[cose per cui vale la pena vivere #n]

Io ‘sta cosa dei compartimenti stagni non l’ho mai capita.

Cioè, se ti trovi a bordo di una luccicante motonave Tirrenia, così pulita che ci si potrebbe mangiare dentro, e uno stupido isolotto decide che ne ha abbastanza della sua consueta posizione al largo di Villasimius ed è ora di vedere un po’ di mondo, ergo ti abborda mentre l’Italia sta lottando per i quarti ai mondiali contro il Perdasdefogu e ha bisogno del sostegno di tutti, passeggeri e personale dalla cambusa alla plancia, allora sì, i compartimenti stagni li capisco e li apprezzo pure. Altrimenti.

Non sono una persona gelosa, fintanto che tutti ricevono una porzione succulenta di attenzioni va tutto bene, la vita è breve e le cose/persone/luoghi interessanti sono troppi, e una volta qui era tutta campagna. E il diritto di esclusiva è qualcosa di troppo contrattuale, per i miei gusti, sebbene ogni tanto capiti di godersene i frutti e sia pure esaltante.

(lo so, lo so. a nascere in quell’anno lì o si voleva diventare astronauti, o si cresceva credendo che non ci fosse altro dio all’infuori di Gigi Riva, o si finiva per venir su come degli hippy tutti amore libero e rock’n’roll. nei casi più clinici, tutte e tre le cose insieme. peggio per voi che avete scelto di nascere nel ’77 e vi siete beccati una posizione che pare una ginocchiata al basso ventre)

Quando ho la fortuna di incappare in qualcosa di straordinario mi viene da condividerlo (cfr. “L’importanza di chiamarsi UNESCO”, O. Wilde et al., Villa Balorda University Press). E l’ultima – in ordine di tempo, tiè – piacevolissima sorpresa che mi ha regalato la rete – potete togliere le mani dagli occhi dei bambini, non mi riferisco ai miei bidibodibù roventi di ieri notte, e poi comunque ho un futon – di cognome fa Da Soli.

Bello, lo so. Evoca giornate luminose in cui un’entità gioiosa regala raggi tiepidi sotto i quali crogiolarsi beatamente.

Di nome fa Servitevi.

Richiamate gli assistenti sociali e liberate l’impiegata dell’ufficio anagrafe. Se l’è scelto lui, e non perché il nome che gli era stato appioppato insieme a una mestolata d’acqua benedetta facesse schifo. Anzi.

Se non vi piace leggere, lasciate stare.

Se non vi piace leggere molto, lasciate starissimo.

Se siete di quelli precisi, dritti al punto, che si fanno venire lo scorbuto appena fiutano una divagazione, abbandonate la lettura di questo post senza rimorso alcuno.

Se pensate che le citazioni siano noiose e la sola idea di riconoscerne due o trecento miliardi a ogni giro non costringe l’ufficio immigrazione della vostra città a fare un sopralluogo a casa vostra allertato dai vicini inquieti per le danze sioux in cui indulgete, uscite da questo post con le mani alzate in segno di resa.

Se aprite la bocca solo per mangiare, in maniera composta e moderata, uscite da questo blog prima che vi spari dietro con una doppietta caricata a sale grosso. Il biglietto di scuse per il gesto impulsivo ve lo manderò poi.

Se invece pensate che leggere sia una delle gioie della vita, e conoscete un buon ortopedico specializzato nella rimessa a dimora dello snodo mandibolare, mi permetto di suggerirvi un giro qui.

Lo so, è principalmente su Facebook. Ma sono disposta a copiare a mano ogni post a chi ne facesse richiesta, in attesa della beata speranza e di ogni turbamento.

(non era così, mi sa)

Per una volta mi ringrazierete.

A me, ma soprattutto a Fabiana.

 

 

[m’incateno]

–       Polstrada, buongiorno.

–       Buongiorno. Senta, io domani dovrei andare a Casin’e Pompu [Casa di Dio per i longobardi, Culo ai Lupi per i caputmundici – n.d.r.]. Non sono aggiornata sulla normativa relativa alle catene, che peraltro non ho, potrebbe dirmi se posso circolare?

