[we are family – extended version]

–          Ciao, sei a casa?

Se ci badate, quando guardate i documentari sui coccodrilli, noterete che ce n’è sempre uno sullo sfondo che pare trovarsi lì per puro caso. Uno anziano, canuto, con l’aria di chi ha fatto il proprio tempo e ormai aspetta serenamente la sua ora facendo la calza e guardando con indulgenza gli esemplari più giovani sbocconcellare turisti incauti aromatizzati all’Autan.

È il più pericoloso di tutti.

Ed è mia madre.

Ci eravamo sentite la sera prima. Dopo venti minuti di aggiornamento clinico intervallato da grandi “uhm” di partecipazione, ho fatto la cazzata. L’ho messa in vivavoce. Per strano che possa sembrare, ero in ritardo, e ho ritenuto che vestirmi usando tutte e due le mani potesse non solo accelerare le operazioni, ma anche evitarmi di essere scambiata per la testimonial di Pitti Immagine Profugo.

Ovviamente la cazzata non è stato farlo, ma dirglielo. L’ha presa benissimo.

– No, no, figurati, vai pure, non voglio mica annoiarti se hai cose più importanti da fare che ascoltare la tua povera madre malata. Ti lascio ai tuoi impegni mondani. Io ora registro un videomessaggio per Studio aperto e poi apro il gas. Divertiti, eh.

Il venerdì 17 non ha levato le mani di tasca fino all’alba, per sicurezza.

Fatto sta che sentirla di nuovo dopo meno di ventiquattr’ore è un ottimo segno, se siete i quattro cavalieri dell’apocalisse e vi piacerebbe sbrigare il lavoro in tempo per farvi una pizza fuori con gli amici, visto che è sabato.

–          Sì, sono a casa.

Sono a casa e sono un’idiota. Essere andata a dormire alle quattro e mezza non è un’attenuante.

(anvedi ‘sta smutandata, diranno i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Per la precisione, il bordo della cassapanca che sta in testa al mio letto, quello sul quale dò craniate a ripetizione – a volte anche di piacere, lo ammetto: immaginate la sensualità del rituale dell’accoppiamento del facocero, il clou dell’azione, un crescendo di grugniti, grufolii e giravolte spaziali, e improvvisamente un sonoro STOCK! di cui nessuno si cura fino a che il parossismo di passione si placa e l’unico turgore residuo è quello del bernoccolo sulla mia nuca.

Ma non era di questo che stavamo parlando.

Stavamo parlando del fatto che da una ventina di giorni Grogu si crede una sveglia. Puntuale come un orologio atomico, alle 04.55 lei suona. Tutte. Le. Sante. Notti. E io la finisco a battere i quarti sul bordo della cassapanca dalla disperazione. Non c’è verso di disinnescarla. Lo snooze non le funziona. Ho provato a resettarla, niente. Spegnerla contro il muro come una normalissima sveglia pare brutto. Perciò l’altra notte ho deciso che sarei rimasta sveglia per non farmi svegliare. Non chiedetemi cos’ho detto, però ha funzionato. Ne ho solo risentito un po’ in lucidità e tempi di reazione, per cui Madre mi fa una domanda appena sveglia e io – in barba a qualunque istinto di sopravvivenza – rispondo la verità)

Una perfetta idiota, quindi.

Nessuna domanda di mia madre è mai innocente, oziosa o casuale.

Nessuna.

Mai.

Se la conosci, inventi una risposta che nulla abbia a che fare con la realtà.

Se la conosci, non ti uccide.

Ma non faccio in tempo a preoccuparmi della visita imprevista di un coccodrillo. Basta cazzate, stavolta è seria.

– Tuo fratello si è fatto male al lavoro. Non sappiamo ancora niente, solo che lo stanno portando al Marino. Stiamo andando lì.

Il peggior déjà-vu del mondo. Qualcuno avvisa qualcun altro che qualcun altro ancora si è fatto male. Qualcun altro si precipita in ospedale senza sapere niente, tantomeno che è troppo tardi. Pelle d’oca a mille, capelli dritti. In tre minuti sono al pronto soccorso che paio un pesce istrice.

Lì, lamenti, lacrime, imprecazioni. Gente incazzata, rassegnata e depressa. Praticamente la curva sud di San Siro. Di Zippo, nessuna traccia.

