[chi ben comincia]

(antefatto)

Rumore di vele che sbattono.

Forte.

In stato di incoscienza allunghi un piede, tastando intorno per verificare la presenza dell’immancabile sponda della cuccetta.

Manca.

Manca anche un beccheggiare adeguato al rumore. Torni sottocoperta decisa a fare in modo che questa domenica non veda il tuo brutto muso prima dell’una, con un non so che d’irrisolto nell’aria.

Rumore di vele che sbattono.

Fortissimo.

Apri un occhio e ti ritrovi a fissarne un altro, verde, semichiuso, anche lui evidentemente disturbato dal rumore. La pupilla a fessura e il baffo bianco, lungo e spiovente rendono la possibilità che l’occhio appartenga a un clandestino nero piuttosto remota, mentre il rumore continua a rendere plausibile l’ipotesi di trovarsi su un clipper in balia di una tempesta nel Pacifico, a metà del XIX secolo.

Eppure non c’è ombra di rollio.

Chissenefrega, pensi tornando sottocoperta per la seconda volta, quando un boato come se l’albero di mezzana si fosse appena schiantato ti fa balzare dal letto (sia lode e gloria a chi ha avuto l’idea brillante di farmi invertire il senso di dormita, altrimenti a quest’ora l’umile scribacchina vostra starebbe vergando queste righe con la calotta cranica incastrata in un buco nel soffitto spiovente, cosa alquanto scomoda, ve lo dico). Ti fiondi sul ponte di Villa Balorda e – in un lampo di lucidità – batti ogni record di ammainaggio lenzuola stese, nonostante il vento fischi e la bufera infuri all’impazzata. Quella che rientra, trenta secondi dopo, è una specie di polena surgelata, nuda, scalza, spina dorsale fuori asse, involta in un copripiumone semifradicio che crea un bell’effetto sudario, capelli che manco Storm usata per scovolare una canna fumaria. Guarda con nostalgia il letto caldo e si avvia sonnolenta verso la doccia, tanto ormai.

(fatto)

Io li odio i risvegli bruschi. Mi lasciano rincoglionita per tutto il giorno.

Ok, più rincoglionita.

(gnegnegne)

Poi certo, penso masticando l’ultimo boccone di uova strapazzate, non sarà la prima visionatura che faccio da rincoglionita, però EEK! Quand’è che son diventate le tre meno un quarto?! Come? Perché? Il talento che ho io nel perdere tempo, signori della Corte? Parliamone, anzi, parlatene voi mentre io mi infilo uno stivale scendendo le scale a rotta di collo. Dovrebbe essere studiato alla NASA, il talento che ho io nel perdere tempo, altroché.

Metto in moto Amaranta che sono le 14.46. Mi catapulto al di là di Molentargius alla velocità del suono, facendo il vuoto nella mente per ingannare il dio della puntualità precisina e bastarda, quello che ti fa arrivare al campo che la gara è iniziata da tre minuti, tu pensi “vabbè dai, tre minuti, cazzo vuoi che sia successo”, ti fa appollaiare in tribuna con un sospiro di sollievo e una mezza pacca sulla spalla perché va’ che figa che sono che alla fine sono arrivata in tempo, ti lascia riprendere sorriso e colore e la migliore predisposizione d’animo nei confronti del calcio e dell’universo in generale finché a metà del primo tempo arriva lui, di solito un vecchietto o un ragazzino, si avvicina a quello seduto affianco a te, gli chiede a quanto sono, tu ti appresti bonariamente a cogliere un velo di delusione nel suo sguardo per via dello 0-0 e invece ti ritrovi con i capelli dritti a sentire che la squadra ospite vince 1-0, rete al primo minuto segnata in fuorigioco grande quanto una casa, e qualunque cosa succeda nell’ultimo quarto d’ora non la vedi perché sei impegnata a bestemmiare tutto il calendario e l’arca di Noè.

Quindi: vuoto nella mente.

Vuoto nella mente anche quando realizzo che mi ero completamente dimenticata che il Cagliari giocasse in casa (in casa, vabbè), e che un gregge ciondolante, indisciplinato e dispettoso ostacola il mio tentativo di transito in modalità pirata della strada.

Vuoto nella mente anche se sento la risatina trionfante del bastardo in un orecchio.

