[corno rosso non avrai il mio scalpo]

 

Profumo di pulito.

Non faccio in tempo a portare il secondo piede oltre la soglia che mi investe in pieno.

È una frazione di secondo, nessuno si accorge della frenata brusca né dell’impercettibile colpo di frusta che mi scuote. Tempo di arrivare al centro della stanza e, come un tentacolo, mi sviscera una narice, rimbalza sullo sfenoide, sfrizzola il velopendulo e mi inonda di freschezza mattino-sera.

Mi invitano ad accomodarmi intanto che.

Rapida scansione del divanetto: niente macchie, niente peli, niente croste, niente bave canine, niente che richieda un trattamento disinfettante a base di lanciafiamme e agente orange per potercisi tornare a sedere.

È…pulito.

La cosa m’inquieta. Deve esserci un trucco. Non può non esserci.

Resisto alla tentazione di inginocchiarmi e controllare sotto. La signorina della reception mi osserva perplessa mentre faccio per sedermi con l’aria tesa di quella che sa che il primo sfioramento di chiappa innescherà un detonatore.

Resto sospesa a un millimetro dal divano, la chiappa, una sola, contratta in un equilibrismo che manco sui cessi dell’autogrill il giorno della partenza intelligente. Miseria, c’erano ancora un sacco di cose che volevo fare. La transiberiana. Arbitrare la finale di Champions. Il secondo bagno della stagione. Finire il libro che sto leggendo. Giocare agli idranti.

Mi risollevo di scatto.

La receptionist si senta libera di pensarmi devastata dalle emorroidi, non m’interessa, ma io non finirò i miei giorni esplodendo anzitempo su un divanetto troppo pulito per essere vero.

Nel frattempo è entrato un altro ragazzo, fanno accomodare anche lui. Si siede con un movimento fluido.

Non ho il tempo di cercare un riparo, penso velocissimamente “addio e grazie per tutto il pesce” e assumo quella che dovrebbe essere l’espressione intensa di chi attende la deflagrazione in 3, 2, 1, e invece, da come mi guardano, sembra solo quella di una che soffre di evacuazione difficoltosa.

(chiedere il rimborso del corso “Stanislavskij, chi era costui?” comprato su Groupon a 9€, segna: da fare)

(proporsi a Groupon come Expression Trainer del corso “Essere Nicholas Cage” a 19€, segna alla voce: cogliere le opportunità dove non ci sono)

(piantarla di divagare e tornare al punto, che persino alla pazienza degli zebù c’è un limite, segna: urgente)

Non succede niente.

Manco una nuvoletta di fumo.

Manco lo scoppio della bolla di una big babol.

Il tipo acchiappa una rivista dal tavolino, si solleva lo scroto con la maschia spregiudicatezza di colui che sa di non dover chiedere mai, accavalla le gambe e si mette a leggere.

La receptionist risponde al telefono senza pronunciare le parole “reparto grandi ustionati”.

Nessuno si accorge della scritta “come cazzo ho fatto a sopravvivere finora?” che scorre luminosa sopra la mia testa, seguita dalla data di oggi, dall’ora esatta, dalla temperatura, dalle informazioni sul traffico e dalle farmacie di turno.

Come cazzo ho fatto a sopravvivere negli ultimi anni rassegnandomi a lavorare in un ambiente più adatto alla coltura dei batteri della salmonellosi che al lavoro retribuito è una domanda che mi avvilisce. Perché conosco la risposta, e non mi piace.

Fortuna che la receptionist si riavvicina per pregarmi di pazientare ancora qualche minuto, scusandosi per l’attesa e chiedendomi se intanto gradisco un caffè. Che mi porta un minuto dopo in una tazzina di porcellana dalla linea futurista.

Riflesso condizionato, ci butto dentro un occhio prima di bere.

Nessun pelo di cane. Nessun residuo organico. Nessun nemico dell’igiene che si mette in posa per i fotografi sfoggiando una maglietta “Non metteremo la terza stella”.

Pulito.

Sta a vedere che è possibile.

E poi, finalmente, il grande capo è pronto a ricevermi.

Per quanto abituata a mantenere un aplomb britannico in qualunque situazione

– Out, scusa, ho qui una zucca gigante trainata da topi, dice la municipale che senza pass per la ZTL non possono entrare ma non capiamo dove sia la targa, no della zucca, dei topi, la zucca figura come rimorchio, aspe’, te li passo.

