[happiness is a bookworm]

Mi passo una mano fra i capelli.

Niente mutande in testa.

Mi porto una mano al petto, poi scendo. Lana. Cotone pesante. Pur essendo – stranamente – uscita di casa a capofitto, sembra che non mi sia dimenticata niente.

Quindi non capisco tutto questo fissare.

Come se non avessero mai visto un australopiteco scendere da una Fiesta del ‘52 e avvicinarsi all’ufficio postale nella classica postura da snowboarder su ghiaia. Dopo che ha scansato un olmo e centrato un faggio. Rigida come uno stoccafisso dal bacino in su, asse parallelo a quello terrestre, ginocchia piegate a 45°. Mi muovo basculando con moderazione.

Lo so quello che sembra. Ma non è come pensate.

Non è come pensa la matrona parellepipeda, abbigliata con giaccone color caffè della Peppina, gonna pied-de-struzz, calza contenitiva in titanio, scarpe Manolo Bleahnik, che mi si para davanti all’uscita della porta scorrevole intimandomi truce “Vade retro, figlia di Sodoma!”.

Che, signora, se l’assunto da lei sostenuto fosse fondato, sarebbe piuttosto un invito a nozze.

Non è come pensano neanche i due gentiluomini, i quali, soggiogati dal mio regale incedere, partono col toto-mereghetti:

–          Alì Babà e i 40 torroni, lei faceva la parte del babà, son sicuro.

–          Ma sicuro di cosa, era Sette trapani per sette ciambelle, non ti ricordi? Le impersonava tutte e sette e senza effetti speciali, e alla fine…

–          Ma cosa ne vorrai sapere tu, che non sai distinguere una ciambella da un bagher.

Arranco oltre il Simonetto Martellini della Trexenta, scanso la figliastra budrangia di Frank Sinatra che mi stornella “Gangbang” con un velo di malcelata invidia e faccio per accomodarmi sul duro legno, quando mi ricordo che non è il caso.

Ma non è come pensate.

E’ solo che domenica ho fatto il cambio di stagione.

In ogni caso, ho il 48. Siamo al 34. Assumo, per quanto possibile, l’Atturattentasana (posizione di colei che ha trovato ieri sera rientrando la cartolina di mancata consegna nella casella della posta, e ha passato la notte a resistere alla tentazione di cercare un piede di porco, perciò ormai non è che abbia troppa pazienza) e mi concentro sul vaporizzare qualunque utente intenda trascorrere allo sportello più di quattro secondi.

Tra il sopracciglio torvo, la faccia di quella che ha fatto le tre girando per Oslo per distrarsi e il portamento da gobba di Notre Dame, devo fare la mia figura. Nessuno si attarda più dello stretto necessario.

47.

– Annamaria, io vado in pausa.

Morta che parla.

La centro in fronte con il raggio ciclonico. Lei tremola leggermente, come quando guardi il buco del serbatoio attraverso i fumi della benzina. Solo la voce un po’ metallica tradisce la riprogrammazione.

–          Annamaria, io vado in pausa dopo questa signora.

Le riverso sul banco tutto quello che serve: avviso di giacenza, carta d’identità, patente, libretto, passaporto, tessera elettorale, le analisi del sangue, le chiavi di casa, due guanti spaiati, una gomma, un filtro e la schedina del totocalcio con cui ho fatto 11 nel 1990, mentre le recito a memoria il codice fiscale, quello meccanografico, la matricola Enpals e la formazione del Cagliari dello scudetto.

–          Scusi, com’è il nome?

Spirito di Nino Castelnuovo, possiedimi ORA e fammi scavalcare questo banchetto.

(risponde la segreteria telefonica di Nino Castelnuovo: l’utente da lei richiesto non è al momento disponibile. In sostituzione può provare il modello Mario, in promozione fino a Natale a soli sette fili al minuto)

Sarà l’effetto della canapa, ma riesce ad andare a cercare il mio pacco sulle sue gambe, con solo un’eco di pedata nel culo.

–          Non c’è.

–          Prego?

–          Non c’è.

Il sorriso che prima non riuscivo a nascondere mi cola via e finisce in una piccola pozza intorno ai miei piedi. Inspiro. Espiro.

–          No, guardi, è escluso. E le candid camera ormai hanno poco da dire. Suvvia, mi dia il mio pacco che anche questi signori in coda hanno da fare.

–          Non c’è.

–          Si appoggi bene allo schienale della sedia, a volte il pulsante s’incanta e il disco non esce. Poi, sia gentile, mi consegni il mio pacco.