Non so se ve l’ho già detto, ma Zippo è fratello unico. Da piccolo lo definivano “un bambino vivace e cagionevole di salute”. In effetti di malanni se ne cagionava parecchi, tipo quella volta che decise che pestare con un batticarne sul vetro della finestra era un gioco furbo.

Sì, a casa nostra mio fratello è quello normale.

Quella volta lì il vetro doveva essere difettoso, perché si ruppe; il bambino vivace se la cavò con una scheggia affilata ma intelligente quanto lui, sei punti e una cicatrice due millimetri sopra le vene del polso.

Ora, è vero che la mia esperienza come educatrice si limita a far avvicinare al debito pubblico del Pongo Belga la quota che Cognata devolve mensilmente in tinture per mascherare i capelli bianchi che le faccio venire giocando con Nipote alla piccola pusher. Però se un bambino tende a cagionarsi problemi di salute di questo tipo, persino il metodo Montessori prevede che possa essere curato a papagni dietro le orecchie. Ecco, Zippo di papagni dietro le orecchie non ne ha preso abbastanza, quindi potete capire con quale spirito – déjà-vu a parte – mi appresti a chiedere di lui in un pronto soccorso. E poi è una questione di responsabilità, sono la sorella maggiore, non intendo sottrarmi alle mie. Se c’è da smontarlo, lo faccio con le mie mani.

Dopo tre giri a vuoto dell’ospedale, un piede infilato nella porta del triage e la minaccia da parte della guardia giurata di spararmi se non mi placo, non l’ho ancora trovato. Sono sempre un pesce istrice, solo ora grosso quanto un mammuth.

Finalmente becco un tipo dell’ambulanza che l’ha portato lì. Niente di che, mi spiega, ha cercato di colpire di testa un bancale senza riuscire a mandarlo in rete, e poi il compagno del bancale, vedendolo smarcato in area, gli è crollato addosso. L’arbitro interrompe il gioco, assegna il rigore e fa entrare i barellieri.

Capisco subito che qualcosa non torna, Zippo sul lavoro è sempre stato attentissimo. Nel frattempo si affaccia un’infermiera. “È cosciente”, mi dice. “Se vuole può vederlo”. Son talmente inquieta che evito di risponderle che se è cosciente dev’essere il fratello di qualcun altro.

– Ciao fratellino.

– Ciao sorellona.

Ho un’amica dentista che sulle carie ci campa una figlia e due cani. Credo che il paradiso lo immagini così. Ma la verità è un’altra.

– Brutto stronzo.

– Hai un taglio in faccia.

Convenevoli, spunta come: fatto.

– Prima che arrivino mamma e papà, dimmi la verità. Perché l’hai fatto?

– Fatto cosa? È stato un incidente.

– E io sono Madre Teresa di Calcutta.

Si guarda le mani. La sinistra. Quella dove porta la fede. Stringe le labbra .

– Ma scusa, non avete una rosticceria affianco a casa?

– Tu non capisci. Lei è convinta di essere brava. Martedì…

La voce gli trema. Fissa un angolo del soffitto per un istante che pare eterno, poi manda giù il magone e riprende.

–          Martedì ha rifatto il polpettone. In crosta.

Devo sedermi. Da una radio in astanteria, Renato Zero attacca dolente “Il polpettone va avanti da sè”.

– Mercoledì l’ho usato per stuccare una crepa. Giovedì ci ho concimato il radicchio che, vabbè, s’è seccato, venerdì ne ho dato una fetta al vicino che andava a pesca e aveva finito il trimuligione, ma ce n’è ancora. Mi son detto basta, la faccio finita

– Finita cosa? Ohi, figlio mio, che brutta cera che hai.

Zippo cerca le chiavi in tasca dimenticandosi che non è stato lui a guidare l’ambulanza.

Per un numero imprecisato di ore aspettiamo che gli facciano la Tac. Nostra madre ci intrattiene raccontando di come suo padre sia morto di emorragia cerebrale un mese dopo un colpo preso in galleria, “proprio nello stesso punto dove l’hai preso tu, eh”.

Scopro che al bar del Marino il Cucciolone è al gusto zabaione, cioccolato e speck, non male. Ascoltiamo le partite dalla radiolina della guardia. Mamma ha una parola buona per tutti, un ragazzo con un taglio superficiale alla mano, dopo il suo conforto non richiesto, esce e si butta sotto un camion. Alla fine Zippo viene portato su e risceso dopo un altro paio d’ore insieme a sette radiografie, di cui una non sua.

