[come quando fuori]

Piove.

Le tamerici salmastre non fanno un plissé.

La solitaria verdura si trastulla su YouCorn.

Modugno vorrebbe trovare parole nuove per definire Jovanotti, che guardando come piove s’è comprato un pentavano tra le perplessità dei Cult.

Il cagliaritano medio subodora qualcosa.

Sulle prime non capisce, poi – con un’intuizione degna di Larrivey – si affaccia alla finestra.

Guarda a destra.

Niente.

Guarda a sinistra.

Niente.

Tranne che se stesse attraversando la strada l’avrebbero già stirato.

Solleva lo sguardo.

Bullet time: fissa la madre di tutte le gocce trafiggergli omaso, abomaso e sfociargli in peritonite perché nel frattempo ha spalancato la bocca in un parossismo di terrore.

Torna a velocità normale.

Audio. Decibel, watt, cristalli infranti. Slavine.

Ok, panic.

 

I motivi per cui l’abitante di una terra circondata dall’acqua regredisce allo status di Pithecanthropus consternatus in presenza della pioggia non risultano tuttora chiariti. Forse memore della sommersione di Atlantide, di cui ricordiamo il notevole remake del 2008, il cagliaritano medio ha elaborato una strategia che, se pure non gli garantisce la sopravvivenza alla catastrofe, gli consente comunque di rendersi riconoscibile nel panorama delle specie di futura estinzione.

Alla prima goccia, il cagliaritano medio assume la caratteristica espressione da urlo di Munch, mantenendo la quale si premura di dare la notizia ai parenti, ai vicini, ai lontani e a tutti gli amici di Facebook. Di questi, tutti quelli che non commentano a tema con grande scialo di allarmismo, vocali e punti esclamativi, che non cercano il sindaco e/o non mettono manco un like cancarato, vengono depennati pure se sono le svedesi bone conosciute a San Teodoro l’estate prima. Spesso si tratta di un falso allarme, è solo la signora Putzolu del sesto piano che innaffia la peonia, ma non si sa mai.

Alla seconda goccia, tira fuori dall’armadio la divisa da lagunare della Serenissima vinta a scala quaranta a Ferragosto al marito foresto della cugina che vive a Piove di Sacco, e comincia a mandare in loop a volume altissimo le cassette dei Rondò veneziano per caricarsi.

Alla terza goccia afferra un megafono e attacca a urlare istruzioni per riempire l’arca, dando la precedenza agli animali da cortile e ai santi col priority boarding.

Di norma, il diluvio si arresta prima della quarta goccia, e il cagliaritano medio è costretto a limitarsi a dichiarazioni post-partita in cui a parole promuove l’assetto della squadra e attribuisce alla sfortuna la mancanza di occasioni, mentre dalle espressioni facciali si evince una certa carenza di bifidus activus nella sua dieta quotidiana.

Ma di tanto in tanto Giove pluvio esagera e ne rovescia una tazzina. A volte addirittura una mezza pentola. E allora sì che il cagliaritano medio dà il meglio di sé. Perché quando piove davvero, la cosa migliore che un cagliaritano medio possa fare è mettersi in macchina e uscire senza che ve ne sia alcuna necessità. Otturare le strade al primo spruzzo di pioggia, per il cagliaritano medio, è un dovere civile. In nessun altro posto come in mezzo a viale Marconi intasato può esternare tutto il proprio comprensibile, condivisibile et eziandio legittimo stupore per il fatto che a metà novembre cominci a piovere.

(non chiedetevi cosa ci faccia un cagliaritano medio in viale Marconi quando piove; chiedetevi cosa può fare viale Marconi quando piove per lui)

Una cosa però gli va riconosciuta. Il cagliaritano medio non discrimina. Il cagliaritano medio è equo. Spesso anche solidale, ma soprattutto equo. Con la q. Dedica a ciascuna goccia la stessa attenzione, senza disparità, senza preferenze, chinandosi per scrutare il cielo oltre l’orlo del parabrezza e osservando ciascuna per lo stesso numero di minuti. L’interesse che mostra  per i tamponamenti? Triplicatelo e avrete quello che riserva alle gocce. Tutte, nessuna esclusa.

E intanto piove.

(uno stillicidio

zeppo di tonfi di motorette e strilli

di bambini)

Si procede a passo d’uomo.

Recentemente operato al menisco.

