[anche goldrake, nel suo piccolo, s’incazza]

[attenzione: il post che segue contiene linguaggio più esplicito del solito. Chi pensa di poterne restare infastidito non venga poi da me a chiedere risarcimenti per l’acquisto di bastoni bianchi o cani guida]

Tutte le cose belle finiscono, usava dire un mio ex riferendosi al proprio periodo refrattario.

Il KME non fa eccezione.

(mettete via i fazzoletti, non è ancora il momento dei ringraziamenti, della commozione e dello smodato consumo d’alcool che farà tracimare oltre gli argini ogni tipo di commento impudico sul fonico del Pan del diavolo)

L’effetto principale della fine del KME è che posso tornare a scrivere.

(non è vero. L’effetto principale della fine del KME è che posso finalmente smettere di indossare le stesse mutande da una settimana.

– Ma che schifo!

– Non ho detto che sono le stesse. Cioè, sì, l’ho detto, e sì, sono le stesse, ma perchè le lavi la notte sotto la doccia e te le rimetti la mattina dopo.

– Le stesse.

– E certo, hai i minuti contati sempre, non te lo puoi concedere il lusso di perdere tempo a cercarne altre. Per quello devi essere brava a sceglierle il primo giorno.

– E se ti capita di… sì, insomma, con…

– Regola numero uno del bravo direttore di produzione: quando si è in servizio non capita.

– Essere incommensurabilmente pirla è uno dei requisiti contrattuali del bravo direttore di produzione?

– Ovvio. E comunque i gruppi girano, la stessa mutanda due giorni di seguito non la vedono mai.

– Sì, ma i tecnici?

– I tecnici sono nella nostra stessa condizione, se capita, capiscono.)

E quindi. È un po’ che volevo condividere una riflessione sulle parole comunemente utilizzate per offendere. E su quanto spesso, a ben vedere, alcune di esse vengano usate in maniera inappropriata.

Puttana, per esempio.

Come ho avuto modo di chiarire ad un collega, qualche tempo fa, “puttana” è una professione, non un insulto. Poi, se vogliamo prenderci tutti a botte di “commercialista!”, “brutto pizzaiolo che non sei altro!”, “figlio d’un geometra!”, “architetto te e tre quarti d’aa palazzina tua!” e “netturbino da quattro soldi”, liberissimi.

Testa di cazzo.

Ora, siamo onesti. Un uomo nudo in avanzato stato di eccitazione è buffo. Se non lo è, o è amore o somigliava bene.

(all’amore, non a un uomo nudo)

In ogni caso, la parte lì, di per sè, è apprezzabile. Talvolta pregevole. Fonte di grandi soddisfazioni, con essa vivremo sempre liberi di peccare e sicuri di ogni turbamento.

Da dove arrivi la valenza negativa resta un mistero.

(mi direte: mica lo scopriamo oggi che le definizioni che richiamano il sesso femminile hanno sempre un’accezione positiva e quelle che si rifanno al sesso maschile sono generalmente sinonimo di negatività. Ma perchè? Passi che siamo noi, sacerdotesse del multitasking, dall’alto di quella irresistibile supponenza revanscista, di quell’incontestabile superiorità femminile che ci rende così amabili – soprattutto quando si abbina a quel pizzico di delizioso autolesionismo che ci spinge a trattare dei maschi adulti come bambini o ritardati mentali incapaci di lavarsi da sè la divisa con cui hanno giocato a hockey nel fango dentro un cassonetto dell’umido, a giudicare dalle condizioni in cui è ridotta – a ritenere “cazzone” un termine tecnico per definire un lavativo buono a nulla. Ma voi?)

E comunque, se mi è concesso, a me uno che urla “testa di cazzo!” mi sa sempre un po’ di Goldrake.

Prenderlo nel – scrivere questo post con due colleghi che improvvisamente, da dieci minuti, hanno eletto domicilio alle mie spalle, e ivi stazionano con scuse poco plausibili cercando di leggermi il monitor per capire con chi ce l’ho sta diventando un esercizio acrobatico, ve lo dico.

Comunque c’è a chi piace.

(prenderlo nel bagagliaio, non mummificarsi dietro le colleghe)

Voglio dire, non è una cosa universalmente riconosciuta come spiacevole. Non è come dire:

“La classe politica bada solo ai propri privilegi, tanto poi chi si prende gli elettrodi sui capezz

“…tanto poi chi si prende il mattarello nel nas

“…tanto poi chi si prende la mattonata sui denti siamo sempre noi”.

(feticisti. quando becchi quello puntiglioso è la fine)

A rigor di logica è piuttosto come dire:

“Le tasse aumentano, l’evasione pure, e alla fine chi mangia le ostriche siamo sempre noi”.

C’è gente a cui piace, altrochè.

(questo post è dedicato alla memoria della mia amica Francesca, che in gioventù, avendole qualcuno fatto notare che il linguaggio portuense mal si addiceva ad una signorina ammodo, elaborò un sistema molto personale per venirne fuori: ogni volta che il demone del turpiloquio la induceva in tentazione si metteva a strillare “Vernellone!”, convincendo così i turisti affollanti Cala Sinzias di aver prenotato le vacanze nell’unica spiaggia dove i vu cumpra’ vendevano ammorbidente)

[KME – postumi di produzione]

Apro gli occhi lentamente con una luce morbida e soffusa che filtra dal terrazzo.

Invece dei soliti pterodattili, odo cinguettare le allodole.

L’aria è tiepida e profumata di fine estate.

Il tè è finito, ma poco importa.

Mi stiracchio languida a letto, Grogu si precipita a inondarmi di coccole.

Assaporo il primo istante di quiete da una settimana a questa parte.

 

Neanche ve lo sto a dire, vero?