–          Non ti sei rotto niente?

Mamma, con un filo di delusione.

–          Solo le palle.

Zippo è il figlio ammodo, quello che ha messo su famiglia nella grazia del Signore e ha prodotto Nipote, quindi qualunque cosa gli esca dalla bocca è buona e giusta. Io, se provo a dire “cacca”, mi becco uno shrapnel in mezzo agli occhi. Nel frattempo è arrivata anche Cognata, che subito s’informa sulle questioni vitali.

–          Ora che arriva a casa può mangiare, vero?

Zippo salta in braccio al medico, mezzo metro più basso di lui, creando un elegante effetto jabot.

–          Giusto qualcosa di leggero, signora. Riso in bianco, brodo, cose così.

–          Ma non gli basta, deve ristabilirsi! Ci vuole qualcosa di più sostanzioso!

Lo jabot, nessuno ci aveva fatto caso, ma è scorsoio.

–          Suo marito ha subito un brutto trauma, signora, se l’è cavata per il rotto della cuffia. Non deve affaticarsi, neanche dal punto di vista digestivo.

Cognata lo guarda con la riconoscenza di colei a cui hai infilato una blatta nelle mutande.

–          Quindi fra quanto potrà riprendere con un’alimentazione normale?

Il medico sbircia Zippo con la coda dell’occhio.

– Direi almeno una settimAaah! Una setti…cemia da cibo pesante potrebbe essergli fatale, nel suo stato, temo che a certi piatti dovrà rinunciare per sempre.

Zippo solleva lo scarpone antinfortunio dai calli del dottore.
Cognata telefona alla madre, in lacrime.
Mamma augura buona fortuna a chi è ancora in fila al triage.
Il pesce istrice sente gli aculei rientrare.
Leva i plum cake di Cognata che usa come fermo per le ruote della macchina e se ne va a casa a farsi una doccia bollente per scacciare l’ultimo brivido.

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[so this is christmas]