Si socializza, si scopre che si conoscono di fama le reciproche madri e sovente anche i padri, le cateratte favoriscono un’intimità in cui nessun dettaglio può restare privato, nemmeno a tre macchine di distanza. I gesti riportano, a quelli più lontani, affinché non si sentano esclusi ma – anzi – possano partecipare al dibattito, il dettaglio di volumetrie e proprietà dilatatorie che poco hanno del millimetrico. Uno zoologo prende appunti da un’Agila, riservandosi di verificare.

Si esorcizza la morte per annegamento in cunetta strombazzando ritmi sincopati, le sincopi dirette a quelli che si attardano a sottolineare le differenze tra la goccia n°794 e la 795. Il legittimo sbigottimento pluviale cede il passo prima al fastidio, poi all’irritazione, infine all’oltraggio puro, queste cazzo di gocce che arrivano dal continente a rubarci il lavoro, il nostro lavoro fatto di sudore sotto le ascelle delle magliette quando pranziamo al Poetto. Il 10 di novembre. Scalzi.

Cominciano le prime allucinazioni. All’ennesimo verde perso, quello con la divisa da lagunare sale sul tetto della macchina e comincia a declamare

Come lo scoglio infrango

Come l’onda travolgo

E viene risospinto dentro da una bordata di

Cummenti is callonis chi c’as scroxiau a ghiaia, spesari’ a casinu!

La pioggia non accenna a scemare. Dalle macchine, invece, si scemeggia in abbondanza. Due appassionati di vela discutono su chi abbia la precedenza all’incrocio di via Newton:

–          Randami ‘sto cazzo!

–          No, me lo randi prima lei!

Il cagliaritano medio comincia a sentirsi l’acqua alla gola pure se a terra non supera i tre millimetri. Nelle case si rafforzano gli argini delle portefinestre coi mezzi di cui c’è più disponibilità: gli asciugamani da mare.

Sale l’angoscia, quella sì, quella acre generata dal pericolo. Perché il cagliaritano medio si preoccupa che gli entri l’acqua in casa pure se abita in cima alla torre di San Pancrazio e gli ha appena citofonato san Pietro per chiedergli se possono salire da lui, ché giù da loro c’è un po’ di umidità. Due palombari aspettano il traghetto per attraversare via Vienna.

E poi accade l’imprevedibile.

Tutto si ferma. Tutto, anche il rumore. Non si sente volare una madonna.

Un arcobaleno perfetto, vivido da sembrare solido.

Scendono dalle macchine con gli occhi sgranati, tutti improvvisamente amici, cagliaritani e quartesi, idrorepellenti e repellenti e basta.

La cosa più bella del mondo.

L’arcobaleno, non i repellenti.

È ancora lì quando entro nel girone infernale. La macchinetta dei numeri è stata sradicata dal muro. Un’orda di huruk-hai brandenti impegnative tiene sotto assedio una porta. Quattro individui di sesso imprecisato attaccano qualunque camice di passaggio con la bava alla bocca, tenuti indietro a stento da parenti che vorrebbero sotterrarsi. Hieronymus Bosch schizza alla buona in un angolo per non perder gli spunti. Un hobbit annuncia che ha olio di proprietà da vendere, per chi fosse interessato.

Il mio chirurgo ha un’urgenza, e con lui Camice amaranto. Mi tocca seguire il camice azzurro di una che si è appena vantata con la collega di non leggere mai, niente, manco le istruzioni dei cannelloni surgelati. Leggere è una perdita di tempo, dice, “se voglio vedere cinquanta sfumature di grigio mi basta guardare i peli del pistillone [testuale] di mio marito e mi passa la voglia”.

Mi zappa in faccia con la delicatezza di un pitbull in crisi d’astinenza che sente un chilo di coca venti centimetri sottoterra. Esco con le lacrime agli occhi dal dolore e una medicazione inutile che ho provato inutilmente a farmi rifare. “Gliel’ho fatta bellina, che è ragazzina, quelle brutte lasciamole ai vecchi. Di cosa si lamenta?”.

Di niente.

Fuori, l’arcobaleno è ancora lì.

[letter to f.]

Venerdì mattina. L’sms arriva mentre ascolto questa su “Facciamoci del male”. Passo il resto della mattinata a pensare a cosa vorrei che suonasse mentre arriva la notizia della mia morte. Poi non ce la faccio più, mi scuso e me ne vado a casa. Lungo il tragitto continuo a pensare a cosa vorrei che suonasse mentre arriva la notizia della mia morte, però piangendo.