Vuoto nella mente anche quando finalmente arrivo, trovo inspiegabilmente parcheggio a meno di tre chilometri dal campo, balzo fuori dalla macchina e la chiudo in una sola mossa e son già lanciata a destinazione quando una signora richiama la mia attenzione da una Panda e mi chiede educatamente se posso spostare la macchina un po’ più indietro così ci sta anche lei, facendomi sentire una merda e costringendomi a riaprire Amaranta, e voi sapete che non è proprio una manovra veloce.

Vuoto nella mente che si cristallizza in un istante di terrore eterno quando varco il cancello a tappo di spumante, trafelata e concentratissima, e mi si para davanti il campo.

Vuoto.

Deserto.

Non un giocatore, non un allenatore, un massaggiatore, un raccattapalle, un secchio. Niente.

Solo una distesa desolata di terra battuta parzialmente allagata e una statua di sale con un unico neurone attivo che compone la sintesi del peggior incubo dell’osservatore arbitrale:

Ho.

Sbagliato.

Campo.

Postulato: se per disgrazia, incuria, disordini civili, sciopero, pallone di Maradona o mano di Dio l’osservatore arbitrale sbaglia campo, il campo giusto si troverà sempre a una distanza impossibile da raggiungere entro la durata di due tempi regolamentari.

Eppure avevo controllato.

Eppure questa società ha sede qui.

Eppure non posso essere stata così cogliona da non guardare la designazione fino in fondo, alle volte ci fosse una nota subdola nascosta che diceva “Attenzione: solo per oggi, causa derattizzazione, la gara si disputerà presso un campo che non ha niente a che vedere con la società ospitante”.

Eppure.

Eppure sono qui sotto la pioggia battente con un ombrello chiuso in mano, gli occhi sbarrati su un campo inanimato e un custode coi baffi che mi guarda atterrito.

E in quel momento arriva l’arbitro.

E il mondo torna ad essere una località piena di gioia e speranza, sovrappopolata da una quantità immane di gente più o meno amabile e da una rimbambita che si era dimenticata che l’orologio che tiene appeso vicino alla porta-finestra del terrazzo è ancora puntato sull’ora legale.

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[you can call me offsider]

Ma poi spiegami cosa c’entri tu col calcio, mi hai chiesto.

Eh. Bella domanda, rispondo al solo scopo d prendere tempo.

Sono nata nell’anno dello sbarco sulla luna e di Woodstock, quello della stagione che portò al Cagliari il suo primo scudetto. Due eventi storici che mi piace credere si siano verificati entrambi. Se nasci in un anno del genere il tuo destino è segnato, c’è poco da fare.

Va ora in onda la sintesi del secondo tempo di una partita di calcio del campionato di serie A. La domenica pomeriggio così, coi cronisti che specificavano chi attaccava da sinistra a destra perché la tv era in bianco e nero, e a volte non era mica facile distinguere le maglie.

Capello giocatore, con quel cognome buffo. Le figurine di Mazzola e Rivera attaccate sul lato destro della credenza. Gigi Riva, la cosa più simile a dio.

Mio padre che si rende conto che è inutile insistere col figlio, quando è la figlia che si appassiona al racconto del suo infiltraggio dietro la porta di Albertosi solo in virtù della somiglianza della giacca a vento da ferroviere con quella dei fotografi sportivi.

I mondiali dell”82, io e lui, la prima tv a colori. Un ritorno epico dal campeggio a Chia, giusto in tempo. Dovevamo arrivare in tempo. Lui, di norma compostissimo, che si mette a saltare urlando “La voce del sangueee!” sulla rete di Altobelli, potere del cognome di mia nonna che li rendeva automaticamente parenti.

Il pellegrinaggio a Superga, una cosa solo nostra.

(mio padre è originario di Caserta. Non ha mai tifato il Napoli, la Juve era troppo facile. Ha scelto di tifare il Toro, lui. Poi uno si stupisce se la nostra famiglia non ha mai avuto una vita facile)

Caput Mundi, il nome di Rudi Voeller ululato dal radiocronista come fosse un nazionale brasiliano, a qualunque ora del giorno e della notte mentre io, studentessa fuori sede, disegnavo, disegnavo, disegnavo.

