[election day]

Dritta al punto, che c’è gente che deve avere il tempo di leggere prima di partire in ferie (maledetti): i Macchianera Italian Awards 2013.

 

Avete presente quella pagina Facebook a dir poco geniale che da quando è stata scoperta rallegra, ma che dico rallegra? Esilara! le mie e vostre cupe e tediose giornate?
Quella che uno si chiede “ma come facevo prima?”.
Quella che se non ci fosse bisognerebbe inventarla, e hai detto niente.
Quella che di fronte a certi affreschi di poesia che manco il miglior tramonto dal Pincio persino i Grammar Nazi scoprono di avere un cuore, con la q, e quando tornano a casa fanno una carezza ai loro pronomi personali e uhm, no, niente, lasciate stare, comincia a sembrare una faccenda un filo onanistica di dalliana memoria.
Quella che per alcuni di noi è come ritrovarsi a fare i cretini come ai bei tempi di TN, e direi che come regalo del decennale non potevamo riceverne di migliore.

[edit] Quella che mi ha fatto fare una figura mistica col collega che mi stava salvando della roba sul disco esterno, e per essere sicuro di salvare nel posto giusto l’ha aperto e ha chiesto strillando davanti ad altre cinque persone: “E’ questo qui il tuo, eh Out, questo dove c’è “colecisti”?”, ed era troppo complicato mettersi a spiegare, e quindi ora ho sei colleghi convinti che nel mio tempo libero mi interessi di calcoli alla cistifellea.

 
Ecco. Avete capito quale. Quella che sarebbe bello ringraziare di tutti i sorrisi (e i sogghigni, e le risate a squarciapanza, e le crisi respiratorie e l’ilarolacrimazione indotta) regalandone – per una volta – uno noi a lui, al signor Da Soli.
Magari vien fuori che siamo un branco di pigri da record, sìsì, poi lo faccio e oh, cazzo, ma scadeva ieri? Magari vien fuori che i sedicenti irriducibili non sono più di venticinque, compresi gli esseri di luce, la civetta impagliata e Mario. O magari davvero, la gratitudine è qualcosa che più ce n’è meglio è.

 
Qui trovate il link alla scheda di votazione. C’è tempo fino al 15 agosto, quindi fatelo subito, che tanto poi vi dimenticate, non vi conoscessi. E potremmo provare – fatta salva la libertà di votarlo anche come Miss Internet e Miglior sito fashion – a concentrare almeno una delle quattro opzioni disponibili sulla categoria “Miglior pagina Facebook”.
E vedere di nascosto l’effetto che fa.

 
Nota bene (per evitare che i vostri voti siano annullati):
• Le schede che riporteranno più di 4 voti allo stesso blog in diverse categorie saranno scartate e tutti i voti in esse indicati NON verranno presi in considerazione.
• Nel caso in cui per una particolare categoria non vi venisse in mente nessun sito, potete saltarla. Tenete conto però che (per evitare brogli e magheggi vari) verranno tenute in considerazione esclusivamente le schede-voto che avranno almeno 8 categorie compilate.

Annunci

[la figlia di damien hirst]

Quelle serate che giustificano e legittimano la sociopatia.

Periodo nataliz…no, non questo, miei pedantissimi piccoli lettori. Maggio, sì, lo so che è maggio, e so anche che non sembra maggio, ma converrete con me che quelle parcheggiate qui sotto sono navi da crociera, non Rangifer Rover 4×4.