–       Domani, ha detto? Mah, al momento le condizioni meteo sono buone, senta comunque l’ANAS per sicurezza. In ogni caso le metta in macchina, le catene, non si sa mai.

Cominciamo benissimo.

–       ANAS, buongiorno.

–       Buongiorno. Devo andare a Casin’e pompu, domattina. Non ho le catene (leggi il labiale, almeno tu, per favore: non-ho-le-catene). La Polstrada dice che dovrei poter circolare senza problemi, ma dice pure di chiedere conferma a voi per la situazione delle strade.

–       Domani, ha detto? Verso che ora?

–       Nove e mezza circa.

–       Non ci risultano bollettini di allerta. In ogni caso le spargisale sono in funzione tutte le sere e le mattine. Se vuole essere proprio sicurissima, richiami domani prima di partire.

Gentili, non c’è che dire. Efficienti. Quella deficiente sono io che, qualora per disgrazia dovesse arrivare una glaciazione durante la notte, non avrei un piano di riserva, visto che non sono in grado di reperire a stretto giro di posta manco una catenina del battesimo. E io domani a Casin’e Pompu ci devo arrivare. In tempo.

(cosa ridete della glaciazione? Ho visto il video di Gaia – Nuovo Ordine Mondiale, l’altra notte (è fatta, la Di Meo è pazza di me, mi manda i video di Casaleggio prima di andare a dormire. E’ fatta, e un bel giorno sapremo anche di cosa). Sì, lo so che l’avevano visto tutti tranne me e due cernie che passano le serate a giocare a burraco, ma ora so tutto. Tutto. Avevate cercato di tenermi nascoste la glaciazione e la terza guerra mondiale, miserabili, ma ora so. Tutto. Tranne che cazzo sia il burraco, lo scrivo solo perché ne parla ogni tanto uno scrittore molto figo che ho scoperto da poco e che prima o poi scoprirà di essere uno scrittore. Confido anche che scopra cosa sia il burraco, così dopo lo spiega anche a me)

Passo otto ore a infilare monete da venti centesimi in un distributore per fare il pieno ad Amaranta. Si scopre che ha ragione lei, il pieno con dodici euro e sessanta non ci esce, ma chi poteva immaginarlo, l’ultima volta l’abbiamo fatto con la super, quella rossa, e già ci lamentavamo che 600 lire al litro fosse un furto. Come riaggancio la pompa (cretini, vi vedo), il distributore emette quel suono ovattato tipico di quando ti serve un pentolino, quello piccolo in fondo all’armadio, quello dietro a una muraglia di padelle e coperchi kamikaze, proprio e solo quello, e vuoi fare piano perché nella stessa stanza c’è qualcuno appisolato su una sedia in bilico; poi spiattella tre $, dice “C-o-n-g-r-a-t-u-l-a-z-i-o-n-i” e mi rende cinque gettoni del telefono, la ricevuta di una tintoria per lavaggio e ceratura di un Burberry che non ho, una Fiesta Curaçao e tre calzini spaiati. La sera ceno leggera con un mojito e trofie all’uranio impoverito, faccio due chiacchiere e vado a letto presto, e mi addormento pure presto, perché la mattina alle tre e mezza non si può certo dire che sia un’ora tarda. Le dieci del mattino è un’ora tarda, soprattutto se avevi preventivato di uscire alle nove, ma non scalza e in mutande con l’aria di quella che ha passato le ultime sei ore nel tubo di scappamento di una lavacassonetti (Fare per fermare il declino di queste sveglie lavative che rubano lo stipendio, il mio voto è vostro).