–          Non…

Ci facevo lo spezzatino di tirannosauro con ‘sto sguardo, stella.

–          Non è ancora rientrato.

–          In un altro momento sarei lieta di commentare con lei l’impudenza dei giovani pacchi che perdono di vista i veri valori, scambiano quest’ufficio postale per un albergo e se ne vanno in giro per rave con certe raccomandate pluritimbrate, ma non oggi. Oggi le dico solo che sul retro di  quest’avviso – su cui un laureato in farmacia, gettando lo scompiglio in famiglia dopo aver annunciato che lui avrebbe invece fatto il postino, IL POSTINO!, ha inciso i geroglifici che tradotti significano il mio nome e indirizzo e Amazon come mittente – c’è scritto, stampato, che il pacco può essere ritirato presso l’ufficio postale di competenza a partire dalle 10.30 del giorno successivo al ricevimento dell’avviso. Questo è l’ufficio postale di competenza. L’avviso porta la data di ieri. Sono le 10.55. Kong vòle pacco. Ora.

–          Mi dispiace, ma il pacco non…

Iperventilo.

–          Ok, ragioniamo. Il pacco non c’è, lei mi dice. E dove potrebbe essere?

–          Eh, questo non glielo so dire.

–          EEEEEEHH, risposta sbagliata. Io ho preso una mattina di permesso per venire qui a prendere quel pacco. Non me ne daranno un’altra. Non andrò via di qui senza pacco. Quindi ora lei gentilmente me lo trova. Grazie.

–          Ma guardi che siamo aperti fino alle sette di sera, può prenderlo un altro giorno.

–          Io, per dirla con una certa ricercatezza, alle sette di sera mi sto trifolando i coglioni facendo cose che mi guarderei bene dal fare, se potessi pagare l’affitto in paioli di pennette ai quattro formaggi. Quindi ora, se volesse usarmi la gentilezza di dirmi dove si trova il mio pacco, io le userei quella di levarmi di torno e andarmelo a recuperare, ovunque sia, senza ulteriori indugi né disagi per nessuno. Altrimenti sappia che mi incatenerò a lei e le chiederò il mio pacco ogni due minuti come un orologio a cucù finchè non salterà fuori. Scelga.

–          Annamaria, i pacchi di Amàzon come vengono lavorati? Qui non ci sono.

–          Hai guardato nell’altra scatola?

–          Ah.

Ritorna brandendo due pacchi color avana, con la scritta Amazon stampata sopra in corpo 320.

–          Quale dei due è suo?

–          A intuito sarei tentata di dire quello dove c’è scritto il mio nome, ma per cognizione di causa direi quello più grande.

Me lo mette in mano. Il sorriso si riarrampica su dalla pozza e torna al suo posto. Denti a strafottere.

–          Ha visto, alla fine c’era. Doveva tenerci proprio tanto, a questo pacco.

L’unico difetto del raggio Durban’s è che è difficile controllarlo. Involontariamente incenerisco l’armadio delle raccomandate, abbronzo lei e abbaglio il Barcellona-Ciampino delle 11.20, che finirà a Helsinki.

Tenetevi la pistola.

Happiness is being a bookworm.

20131217_113157

 

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[alla destra di moccia]

Rega’, non è vita, questa.

Ci avevano avvisato, ma un conto è sentirlo raccontare. Per affidabili che tu possa ritenere i colleghi di mezza Europa e degli States pensi sempre “se, vabbè”.

Un conto è vederlo con i tuoi occhi.

Il nostro è un lavoro delicato, rischioso. Riconosciuto solo se per caso qualcosa va storto, quando tutto fila liscio, mai. Ci sta che un minimo d’importanza ce la diamo da soli. Ci sta anche colorirlo un po’.

Non stavolta.

Sono ovunque.

Sotto il tavolo della conferenza stampa.

Aggrappate ai lampioni.

Dietro le tende.

Scopri il letto e ce ne trovi una.

Sollevi il coperchio del water e ce ne trovi altre tre.

Armadi e cassetti non ne parliamo.

Due erano riuscite a infilarsi dentro i croissant della colazione.

Escono.

Dalle fottute.

Pareti.

E strillano.

Dio pirata se strillano.

Strillano tenendo sotto assedio l’hotel che le senti attraverso i vetri insonorizzati della suite presidenziale.

Strillano nella hall dell’aeroporto mandando in tilt la torre di controllo.