Periodo natalizio, quindi. Quello solito. Mi ritrovo barricata nello studio a casa dei miei, in fuga da bambini urlanti che ti fanno precipitare a cercare sulla rubrica il numero di Erode (che nei preliminari non è mai stato un granché, ma alla fine non si può dire che non faccia sangue) e adulti con uno strano concetto di caccia alla volpe. Non perché abbiano un’opinione eccelsa della mia astuzia – rimbambiti sì ma non fino al quel punto – bensì perché tendono ad inseguirmi per stanarmi armati di piatti, ciotole, vassoi, teglie e altri contenitori più o meno convenzionali, alcuni traboccanti di cibo, altri di pietanze cucinate da mia cognata. A turno, quello che mi ha individuato strilla “E’ qui!” con tutto il fiato che non ha già sprecato per soffiare inutilmente in un corno da nebbia, e l’orda al completo mi assale per cercare di farcirmi oltre la mia capienza. “Voglio tornare a casa”, mormoro coi lucciconi agli occhi pensando alla fantastica serata che potrei passare involta in un piumone in compagnia di Robb Stark, Paolo Rossi e Falcao, anziché star qui in una cantina buia dove pure se respiro piano mi trovano uguale.
Approfitto di un momento in cui l’attenzione generale è catturata dal passaggio di un cerbiatto, un coniglio e una puzzola e mi infilo di soppiatto nello studio di cui sopra, pronta a difendermi fino al volume W-Z della Treccani. Internet e un barattolo di amarene sotto spirito sono i fidi amici con cui affrontare il peggio.
Internet, amarene e un altro oggetto misterioso. Noto infatti su una mensola alla mia destra un barattolo di quelli a chiusura ermetica, tipo da marmellata. Contiene un oggetto nero e marrone bruno, grande quanto il mio pugno, di origine ignota. Di primo acchito, sia che ci vogliano due t o meno, sembrerebbe una di quelle cose che di norma si trovano dentro il corpo umano e non a spasso per barattoli, per quanto il gusto dell’orrido sia ahimé diffuso e il mondo pulluli di psicopatici che conservano i propri calcoli alla cistifellea in bella vista sulla scrivania.
Ma, che io mi ricordi, gli unici calcoli in famiglia sono quelli prodotti da mio padre, nato geometra, che ha imparato Autocad da autodidatta non appena andato in pensione e ora pretende che la via più breve per scrivere la lista della spesa sia realizzare ogni volta una pianta in scala e perfettamente arredata di tutto il centro commerciale, parcheggio e svincolo inclusi.
Dirigo il fascio della lampada da tavolo, opportunamente schermata per rendere dura la vita ai miei inseguitori, dritto sul barattolo. Serve a poco. La luce si riflette sul vetro e su una superficie lucida all’interno. Un trancio di pesce con la pelle e le squame? E perché mai dovrebbe trovarsi su una mensola nello studio di mio padre, che l’unica volta che è andato a pesca in vita sua ha dichiarato – ma solo una volta in mare – che toccare i pesci gli faceva orrore quasi quanto gli faceva schifo l’esca, per cui l’ha finita a reggere altezzosamente una canna intorno alla quale due ancelli si davano da fare per stare appresso al ritmo forsennato con cui i pesci si immolavano davanti al profeta della Findus?
Sento che non dovrei volerne sapere di più, ma il gene della pirlaggine predilige le primogenite.
Avverto una forza oscura emanare da quel barattolo, l’aura di una rivelazione che manderebbe in frantumi le certezze sui miei parenti più prossimi.
Allungo una mano.
E non appena mi ritrovo con le dita intorno al barattolo, un pensiero agghiacciante mi fulmina: il polmone di Zippo.

