[e intanto jean reno non sbaglia un film]

Che poi, a Oslo non è che faccia poi tutto ‘sto freddo.

Ecco. Siate gentili, ritagliate questa frase seguendo le linee tratteggiate e abbiate l’accortezza di sbattermela in faccia da qui a due mesi, quando cercherò di uccidere un bue muschiato a mani nude per fregarmi i suoi mutandoni di lana che pungono.

Comunque.
Seriamente, ora non è che faccia freddo. È la lobby malefica delle parafarmacie aeroportuali che fa scempio del viaggiatore tropicale. Pagano fior di mazzette per tenere l’aria condizionata a una temperatura polare, ma tu non ci stai, non ti pieghi alle loro sordide logiche, tu, fiera vedetta della resistenza degli oppressi e dei vessati, non ti renderai complice di chi ruba ai poveri per dare ai ricchi.

E arrivi a casa cod le darici boquettate, bestebbiaddo la badre di tutti i vicks sidex.

Perché il vicks sinex è un animale subdolo. La sua indole malvagia lo porta a intralciare qualunque manovra per 360 giorni l’anno. Devi condire l’insalata? Sperona la bottiglia dell’olio e fa in modo di finire al suo posto sotto la tua mano tesa e distratta dallo spiegare che no, la cicuta non ce l’hai messa, stavolta. Cerchi a tastoni il collirio in quella nebulosa di Poppins che è la tua borsa? Troverai sempre e solo lui, e al sesto tentativo userai la borsa medesima per battere il record mondiale di getto del peso e ti terrai la ghiaia sulla cornea. E se in un momento di intimità particolarmente intima lui si lancia improvvisamente in una danza cambogiana della fertilità che, per suono e movenze, ricorda più un calcio di punizione tirato apposta per non dare un seguito alla progenie dei difensori in barriera, mentre tu scopri di essere stata scritturata a tua insaputa per il remake di un vecchio spot delle caramelle Polo, e tutti e due vi scoprite improvvisamente devoti di san Cunegondo abside, ecco, quella è la volta che si è sostituito al lubrificante.

Per tacere di quando ti capita di scambiarlo con l’angostura.
Che, come tutti sanno, non è un animale.
Intelligente.

Comunque.
Sta sempre, sempre, sempre, sempre in mezzo, il vicks sinex. Poi, appena ti serve, si volatilizza. E sì che in casa tua non ci sono infiniti posti dove una cosa può sparire. È l’unico modello al mondo di casa cassettopriva, tutto è a vista.

Il frigo.
– Mavattene, il frigo, quando la giri sulle iperboli sei davvero leziosa, Sider.

Leziosa, come no. Leziosa un par di palle. Chiedetelo alla Pollera, cosa c’è nel mio frigo. Tanto ci sono le stesse cose che ci ha trovato quando è stata qui l’ultima volta, tre mesi fa. Compresa la banana lasciataci da Tamacoldi, credo fosse aprile, ma lo sapremo con certezza dopo l’esame autoptico.
Della banana, non di Tamacoldi.
In ogni caso, nel frigo ci sono – appunto – le solite cose: yogurt, muschio, shampoo, la banana di Tamacoldi, ghiaccio, altro ghiaccio, una busta di piselli surgelati, uh, il cd della Badu, ecco dov’era finito, una bottiglia di gewürtztraminer, un preservativo nuovo, uno usato, burro, ghiaccio.
Il vicks sinex, cobe fosse la bidiba di Bolzado.
E a qued punto subettra la disperaziode. Perché lo sai che ti aspetta uda dotte idsodde e torbedtosa.

Quando sei disperato hai due possibilità:
a) comporre un brano memorabile
b) chiamare lei. La Depositaria Di Ogni Rimedio (Pazienza Se Ogni Tanto Si Confonde).
L’opzione c) è sempre valida, ma ansimare col naso otturato non dà la stessa soddisfazione.

– Petu’, ce l’hai un rimedio per stappare il daso?
– Il raffreddamento va scaldato. Zenzero come se piovesse, nei cibi e grattugiato in una tazza di acqua bollente. Lo annusi per 10 minuti e poi te lo bevi. Anche il wasabi è molto efficace per liberare il daso.
– Sicura, veh, Petu’? Non è che la finisco come la volta che avevo un appuntamento di lì a un’ora e ti ho chiesto un rimedio rapido per tirarmi su la faccia che mi cadeva a pezzi dopo una nottata in bianco e son rimasta venti minuti col muso spalmato di una roba che poi si è scoperto serviva per lucidare i candelabri d’argento?
– Vai tranquilla.