Venerdì sera. Mi chiedo se ci sia una normativa particolare che obblighi amici e parenti a fare un Camel Trophy per accedere alle camere mortuarie. Tua sorella ti copre con la bandiera del Cagliari. Poi la finiamo a parlare della panza di Simon Le Bon fino a che chi ha un marito non decide che è meglio andare a farsi stropicciare da lui piuttosto che stare a cianciare al freddo fra galline. Io vado al CRA ad aspettare le designazioni di AHO (che arriveranno tardissimo) e quelle di TOT (che non arriveranno mai), e racconto cose che non avevo in mente di raccontare. Poi scopro che le persone con cui avrei davvero voglia di bere, pesantemente, non sono geograficamente o dimensionalmente raggiungibili. Resto venti minuti sotto la doccia bollente per cercare di scongelarmi, ma ci vuol altro, poi fumo l’ultima in terrazzo pensando che quindi era questo il motivo per cui non sono riandata a vedere Mark Lanegan.

Sabato. Lo sapevamo che sarebbe stato come “Il grande freddo”, e così è stato. Ogni tre frasi una è “non ci vediamo da”. La maggior parte di noi è identica a quando aveva quindici anni, anche se lo so che quando io ne avevo quindici quasi tutti gli altri ne avevano già diciassette. Tutti identici tranne me, o almeno così mi sembra. Torniamo a parlare di radio, di radio futura, che però se non ci troviamo un’idea, e di radio passata, uno strato di pandoro alto otto centimetri sul pavimento, sangue nell’ascensore e funghetti nella vasca da bagno. C’è tanto di quell’umido che a nessuno viene in mente di dire che i funerali col sole sono meglio. “Troviamo un locale, chiudiamoci dentro e ubriachiamoci tutti insieme”. Invece forse la finiremo a ubriacarci in due, ma non adesso a botta fresca. In settimana, senza specificare quale, come sempre. Mi chiedo se a quest’ora sarei stata già a Torino, ma non mi ricordo gli orari. E comunque il derby lo vince la Juve.

Domenica. Domenica intorno alle quattro e mezza stiamo tutti pensando la stessa cosa: cazzo, Fra, va bene che sei morta da due giorni e ancora non sei pratica, ma è l’altra squadra che devi far perdere sempre a zero, l’altra, capito? Non il Cagliari, l’altra. Cazzo, Fra.

[foto di gruppo in un teatro]

Dall’album del KME 2012:

  • la potenza di fuoco di Bologna violenta
  • Guano padano vanta un credito di 4 sontuosi euri, esigibile in qualunque momento
  • spiegare la mia faccia improbabile a Nunzia Tamburrano (prima che – giustamente – mi faccia a polpette)
  • The heart&the void e Beeside molto, ma molto meglio di Red&Toby
  • Benni non è morto (nonostante tutto)
  • non sarebbe bello (fermarsi un secondo prima dell’incidente diplomatico)?
  • tutti a Berlino
  • islandesi vaganti (Epic rain alla cassa centrale)
  • de grin saund of De grinpipol (o dei sassaresi provati che si caricano qualunque cosa somigli a un amplificatore)
  • i dolori del giovane Cirillo
  • mai più fare dello spirito sulla mise da turista tedesco di Jakob Seidenstick (la vendetta di Florian sarà tremenda)
  • you can call me Valencia (o del mio nome geneticamente modificato per tutto il Commonwealth, forever)
  • Edda che gira in calzoncini da Pierino per il teatro
  • spiegare ripetutamente che Edda non è Tania
  • out as a Balcony
  • la pazienza di Deko
  • birre troppo piccole
  • sangria troppo buona
  • Sherwood (a forest)
  • Maya venuti dallo spazio (per far godere le nostre orecchie)
  • Gemme e Donzelle
  • solo un paio di domande
  • ammortizzatori sociali a latere (e questa la capiamo in sei)
  • il tracollo della tracolla
  • gente che i Wu Ming non li ha mai letti (altrimenti certe vaccate manco le penserebbe)
  • razze partigiane e razze d’imbecilli (quale scegliereste?)
  • il senso di Deko per il packaging (applausi a scena aperta)
  • colpi al cuore (e alle memorie labili, che a volte è bene riavviare. Come vecchie lavatrici ingolfate)
  • il teatro più bello del mondo
  • Iori’s eyes, our ears
  • voglia di tour
  • sembriamo andando in campeggio
  • fonici nottambuli (in birra veritas)
  • cose che mi sto dimenticando e mi torneranno in mente dopo

E comunque non mi era mai successo di salutare qualcuno scambiandoci lo stato di famiglia. Prima.

