[airport 80 (voglia, disco, ecc.)]

Arrivo in aeroporto con la grazia della palla di cannone del barone di Münchausen.

Skopjie si è rivelata una città particolarmente ospitale, addirittura più di quanto mi aspettassi. Forse sono macedone dentro, chi lo sa. E sì che furba non sono, al limite contrabbandiera.

(questo con buona pace di chi ogni tanto fatica a inquadrarmi dal punto di vista etnico. Difficilmente mi danno dell’italiana, il che – quando sei all’estero e gli unici connazionali nei paraggi si fanno un vanto di dimostrare la propria appartenenza al genere subumano – torna a vantaggio, è fuor di dubbio. A volte un rigurgito di amor patrio mi spinge a rivendicare puntigliosamente le origini, giusto per sollevare negli interlocutori il dubbio che esistano effettivamente abitanti di quel buffo paese stivaliforme che sanno leggere e scrivere (sorvolo abilmente sul far di conto), comunicare anche senza il supporto audiovisivo di Rutto 2.0, non teledipendenti e capaci – udite udite! – di afferrare senza troppo sforzo concetti astrusi tipo “fila”, “silenzio” e “cestino dei rifiuti”. Di solito ci guadagno occhiate sbigottite seguite immediatamente da grasse risate e proposte di tournée del mio spettacolo comico nei maggiori teatri del posto, che Bill Hicks mi perdoni. Una volta sono persino stata invitata al Convegno Intergalattico degli Autori di Narrativa di Fantascienza, solo che ai partecipanti è andato in cuffia per errore l’audio della traduzione del poeta Vogon che teneva il suo intervento nella sala affianco e non mi hanno più cercato.

Comunque finora le ipotesi più accreditate mi vedono bene come bretone, forse per via dell’età, o nordafricana in genere. Che, voglio dire, passi per i bretoni, poveracci, ce ne saranno di particolarmente racchi anche lì, ma di norma son di aspetto assai piacevole, anche se hanno nomi da compagnia aerea o rimedi per il singhiozzo. Ma giusto un bauscia di provincia potrebbe prendermi per africana. Eppure.

Esselunga del Lorenteggio, qualche anno fa.

Fine luglio. Un caldo pesante e zozzo appena mitigato dagli scarichi delle auto. Nebbiolanum, in pieno oscurantismo morattiano, era ancora ben lontana dal riconoscimento del diritto civile al girare nudi per strada come usa d’estate in tutti i paesi civili. Al confine veniva consegnato un necessaire contenente:

  • n°1 tailleurino al ginocchio, 70% teflon, 30% calcestruzzo, non candeggiare né centrifugare
  • n°1 filo di perle d’ordinanza
  • n°2 caricatori di bigodini calibro 9
  • n°1 tanica di Altolàlsudore, un preparato chimico prodotto dai Laboratoires Mengeles che sigillava le molecole sudoripare e le liberava solo una volta saliti sulla metro all’ora di punta, altro che kamikaze.

Lo spacciavano per set di cortesia, in realtà era un’azione dei servizi leghisti per scoraggiare l’immigrazione.

Forte del mio passaporto diplomatico fenicio, attivo l’opzione Catafotting e vado a fare la spesa indossando l’unica tenuta che il mio organismo tropicale possa tollerare: una djellaba nera che monta sandalo minimo e la solita faccia da culo.

Arrivo in cassa col carrello pieno di taleggio e polenta e mi metto in fila.

Tempo sei secondi, un omino sopraggiunge e mi passa davanti come se non esistessi.

Poche cose mi fanno imbestialire come quelli che saltano la fila.

Carico la tetta destra e gli invio un messaggio telepatico.

Non riceve.

Tossisco in maniera talmente plateale che mi fischiano il fallo di ostruzione dal Maracanà.

Niente.

Gli do un’ultima possibilità prima di silurarlo, mi avvicino e, con la massima educazione consentitami da un istinto omicida al cui confronto il mostro di Milwaukee è una mammola, gli dico: “Mi scusi, c’è una fila”.