Strillano quando arrivano a frotte alla stazione Termini da tutta Italia. Due della Polfer chiamati a scortare il treno da Milano non fanno in tempo a toccare terra che vomitano sui binari. Hanno strillato per tutto il viaggio, dicono.

Strillano mentre cercano di intrufolarsi in hotel nei cesti della biancheria sporca.

Strillano mentre lo succhiano al lift nella speranza che le lasci salire.

Strillano all’annuncio che il concerto verrà spostato perché le Capannelle non bastano più.

Strillano all’annuncio che forse non basta manco l’Olimpico.

Che cazzo di polmoni c’hanno queste, vorrei sapere.

Le guardi e sembrano degli scriccioletti innocenti, qualcuna non arriva ai dodici anni. Ma non ti puoi fidare, ieri notte, tra quelle arrivate prima per prendere il posto sotto transenna, ci sono stati otto morti e diciannove lacerocontusi. Mica che si son calpestate. Due sono state sgozzate, cinque strangolate col filo elettrico. Una dalla sorella. L’ultima s’è arrampicata su una torre Layher e s’è buttata di sotto urlando “Ho vissuto per questo momentooooh!”.

Un ronzio nell’auricolare. Ai posti.

Ci siamo.

Cambiamo canale ogni trenta secondi con un algoritmo messoci a disposizione dalla Nasa per l’occasione. Abbiamo sei squadre di sosia pronte a ogni uscita, compresa quella del tunnel scavato in due giorni da un’equipe dell’Abate Faria Inc. che porta direttamente dal caveau dell’albergo al palco. Una delle squadre si lancerà in parapendio dal tetto dell’hotel per creare un diversivo, un’altra passerà dalle fogne a bordo di microscopici sottomarini gialli.

Ma queste non le freghi. Hanno sensori dappertutto e l’olfatto di un Bombix mori.

E strillano, cazzo.

L’onda d’urto spalanca le porte e ci depila e denuda completamente. Del concierge restano pochi brandelli di carne e due nappine appese allo scheletro. Tutti gli antifurto della costa tirrenica si producono in una versione death samba di “Real to real cacophony”. In Boemia viene dichiarato lo stato di calamità naturale. I cani niente, già sterminati qualche giorno fa in quell’incidente con Pallotto, una prece.

Loro, impassibili.

Non loro le fan. Quelle piangono, ridono, lanciano mutande e mazzi di fiori, si strappano capelli propri o altrui, svengono con e senza esse. Il tutto senza smettere di strillare.

No, loro-loro.

Sarà che ormai ci avranno fatto l’abitudine, ma non gli si muove un pelo. Si avviano impeccabili, in fila per uno, tra due barriere jersey di muscoli (che saremmo noi, modestamente). Sulle strisce pedonali.

E si fa improvvisamente silenzio.

Giovanni.

Cammina tranquillamente fino alla limousine e ci si accomoda dentro pacifico senza che nessuno se lo fili di pezza.

Spiazzamento nell’entourage.

Riccardo.

Idem come sopra. Se fosse uscito il garzone del bar di fronte avrebbe suscitato più clamore.

Potrebbe essere una trappola, allerta massima.

Ma basta che la prima ciocca brizzolata faccia capolino e il frastuono riattacca decuplicato.

“Paolo, le legioni ti salutano”. “Magno, bevo e tifo Paolo”. “Paolo sposami”. “Pur’a me”. “E io che so’, la figlia della serva?”. “Paolo, la poligamia è un’opinione”. “’sto Penthouse aspetta a te”. “Paolo ottavo re di Roma”. “Ma no, quello era Amadei!”. “Sì, ma ha liberato il posto apposta”.

Arginarle è un’impresa, contenerle impossibile. Le prime file si lanciano a corpo morto nella speranza che il loro sacrificio possa valere lo sfioramento di un lembo di giacca a quelle dietro di loro. Gli idranti non bastano, ai coccodrilli del fossato li prendono a pernacchie, i cavalli di Frisia son più terrorizzati loro.

Per la prima volta nella mia carriera pavento la disfatta. Spero almeno di morire nell’adempimento del mio dovere e di portarne con me qualche migliaio quando lui sporge lateralmente una mano.

Subito gli viene consegnato un panino con provola e salsa piccante.

Fa segno di no con la testa.

Il panino con le sue impronte digitali viene conteso e smembrato tra quelle che ora sono le fiere e mutilate titolari di una briciola ciascuna.

Sporge nuovamente la mano.

Gli viene porto un gelato. Lo lecca perplesso prima che gli spieghino che si tratta di un microfono.