– Buongiorno, sono Giulio Einaudi, volevo chiederle il permesso di usare un suo status di Facebook per la fascetta del nuovo libro di Nesbø.

– No, lascia stare, coi topi in ZTL abbiamo risolto, adesso ho il problema dei Fraceecos, il cantante ha cacciato l’acupuntore dal backstage perché non aveva anche il brevetto da paracadutista, tie’, parlaci te che sei diplomatica.

– Ciao, siamo i Lacuna Coit, ci hanno detto che con un nome così non potevamo che rivolgerci a te, ti andrebbe di curare la nostra comunicazione?

– Out, cara, senti, non ti spaventare se quando apri il bagagliaio di Amaranta per aprirla mi ci trovi dentro incaprettato, niente di che, il marito di una mia amica è rientrato prima dal lavoro e son dovuto venir via com’ero, non ti dico con cosa sto scrivendo questo sms.

non riesco a trattenere un moto di sorpresa. Il grande capo è Christopher Walken. Lui. In persona. Non pensavo parlasse un italiano così fluente. Avrà casa in Toscana o a Pantelleria pure lui.

Per cinque minuti mi glassa di complimenti scanditi dal picchiettare di un dito sul plico che ha davanti. La versione 22.0 del mio curriculum, quella che comprende solo le attività rilevanti per questo settore, epurata dal resto. Parla con voce studiata e non lesina nel mostrare come il suo dentista si sia guadagnato il 18 metri attrezzato per la pesca d’altura. Intanto che arriva al dunque, osservo il suo studio: boiserie di noce del Fantastiliardistan, moquette di cachemire superfino alta mezzo metro annodata a mano da bambini persiani con un QI non inferiore a 310, blocco per appunti in pergamena filigranata dai maestri miniatori della scuola di Würzburg con midollo di moffetta albina, un quadretto piccolo con un travestito che sorride ambiguo e una maglietta con la scritta “Louvre sucks” che si intravede sotto la veste.

Bussano.

Daniel Barenboim si affaccia per chiedere se gradisce un po’ di musica di sottofondo. Lui sfarfalla una mano a significare che ha cose più urgenti, ora, il maestro si ritira con un inchino e chiude la porta senza far rumore.

Sulla scrivania di cristallo scarpettiforme e fili di caramello avvolti in foglia d’oro zecchino, un sottomano in pelle di amministratore delegato, la foto di quattro mocciosi sorridenti in grembo ad Angelina Jolie e una collezione di corni e cornetti ricavati da pezzi unici della barriera corallina.

– …la conclusione è che lei è proprio la persona che fa per noi.

– Me ne compiaccio. Adesso però avrei bisogno di qualche dettaglio su cosa vorreste che facessi, per voi.-

– Mah, guardi, fosse per me le affiderei le chiavi dell’agenzia e mi ritirerei tranquillo a vita privata.

– Il che di solito lascia intendere che i conti non siano proprio impeccabili.

18 metri. Forse anche 24.

– Mi avevano detto del suo umorismo pungente. Ma non voglio tediarla oltre, parliamo d’affari: come saprà, la nostra responsabile della comunicazione sta affrontando un problema di salute piuttosto grave. Speriamo tutti si possa risolvere in breve tempo e nel migliore dei modi, ma nel frattempo lo spettacolo deve continuare, e vorrei fosse lei a mandarlo avanti.

Si piazza in mano il cornetto più grande e va avanti spedito senza darmi tempo di aprire bocca.

– Abbiamo in ballo dei progetti importanti, dai quali dipendono le sorti dell’agenzia nella breve e media scadenza. Parlo di prestigio e liquidità immediata. Parlo del mantenimento di posti di lavoro. Parlo di responsabilità. Parlo di avversari pronti ad approfittare della più piccola debolezza senza guardare in faccia nessuno. Lei è esterna ai giochi di potere, ha fama di essere incorruttibile e di saper gestire le criticità come pochi altri. È inattaccabile sul piano etico, e riesce, a quanto mi dicono, a creare un ambiente di lavoro creativo, motivato, dinamico e sereno. Ha tutte le competenze che servono. E, per quanto ne so, al momento non ha un’offerta migliore.

– Mi prospetti la sua e le dirò se è vero o meno.