La gente furba, quando si sente dire “vai tranquilla”, scappa a gambe levate senza manco chiudere la chat.
La gente furba è brutta, antipatica e gli puzzano i piedi.

– Petunia, io ti voglio bene. Ricordati solo che credo a qualunque cosa. Sappi che se mi stai prendendo per il culo e mi mummifico la lingua col wasabi, gli spiriti dei pom…delle fellatio che non potrò più fare ti perseguiteranno in eterno.
– Tesoro, non ti prenderei mai per il culo. E men che meno mi metterei contro gli spiriti dei pom…delle fellatio.

(noi fiori dell’aristocrazia educati alla Royal St.Paul School. Le vostre tasse, umili mezzadri, non sono state spese invano)

Barra a dritta sul bidone dello zenzero.
D1, colpita e affondata. Il bidone si rivela per quello che è.
Tra i vari difetti che ho in dotazione, senza i quali non sarei altro che una noiosissima Paolo Lentini in gonnella, c’è quello di conservare tutto. Non lo faccio perché sotto sotto spero che la Pollera cambi specialità ed entri in clausura a Psichiatria (per i nuovi lettori di questo blog, la dottoressa Pollera è la mia veterinaria curante. Ed è afflitta da un morbo tremendo che la porta, per esempio, a dare di matto se, stendendo le mutande, non trova due mollette dello stesso colore. Immaginatevi il dramma della povera donna ogni volta che viene a trovarmi).
No. Lo faccio perché ci tengo ad essere l’idolo dei trovarobe.

– Sider, ho Scorsese che viene qui a girare fra mezz’ora e ha bisogno di un paio di stivali neri, 37 ½, con la zeppa, sfondati, ma solo quello destro. Gli ho giurato che ce li avevo, ma non è vero, ti prego, aiutami!

– Sider, mi serve uno scontrino in cui figuri la spesa media di qualcuno con un’alimentazione da disadattato per la copertina di “Se potessi avere 80 euro al mese”, ma non uno scontrino con gli euro, me ne serve uno vecchio, in sesterzi, guarda bene che ce l’hai.

– Sider, siamo a pari punti con la squadra delle Giovani Moffette nella caccia al tesoro parrocchiale, ci manca una gelatiera guasta e una figurina doppia di Odoacre Chierico per vincere, solo tu puoi salvarci!

Il giorno che a qualcuno di voi servirà un bidone di zenzero vuoto per l’allestimento di “Antigone speziata”, io sarò la vostra donna.
Nel frattempo, sodo solo uda cretida che dod respira.
Però una cretina che non butta niente.

Il frigo.
– Arifacce co’ ‘sto frigo, Sider, piantala, sei stucchevole.

A parte il fatto che non dovreste usare parole di cui non conoscete il significato per riempire le crepe nei vostri muri, nel mio frigo c’è la soluzione a tutto, anche al quesito della Susi.
Infatti.
Tre bustine di zenzero e due di wasabi accuratamente serbate dall’ultima cena giapponese da asporto. Mai più trovato un giapponese buono come a Iwo Jima. Apro, rovescio in una tazza: il presunto zenzero sembra più una buccia rimasta nel piatto di Hannibal Lecter. Controllo meglio le bustine: scritte in giapponese, l’unica cosa che capisco è “continua”.
Continuo.
Verso acqua bollente su qualcosa che spero non avesse impronte digitali, una volta, aggiungo il wasabi e mi concentro sull’inalazione. I due tappi di damigiana saldamente conficcati nelle narici non collaborano.
Un miagolio da fuori:
– Non per sapere i fatti tuoi, ma stai sodomizzando un rinoceronte mannaro che scuoia una foca o ti è andata a puttane la sintonia della radio?

Dod è coppa bia.
Vabbè che Petudia aveva detto dieci biduti.
Dopo cinque arriva un PLOM! dal telefono con sollecitazione di segni vitali. Avercene.
Accenno alla situazione in tre parole: naso tappato. Zenzero. Wasabi.
E.T. e Jean Reno decidono di darsi agli oppiacei.
La replica arriva inaspettata:
“Cioè hai infilato del wasabi nelle nari? Adesso? Posso avere una foto?”