Zippo è mio fratello e ha un difetto di fabbrica che si chiama pneumotorace. Anni fa fu ricoverato per un drenaggio stupidissimo che molto stupidamente gli mandò in necrosi mezzo polmone. Anziché due buchetti intercostali finirono per aprirlo come un pollo, e considerando che la corporatura media di Zippo dall’adolescenza in poi si aggira su uno standard di 185 centrimetri per un peso variabile di 52-56 chili, a seconda di quanti cacciaviti, spillatrici, metri da cantiere, etichettatrici e rotoli di scotch da pacchi si ritrovi in tasca, potete immaginarvi l’effetto. Potete anche immaginarvi la mia incazzatura: uno dei due, tra me e lui, è sicuramente stato adottato. A tre anni, per verificare che fosse ormai padrone degli incisivi, mi staccò un boccone di pancia con un morso. Io andai con molta calma ad avvisare i miei la volta che lo trovai seduto sul davanzale coi piedi penzolanti giù dal secondo piano. Se qualcuno ha titolo per smontarlo, quella sono io, solo io e nessun altro.
Mio padre, si diceva, è un uomo schizzinoso come pochi. Nonostante abbia accudito due figli piccoli senza distinzioni di sorta fra sè e la di loro madre, prova orrore e ripugnanza per qualsivoglia parte anatomica umana o animale esposta al di fuori della propria sede. Ma Zippo è l’erede, il figlio maschio con cui lui ha potuto sbertucciare una pletora di fratelli e sorelle che sembravano incapaci di produrre altro che mocciose infiocchettate foriere dell’immane rottura di palle di trovar loro prima o poi un marito.
Zippo è Zippo. Il suo polmone è reliquia. Ormai certa che ognuno ha davvero la famiglia che si merita, fletto il braccio fino a quel momento tenuto teso per mantenere la massima distanza tra l’oggetto misterioso e la mia curiosità malsana. Malsanissima. Sono ancora in tempo a riporre l’orrido reperto lì dove stava e a correre a lavarmi le mani con la calce viva, mi ripeto mentendo.
Perché io non lo so mica se ho il coraggio di guardare, e poi son cose private, mio fratello non lo vedo nudo da quand’era bambino, figurarsi l’interno, non voglio saperlo, non voglio saperne niente, e nel momento in cui mi son quasi convinta a rimettere a posto l’orrore pensando a future notti insonni per paura di incubi in cui brandelli di polmone sanguinolento mi vengono estirpati dal naso con una tenaglia rovente, apro gli occhi e lo vedo.

Il bue del presepio.
Giuro.
Ho pure due foto, da qui non riesco ma prometto di postarle appena possibile, a maggior ragione se non ve ne frega un cazzo.
Bue.
Del presepio.
Che non sta nel presepio.
Sta in un barattolo di vetro.

Sapete cosa significa?
Significa che forse quello adottato è Zippo.

L’avete voluto voi.

(voi chi?, diranno i miei piccoli lettori guardandosi alle spalle. Voi, quelli che stanno su Facebook. Se siete tra coloro che leggono solo qui, avete facoltà di rintracciare quegli altri uno per uno, legarli in giardino e costringerli ad ascoltare tutta “La recherche” letta da Cesare Maldini)

Esperienze drammatiche, si diceva.

Pericolosissime.

Anzi, molto pericolosissime, stando all’ultima moda lanciata da Casteddu online.

Metti una colecistectomia, per esempio, che solo per essere riuscita a pronunciarlo senza ridurmi la lingua a una gassa d’amante mi merito un premio.

La colecistesticazzectomia è un’operazione ormai di routine, ma presenta effetti collaterali durante il decorso che possono risultare letali. Tra questi si rilevano episodi di autolesionismo tra i bravi venditori, crisi respiratorie a carico dei lettori abituali di pixel, un richiamo formale da parte dell’Associazione Medici Dentisti Italiani e casi di ipnosi regressiva che colpiscono attempate tenutarie di blog e fanno risalire a galla, dai fondali melmosi della loro memoria, ricordi inquietanti.

Reperto n°1: si diceva che fosse l’estate più calda del secolo. Il mare s’era trasformato in una zuppa di miso, e quella specie di brodo primordiale aveva creato l’ambiente più adatto al proliferare di una specie fino a quel momento aliena dalle coste atlantidee:

la medusa gigante.

Se fosse buona o meno da mangiare, non vi so dire.

(certo, c’era anche chi aveva problemi più seri. Ricordiamo con affetto l’eroico edicolante della 554 e l’ancor più eroico estirpatore di Karote)

Qualunque attività si svolgeva in acqua, dal mangiare alle riunioni di condominio.