Mi piace parlare della canna del gas come se non fosse presente.

– Sincerità per sincerità, glielo dico chiaramente: non le sto offrendo un contratto a lunga scadenza. Gli accordi con la nostra attuale responsabile della comunicazione sono tali per cui, non appena le sue condizioni di salute miglioreranno, il suo reintegro sarà immediato e definitivo. Quella che le sto offrendo è un’occasione.

Cinque euro che lo dice.

– Un’occasione di visibilità irripetibile.

– Ho appena vinto cinque euro.

E uno spoiler sul resto della conversazione, temo.

Si accorge del cambiamento di luce nel mio sguardo. Le dita che prima sfioravano con nonchalance il cornetto adesso cominciano a premere e a contrarcisi sopra. Il sopracciglio si fa grave sull’occhio azzurro. Vai, Christopher, zàccaci la scena madre.

– Non pensi che non capisca il suo scetticismo. Ma mi darà atto che la nostra agenzia ha un nome e una storia. Un nome e una storia che non intendiamo certo compromettere con proposte indecenti. Lei qui avrà a disposizione tutti gli strumenti che le necessitano per portare a termine l’incarico nella maniera più proficua e soddisfacente per tutti.

Per qualcosa tipo diciassette anni, le mie giornate sono state scandite dalla campanella di arrivo treno. Non so se ci avete mai fatto caso: siete in stazione, voi sul marciapiede giusto, io di solito sto ancora a un chilometro e corro come una disperata seminando occhiali, chiavi, monete e tette, e a un certo punto attacca a suonare una campanella. Significa che il treno è entrato nella giurisdizione di quella stazione. Suona per circa un minuto, poi smette. Tempo trenta secondi, e il treno vi si scodella davanti. Un po’ come il segnale orario Rai, la pausa di silenzio prima dell’ultimo bip.

Ci son cresciuta, con quel suono lì (“e questo spiega molte cose”, diranno i miei piccoli lettori). È un suono che mi emoziona, le ultime volte che mi è capitato di sentirlo traboccavo dalla felicità. E in ogni caso è un codice che rispetto. Avvisa che qualcosa sta per succedere. Non è cosa da tutti.

La campanella ha appena smesso di suonare.

Christopher agguanta il corno con entrambe le mani e si sporge empatico attraverso la scrivania.

– Lei è una che non ha paura del lavoro. La sua credibilità è basata in gran parte sulla stima che i suoi collaboratori hanno di lei. La percepiscono come una di loro.

Ti stai agitando, Christopher. Pensi di no, ma quel corno non può diventare più lucido di così, neanche se continui a strofinarlo a quel modo. Cràvaci la stamborrata e stupiscimi.

– Quindi converrà con me che sia opportuno mantenere questo stato di cose. Nel suo stesso interesse.

Finalmente qualcuno che se ne cura. Non lo faccio nemmeno io.

– Se la imponessimo dall’alto come una privilegiata, la sua aura ne risulterebbe pregiudicata.

Pensa un po’. Ho un’aura. Mentre valuto se indicarlo o meno sulla prossima versione del curriculum (“lavoratrice specializzata, patente B, auramunita”), lui si accorge che è il momento di conquistarmi definitivamente.

– Per questo le offriremo la massima libertà di gestione dei progetti che le affideremo. Lei avrà a disposizione un ufficio attrezzato, naturalmente negli orari di apertura dell’agenzia, e uno staff di cinque collaboratori validissimi. Potrà organizzare le attività come ritiene più opportuno per il conseguimento degli obiettivi. E le garantisco la totale autonomia nella gestione degli spazi pubblicitari. Le nostre provvigioni sono invidiabili, e abbiamo un sistema di premialità che troverà estremamente interessante.

Eccallà.

– L’invidia è un concetto che non mi appartiene. E, come le avrà riferito la sua assistente, non lavoro a provvigioni. Posto che non mi è chiaro cosa abbiano a che fare le provvigioni con la comunicazione.

La risposta non è nel vento. È nel corno. Bob Dylan non aveva capito niente. E sì che “blowin’ in the horn” avrebbe avuto un suo perché.

– Come le accennavo, tecnicamente non possiamo inquadrarla come responsabile della comunicazione perché ne abbiamo già una. E non gioverebbe al rapporto fra lei e i collaboratori inserirla come una supplente.

