[hole in my life]

Amici che pensavate di dar finalmente credito a quel manipolo di estimatori entusiasti che vi ostinate a frequentare (ma questi son problemi vostri) e di intraprendere quindi la lettura di un romanzo di Jo Nesbø, attenzione: lasciate stare – ripeto: LASCIATE STARE – Il cacciatore di teste.

Sarei lieta di avere un parere da Eva Kampmann, nel caso avesse avuto modo di leggerlo in originale, ma – per fastidiosa che possa essere la traduzione in diversi punti – dubito che il grosso della responsabilità sia da attribuire a quella. La verità è che sembra scritto da un’altra persona. Qualcuno mediamente abile a scribacchiare, ma più affine a Stieg Larsson che all’uomo che ha fatto sì che ci ritrovassimo coi forconi sotto casa del signor Einaudi a urlare “Allora, li compri ‘sti cazzo di diritti per Flaggermusmannen e Kakerlakkene o ti dobbiamo venire a prendere?”.

Date retta a una scema che si è dovuta mettere sul primo volo per Oslo e andarsi a girare mezza Norvegia per seguire le tracce di Harry Hole: Il cacciatore di teste è depistante. Penserete di avere per amici dei deficienti nekultuny (ma che nonostante tutto stanno attenti a non sputtanarvi troppo della storia, casomai aveste un pomeriggio libero senza niente di meglio da fare) che non colgono la differenza tra la prima serie del dottor House e Medical investigation. Per dire.

Harry Hole. Leggeteli in ordine, leggeteli in disordine ma – lo dico con lo sgomento di chi va a letto con Edward Norton e si sveglia con Oscar Giannino – non vi scostate da lì.

A darmi dell’inguaribile spocchiosa siete sempre in tempo.

Annunci

[we hate you, please die]

D’accordo, sono una brutta persona.

Ma normalmente non è che sia così stronza.

Cioè, ogni tanto sì, e spesso do questa prima impressione, dovreste sentire i miei ex studenti e i tirocinanti. Che alla fine mi adorano, ma alla fine.

E’ che a volte mi strappano la stronzaggine dalle mani.

Biblioteca circoscrizionale di Melpomene, ieri sera, 19.20.

L’attività di prestito chiude alle 19.30, quindi ho giusto il tempo di fiondarmi alla sezione fumetti che sta di fronte all’ingresso, riempire il carrello e affrettarmi al bancone.

Mentre la bibliotecaria demolisce la mia piramide adducendo motivazioni secondo lei plausibili tipo “qui non è come la biblioteca di Urano che te ne danno a botte di venti, qui ne puoi portare a casa al massimo sei”, mi casca l’occhio sulla pila di libri che giace sotto il cartello “in restituzione”. Il primo della pila è “Il cacciatore di teste” di Jo Nesbø. Edizione Einaudi, la traduzione non è di Eva Kampmann, ma improvvisamente mi sento come se stessi rientrando dal lavoro alle tre di notte morta di fame e mi offrissero una pizza. Magari non la pizza più buona del mondo, ancora non lo so, ma una bella pizza calda e fragrante.

La bibliotecaria mi porge un mucchietto che si potrebbe considerare rispettabile, se non fossi così vergognosamente ingorda. Cinque tomi. Le chiedo se posso prendere Nesbø come sesto, lei acconsente garrula, e mi accomodo a sbranare il primo dei non eletti nella mezz’ora che mi separa dalla chiusura.

Tempo dieci minuti e al banco scatta il parapiglia. Anche se l’unica bottiglia rilevante è quella che tutti vorremmo dare in testa al buzzurro che ha scambiato la biblioteca per la curva nord.

– COME SAREBBE CHE NON LO SA?

– Significa, in italiano corrente, che non ne ho idea, signore.

– CIOE’, UNO FA LA FATICA DI SPULCIARE I VOSTRI SCAFFALI DEL CAZZO, METTE DA PARTE DUE LIBRI, POI SI GIRA UN ATTIMO E NON LI RITROVA?

– Le sarei grata se abbassasse la voce, “signore” (il virgolettato nel tono della bibliotecaria è palpabile), questa è una biblioteca. Dove aveva poggiato i libri che voleva richiedere?

– SOPRA QUESTI ALTRI, VEDE? ERANO DUE, UNO C’E’ ANCORA, L’ALTRO E’ SCOMPARSO. E A VOI VI PAGANO PER FARE MALE IL VOSTRO LAVORO, VERO?

– Mi perdoni, cosa c’è scritto sul cartello lì dove li aveva poggiati?

– IN RESTITUZIONE! IN RESTITUZIONE UN CAZZO, IO LI DOVEVO ANCORA PRENDERE! MA COSA LO DICO A LEI CHE LO SO IO COME C’E’ ARRIVATA A LAVORARE QUI DENTRO!

Fisso lo sguardo in quello della bibliotecaria. Faccio per aprir bocca. Poi guardo il buzzurro che continua a ipotizzare che i colloqui di lavoro lì dentro si svolgano all’insegna della fellatio benevolentiae e la chiudo. La bibliotecaria approva.

– A quarantasei anni suonati, dopo una laurea, una specializzazione e otto anni di contratti a progetto semestrali rinnovati ogni volta per il rotto della cuffia, se ci tiene a saperlo. Sono spiacente per il suo libro. Se mi avesse avvisato glielo avrei tenuto da parte.

– FANCULO AL LIBRO! MI DIA L’ALTRO CHE MI HA GIA’ FATTO PERDERE TROPPO TEMPO!

– Mi spiace, ma il servizio prestiti chiude alle 19.30. Sono le 19.45, non posso più darglielo.

– MA CHE CAZZ…MA LEI E’ FUORI DI TESTA! MA COME SI PERMETTE? MA IO LA FACCIO LICENZIARE! MA SI FIGURI SE CON LA FAME DI LAVORO CHE C’E’ DOBBIAMO PAGARE LO STIPENDIO A UNA COGLIONA DEL GENERE! SE LO METTA IN CULO, IL SUO LIBRO!

Esce trascinandosi appresso una scia di piacevolezze di rara poesia che purtroppo non cogliamo del tutto. Per pura curiosità, lo seguo con lo sguardo fino a che risale in macchina. Un suv che fa provincia.

Statistica.

Prima di mettere in moto, prende l’ultima gomma e butta il pacchetto a terra per strada.

Statistica pura.

Nessuna eccezione.

Mi avvicino al banco.

– Mi scusi, so che avrei dovuto dirlo che l’avevo preso io e renderglielo, ma è stato così maleducato che.

– Mi scusi lei. Sapevo benissimo chi l’aveva preso, gliel’avevo appena consegnato, ma è stato così maleducato che.

Ce ne andiamo a casa sentendoci un po’ stronze tutte e due, ma meno di quanto dovremmo.