Le tradizioni.
Oh, le tradizioni.
Che belle, le tradizioni.
Cosa saremmo mai, senza le tradizioni.
(ok, il concetto è chiaro, grazie)
C’è chi minaccia di diseredare i figli se, non importa in quale parte del mondo si trovino, non si riuniscono la sera del 24 dicembre a cantare “Oh Tannenbaum, oh Tannenbaum” e altri improbabili titoli di film di Wes (al netto di Dori Ghezzi) Anderson che gli svizzeri sono convinti siano canti di Natale (ciao Margrit, du bist immer meine Liebling).
Ci sono quelli per cui non è Ferragosto senza un bel paiolo rovente di polenta al gorgonzola gustato in terrazzo col sole a picco (80 gradi fuori, 80 gradi dentro, dice “il segreto è mantenere la temperatura costante, così dopo puoi fare subito il bagno”).
E poi ci sono quelli che vengono dimenticati nei posti.
Monferrato, novembre 2012.
Prendiamo possesso di Alba rossa, che non ha mai avuto nè mai avrà il nostro scalpo, riservando la camera più leziosa ai due maschi più etero, che da allora si chiamano Lentina e Puccibalda.
Per le tre del pomeriggio siamo tutti brilli.
Intorno alle quattro nessuno si aspettava fossimo così tanti, nè tantomeno che tutti, ma proprio tutti, avessimo un gemello omozigota. In questo stato è d’uopo mettersi in macchina e andare a raccattare gli ultimi viandanti alla stazione di Monferrato Centrale guidando per dossi, cunette e curve pericolose come si fosse al Mugello, ma in groppa a un dromedario ubriaco.
Verso le cinque, un noto avvocato della zona percuote verbalmente con violenza una vecchia. Entrambi confesseranno in seguito che la cosa costituiva il proprio desiderio erotico più inconfessabile da una vita.
Che ora s’è fatta? Ora di andare a cena, di modo che Ugo possa raccontare ai postumi di quella volta che per fortuna ad Ayala avevano tolto la scorta, altrimenti a quest’ora organizzeremmo un torneo di calcio a 5 alla sua memoria. Maremma Ayala, stacce.
Il gruppo si mobilita. Chi si preoccupa di scolare i bicchieri, chi di far sparire salsicce. Un’unica idiota tropicale sale in camera a prendersi un maglione pesante.
Riscende.
Fa per aprire la porta.
Nulla.
Riprova.
Rinulla.
Attraversa il salone, saluta la panca come se la vedesse per l’ultima volta, arriva alle altre scale, prova l’altra porta.
Saratoga IL silicone sigillante, l’hanno girato qui.
L’idiota tropicale guarda la porta.
Mastro di chiavi, non c’è mai quando serve.
www.groupon.com, cerca, corso online di 9 minuti per diventare Lady Porta.
Offerta scaduta.
Maledizione alla struttura mediterranea, poteva restar chiusa dentro Tamacoldi, che almeno sarebbe passata attraverso le sbarre delle finestre.
L’uscio è solido, nel Monferrato oh, ci tengono a queste cose. L’idiota tropicale valuta la possibilità di passare la notte a bestemmiare il santo protettore degli infissi con una spalla lussata, poi ci ripensa. Nel frattempo batte sulla porta e chiama, chiama forte gli amici, ma la sua voce ritmata dai tonfi si propaga liberamente per il parcheggio che, ad un esame superficiale, si direbbe deserto.
Ohibò.
Dopo un’analisi frenetica di qualunque apertura della casa, ivi comprese la canna fumaria, gli scarichi dei lavandiniwaterdoccebidet e i condotti dell’aria condizionata al grido di “grazie al cazzo, Bruce Willis!”, finalmente una porta si apre.
Su un panorama quieto, stellato, gelido.
Ad eccezione dell’idiota medesima, non una forma di vita nel raggio di chilometri.
Cazzo, pensa l’idiota medesima, va’ che bravi nel Monferrato, le catastrofi nucleari le fanno senza manco sporcare.
Si concede un ultimo tentativo prima di scomparire nell’oblio.
– Outina mia adorata, rugiada del mio trifoglio, stella del mio orizzonte, naso del mio cane da trifola, pronto!
– Ferrua, senti, una domanda oziosa. Vi siete mica dimenticati qualcosa?
– Noi? No (confabulare gioviale in sottofondo). Cosa ci dovremmo essere dimenticati?
Atlantide, vigilia di Natale 2013.
– Ma sì, dai, dobbiamo cenare a cinquecentro metri di distanza, non ha senso andare con due macchine.
– Ok, allora lascio la mia sotto casa tua e andiamo insieme.
– Perfetto, ti faccio uno squillo quando sto andando via, così ti fai trovare pronta, perchè mica voglio far tardi, ché domani sono a pranzo da.
Complice un virus miracoloso che impedirà a Cognata di avvicinarsi ai fornelli per tutte le feste, alle 21.47 il cenone di Natale a casa Cupiello è bello e finito con l’incredibile punteggio di zero killed. I due avvoltoi barellieri sbaraccano mestamente da bordo campo augurandosi che il produttore di antiemetici si riprenda indietro la pedana intonsa.
Tre persone mediamente sofferenti si ritirano al piano di sopra.
Tre persone decisamente brutte e cattive si rincorrono per il salotto innaffiandosi di champagne.
Non resta che fare orario fino alla mezzanotte.
Su Raiuno pregano. Telefoniamo al numero in sovrimpressione per ringraziarli del pensiero e informarli dello scampato pericolo. Bergoglio intona “Filho maravilha” e fa partire il trenino. Il presidente della Repubblica interrompe le trasmissioni per esprimere, a reti unificate, viva e vibriona soddisfazione. Mia madre – o meglio, The Lady Formerly Known As My Mother – lo minaccia con uno sformato antiuomo avanzato da Ferragosto e dichiarato non smaltibile, lui dà la colpa alle lenti bifocali, abbozza e sparisce.
Le undici.
Costruiamo palafitte a Parco della Vittoria spacciandole per resort di lusso, a turno ci indignamo quando qualcuno pesca l’indulto e tutti ci rifiutiamo di usarlo, una perchè politicamente pirla, gli altri due perchè tanto all’età loro più che i domiciliari non si beccano, dicono.
Mezzanotte.
Mio padre, per lanciare un segnale di distensione, fa gli auguri in pigiama.
Mezzanotte e dieci.
Tutti e due sbadigliano in maniera ostentata.
Mezzanotte e venti.
Ricordo loro che non son venuta con la mia macchina, ma è questione di minuti.
Mezzanotte e mezza.
Primo tentativo di trattenermi lì pur di chiudere la porta e andarsene a letto.
All’una meno un quarto chiamo quello che un tempo consideravo un amico affidabile. Segreteria telefonica.
Lascia stare che non sei capace, faccio io. Mio padre, nervosetto. Segreteria telefonica che non guarda in faccia a nessuno.
Colpa della taverna, affermo fiduciosa. In taverna non prende.
La signora che continuo, nonostante tutto, a chiamare mamma, la stessa che una volta mi tirò uno zoccolo preferendo vedere la sua primogenita – già allora avrei dovuto capire qualcosa – spiaccicata al muro come una zanzara piuttosto che sentirle dire “cretino” al fratellino, inizia garbatamente a dire la sua sulle taverne, su chi le costruisce, su chi le abita e chi le frequenta.
Papà chiama l’esorcista.
Secondo tentativo di trattenermi lì a dormire, vedi alla voce “stroncato sul nascere”.
Nel frattempo continuiamo a cercare di contattare in tutti i modi possibili quello che fino a quel momento era un vecchio amico di famiglia. Tranne la SWAT e i testimoni di Geova gli mandiamo di tutto.
All’una e cinque decido di avviarmi verso la taverna in questione e recuperare il mio passaggio. O più probabilmente di ritrovarmi intervistata da Studio Aperto in merito alla fuga di gas che ha sterminato una famiglia di 72 persone.
Mio padre cerca di trattenermi tirando in ballo i cecchini sovietici.
Lo guardo negli occhi: ormai sono grande, posso reggere le notizie più atroci. Gli chiedo quando è stata, ma mi deve dire la verità, l’ultima volta che ha mangiato qualcosa cucinato da Cognata. Domenica scorsa, risponde coprendosi gli occhi. C’erano anche i consuoceri, non c’era scampo.
All’una e diciannove della notte di Natale sono in mezzo alla strada senza neanche il conforto di una bufera di neve per rendere la scena più drammatica. E all’una e venti lo sventurato risponde.
– Oh, cazzo.
Segue indistinto farfugliamento di scuse, attutito, come se stesse parlando da sotto un piumone.
Come se.