Non te la do la soddisfazione di agevolarti il compito, Christopher. Esponiti. So che puoi farcela.

– Tutte le persone che lavorano per noi hanno iniziato allo stesso modo. E hanno ottenuto enormi soddisfazioni. Chi ha optato per proseguire la propria carriera al di fuori ha comunque tratto vantaggio dalle opportunità e dai contatti sviluppati in questa sede.

Christopher. E su. Sei un omone grande e grosso. Non dirmi che hai paura di fare una figuraccia. Coraggio.

– Le stiamo mettendo a disposizione il nostro portafoglio clienti e la forza del nostro nome. Occasioni che non capitano tutti i giorni.

Niente. Non ce la fa.

– Sono certo che capisce la portata di quanto le stiamo offrendo.

Sono certo che anche tu capisci quello che sto pensando, Christopher. Anche senza sottotitoli.

– Perfettamente.

Mi alzo.

– Mi permetta di dubitarne. Non conosco nessun altro che offra il 25% su tutti i nuovi contratti.

Prendo la borsa.

– Il 25% di zero mi risulta sia zero. Mi tolga una curiosità: il profumo di pulito lo fate con le fialette?

– Scusi?

– Non importa. La saluto.

Mi giro solo un istante, quando son già sulla porta.

– A proposito, mi spiace per la disgrazia.

Il corno tintinna forte, cozzando contro gli altri e rovesciandone due. Si affretta a raddrizzarli come fossero creature e mi fissa con un’espressione atterrita che da sola vale molto più del 25% di zero.

– Quale disgrazia, scusi?

– Quella che le capiterà per avermi fatto sprecare la mattinata appresso alle sue fantasiose teorie sullo sfruttamento. Un talento di famiglia, ce lo tramandiamo da generazioni. Di nuovo, tante cose.

Ma tante, tante, tante.

https://www.youtube.com/watch?v=zbsAk1xUrYE

(tutti i dialoghi sono originali e riportati fedelmente. nessun gallo nero è stato sgozzato durante la stesura di questo post)

 

[rivelazioni]

Uno dice, le rivelazioni.

Pensi di sapere tutto di una persona, ma proprio tutto.

Tuttotuttotuttotutto.

Ci sono, quelle persone.

Poche, certo, ma ci sono.

Pochissime, d’accordo.

Meno di pochissime, ok, però

Per cortesia, ce la diamo una mossa a inserire il comando

<piccoli lettori pibinchi ammutolish now>, che poi perdo il filo?

Grazie.

Ho perso il filo.

– Oh, no! Una mandria di zebù imbizzarriti sta per piombarci addosso al galoppo!

– Paura, eh?

Persone di cui pensi di sapere tutto, si diceva.

E invece.

A volte colpiscono come uno schiaffo, le rivelazioni.

Altre volte lasciano sbigottiti e senza parole. Ti precipitano in un abisso di destabilizzazione, dal quale – solo se sei fortunato – riesci a riemergere aggrappandoti all’ombra di un’opportunità che intravedi da sotto, come fosse lo scafo di una scialuppa di salvataggio.

– Se l’arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescovisdestabilizzasse,vi desarciviscodesterazzi…

POW!

GLUB!

– Ma ce l’aveva quasi fatta!

– Già, c’era il rischio che pur nuotando mentre blaterava si salvasse, ho dovuto spararle.

Questa è la breve storia di una di quelle volte lì.

Le seconde, sì, le seconde volte, Brigate Pibinche adorate del sacro cuore di Sider, che ve possino.

Da un po’ di tempo a questa parte posso dire di essere smodatamente felice.

(provate a digitare “Sider smodatamente felice” nella finestra di ricerca di Google Translator e fateglielo tradurre in una lingua qualunque. Poi fateglielo ritradurre in italiano. Il risultato finale (oltre a farvi diventare piuttosto popolare nel rutilante mondo delle oneste ragazze slave – letto all’italiana, non all’inglese – interessate di conoscenza, sincero affetto e relazione stabile e disinteressata con bello uomo di Italia, anche niente bello fa uguale, io manda di foto, tu anche manda di foto, meglio se in formato .iban), dall’afrikaans allo zurrustano, sarà immancabilmente “Sider è una pazza incosciente”. Questa è la dimostrazione scientifica definitiva che Google Translator è unammerda e io sono smodatamente felice.