Nel giro di mezz’ora sono comunque pronta a uscire, elegante e disinvolta con il collo infilato in una manica e un gioioso nido di cinciallegre in testa. Giornata bellissima, tutte le complicazioni legate a un eventuale esito positivo del colloquio arrotolate strette e ficcate sotto la ruota di scorta che spero sia rimasta lì dove l’abbiamo messa l’ultima volta, neh, Amaranta?, radio che insacca un filotto di brani benauguranti: Street life (il piacere di guidare lungo strade assolate e infinite – ladies and gentlemen let me introduce you the Route 131 –  e/o quello che mi aspetta se non mi prendono), Let there be love (ma sì. amore, pane e fantasia, un pasto completo a basso contenuto di sodio), The stars are out tonight (momento di vanagloria esponenziale, ogni volta che Bowie pronuncia il mio nome sono esplosioni di stelline e arcobaleni, sospiri sognanti e mutande da strizzare), My generation (già, proprio quella che questo paese considera in esubero). Ma cosa importa, si fila che è una bellezza alla velocità smodata di 90 km/h. Se non mi fermano per la targa scolorita, se non buco, se non becco l’autobotte sulla variante del Medio Campidano ce la faccio giusto in tempo. Dal km 50,200 la radio comincia a dare i primi segni di possessione diabolica: la morbida cadenza strascicata della Georgia di Stipe si impenna a tratti in acuti nasali ramazzottoidi. Ohibò. Tiziano Ferro interviene nella lotta per il monopolio poco dopo il bivio di Morgongiori  e  – in cambio delle adenoidi di Eros l’amaricante portate a Crimilde in questa stagione di penuria di cerbiatti – ottiene la lettura del notiziario di Radio Barbagia, i misteri dolorosi di Radio Maria e il segnale orario di qualunque stazione dalla Scozia al Camerun, che sincronizza in modo da dare agio ad una certa pubblicità occulta, ritmandolo in un “sono le undici e ventitre – e tre” che manco nelle peggiori classi di aerobica di Caracas.

A partire da Macomer l’attenzione viene catturata (non tutta: quella che non è impegnata ad evitare che Amaranta finisca in cunetta mentre sorbisco – sì, sorbisco. C’è un postilla con firma autografissima di Monsignor Della Casa, che attesta come sia tollerato il sorbire un cibo costituito da un ripieno avvolto da pasta sfoglia, qualora si renda necessario evitare che frammenti della pasta sfoglia medesima si insinuino in posti reconditi dell’abbigliamento o dell’anatomia di persona in procinto di un colloquio di lavoro onde poi scatenare la propria indole malvagia comparendo a sorpresa durante il colloquio stesso – due fette dello sformato di carciofi di mamma, che a colazione ha il suo suino perché. Lo sformato, non mamma) dal cartello con l’avviso dell’obbligo di catene a bordo. Obbligo che – poffare – svanisce per incanto il 15 marzo. Altra complicazione. Lieve, ma fastidiosa. Fastidiosa con cadenza pentachilometrica. Ma tanto fino alle porte di Sassari sono impegnata a non schiantarmi sul jersey ogni volta che la radio – che ha smesso di captare qualunque cosa ore prima e che mi son dimenticata di spegnere – torna in vita senza preavviso e a tutto volume, gracchiandomi in faccia quando brandelli di Onda verde, quando la réclame di Gonaria Moda Capelli per Lui e per Lei (perché ci potete scommettere che sull’insegna ci sono le maiuscole) e del Ristorante Pizzeria “L’approdo” a Dualchi (finalmente risolta l’annosa questione di dove parcheggiare il motoscafo in pieno Marghine), chiuso il lunedì, fino alle immancabili “siamo due respiri che vibrano nei tini” e “nell’ora della nostra morte, amen”, che rischi di invadere la corsia opposta reggendo il volante con una mano sola mentre l’altra si diletta in una varietà di gesti apotropaici.