Guarda la folla strillante e straripante. Guarda noi che stiamo per soccombere. Nel frattempo Giorgio è trotterellato verso la limousine dagli altri tra l’indifferenza collettiva. Tre sguardi interrogativi in direzione dell’hotel, lo sportello aperto in attesa.

“Non preoccupatevi per me, ragazzi”, grida per sovrastare il frastuono. “Pensate a salvarvi, vi copro io”.

Occhi negli occhi. Un cenno del mento. È stato bello. La limousine si allontana come fosse una panda qualunque.

Siamo allo stremo. Resistiamo con i fumi delle braccia. Il fair-play è a puttane. Per ogni sciamannata che riusciamo a placcare e convincere pacatamente a ombrellate a tornare indietro, trenta si fanno avanti. Ho in mano una tibia e non so di chi sia.

Picchietta sul microfono. Alza un pollice in direzione del fonico per chiedere il massimo della potenza.

Poi attacca con “Help yourselves!” ed è il delirio.

(non chiedetemi cos’ho scritto perché non lo so. So solo che qualche modo dovevo sfogare l’elettricità prima che arrivasse questa notizia. Belle, bellissime sorprese e persone che se le meritano, esse esistono)

[hole in my life]

Amici che pensavate di dar finalmente credito a quel manipolo di estimatori entusiasti che vi ostinate a frequentare (ma questi son problemi vostri) e di intraprendere quindi la lettura di un romanzo di Jo Nesbø, attenzione: lasciate stare – ripeto: LASCIATE STARE – Il cacciatore di teste.

Sarei lieta di avere un parere da Eva Kampmann, nel caso avesse avuto modo di leggerlo in originale, ma – per fastidiosa che possa essere la traduzione in diversi punti – dubito che il grosso della responsabilità sia da attribuire a quella. La verità è che sembra scritto da un’altra persona. Qualcuno mediamente abile a scribacchiare, ma più affine a Stieg Larsson che all’uomo che ha fatto sì che ci ritrovassimo coi forconi sotto casa del signor Einaudi a urlare “Allora, li compri ‘sti cazzo di diritti per Flaggermusmannen e Kakerlakkene o ti dobbiamo venire a prendere?”.

Date retta a una scema che si è dovuta mettere sul primo volo per Oslo e andarsi a girare mezza Norvegia per seguire le tracce di Harry Hole: Il cacciatore di teste è depistante. Penserete di avere per amici dei deficienti nekultuny (ma che nonostante tutto stanno attenti a non sputtanarvi troppo della storia, casomai aveste un pomeriggio libero senza niente di meglio da fare) che non colgono la differenza tra la prima serie del dottor House e Medical investigation. Per dire.

Harry Hole. Leggeteli in ordine, leggeteli in disordine ma – lo dico con lo sgomento di chi va a letto con Edward Norton e si sveglia con Oscar Giannino – non vi scostate da lì.

A darmi dell’inguaribile spocchiosa siete sempre in tempo.

[we hate you, please die]

D’accordo, sono una brutta persona.

Ma normalmente non è che sia così stronza.

Cioè, ogni tanto sì, e spesso do questa prima impressione, dovreste sentire i miei ex studenti e i tirocinanti. Che alla fine mi adorano, ma alla fine.

E’ che a volte mi strappano la stronzaggine dalle mani.

Biblioteca circoscrizionale di Melpomene, ieri sera, 19.20.

L’attività di prestito chiude alle 19.30, quindi ho giusto il tempo di fiondarmi alla sezione fumetti che sta di fronte all’ingresso, riempire il carrello e affrettarmi al bancone.

Mentre la bibliotecaria demolisce la mia piramide adducendo motivazioni secondo lei plausibili tipo “qui non è come la biblioteca di Urano che te ne danno a botte di venti, qui ne puoi portare a casa al massimo sei”, mi casca l’occhio sulla pila di libri che giace sotto il cartello “in restituzione”. Il primo della pila è “Il cacciatore di teste” di Jo Nesbø. Edizione Einaudi, la traduzione non è di Eva Kampmann, ma improvvisamente mi sento come se stessi rientrando dal lavoro alle tre di notte morta di fame e mi offrissero una pizza. Magari non la pizza più buona del mondo, ancora non lo so, ma una bella pizza calda e fragrante.

La bibliotecaria mi porge un mucchietto che si potrebbe considerare rispettabile, se non fossi così vergognosamente ingorda. Cinque tomi. Le chiedo se posso prendere Nesbø come sesto, lei acconsente garrula, e mi accomodo a sbranare il primo dei non eletti nella mezz’ora che mi separa dalla chiusura.