[la figlia di damien hirst]

Quelle serate che giustificano e legittimano la sociopatia.

Periodo nataliz…no, non questo, miei pedantissimi piccoli lettori. Maggio, sì, lo so che è maggio, e so anche che non sembra maggio, ma converrete con me che quelle parcheggiate qui sotto sono navi da crociera, non Rangifer Rover 4×4.

Periodo natalizio, quindi. Quello solito. Mi ritrovo barricata nello studio a casa dei miei, in fuga da bambini urlanti che ti fanno precipitare a cercare sulla rubrica il numero di Erode (che nei preliminari non è mai stato un granché, ma alla fine non si può dire che non faccia sangue) e adulti con uno strano concetto di caccia alla volpe. Non perché abbiano un’opinione eccelsa della mia astuzia – rimbambiti sì ma non fino al quel punto – bensì perché tendono ad inseguirmi per stanarmi armati di piatti, ciotole, vassoi, teglie e altri contenitori più o meno convenzionali, alcuni traboccanti di cibo, altri di pietanze cucinate da mia cognata. A turno, quello che mi ha individuato strilla “E’ qui!” con tutto il fiato che non ha già sprecato per soffiare inutilmente in un corno da nebbia, e l’orda al completo mi assale per cercare di farcirmi oltre la mia capienza. “Voglio tornare a casa”, mormoro coi lucciconi agli occhi pensando alla fantastica serata che potrei passare involta in un piumone in compagnia di Robb Stark, Paolo Rossi e Falcao, anziché star qui in una cantina buia dove pure se respiro piano mi trovano uguale.
Approfitto di un momento in cui l’attenzione generale è catturata dal passaggio di un cerbiatto, un coniglio e una puzzola e mi infilo di soppiatto nello studio di cui sopra, pronta a difendermi fino al volume W-Z della Treccani. Internet e un barattolo di amarene sotto spirito sono i fidi amici con cui affrontare il peggio.
Internet, amarene e un altro oggetto misterioso. Noto infatti su una mensola alla mia destra un barattolo di quelli a chiusura ermetica, tipo da marmellata. Contiene un oggetto nero e marrone bruno, grande quanto il mio pugno, di origine ignota. Di primo acchito, sia che ci vogliano due t o meno, sembrerebbe una di quelle cose che di norma si trovano dentro il corpo umano e non a spasso per barattoli, per quanto il gusto dell’orrido sia ahimé diffuso e il mondo pulluli di psicopatici che conservano i propri calcoli alla cistifellea in bella vista sulla scrivania.
Ma, che io mi ricordi, gli unici calcoli in famiglia sono quelli prodotti da mio padre, nato geometra, che ha imparato Autocad da autodidatta non appena andato in pensione e ora pretende che la via più breve per scrivere la lista della spesa sia realizzare ogni volta una pianta in scala e perfettamente arredata di tutto il centro commerciale, parcheggio e svincolo inclusi.
Dirigo il fascio della lampada da tavolo, opportunamente schermata per rendere dura la vita ai miei inseguitori, dritto sul barattolo. Serve a poco. La luce si riflette sul vetro e su una superficie lucida all’interno. Un trancio di pesce con la pelle e le squame? E perché mai dovrebbe trovarsi su una mensola nello studio di mio padre, che l’unica volta che è andato a pesca in vita sua ha dichiarato – ma solo una volta in mare – che toccare i pesci gli faceva orrore quasi quanto gli faceva schifo l’esca, per cui l’ha finita a reggere altezzosamente una canna intorno alla quale due ancelli si davano da fare per stare appresso al ritmo forsennato con cui i pesci si immolavano davanti al profeta della Findus?
Sento che non dovrei volerne sapere di più, ma il gene della pirlaggine predilige le primogenite.
Avverto una forza oscura emanare da quel barattolo, l’aura di una rivelazione che manderebbe in frantumi le certezze sui miei parenti più prossimi.
Allungo una mano.
E non appena mi ritrovo con le dita intorno al barattolo, un pensiero agghiacciante mi fulmina: il polmone di Zippo.