(e tutto perché l’estate scorsa mi si è spezzata l’antenna mentre lavavo la macchina, altrimenti chissà cosa avrei beccato. Se qualcuno ruba un’antenna per te, sotto sotto…)

Alla barriera di Ossi-Tissi la musica cambia. I sassaresi sono animi sensibili. Capaci di delicatezze rare e insospettabili. Tipo preoccuparsi della naturale regolarità dei cagliaritani che si avventurano in quelle lande senza adeguata scorta di fibre. Radio Purgatorio, nel senso meno dantesco del termine, pone rimedio all’inconveniente in maniera immediata, e i rari brani decenti che sfuggono vengono prontamente mutilati con ferocia da voci di speaker uruk-hai dalla tipica sintassi “bagassa di <frase qualunque>, mi’!”.

Due sole cose possono riportare il sorriso di un cagliaritano nel sassarese (Lux e De grinpipol sono fuori concorso): l’allontanarsene nel più breve tempo possibile e i cartelli pubblicitari. Tolti quelli della catena di negozi di elettronica preferita da 3.235 persone, salutati con genuflessioni e offerte votive atte a resistere alla tentazione di mandare al diavolo il colloquio per vivere l’esperienza mistica di un giorno da Leonix, gli altri sono puri inviti alla riflessione. Tipo quel  “Fate il pieno di formaggio” nei pressi di un’area di servizio che ti fa immaginare code di topolini amaranto in fila il venerdì sera quando il casu marzu, si sa, costa meno.

Arrivo. Se la dea vuole arrivo. Dopo aver quasi stretto la mano a una coppia di turisti francesi presentandomi al loro cospetto passando dal cofano (il loro) mentre mi chiedo a quanto ammonti esattamente la popolazione degli artiodattili nella Nurra, visto che ogni tre metri c’è un cartello che invita a dare la precedenza agli stambecchi, ma arrivo. In tempo. Succederà qualcosa, lo so.

(succederà, per esempio, che mi ricordi di non essermi cambiata il piercing quando sono già con un piede oltre la soglia, e che ritorni alla macchina con la nonchalance di quella che spera che i cani al metal-detector fiutino solo un vago sentore di vaniglia e non i sei chili di fertilizzante colombiano per gerani purissimo [cit.] che ha in tasca; la stessa nonchalance di cui darò ampio sfoggio trafficando per un quarto d’ora sotto il volante con le dita nel naso e sperando che tutti gli impiegati di rientro dalla pausa pranzo si rassicurino all’idea che stia solo rubando un’autoradio)

Fiat colloquio, finalmente. Che se solo Marchionne si azzarda a metterne in produzione una lo cito per danni. Quattro candidati al turno pomeridiano: tre alieni che sanno a memoria nome, cognome, punteggio, genealogia e numero di scarpe di tutti gli altri, e che non vorresti mai incontrare in un vicolo buio, e una pulzella gagliarda nel fiore degli anni e delle proprie energie.

–       Quindi, dottoressa Sider, lei ha tre figli sessantenni a carico?

E con la faccia riposata di Tutankhamon prima di un appuntamento dal tassidermista.

Fine del colloquio. Ora che volge al disìo. Capo Caccia a due passi. Ah, la strada fin qui dal campeggio in vespone aggrappata a una psicologa ligure alla fine di Annus Horribilis 1.0. Oh, il muro di cinta dell’accesso alle grotte di Nettuno su cui rimasi appollaiata per metà di una notte causa attacco di vertigini quando ancora le donne non si buttavano garrule col paracadute al grido di “Nuvenia Pocket o muerte!”. Deh, il mio vecchio desktop senza occhi color Solanas né zucchetti all’uncinetto in primo piano.

(toh, una canadese che volteggia pigra in mezzo ai gabbiani)

Vaccaboia, lo spago incastrato sotto il sedile. Fanculo, il pianale saldato. Checcazzo, non avete mai visto una che entra nella sua macchina dal bagagliaio. Porcoilmondo, mi si è svitata un’anca.

E vado via così, nel tramonto infuocato, bestemmiando come un carrettiere maremmano, fino a che – al bivio di Bonorva – ritrovo il cartello, 15 marzo, e attacco a belare “senza cateneee, vi andremo insieeeme”, mentre sulla 131 scende la pioggia, ma che fa.

Tanto non devo traslocare.