Grazie per aver suonato per noi.

 

[vento contro]

Lo sgomento.

Davanti a chi, preoccupato per la cancrena che gli divora un arto, decide di amputarsi quello sano.

Davanti a chi pensa, evidentemente, che il termine “internazionale” sia riferito unicamente a una squadra di calcio.

Davanti a chi ha in casa una miniera d’oro ma non muove un dito mentre gliela ricoprono di cemento.

Davanti a chi – miserabile – gongola per una disgrazia che ritiene altrui, e non capisce che la fossa è comune (oltre che biologica).

Lo sgomento davanti a una teca vuota. Quella che conteneva uno dei gioielli più preziosi che la città di Cagliari abbia mai avuto. Non rubato: perso, nell’indifferenza (quasi) generale.

Lo sgomento e la speranza, perché chi ha dentro lo spirito Chourmo non si ferma, neanche davanti alla peggiore batosta. Utopia e realismo, fantasia e concretezza, azzardo e onestà intellettuale. Dolore, cocente. Spirito di sacrificio, estremo, come in questo caso. Capitani coraggiosi, in una città che già prova a riorganizzarsi dal basso per poter sfoggiare ancora con fierezza il proprio fiore all’occhiello. Capitani coraggiosi, in una città che il coraggio lo deve dimostrare dall’alto, perché contare sulla solidarietà fra poveri è troppo comodo. E squallido.

 

Ai remi, Chourmo.

Non finisce qui.

 

[nel bel mezzo di un gelido inverno]

Che teneri, gli abitanti di Atlantid City, che appena il termometro scende sotto i 10°C attaccano coi commenti sul freddo polare.

Mettere il naso fuori di casa diventa un’impresa epica, forse per via della difficoltà nel reperire cani da slitta che trainino la Smart in salita fino in piazza d’Armi.

Chi è costretto ad avventurarsi all’esterno ne approfitta per rifarsi il guardaroba. Il risultato è un conglomerato di strati malamente coibentati, che impediscono qualunque movimento e soffocano la comunicazione. Quanto sono disinvolti nell’andare in tribunale o in banca con le infradito, tanto risultano impediti bardati come i figli innaturali di Amundsen e dello yeti.

Nel tentativo di sopravvivere alla glaciazione, annegano nel fil’e ferru, che secondo loro dovrebbe fungere da antigelo ematico, e rischiano il tracollo emetico perchè si sfogano – finalmente – ad ingozzarsi di qualunque cosa superi i sei miliardi di calorie per centimetro quadrato. Su Videolina, grande spazio all’intervista con l’esperto indipendentista che rivendica l’origine asseminese della polenta col capriolo.

Quelli che non soccombono intasano le linee telefoniche per raccontare, con tono a metà tra l’apocalittico e l’estasiato, ad amici e parenti – i quali lo sanno perfettamente, visto che vivono mediamente a due isolati di distanza – che la colonnina di mercurio quella mattina segnava i 9,5°C, “cioè, capito Bonaria, nove gradi e mesu, pitticca sa Siberia, m’inci femu morendi!”, “Tocca, o Fisio, lassammi’ serrai chi deppu cosinai su pinguinu po is pippius”. Poi corrono al supermercato a fare scorte che manco in previsione di una catastrofe nucleare.

L’Unione comincia a titolare sulla “morsa del gelo” anche se l’unico morso in tutta la provincia se lo son dato due automobilisti coinvolti in un tamponamento in viale Marconi (essendosi uno dei due distratto a valutare l’opportunità di acquistare le catene da neve per raggiungere in sicurezza Pitz’e Serra).

I negozi di articoli sportivi piazzano in vetrina tende da Himalaya, casomai qualche temerario volesse cimentarsi in un’escursione estrema a Burcei, e panettoni antisosta con una maniglia incollata a vinavil, nella speranza che qualcuno li scambi per attrezzi da curling.

Poi, tempo tre giorni, il termometro torna sui 12°C regolamentari, e allora tutti a ricordare l’inverno con un filo di nostalgia.