girato qui.
L’idiota tropicale guarda la porta.
Mastro di chiavi, non c’è mai quando serve.
www.groupon.com, cerca, corso online di 9 minuti per diventare Lady Porta.
Offerta scaduta.
Maledizione alla struttura mediterranea, poteva restar chiusa dentro Tamacoldi, che almeno sarebbe passata attraverso le sbarre delle finestre.
L’uscio è solido, nel Monferrato oh, ci tengono a queste cose. L’idiota tropicale valuta la possibilità di passare la notte a bestemmiare il santo protettore degli infissi con una spalla lussata, poi ci ripensa. Nel frattempo batte sulla porta e chiama, chiama forte gli amici, ma la sua voce ritmata dai tonfi si propaga liberamente per il parcheggio che, ad un esame superficiale, si direbbe deserto.
Ohibò.
Dopo un’analisi frenetica di qualunque apertura della casa, ivi comprese la canna fumaria, gli scarichi dei lavandiniwaterdoccebidet e i condotti dell’aria condizionata al grido di “grazie al cazzo, Bruce Willis!”, finalmente una porta si apre.
Su un panorama quieto, stellato, gelido.
Ad eccezione dell’idiota medesima, non una forma di vita nel raggio di chilometri.
Cazzo, pensa l’idiota medesima, va’ che bravi nel Monferrato, le catastrofi nucleari le fanno senza manco sporcare.
Si concede un ultimo tentativo prima di scomparire nell’oblio.
– Outina mia adorata, rugiada del mio trifoglio, stella del mio orizzonte, naso del mio cane da trifola, pronto!
– Ferrua, senti, una domanda oziosa. Vi siete mica dimenticati qualcosa?
– Noi? No (confabulare gioviale in sottofondo). Cosa ci dovremmo essere dimenticati?
Atlantide, vigilia di Natale 2013.
– Ma sì, dai, dobbiamo cenare a cinquecentro metri di distanza, non ha senso andare con due macchine.
– Ok, allora lascio la mia sotto casa tua e andiamo insieme.
– Perfetto, ti faccio uno squillo quando sto andando via, così ti fai trovare pronta, perchè mica voglio far tardi, ché domani sono a pranzo da.
Complice un virus miracoloso che impedirà a Cognata di avvicinarsi ai fornelli per tutte le feste, alle 21.47 il cenone di Natale a casa Cupiello è bello e finito con l’incredibile punteggio di zero killed. I due avvoltoi barellieri sbaraccano mestamente da bordo campo augurandosi che il produttore di antiemetici si riprenda indietro la pedana intonsa.
Tre persone mediamente sofferenti si ritirano al piano di sopra.
Tre persone decisamente brutte e cattive si rincorrono per il salotto innaffiandosi di champagne.
Non resta che fare orario fino alla mezzanotte.
Su Raiuno pregano. Telefoniamo al numero in sovrimpressione per ringraziarli del pensiero e informarli dello scampato pericolo. Bergoglio intona “Filho maravilha” e fa partire il trenino. Il presidente della Repubblica interrompe le trasmissioni per esprimere, a reti unificate, viva e vibriona soddisfazione. Mia madre – o meglio, The Lady Formerly Known As My Mother – lo minaccia con uno sformato antiuomo avanzato da Ferragosto e dichiarato non smaltibile, lui dà la colpa alle lenti bifocali, abbozza e sparisce.
Le undici.
Costruiamo palafitte a Parco della Vittoria spacciandole per resort di lusso, a turno ci indignamo quando qualcuno pesca l’indulto e tutti ci rifiutiamo di usarlo, una perchè politicamente pirla, gli altri due perchè tanto all’età loro più che i domiciliari non si beccano, dicono.
Mezzanotte.
Mio padre, per lanciare un segnale di distensione, fa gli auguri in pigiama.
Mezzanotte e dieci.
Tutti e due sbadigliano in maniera ostentata.
Mezzanotte e venti.
Ricordo loro che non son venuta con la mia macchina, ma è questione di minuti.
Mezzanotte e mezza.
Primo tentativo di trattenermi lì pur di chiudere la porta e andarsene a letto.
All’una meno un quarto chiamo quello che un tempo consideravo un amico affidabile. Segreteria telefonica.
Lascia stare che non sei capace, faccio io. Mio padre, nervosetto. Segreteria telefonica che non guarda in faccia a nessuno.
Colpa della taverna, affermo fiduciosa. In taverna non prende.
La signora che continuo, nonostante tutto, a chiamare mamma, la stessa che una volta mi tirò uno zoccolo preferendo vedere la sua primogenita – già allora avrei dovuto capire qualcosa – spiaccicata al muro come una zanzara piuttosto che sentirle dire “cretino” al fratellino, inizia garbatamente a dire la sua sulle taverne, su chi le costruisce, su chi le abita e chi le frequenta.
Papà chiama l’esorcista.
Secondo tentativo di trattenermi lì a dormire, vedi alla voce “stroncato sul nascere”.
Nel frattempo continuiamo a cercare di contattare in tutti i modi possibili quello che fino a quel momento era un vecchio amico di famiglia. Tranne la SWAT e i testimoni di Geova gli mandiamo di tutto.
All’una e cinque decido di avviarmi verso la taverna in questione e recuperare il mio passaggio. O più probabilmente di ritrovarmi intervistata da Studio Aperto in merito alla fuga di gas che ha sterminato una famiglia di 72 persone.
Mio padre cerca di trattenermi tirando in ballo i cecchini sovietici.
Lo guardo negli occhi: ormai sono grande, posso reggere le notizie più atroci. Gli chiedo quando è stata, ma mi deve dire la verità, l’ultima volta che ha mangiato qualcosa cucinato da Cognata. Domenica scorsa, risponde coprendosi gli occhi. C’erano anche i consuoceri, non c’era scampo.
All’una e diciannove della notte di Natale sono in mezzo alla strada senza neanche il conforto di una bufera di neve per rendere la scena più drammatica. E all’una e venti lo sventurato risponde.
– Oh, cazzo.
Segue indistinto farfugliamento di scuse, attutito, come se stesse parlando da sotto un piumone.
Come se.