Tutti i notiziari ricordavano di consultare l’apposito bollettino prima di spostarsi da un luogo chiuso all’altro per sapere quanti secondi di sopravvivenza erano garantiti in assenza di aria condizionata.

I fenicotteri volavano arrostiti di tutto punto con un trinciante in mezzo alle ali, i profilattici venivano tenuti rigorosamente in freezer, e garantivano quel bell’effetto ritardante per lui, rinfrescante per lei.

Ho reso l’idea.

Sto lì bella (bella?) – sto lì (omissis) in infusione come se avessi tatuato Twinings sulle chiappe, che ondeggio al largo con fare paperesco, quand’ecco che una frusta invisibile mi sferza il costato e una gamba, paralizzandomeli. Provo a guadagnare la riva, ma mi rendo conto che farlo afflosciandomi sul fondo come un palombaro gonfiabile (ognuno ha i feticismi che si merita) non garantisce il risultato.

Il dolore è atroce. Il mio ultimo pensiero cosciente è che, cazzo, m’hanno lasciato da bere solo il sale e si son fottuti la mia tequila con tutto il limone.

Riprendo conoscenza in un chiosco. Sento la proprietaria dire al figlio di tenermi sveglia mentre arriva l’ambulanza, e questo bambino di dieci anni che mi intrattiene raccontandomi che in Australia ci sono le meduse velenose che se ti toccano muori. Faccio il mio primo giro in ambulanza in preda ai brividi e al delirio, il bambino ora è il direttore del Telefono Amico.

Mi scaricano d’urgenza al pronto soccorso. Non so cosa mi abbiano fatto sull’ambulanza, morfina, diacetylmorfina, ciclozina, codeina, temazepam, nitrazepam, fenobarbitale, amobarbitale, propoxyphene, metadone, nalbufina, petedina, pentazocina, buprenorfina, destromoramide, chlormetiazolo. Qualunque cosa sia, fluttuo in uno stato di soffice deprivazione sensoriale che suppongo preceda la morte. Sopra di me, la luce di cui tutti parlano, solo che me l’aspettavo diversa da un disco volante al neon.

E improvvisamente sento qualcuno annunciare che il dottor Carter sta arrivando a visitarmi.

L’ultimo barlume di coscienza vorrebbe indignarsi per lo sfregio di farmi arrivare al cospetto di John Carter giusto in tempo per fargli dichiarare l’ora del mio decesso, ma il resto è andato e il paradiso è un posto pieno di angeli con tuniche bianche aperte sopra casacche verdi. Se sono fortunata incontrerò pure Mark Greene.

In paradiso non mi fanno entrare subito, segno che quelle carogne della Cherubin Intelligence Agency sanno il fatto loro quanto a dossier. Mi ritrovo su un letto singolo in una saletta spoglia. Affianco a me, la mummia di Tutankhamon in scala 1:4. (scoprirò poi che si tratta di un bambino a cui un amichetto, per giocare, aveva tirato una medusa gigante in piena faccia). Mi sento come Hans Gruber dopo trenta piani di morbidezza. Peccato per l’atterraggio. Improvvisamente si apre una porta ed entra un’infermiera.

– Il dottor Carta sta per passare a visitarla per vedere se può essere dimessa. Come si sente?

– Devo avere un’otite. Ha detto che il dottor CartER viene a dimettermi?

– Un’otite, qui non risulta. Il dottor CartA l’ha curata per uno shock anafilattico.

– No, guardi, c’è un errore, io sono in cura col dottor CartER.

– Non abbiamo nessun dottor CarteER, qui. Ma il dottor CartA è bravissimo.

– C’è un errore. Un errore. Sicuramente, c’è un errore. CartER. Errore. Errore. CartER. Errore. Grosso errore. Sicuramente. CartER.

– Non si agiti. Ce la vuole l’oliva nel Lexotan?

[famo du’ calcoli]