Per riequilibrare la situazione, un dio cattivo e noioso appreso andando a dottrina il primo giorno ha creato le poste, il secondo giorno l’ufficio di collocamento, il terzo giorno ha creato il primo del mese e il quarto ha tuonato dalla sua villa alle Cayman:

– Sider!

– Ronnie, guarda, non è il momento. Nel tentativo fallito in partenza di riequilibrare la mia smodata felicità, una congiunzione astrale che non scopa abbastanza ha deciso che oggi, primo del mese, accidentalmente quello di aprile, dovessi recarmi sia alle poste che all’ufficio di collocamento.

– Non rivolgerti a Me in questo modo, sa’?. Congiunzione astrale lo dici a tua sorella, sono io che ho deciso che.

– Ma se sei morto.

– Maledetto Guccini, non dovevo perderlo a carte con Lucifero. Lucifero bara. Hahahaha, morto, bara. L’hai capita?

– Cristo, pietà.

Assemblea: Cristo, pietà.

(in piedi)

Se le poste rappresentano, nell’immaginario collettivo, l’ultima fermata prima di lanciarsi nel Grand Canyon con tutta la Thunderbird, una sorta di zona franca in cui qualunque abbrutimento è liberalizzato e anzi, atteso, in cui improbabili tacchi 15 offendono il decoro urbano anche senza swarowski, figurarsi con, push-up Innocenti e cotonature da far dare all’alcool tutta la famiglia Ewing compresi i cavalli convivono senza che nessuno se ne adombri con ciabatte splatter, barbe incolte, eau d’inceneritoir e pantaloni del pigiama punibili con un’ammenda da 50 a 500 euro a seconda che vi siano esposti o meno infanti, cardiopatici e donne in gravidanza

-E miga si vede chedè un pigiama.

– No, certo, potrebbe pure passare per una tuta da ginnastica.

– Lo vedi ghe già ne sai.

– Lei è stato azzurro di sciatting alle Olimpiadi dell’80, riconosco il calzino di spugna. Immagino che anche se non gareggia più a livello agonistico la scaramanzia sia dura a morire.

se le poste rappresentano questo, dicevo, l’ufficio di collocamento è ancora un luogo dove invece la dignità umana trova un barlume di conforto. Le ultime tracce di aggressività si diluiscono nella rassegnazione, si aspetta il proprio turno per ore senza dare in escandescenze. I più giovani (pochi) si guardano intorno perplessi, i più grandi hanno per lo più l’aria di quelli che ancora non si capacitano di esser finiti lì. Nessuno che paia appena sceso da un carro bestiame o uscito da un cast del Grande fratello, come se presentarsi in ordine, agli altri, ma soprattutto a se stessi, rappresentasse l’ultima ancora di salvezza mentale a cui aggrapparsi per non perdere di vista il fatto che. Tutti, indistintamente, si rivolgono agli altri in maniera educata, se non cordiale. Alle poste, la signora visibilmente incinta che è appena entrata avrebbe fatto in tempo a partorire, svezzare il pargolo, comprargli l’astuccio e il diario dell’Uomo Ragno e vederlo arruolare nella Legione Straniera, tutto in piedi, prima che a qualcuno venisse in mente di cederle il posto. All’ufficio di collocamento non ha neanche portato dentro il secondo piede che si son già alzati in sei.

Un posto normale, insomma. Di quelli che non fanno audience. Persino gli uscieri non riescono ad essere convincenti nella stronzaggine che il loro ruolo impone per contratto, e gli impiegati, consapevoli di quanto poco sano sia ciondolare come dei perditempo rubastipendio sotto gli occhi di un’orda di anime dannate assetate del medesimo, fanno del loro meglio per guadagnarsi la pagnotta.

Più o meno.

Dopo neanche due ore, sul pannello luminoso esce il 992. Metto il segno al libro, tiro fuori i moduli, mi alzo, mi giro e mi rilasso. Niente scatti da primo giorno dei saldi, ma il galateo dell’ufficio di collocamento prevede di non imporre ai propri compagni di sventura nemmeno un secondo ulteriore di attesa perché non ci si è premurati di prepararsi per tempo. Come scatta il mio numero, un ragazzo in giacca di tweed verde scuro prende il mio posto e va a sgranchirsi nel campo per destinazione.

– Di cosa ha bisogno?