Lui chiama a raccolta tutto il disgusto di generazioni di Borghezi (antica popolazione barbarica dedita al brutale sterminio dei neuroni, decimata dalle malformazioni genetiche dovute all’accoppiamento tra consanguinei ed estintasi definitivamente per una banale allergia al Cif Ammoniakal), mi guarda come se, pregustando una scorpacciata di cassoeula, scoperchiasse la zuppiera e ci trovasse dentro una cacca di rinoceronte, e strilla con voce querula:

Tornatevene a fare la spesa nei vostri negozietti luridi!”.

Senza voce querula non rende.

Lo asfalto senza manco pensarci al grido di “per il mercato di San Benedetto, che è più pulito di quel letamaio di casa tua, e per la barba del profeta!”, giusto per non far torto a nessuno)

Stavo dicendo?

Ah, sì. L’aeroporto.

Mi catapulto al metal detector mentre chiamano il mio volo. Davanti a me, due file: una di dromedari stanchi e una di dromedari morti.

La prima mi vedrebbe in decima posizione, la seconda in quinta (e cinque, sei, sette e otto, arabesque!).

Intuisco la trappola.

Temporeggio.

La fila dei morti è completamente ferma in attesa che i parenti dell’ultimo defunto si presentino per celebrare le esequie.

La fila degli stanchi si è appena fermata per un decesso, si aspetta il coroner per rimuovere la salma.

La scritta “now boarding” all’altezza del mio volo comincia a lampeggiare sul monitor.

Il 7° Panzerdivisionen, nel senso di tedesco di cui, a due metri dal suolo, si intravedono (intravvedono? questa cosa va chiarita) le ginocchia, e con una panza tale che pure a dividerla ne resta abbastanza per tutti i presenti, mi toglie dall’imbarazzo e mi sistema d’ufficio nella fila degli stanchi con un colpo di pancreas.

Ottava.

Davanti a me una neopatentata, un vecchio col cappello, una signora fresca di messa in piega, un coatto con le lucette di Kit che con una mano telefona e con l’altra si scaccola, una monovolume con tre seggiolini e l’adesivo “Briciole a bordo”, una trebbiatrice col rimorchio e un camion della spazzatura.

Solo non si vedono i due liocorni.

Sparo alla neopatentata, mostro una foto di Miss Marple nuda al vecchio, sussurro alla signora con la messa in piega che mi pare stia salendo un po’ di umidità.

Quinta.

No, non ho cambiato misure.

Dall’altoparlante arriva l’ultima chiamata per il mio volo.

Scalo in quarta, poi in terza, imbocco l’ultima curva della serpentina in piena accelerazione lesmica, il rimorchio della trebbiatrice sbanda, la supero, comincio a sfilarmi la cintura, dall’altoparlante una voce spigolosa pronuncia il mio nome seguito da volgari insinuazioni su come starei impiegando il tempo invece di presentarmi all’imbarco, il camion della spazzatura rientra ai box, accelero ancora, sono in testa, sento i jeans che scivolano ma non posso tenerli su perché ho le mani impegnate a spingere dentro la valigia, faccio per oltrepassare lo scanner, “BOARDING CARD!”, mi intima la guardia, “IT’S INSIDE!” urlo di rimando, aggiungendo a voce non troppo bassa “eccheddick, you fucking cretin, me l’ha controllata la tua collega venti metri fa, altrimenti non sarei qui”, “BOOTS!” si vendica la guardia, “ARE MADE FOR WALKING!”, la so, cazzo ti credi, mica mi freghi così, “WHAT??”, what the fuck, me li tolgo anche se non suonano, la voce dall’altoparlante chiama “Passenger Outsider please plant of chinchinsk and move your fat ass to gate 16 for immediate boarding”, e poi.

E poi succede che mi distraggo e subentra il pilota automatico.

Sarà capitato anche a voi.

(insieme a una famiglia problematica, forse, ma tanto espansiva)

Ci sono gesti che il cervello abbina automaticamente a certe attività, è una cosa elementare, il cilindro rosso nel buco rosso, premi “installa” e il coso lì fa tutto da solo.

Spogliarsi è uno di questi.

Spogliarsi in fretta lo è ancora di più.

Vaporizza indumenti”, nella mia mente ferrodastiroavulsa, è un processo che presuppone intensa attività ludica nel giro di tre picosecondi. Se viene innescato, le sinapsi si concentrano sullo zuccherino e perdono di vista il resto, mentre le mani vanno avanti da sole il più velocemente possibile, secondo un protocollo stabilito.