Nebbiolanum, l’anno della tesi. Una voglia incontenibile di riprendere a fare sport dopo anni e anni di ginnastica artistica interrotti da un brutto infortunio. Che poi non avrei avuto più la corporatura adatta, ma vabbé. Un inverno freddissimo, almeno per noi creature tropicali, soldi questi sconosciuti, palestre che costavano un occhio e piscine con orari incompatibili con qualunque attività che non fosse smaltarsi le unghie dei piedi sul divano. Una telefonata da Alghero e il suggerimento da parte di un ex moroso ex arbitro. Poi a te il calcio piace. Il corso che iniziava il giorno dopo, uno dei primi in Italia aperti alle donne. Le coincidenze non esistono.

Luca che raccontava in giro che usciva con un arbitro, giusto per ghignare senza ritegno delle facce sbigottite dei brianzoli, ma chi? quel bel fieu? e povero Pino, col figlio culattone. Ghignava anche il Pino, ma di brutto.

Una scommessa persa, la finale di coppa Uefa in piazza Duomo, la carica della celere. Manganellate e lacrimogeni come se non ne avessi preso abbastanza a Caput Mundi mentre la Pantera si aggirava per la Sapienza. La radiografia del mio cranio e lividi ovunque per settimane. Poche.

La mia prima designazione, i giovanissimi del Milan. Rifiuto giustificato. Il trasferimento.

La prima gara, al Santa Lucia, cielo grigio bassissimo e spogliatoio dell’arbitro senz’acqua calda. Ero sposata da sette mesi e vedova da sei. Fischiai qualunque cosa, anche le rimesse laterali.

Il campo dell’Uragano, il tè da non bere mai, per nessun motivo, che se ti va bene ci hanno sputato dentro e se va male ti ci hanno messo il Guttalax. L’arbitro incinta. Un flash, ogni volta che passo da via Vesalio.

Cronometro, moneta, taccuino. Lucido nero sulle mie bellissime Pantofola d’oro. Correre fino a sputare i polmoni, scansando palloni, corpi, scaracchi. Sollevare il braccio e fischiare. Prendere freddo, caldo, pioggia, vento. Rientrare negli spogliatoi coperta di fango, erba, gesso, sudore. L’unica cosa che mi rendesse sopportabile la domenica mattina. Per molto, molto tempo.

Fino alle partite pomeridiane. Fino all’essere in terna.

Fino alla Coppa Uefa, alle stelle mai così vicine, e a quel senso di truffa finale.

Fino alla trasferta a Napoli, alla retrocessione, alle sassate senza senso, al ritorno da eroi, comunque.

Fino al gol di Conti al 94′.

Fino a Svezia – Trinidad arbitrata a Denpasar con una divisa non mia.

Fino al vaffanculo liberatorio davanti alla sentenza della Commissione Disciplina che respingeva il mio deferimento.

Fino al trofeo più brutto dell’universo, che ora fa bella mostra di sé in qualche scatola nello scantinato a casa dei miei. Capocannoniera del primo e unico torneo di calcio a cinque giocato dagli arbitri, culminato in botte da orbi all’insegna del fair-play-questo-sconosciuto, ditemi voi.

(che vergogna. Il trofeo, non gli arbitri che se le danno di santa ragione e torto benedetto)

Fino all’ultima gara della stagione scorsa, il profumo dell’erba del campo di Hussainville mischiato a quello del docciaschiuma, sempre lo stesso in tutti gli spogliatoi, l’unica donna all’interno del recinto di gioco e quella botta di nostalgia spaventosa che ti spinge a battere i piedi sulla grata davanti alla porta anche se non ce li hai, i tacchetti da cui scrollare la terra. Al limite hai i tacchi.

Sapere cosa si prova.

Sapere che domenica comincia un’altra stagione. Caldo, freddo, vento, pioggia. Domeniche che quelli furbi se le passano a letto, mica a fare i cretini in giro. Domeniche che ogni tanto te le passi a letto anche tu, con la pioggia fuori, pisolando su “Tutto il calcio” .

Sapere che non lo perdi, il vizio. Che a volte pensi che basta, non ne vale la pena, che il calcio è marcio, non è più divertente. Poi finisci per caso in un gruppo di cazzoni calciofili e non era mica vero che non ne valeva la pena.

Non lo so, se ho reso l’idea di cosa c’entro col calcio.

Tu, se vuoi sapere altro, chiedi.