– Aggiornamento dello stato di disoccupazione.

Mille parole in un unico sguardo reciproco. Meglio del bluetooth. L’impiegato prende il mio fascicolo e ne infila un bordo sotto la tastiera per copiare i dati. Si ferma quasi subito.

– Sider con il th?

Non so se temere di non capire o di avere appena capito. Nel dubbio, basisco.

– Prego?

– Il suo cognome, Sider. Si scrive con il th?

Il mio sopracciglio sinistro assume non già la posizione d’urto, ma quella di un perfetto accento circonflesso.

– Per quale motivo dovrebbe?

– Ha un suono straniero.

Giro lo sguardo intorno alla ricerca della telecamera nascosta.

(ormai è tutta roba stravista, ragazzi, via, inventatevi qualcosa di nuovo)

Lui mi scruta severo da sopra gli occhiali. È un impiegato scafato e coscienzioso, lui, conosce le lingue, ha viaggiato. Nel tempo libero insegna recitazione a Kevin Spacey. Non lo coglierò in castagna.

– Con la d normale, quindi. Niente th.

– Con la d normale, certo.

– E beh, lo dice lei, “certo”.

– Sono moderatamente titolata a poterlo dire.

– Sicura.

– Sicura. A noi i punti di domanda ci fanno schifo.

Il fatto che il mio nome e cognome sia scritto in scontatissimi caratteri latini e perfettamente leggibile sul modulo da cui sta copiando non sembra convincerlo, ma si adegua.

Non del tutto, evidentemente.

– Ah, ma aspetti, questo è il nome d’arte?

Non riesco a trattenere un sussulto di sorpresa.

– Mi perdoni?

– Dalla scheda risulta che negli ultimi otto anni ha lavorato nel settore spettacolo. È un’artista, quindi Sider è il suo nome d’arte.

– Mi fa piacere che anche lei consideri arte l’haute cuisine, così come mi lusinga sapere che sul mio conto circolino anche attestati di stima, per quanto, lei m’insegna, molti nemici, molto onore. Comunque no, come vede dalla scheda sono un tecnico. Niente nome d’arte.

Si gira di poco alla sua destra in modo da trovarsi perfettamente di fronte a me, ruota le mani e unisce le falangi.

– Veramente dalla scheda lei risulta sì, tecnico, ma anche artista.

Sottotitolo: chi pensavi di fregare, cocca? Io sono un precisino.

(ragazzi, io ve lo dico, se non vedo il girato e il montaggio definitivo non la liberatoria non la firmo)

– Al di là del fatto che quello che doveva essere un ordinario aggiornamento dello stato di disoccupazione stia virando pericolosamente verso il tentativo di estorcere un qualche tipo di confessione che non riesco a immaginare, e ringrazi che siamo ad aprile anziché a dicembre, le finestre sono ben chiuse e in ogni caso ci troviamo al piano terra, altrimenti me la sarei già data a gambe, è vero che in venticinque anni di attività ho collezionato una serie di esperienze professionali quanto mai disparate, ma le pare che non sarei in grado ricordarmele?

Socchiude gli occhi fiutando il sangue.

– Beh, guardi, se la mette così, i casi son due: o lei ha la memoria corta, oppure qui qualcuno ha dichiarato il falso. Un falso su cui lei, a quanto vedo, ha percepito un sussidio di disoccupazione in precedenza. Che potrebbe non aver molta voglia di restituire allo stato. Quindi provi a far mente locale sulla sua attività artistica.

Ohibò. Qui si fanno le cose in grande. Intravedo già palme d’oro e orsi d’argento. Che peraltro si specchiano nel mio curriculum vitae a prova di macchia, ma se sul copione c’è scritto “la comparsa fa mente locale”, la comparsa fa mente locale.

– Attività artistica, lei mi dice. Parliamo di quella professionale, immagino che la danza classica da bambina, l’esame di ammissione al conservatorio, i cori allo stadio, la natura suicida dipinta per mia madre alle medie e i gran pezzi di teatro davanti alle pattuglie della stradale non rilevino. Ho disegnato molto, questo sì. Ma è stato molto più tempo fa, almeno tre pagine indietro rispetto a quella che ha davanti.

– Lei è sicura, vero?.

Lo dice torcendosi le mani in un’estasi di compiacimento, il figlio naturale di Gargamella e di Bruno Vespa che pregusta il momento in cui scoprirà il plastico del fungo dove è stata assassinata Puffetta.