Il primo santo costa mille lire, il secondo cento, il terzo dolore e spavento. Nessuno ha spiegato ad Amaranta che il KME è finito, siamo in post-produzione, non abbiamo più tempi serrati, meteoriti che ci piovono in testa, gente da calare in tutta fretta dai piani alti di un palazzo squarciato appesa a sedie da ufficio con l’angoscia che la bocchetta dell’antincendio si strappi da un secondo all’altr…

Signor Da Soli.

Esca da questo corpo.

E tu, Ronzinante amarantaceo, fatti passare il mal di batteria a singhiozzo una volta per tutte, o quant’è vero Iddio ti sostituisco con una Prinz.

 

Quindi siamo a bordo dell’autobus, io e una velata incazzatura, che recitiamo i misteri dolorosi, quando dal finestrino scorgiamo lei.

Shirley Temple. Riccioli d’oro, vestitino verde pieno di ruches e volant, sandaletti bianchi e dorati. Come si accorge dell’autobus in arrivo, sgrana gli occhioni e comincia a correre verso la fermata cercando di non perdere la dentiera e le vene varicose per strada. L’operazione non è semplice, ma lei è agguerritissima. Quell’autobus le serve.

L’autista la vede. E si ricorda le prese in giro dei compagni di scuola, che per anni sono andati avanti a chiamarlo “zoccoletto olandese”, solo perché, checcazzo, adesso uno, in preda al fervore, non può leggere male il titolo sulla videocassetta che propone di vedere tutti insieme con grandi scorte di fazzoletti di carta?

Rallenta.

Arriva alla fermata, la supera e si ferma dieci metri più avanti, tritando una Smart inspiegabilmente parcheggiata a modino.

Shirley si è trasformata in Pina che rincorre il camion dei tedeschi che le porta via Francesco.

L’ha quasi raggiunto.

Arriva a sfiorarlo.

E il nazista riparte.

Per poi fermarsi al semaforo rosso, cinquanta metri più avanti, e restare arroccato sul suo sedile, insensibile alle suppliche di aprire le porte per far salire i sei palmi di lingua affannata con Shirley annessa, a rispondere “non si apre fuori dalla fermata” con quel tono toccante che solo le sbarre automatiche dei parcheggi hanno.

Poteva bastare.

Ça suffit, usava dire la mia prof. di francese quando il massacro sistematico di coniugazioni verbali cominciava a richiamare l’attenzione del tribunale dell’Aja.

Ma a noi non suffit mai.

Quattro metri prima della mia fermata. Incrocio. Nel cui bel mezzo si pianta, in diretta, un’apixedda bianca furgonata, di proprietà del comune, adibita al trasporto di mercanzie varie.

Che non ci sia lo spazio perché l’autobus le giri intorno è palese a tutti, cassonetti e cacche di cane sui marciapiedi inclusi, ma non all’autista del bus medesimo.

Il quale, spavaldo, inizia la manovra e si ferma solo quando l’autista dell’apixedda comincia a decantare a gran voce le tecniche di soddisfazione del cliente che hanno reso famosa sua madre nella zona fin dai tempi degli sbarchi dei mercenari punici.

Quello che si presenta agli occhi delle decine di nullafacenti immediatamente accorsi sul posto è un perfetto stallo alla messicana che ha trasformato l’incrocio di fronte al comune di Urano in quello di Shibuya: apixedda guasta in mezzo all’incrocio, con autista murato dentro dalla fiancata dell’autobus; autobus incastrato tra l’apixedda e le macchine parcheggiate sull’altro lato; un altro autobus che è giunto alle spalle del primo a chiudere ogni via di fuga. Tutti che strillano come se un pazzo avesse telefonato per dire che il primo che scende sotto i 110 decibel esplode.

Quattro metri dalla mia fermata.

Mi schiarisco la voce.

Così, per sport, perché col casino che fanno questi insultandosi figurati se.

Busso con energia sul pannello dell’autista e, mediante labiale, gli chiedo di farmi scendere.

Lui, Mister Tolleranza Zero 2013, mi risponde picche e racconta agli astanti di quella volta che dal più recondito pertugio del tipo dell’apixedda fu estratto un busto di Beethoven in grandezza naturale.

Sull’autobus si grida al sequestro. Una signora sviene. Le fanno annusare un’ascella, rinviene e inizia a dare del monellaccio all’autista, intimandogli di aprire le porte pena la negazione del pane e nutella che spetta per diritto di nascita a qualunque merendero italiano.

L’autista, minimalista, se ne fotte.

Improvvisamente, nel mio orecchio destro si materializza una voce. Profonda, virile.

“Continua a distrarlo”.

Soffoco un gemito, mi mordo un labbro e non mi volto. Voglio ricordarti così, come uno sconosciuto che mi sussurra cose turpi standomi alle spalle.

Se non fossi immune al fascino della cadenza dell’hinterland atlantidcitico, avrei già le mutande in mano.

Le sue.

Invece sfogo la tensione erotica inveendo contro l’autista e minacciando di chiamare i carabinieri se non ci fa scendere subito, seguita prontamente dal resto della popolazione femminile dell’autobus. Tolleranza Zero vacilla sotto l’assedio del pollaio di Babele, poi invoca Franco Baresi e torna a resistere: fuori dalla fermata, nessuna pietà.

Quand’ecco che dalle porte centrali si leva un sibilo decompressorio: Voce del mistero, approfittando della cagnara, ha trovato e sapientemente usato a nostro vantaggio la leva per l’apertura di emergenza. Scendiamo tutti, anche quelli che non dovevano, a sfregio, solo per il gusto di battere il cinque al Vialli di Maracalagonis e alzare la coppa in faccia all’autista.

Tolleranza Zero, Restodelmondo 1, a voi studio.