Ohibò.
Ci sarà tempo per una serie di considerazioni sulle amicizie che ciascuno si merita. Ciò che mi si spalanca davanti è una voragine dubitativa:
Petunia. Fermi tutti. Petunia ha parlato genericamente di wasabi. Sono io che l’ho assimilato al protocollo zenzero e ne ho fatto un tutt’uno con l’acqua bollente.

ECCO PERCHE’ NON STAVA FUNZIONANDO!
Non avevo capito una cippa.
Strano.
Meno male che ci sono gli amici.
Amici veri.
Che mi vogliono bene.
Che mai e poi mai si prenderebbero gioco di una citrulla credulona che, pellizzara suo malgrado, allo stremo delle forze, col neurone che rantola “ipossia, ipossia canaglia”, le proverebbe tutte pur di tornare a respirare. Tutte.

Amici.
Il wasabi nel naso.
Brucia.

[occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio]

Quelle giornate in cui alle undici del mattino ti sei già pentito da un pezzo di esserti alzato, all’una invochi la giustizia degli dei affinché ti mandi un’ascia bipenne, all’una e cinque preghi gli dei di stare fermi, per carità, ché con la fortuna di oggi c’è il rischio che l’ascia bipenne arrivi sì, ma a te in mezzo agli occhi.

Alle due vorresti che una spalla maschia e un braccio possente ti facessero sentire protetta da qualunque sopruso, e se pure questo comportasse l’allontanamento di tutti i vestiti dal terreno di gioco si tratterebbe di un sacrificio duro ma sopportabile.

Alle tre vorresti scavare un buco in terra e nascondertici dentro fino all’indomani.

Alle quattro ti chiedi cosa cazzo abbia quella stronza della mezzanotte da fare la preziosa.

Alle cinque lanci in aria a ripetizione un coadiutore dei processi decisionali e del calcolo delle probabilità per vedere se spararti un colpo alla nuca e porre fine a questa giornata assurda o puntare la Parabellum a caso e far fuoco di conseguenza, tanto come ti giri non sbagli.

Per otto volte di seguito esce “croce sopra”.

Fighi, ‘sti coadiutori truccati.

Alle cinque e venti stai urlando OOOOOOOooooOOOHHhhhhhmmmMMMMMMM fuori dalla finestra. Panico nel quartiere, cinque rifugi antiaerei a secco vengono tirati su a tempo di record, il signor Urpino Murenu, classe 1922, alza il pugno al cielo strillando “maleretti yènchisi”, sua moglie Molentargia carica l”88 a pabassinas del ’37.

Annata, non calibro.

Il comandante dei vigili del fuoco telefona per supplicarti di diventare la loro sirena 2013-14, mentre i suoi lo legano al palo di discesa con una manichetta pregando che rinsavisca. Tutti insieme finiscono sul paginone centrale di Playgay di dicembre e poi ospiti di uno speciale “Ulisse – il piacere della scoperta” in cui Alberto Angela li intervista vestito da san Sebastiano del Mantegna.

Nel frattempo la marea di cazzate che hai scritto è servita a evitare che il prossimo post fosse scritto dall’Ucciardone. Forse.

E mentre ti rilassi aspettando che la corrente ti faccia passare davanti il cadavere dell’Enel, accendendo ceri al santo protettore dei carrozzieri e stabilendo una volta per tutte che la domanda fondamentale non è “giusto per saperlo, sei sposato?” ma “giusto per saperlo, tua moglie s’è diplomata in voodoo alla Scuola Radio Elettra?”, ecco che arriva la soluzione.

La soluzione a una monumentale, titanica, poderosa giornata di merda sta su questo sito.

Alla voce referrer.

Voi non avete idea.

No, non ce l’avete.

Vi dico di no.

O forse sì, visto che Elena Tamacoldi in tutte le versioni, i dettagli intimi del procione, le curiosità inconsuete sulle processioni e su Fabio D’Auria le cercate voi su Google, mica io.

(approfitto di questo post per salutare i lettori del Chile di cui son venuta a conoscenza poco fa. Attraverso quanti e quali gradi di separazione siate arrivati qui è un mistero che forse un giorno verrà risolto, ma nel frattempo oste! serva a questi signori o signore il mio più caloroso benvenuto)