– Lo sono anzichè no.

– Eppure mi conferma di essere la signora Sider Out, nata a, il, residente in Villa Balorda, comune di Plutone, codice fiscale SDRTOU69H56X911Y, metta la mano sulle pagine gialle e dica “lo giuro”.

Ho fatto cose più assurde.

– Guardi qui.

Gira il monitor dalla mia parte.

Leggo.

Apro la bocca.

La richiudo.

La riapro.

Ok, la mia mobilità orale non è compromessa e può dare ancora molte soddisfazioni.

Però.

Però.

Scorro la scheda. Nel corso degli ultimi 25, forse 26 anni mi son ritrovata a fare una quantità di lavori più o meno probabili. Sono stata una speaker radiofonica, una spacciatrice di volantini pubblicitari, un’insegnante a ripetizione, una giovane promessa del design internazionale, una consulente d’impresa pagata a peso d’oro, una bracciante agricola, un’assistente di direzione ostinata e contraria, una sarta di compagnia, un’operatrice di call center, una responsabile di produzione, un’operaia metalmeccanica, una tour manager, un’attrezzista, un’addetto gare, un’amministratrice di compagnia, una traduttrice, un’autista, una costumista e un’interprete più o meno simultanea. Quello che non sapevo, e che mai avrei immaginato, è di essere stata, per due mesi, nel 2008

– Un’artista di varietà. Ha visto che avevo ragione?

– Mi rendo conto che potrà sembrarle losco e abusato, ma se le dico che lo sono stata a mia insaputa mi crede?

Mi guarda. Da cima a fondo. Non so se lo punga pure vaghezza di farmi girare, ma grazieadio non lo fa.

– Sa che non lo so? Di getto risponderei di no, ma lei mi dà l’idea di essere una piena di sorprese.

Me ne vado prendendolo come un complimento, canticchiando

Sono un’artista di varietà

che varierà finchè la vuoi seguire

non ti disturberà

mentre l’usciere mi chiude la porta alle spalle scuotendo la testa.

[lavorare stanca]

Quello che devo fare.

Ingranaggi, momenti meccanici, uno dopo l’altro. Adduttore, ginocchio, polpaccio, caviglia. Pedale, catena, pignone.

Che non lo so se le biciclette ce l’hanno, il pignone, ma da un po’ di tempo a questa parte trovo che pignone sia una parola straordinariamente sexy.

Quindi, pignone.

Che almeno una cosa sexy, in mezzo a questo agglomerato poco urbano di ruggine e carne, è bene ci sia.

Perchè, immaginate lo spot del disincrostante per il water. E quello dello sgrassatore per la cucina. E quello dell’anticalcare per la lavatrice.

(che uno dice ma vaccamiseria, o (vocativo) pubblicitario, che idea hai dell’intelligenza del tuo target per ambientare codeste réclame in set al cui confronto i peggiori porcili di Caracas paiono il Trianon?)

Ma non era un pippone sull’immaginario collettivo deviato dalla pubblicità che volevo attaccarvi. Era solo per dire che mi sento come quel water, quel piano cottura e quella serpentina di lavatrice, tutti insieme appassionatamente.

Zozza. Appiccicosa. Incrostata.

Invitante.

Oh, insomma. Non vedo dodici ore consecutive d’ozio da più di due mesi, e ancora ce ne passerà prima che. L’ultima volta che ho dormito come la dea comanda mi pare fosse febbraio. A dirla tutta, non credo che se mi chiedessero di girare “altolà al sudore” in questo momento ammazzerei la troupe, ma la sensazione è quella. Mi si ponesse la scelta fra Dave Grohl nudo che mi sussurra “fammi tuo” e una vasca idromassaggio a tre piazze traboccante di schiuma, ora come ora non ci sarebbe storia.

E poi, come fa la paperella Dave Grohl.

Ma in assenza della premiata ditta Jacuzzi-Grohl, la cosa più vicina al paradiso è la doccia di Villa Balorda, più qualcosa di buono che riconcili le mie gastropareti con l’equilibrio universale, facendole passare dalla modalità Beirut ’76 a quella Ginevra ’05.