Tempo dieci minuti e al banco scatta il parapiglia. Anche se l’unica bottiglia rilevante è quella che tutti vorremmo dare in testa al buzzurro che ha scambiato la biblioteca per la curva nord.

– COME SAREBBE CHE NON LO SA?

– Significa, in italiano corrente, che non ne ho idea, signore.

– CIOE’, UNO FA LA FATICA DI SPULCIARE I VOSTRI SCAFFALI DEL CAZZO, METTE DA PARTE DUE LIBRI, POI SI GIRA UN ATTIMO E NON LI RITROVA?

– Le sarei grata se abbassasse la voce, “signore” (il virgolettato nel tono della bibliotecaria è palpabile), questa è una biblioteca. Dove aveva poggiato i libri che voleva richiedere?

– SOPRA QUESTI ALTRI, VEDE? ERANO DUE, UNO C’E’ ANCORA, L’ALTRO E’ SCOMPARSO. E A VOI VI PAGANO PER FARE MALE IL VOSTRO LAVORO, VERO?

– Mi perdoni, cosa c’è scritto sul cartello lì dove li aveva poggiati?

– IN RESTITUZIONE! IN RESTITUZIONE UN CAZZO, IO LI DOVEVO ANCORA PRENDERE! MA COSA LO DICO A LEI CHE LO SO IO COME C’E’ ARRIVATA A LAVORARE QUI DENTRO!

Fisso lo sguardo in quello della bibliotecaria. Faccio per aprir bocca. Poi guardo il buzzurro che continua a ipotizzare che i colloqui di lavoro lì dentro si svolgano all’insegna della fellatio benevolentiae e la chiudo. La bibliotecaria approva.

– A quarantasei anni suonati, dopo una laurea, una specializzazione e otto anni di contratti a progetto semestrali rinnovati ogni volta per il rotto della cuffia, se ci tiene a saperlo. Sono spiacente per il suo libro. Se mi avesse avvisato glielo avrei tenuto da parte.

– FANCULO AL LIBRO! MI DIA L’ALTRO CHE MI HA GIA’ FATTO PERDERE TROPPO TEMPO!

– Mi spiace, ma il servizio prestiti chiude alle 19.30. Sono le 19.45, non posso più darglielo.

– MA CHE CAZZ…MA LEI E’ FUORI DI TESTA! MA COME SI PERMETTE? MA IO LA FACCIO LICENZIARE! MA SI FIGURI SE CON LA FAME DI LAVORO CHE C’E’ DOBBIAMO PAGARE LO STIPENDIO A UNA COGLIONA DEL GENERE! SE LO METTA IN CULO, IL SUO LIBRO!

Esce trascinandosi appresso una scia di piacevolezze di rara poesia che purtroppo non cogliamo del tutto. Per pura curiosità, lo seguo con lo sguardo fino a che risale in macchina. Un suv che fa provincia.

Statistica.

Prima di mettere in moto, prende l’ultima gomma e butta il pacchetto a terra per strada.

Statistica pura.

Nessuna eccezione.

Mi avvicino al banco.

– Mi scusi, so che avrei dovuto dirlo che l’avevo preso io e renderglielo, ma è stato così maleducato che.

– Mi scusi lei. Sapevo benissimo chi l’aveva preso, gliel’avevo appena consegnato, ma è stato così maleducato che.

Ce ne andiamo a casa sentendoci un po’ stronze tutte e due, ma meno di quanto dovremmo.

[who wants to read forever]

Alle sei e mezza di sera varco decisa la soglia della biblioteca comunale di Urano.

Bibliotecario di Urano (mediamente annoiato): – Dica.

O (compita ma determinata): – Buonasera. Vorrei registrarmi.

BdU (annoiatissimo): – Compili il modulo, tutti i dati, firma, firma.

O (trepidante): – …firma, firma. Ecco qui.

BdU (con sopracciglio in levare): – Eh no! Ma lei è residente su Saturno?

O (milleuno): – Sì. Ma ho solo la residenza, non ci abito.

BdU (visibilmente sollevato): – Aaah, va bene, allora metta il domicilio.

O (incrociando le dita): – domicilio… rdae 2… tone. Voilà.

BdU (guardando oltraggiato il modulo): – Eh no! No, no. Ma scusi, se è residente su Saturno e domiciliata su Plutone, perché vuol registrarsi alla biblioteca di Urano?

