[i cento giorni di fùtbologia]

Fùtbologia, ce l’avete presente, no?

Ormai è un mese e più che vi scasso le palle con “quanto è fico Fùtbologia”, “oh, ma hai visto Fùtbologia?”, “Fùtbologia canaglia” e via palleggiando.

C’è persino gente che è andata a controllare di cosa si tratta, pur di non sentirmi più.

E gli è pure piaciuto.

Ora, il blog è online. Il sito è online. I social network sono attivi. C’è da partire con l’organizzazione del convegno, che si terrà a ottobre, a Bologna, e sarà fantastico (e sì, d’accordo, sono un’entusiasta, ma lo sapete che lo sono solo in presenza di qualcosa davvero speciale, altrimenti resto la solita stronza spocchiosa). E sarà un mazzo. E richiederà soldi, oltre all’impegno che tutti stanno già profondendo per il resto.

Soldi? In Italia? Ora? Non farci ridere.

Invece è tutto lì. Ridere, fare qualcosa che ci faccia star bene, che ci emozioni, in buona compagnia. E’ l’unica cosa per cui valga la pena separarci da quei pochi, maledetti/benedetti euro che ci capitano sempre più sporadicamente in tasca.

Sì, ma è a Bologna. Tolti i bolognesi, tutti noialtri per andarci dobbiamo aggiungerci il costo del viaggio, alloggio, vitto, diranno i miei piccoli, furbissimi lettori (gnegnegne). Vero. Ma se non ci mettiamo un soldo ciascuno ora per far sì che il convegno si faccia, cacchio ci andiamo a vedere, a Bologna, la casa di Lucio Dalla? Al resto ci penseremo. Andremo tutti insieme per dividere le spese, dormiremo in trentacinque nel bilocale degli amici di qualcuno (io però di nuovo sotto la scarpiera no, dai). Sarà bellissimo.

Però bisogna farlo. A mezzanotte di oggi è partita l’azione di crowdfunding. 100 giorni x finanziare Fùtbologia.

Ora che le mie minacce di bucargli il pallone se l’avessero organizzato in sovrapposizione col KME sono andate a buon fine (hanno deciso spontaneamente che il convegno si terrà a fine ottobre), posso partecipare anch’io. Se permettete preferisco investire venti euro in qualcosa che mi ispira, piuttosto che farmeli inghiottire da un distributore Tamoil che non solo non mi dà l’equivalente in benzina, ma manco un bacetto sulla guancia.

O no?

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[quando il calcio fa bene]

Se la frase in questione fosse stata “I negri? Spero che in nazionale non ce ne siano”, sarebbe successo il finimondo. 

Massima solidarietà a Balotelli e Ogbonna, condanna universale da parte dell’universomondo sportivo e civile, Prandelli che avrebbe rispedito Cassano in Italia a calcinculo e Napolitano che gli avrebbe preso la carta d’identità e gliel’avrebbe strappata sul muso.

Invece, per fortuna, Cassano ha cercato i froci. 
Mentre aspettiamo con trepidazione aggiornamenti sulla presenza in nazionale di albini, figli unici, mangiatori di pesche con la buccia e altre categorie destabilizzanti (mancini e rossi non li possiamo citare, perché in nazionale ci son già stati, con l’iniziale maiuscola e senza che si creasse alcuno scompenso), la domanda sorge spontanea: cosa diavolo spinge atleti più che dignitosi, di ieri e di oggi (ultima, ma solo in ordine di tempo, l’imbarazzante uscita di Gianni Rivera) ad affannarsi a negare un’evidenza del tutto ovvia e irrilevante? Ma ce li vedete voi i bancari, o i controllori di volo, o i meccanici della Formula Uno, rendersi ridicoli agli occhi del mondo insistendo in anacronistiche quanto fuori luogo arrampicate sugli specchi pur di difendere il loro maschissimo ambiente? O forse un uomo gay non è in grado di parare o segnare come il dio del calcio comanda perché si distrae a guardare le cosce degli avversari? O magari ammettere pubblicamente che si condivide lo stesso spogliatoio, omo ed etero, mette automaticamente in discussione la propria virilità, se si è un calciatore famoso, e questo evidentemente è male e va evitato ad ogni costo?

Certo, poi Cassano si scusa.
Certo, son questioni private.
Certo, la maggior parte dei giocatori, allenatori e compagnia calciante la pensa ben diversamente o almeno ha il buon senso di non esternare davanti a un microfono.
Certo, è un attaccante della Nazionale, a Europei in corso, mica lo si può togliere dalla squadra perché ha detto una cazzata.
Certo, si è trattato di una trappola mediatica.
E poi certo, giovedì c’è la Croazia, pensiamo a giocare.

Però lasciatevelo dire, ragazzi, non è il fuorigioco la cosa più difficile da capire del calcio, se si è una donna.
***
Invece c’è una cosa facilissima da capire, che si sia donna, uomo, coccodrillo, orangotango, due piccoli serpenti o un’aquila reale appassionati di calcio, ovvero che – dopo svariate settimane di bisbigli, messaggi cifrati e comunicazioni carbonare – è finalmente partito Fùtbologia.
Un festival (che si preannuncia strepitoso, e che speriamo non si tenga prima dell’8 ottobre altrimenti mi sparo), ma non solo.
Un sito web, il posto che mancava, ma non solo.
Un blog, da gustarsi e rigustarsi, ma non solo.
Un gruppo di persone che al suono della parola “calcio”, pronunciata con una speciale intonazione magica, hanno drizzato le orecchie, hanno fiutato l’aria e si son cambiate le scarpe.
Un gruppo aperto, che cresce di giorno in giorno, dove arrivi che al massimo conosci qualcuno di vista e dopo mezz’ora ti senti amico di tutti.
Parlare di calcio parlando di tutt’altro, e parlare di tutto parlando di calcio.
Calcio per il gusto di.
Ci voleva. Oh, se ci voleva.
(non fate i dogana. Passate la parola)