Vedo persino il cartello con la freccia, “Paradiso Città, 15,8 km”. 15,8 km, allo stato attuale delle cose, con le riserve energetiche talmente a zero che l’uso sconsiderato di un congiuntivo potrebbe uccidermi, equivalgono a dover raggiungere New Manhattan a piedi e senza un goccio d’acqua.

Quello che devo fare.

Adduttore, ginocchio, polp…ette.

Polpette?

Polpette. Mai piaciute, ma adesso ci passerebbero pure quelle. E, soprattutto, l’idea di trovarmi davanti Poldo e schiaffeggiarlo con cattiveria mi fa recuperare un etto di forze.

Quello che devo fare.

Adduttore, ginocchio…cosa c’era dopo il ginocchio?

Un sonno becco c’era, dopo il ginocchio.

E’ tardi, è buio, e fa caldo.

Lo so che è fine ottobre. Appunto.

E’ tardi, è buio, fa caldo e sono esausta. Valuto seriamente la possibilità di sdraiarmi su una panchina, cedere all’abbrutimento e addormentarmi. Lo faccio. Fanculo, lo faccio. Lasciatemi morire qui, Grogu si troverà un topo, per stanotte.

Da mangiare, non da trombarsi, animali.

Lo faccio. Non c’è in giro un cane, neanche uno che si chiama Samantha, lo faccio.

Non faccio un cazzo. Dal ripiano più alto dell’armadio delle mie personalità multiple sbuca una specie di cicisbea con la french che si presenta come la Marchesa di Carabas. La cicisbea, non la french. Insiste petulante che una vera signora non si mette a dormire sulle panchine, il che è un ottimo sistema per farmi spanteganare sulla prima che trovo e attaccare a russare con tanto di bolla al naso pure se non russo.

Capisce che non attacca. Allora mi fissa serissima, poi mi sussurra una cosa all’orecchio. Ristriscio in groppa a Glorià e mi riavvio verso Villa Balorda.

Che poi, sia chiaro, non è che mi stia lamentando. Di questi tempi riuscire a trovare due lavori retribuiti in maniera infima, per non dire infame, è una fortuna non da poco, significa spostare in avanti di qualche mese il momento dell’inevitabile sfratto. E non è il caso di stare a sottilizzare sul fatto che non sia possibile svolgere due lavori a tempo pieno nell’arco di una giornata, se uno si organizza è possibilissimo, e il fatto che ciascuno dei due lavori a tempo pieno sia retribuito part-time è un ottimo incentivo per un’organizzazione impeccabile. Di solito non durano più di qualche mese, è vero. Ma tanto neanche il lavoratore.

Non mi lamento affatto. No, è solo per spiegare il perché di qualche comportamento che potrebbe risultare inconsueto. E non mi riferisco tanto al buttare il filtro del tè dopo aver ficcato nella tazza la bustina di carta, quanto piuttosto all’addormentarmi nel corso di conversazioni telefoniche e svegliarmi di soprassalto perché dall’altra parte qualcuno mi fa notare che forse non stavo seguendo, visto che pare abbia risposto “c’è Pinta sulla torta” a un invito a cena con delitto. O al contribuire in maniera significativa alla ridefinizione del concetto di “poco urgente” (devo farlo gratis? non è urgente; devo farlo gratis ma sei un dio del sesso? sarà pronto in settimana, tempo di spelarmi tutte e due le gambe. no, non è irsutismo, è che ho le gambe lunghe, il tempo per spelarne due insieme non ce l’ho; devo farlo gratis ma in cambio mi porti a mangiare giapponese? due ore e sarà nella tua casella dell’elettroposta). E’ solo per scusarmi per le corrispondenze rallentate, per le assenze prolungate, per quelle che sembrerebbero istanze conclamate di menefreghismo, ma non lo sono.

Di solito.

Quello che devo fare.

Sono Roald Amundsen che striscia verso il Polo Sud, sono Armaduk, sono il Troia FC contro l’Achei Associazione Oligarchica.

Sono una cretina che fissa l’orologio appeso all’angolo della farmacia e non capisce se 23:10 è l’ora o la data.

Sono quella che domattina pubblicherà il seguente annuncio: cercasi palo professionista per rapina alla banca del tempo.

Ma che per ora cerca di non precipitare da ponte Vittorio con tutta la bici e – per il potere di Ninetto Davoli! – striscia verso casa fischiettando “Stancheça, per favore vãi via”.