O (daccapo: milleuno): – Perché qui su Urano ci lavoro. Mi viene più comodo. Ma poi, che problema c’è, scusi?

BdU (inflessibile): – Beh, se si chiama “biblioteca comunale” ci sarà un motivo, no? Non possiamo rischiar…

Bibliotecario di Urano #2 (giungendo garrulo): – Matteo, stai scontentando la signorina?

BdU (ligio al dovere): – No, le sto spiegando che non possiam…

BdU#2 (guardando il modulo): – Ah, via Balordae, che bello, proprio sul mare…

O (piacevolmente stupita, specie dopo i recenti exploit dell’ufficio tennico del comune di Plutone): – Conosce?

BdU#2 (gayssimo): – Eh, la conosco sì! Ci abita uno degli uomini più sexy che… purtroppo, disperatamente etero…

BdU (torvo): – Comunque, tornando a noi, sarebbe meglio che lei and…

O (a fiuto): – Ma non è che sta parlando di Sergej?

BdU#2 (eccitatissimo): – Sìììì! Ma lo conosci? Non è mica il tuo..?

O (pettegola): – Sì, cioè no, è il mio vicino del piano terra!

BdU#2 (estatico): – E non è bellissimo?

O (obiettivamente concordante): – Puoi dirlo! Ma lo sai che ogni tanto scende al cancello in boxer a prendersi la pizza?

BdU#2 (concupiscente allo stato brado): – Noooooooo! Giura… ma gliela porto io la pizza!

BdU (cercando di riportare ordine nel pollaio): – Come no, per tornare alla tessera, noi non possiam…

BdU#2 (sbrigativo): – Ma cosa non possiamo, certo che possiamo, falle la tessera che poi i libri glieli porto io a domicilio! Solo che ora stiamo chiudendo, passa domani così la ritiri, e se hai bisogno di qualunque cosa, chiamami che io vengo.

[sexual perversity in villa balorda]

– No, ma se ti faceva schifo leggere bastava dirlo, eh!

Dopo più di un mese di vita in comune, i muratori si sentono out o’rizzati a sfottermi, alla centodecima pila di libri che spostiamo per poter imbiancare.
Dagli torto.
La quantità di libri che io e K siamo riusciti a stuggiare dentro Villa Balorda ha del sovrannaturale.
– ‘nkia, ma non potevi rientrare nel 99% degli italiani? Tutti tu ce li hai, quelli che non leggono gli altri!
Non ho mai detto di non essere golosa. Peggio di una tavoletta di cioccolato.
– Sì, ma almeno il cioccolato lo mangi ed è finito.
I libri, invece, non sappiamo più dove metterli. Siamo circondati.
Per un momento ci guardiamo, stravolti, e valutiamo la possibilità di arrenderci alla schiacciante superiorità numerica. La scena è meritevole: al centro del letto si innalza un cumulo da far invidia ai peggiori falò del Terzo Reich; tutto intorno è un fiorire di stalagmiti di carta stampata, una foresta incantata in mezzo alla quale noi tre umani dobbiamo muoverci con la cautela di un artificiere. Una mossa falsa, e dovrebbero tirarci fuori coi San Bernardo.
– Buoni propositi per il 2012: non comprare neanche un libro!
In realtà non più tardi di sabato scorso me ne son messa in casa altri 1600, ma per fortuna in formato digitale, sia benedetto K e il momento in cui ha pensato di regalarmi il kindle.
– A saperlo prima, invece dei mattoni usavamo i libri. Isolanti, sono isolanti, e soprattutto non dovevamo tirarli su per tre piaTARARARA’! (snap, snap)
Telefono.
TARARARA’! (snap, snap)
E’ Bartolini, che mi chiede se sono in casa, pronunciando il mio cognome come fosse giapponese.
Torno su brandendo la sorpresa e mi accingo ad aprire il pacchetto sotto gli occhi terrorizzati dei muratori.
– No, eh? Non ci voglio credere.
– Aspe’, magari è un cd.
– NOOOOOOOOOOOOO!!!
Mi stringo nelle spalle con aria colpevole. Non è un cd. Frustatemi.
– Vabbè, dai, è fine.
– Almeno faccelo vedere!
Allungo il libro sorridendo beota, tutta presa dal biglietto che lo accompagna.
– Anvedi!
– Però! Bel libro!
Me lo ripassano con l’aria di quelli che non è vero che stanno ghignando misto sguardi di stima. Sulla copertina c’è scritto “Sexual perversity in Chicago”.
Grazie di questo momento, maga.