Zippo è mio fratello e ha un difetto di fabbrica che si chiama pneumotorace. Anni fa fu ricoverato per un drenaggio stupidissimo che molto stupidamente gli mandò in necrosi mezzo polmone. Anziché due buchetti intercostali finirono per aprirlo come un pollo, e considerando che la corporatura media di Zippo dall’adolescenza in poi si aggira su uno standard di 185 centrimetri per un peso variabile di 52-56 chili, a seconda di quanti cacciaviti, spillatrici, metri da cantiere, etichettatrici e rotoli di scotch da pacchi si ritrovi in tasca, potete immaginarvi l’effetto. Potete anche immaginarvi la mia incazzatura: uno dei due, tra me e lui, è sicuramente stato adottato. A tre anni, per verificare che fosse ormai padrone degli incisivi, mi staccò un boccone di pancia con un morso. Io andai con molta calma ad avvisare i miei la volta che lo trovai seduto sul davanzale coi piedi penzolanti giù dal secondo piano. Se qualcuno ha titolo per smontarlo, quella sono io, solo io e nessun altro.
Mio padre, si diceva, è un uomo schizzinoso come pochi. Nonostante abbia accudito due figli piccoli senza distinzioni di sorta fra sè e la di loro madre, prova orrore e ripugnanza per qualsivoglia parte anatomica umana o animale esposta al di fuori della propria sede. Ma Zippo è l’erede, il figlio maschio con cui lui ha potuto sbertucciare una pletora di fratelli e sorelle che sembravano incapaci di produrre altro che mocciose infiocchettate foriere dell’immane rottura di palle di trovar loro prima o poi un marito.
Zippo è Zippo. Il suo polmone è reliquia. Ormai certa che ognuno ha davvero la famiglia che si merita, fletto il braccio fino a quel momento tenuto teso per mantenere la massima distanza tra l’oggetto misterioso e la mia curiosità malsana. Malsanissima. Sono ancora in tempo a riporre l’orrido reperto lì dove stava e a correre a lavarmi le mani con la calce viva, mi ripeto mentendo.
Perché io non lo so mica se ho il coraggio di guardare, e poi son cose private, mio fratello non lo vedo nudo da quand’era bambino, figurarsi l’interno, non voglio saperlo, non voglio saperne niente, e nel momento in cui mi son quasi convinta a rimettere a posto l’orrore pensando a future notti insonni per paura di incubi in cui brandelli di polmone sanguinolento mi vengono estirpati dal naso con una tenaglia rovente, apro gli occhi e lo vedo.

Il bue del presepio.
Giuro.
Ho pure due foto, da qui non riesco ma prometto di postarle appena possibile, a maggior ragione se non ve ne frega un cazzo.
Bue.
Del presepio.
Che non sta nel presepio.
Sta in un barattolo di vetro.

Sapete cosa significa?
Significa che forse quello adottato è Zippo.