14.

– Allora la cena di Ferragosto si fa da noi, eh?

– Ok. Porto il riso nero salmone e avocado.

– NO!! Cioè, no, volevo dire, non serve che ti dist…

– Oppure la pasta al limone e olive.

– EEK! No, no aspetta, davvero, ci sarà tant…

– Ma a Fede piace.

– Fede quando ha saputo che portavi qualcosa ha deciso di passare Ferragosto a Ulan Bator.

– Ma se l’ho sentita un’ora fa!

– Un last minute. Un’emergenza. Un summit. Una sostituzione per maternità. E’ dovuta partire all’improvviso.

– Uhm. Quindi cosa porto?

– Piatti di carta.

– E..?

– Birre.

 

Capite bene che non sarà certo un velato messaggio a impedirmi di lasciare che i miei amici sprofondino nella barbarie gastronomica.

Giungo a casa manovrando Glorià come fosse un hobie cat, e sì che ho preso solo lo stretto indispensabile per far fronte ai miei due inaspettati giorni di ferie estive, approfittando dei quali indulgerò a depurare il mio spirito con Tai Chi all’alba e tisane alla sera. I cinque chili di M&M’s con arachidi, gli otto sacchi di nachos, i cetrioli, le due piante di lime, la cassa di acqua tonica e lo yogurt magro sono solo di scorta nel caso di un abbassamento di pressione.

E poi ho i maledetti piatti di carta, ovviamente.

Le birre.

E uova. Che insieme alle patate che per fortuna avevo già in casa, altrimenti avrei solo potuto trasportarle producendomi in un numero di alta giocoleria di cui non volete sapere niente,  andranno a comporre la più saporita, irresistibile, squisita tortilla che mai sia stata gustata in questo emisfero. Insalata di riso, tz! Pasta fredda, pfui! Tortilla di patate: l’unica cosa che può rendere indimenticabile una cena di Ferragosto degna di tale nome, la più profonda dimostrazione d’affetto che si possa offrire ai propri amici.

Un po’ come una frittata a casa Lorenzini.

 

Trascino una Glorià particolarmente recalcitrante su per il mausoleo che separa il cancello di Villa Balorda da un enfisema.

Dai, Glorià, su, che devo salire a fare la tortilla mentre stormi di cherubini gorgheggiano “magno cum gaudio!”.

No, Glorià, non è la stessa cosa restare a prepararla qui davanti ai contatori.

Glorià, non fare così, pensa ai bambini che muoiono di fame a Quartucciu.

Ma no le crocchette per gatti, Glorià, sono amici, vergognati!

Glorià, perdincibacco, basta coi capricci, sali questa diamine di rampa del piffero ché non possiamo star qui tutta la notte!

Ora, ho chetato con grazia e fermezza nerboruti portieri pronti ad avventarmisi alla gola su calci di rigore inesistenti e regolarmente assegnati. Ho sedato con una parola gagliardi attaccanti in preda a legittimo istinto omicida su calci di rigore plausibilissimi et eziandio negati. Ho pietrificato con lo sguardo e un cenno del mento allenatori più abili nell’uso del congiuntivo trapassato che nel modulo a zona, e ciononostante incapacitabili del non essere stati convocati ad allenare la Seleção. Eppure il mio ascendente su un inutile, testardo ammasso di ferraglia rugginosa è pari a zero: Glorià, candidata all’Oscar come Miglior Mulo Imbizzarrito Protagonista, si pianta, decide che il nostro futuro è nel rutilante mondo degli stunt e, con una manovra da cintura nera di carognaggine, si rovescia sull’asse longitudinale, qualunque esso sia, in un tripudio di bottiglie di birra molotov e uova à la kamikaze, mentre in sottofondo suona “Cool bikes don’t look at explosions”.

Lurida esibizionista svergognata, non vedrai il tuo nome più grande del mio sul manifesto del Circo Togni. Il mio doppio salto mortale indietro con triplo rimbalzo sul gradino, touchdown di menisco e affrittellamento carpiato finale fa scattare l’ovazione nel pubblico composto essenzialmente da lucertole e api. Addirittura una coccinella si avvicina per stringermi cinque o sei mani, sottolineando che si vede che ho un passato da ginnasta.

“Passato” è la parola. Nel senso che quando mi rialzo sembra che mi sia passato sopra un camion della nettezza urbana.

Il rubinetto del giardino, a pochi centimetri dalla mia schiena, si ritrae mormorando “non farmi del male”.

L’unico suono che turba il silenzio è lo sgocciolio dai cocci e dai gusci in frantumi. E l’aria attraverso i raggi di una ruota che continua a girare rivolta al cielo.

 

Glorià ed io ci guardiamo sbieche e doloranti come Skip e Jonathan nella scena finale di “Class”.

I miei amici adorati smettono di piantare spilloni in una bambolina di stracci e paglia aggrovigliata.

 

Nessuno, vi giuro, nessuno ancora sospetta che nel mio corpo si sia avviata una terrificante mutazione genetica.

 

 

[i-i-in vietnam it was fourteen]

[giovani padawan dei miei stivali]

Sei e spiccioli del mattino.

Squillo del telefono che mi estirpa dal capanno degli attrezzi dove pomicio alacremente con Julian della banda dei cinque.

– Aiuto.

Le mani calde di Julian della banda dei cinque diventano all’istante due braciole fredde.

– Ho una traduzione da consegnare in camera di commercio per oggi a mezzogiorno ho 38 di febbre non ce la faccio ce l’avevo da ieri sera non ti ho chiamato perché non sapevo se eri da sola o no non mi avresti risposto invece ora sì che magari pensavi che avessero ricoverato tua madre anticipo io tariffa piena ti prego corri non odiarmi.

No.

Consegnare il lavoro E sparare in fronte.

Non c’è odiare.