– STOP! STOP! THIS IS NOT NECESSARY!

L’urlo della guardia mi blocca con le braccia per aria e la maglia sfilata per tre quarti. Eppure la sequenza era giusta: cintura, stivali, maglia, a seguire jeans, reggiseno e mutande.

Oddio, le mutande.

So cosa state per dire, invece ce le ho.

Sul treno per l’aeroporto mi ha chiamato mia madre.

– Stai rientrando?

– Sì, mamma.

– Vieni a cena, quando arrivi?

– No, mamma.

– E perché?

– Non lo vuoi sapere, mamma.

– Che il Signore abbia pietà di me e mi porti presto al suo cospetto, visto che in questa vita non mi ha dato la gioia di una figlia amorevole capace di trovare il tempo per star vicina alla sua povera madre malata prima che sia troppo tardi. Mettiti un paio di mutande pulite prima di salire sull’aereo, sai mai faccia un incidente.

Quindi sì, per forza ho addosso delle mutande.

Al rovescio, ça va sans dire.

Turchesi.

Trasparenti.

Col pizzo verde acqua.

E un fiocchetto.

Vorrei dire “improponibili”, ma mentre sto lì con le braccia ancora incastrate nella maglia sento che i jeans, privati della cintura, cedono alla forza di gravità, ed ecco che dette mutande, ahimé, si propongono.

Dall’altoparlante esce solo “Jesus Christ, Sider”, ma non credo vogliano convocarmi per un’audizione.

Approfitto dello smarrimento collettivo, salto in groppa a Panzer, lo frusto con la cintura, che si capisce che gli piace, e lo lancio al galoppo.

Non perdo il volo.

L’aereo non cade.

Sta a vedere che ‘ste mutande improbabili portano pure fortuna.

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[tits and chips]

Passi per le mutande, che sono creature mitologiche.

Tipo gli unicorni, ma non propr…

Cioè, il corno non si inf..

Voglio dir…

No, asp…

Ferm…

Fatemi parl…

AAAAAAAAAAAALT!

Pappalardo vostro senza ritorno.

Le mutande. Le abbiamo sempre ignorate alla stragrande, perché dovremmo iniziare a preoccuparcene ora?

Il record olimpico pertinente, lancio della, è già detenuto dalla nazionale di Villa Balorda, sia nella specialità indoor che in quella outdoor.

I tempi impongono al massimo un cauto ottimismo, tirarle per aria in segno di giubilo si configura come gesto sconsiderato.

(quindi da realizzare immediatamente, ma questo è un altro discorso*).

Mutande.

Basta con la vostra ingerenza nella sovranità delle nostre pudenda.

Mutande.

M’avete provocato, e io me ve magno.

(no, grazie, il cappello mi rende nervoso)

Mutande.

C’è chi dice siate come le password, e infatti tiene la stessa da quando ancora schiacciava la barra del Vic20.

Mutande.

L’ultima volta che mi son resa conto che forse era il caso di riassortire il mio parco medesime sono entrata in un mutandificio sovrappensiero, senza rendermi conto che era la terza domenica di dicembre. Ho comprato queste:

[immagine di mutande improbabili che verrà caricata appena arrivo su un fisso]

solo perchè ho pensato che soffocarmi cacciandomele in gola sarebbe stato più pietoso che morire di stenti aspettando di uscire da quell’incubo che neanche Bosch dopo la peperonata di mezzanotte, quello che alcuni ottimisti beoti si ostinano a chiamare col termine improprio di “parcheggio”.

Mutande.

Servite solo per una cosa.

E difficilmente penso a scrivere, mentre succede.

Reggiseni.

Voi sì che siete gente seria.

Il mio modello ideale è in forma di mano, possibilmente doppia, avvolgente e attaccata a una solida struttura portante. Non ho particolari preferenze tra il tipo a sostegno frontale, meglio se dal basso, e quello invisibile che sbuca da dietro e si chiude sul collo. O meglio, ne ho, son sicura, è solo che per certe cose ho una memoria pessima, e c’è un solo modo per rispolverarmela.

L’unico problema è che accade talvolta che questa soluzione reggisenica non sia praticabile. Non parlo di quando capita di correre appresso all’autobus, in quel caso basta sincronizzarsi, che ci vuole, hop hop, è come il bob a due, solo con una o in più. No, è che magari sei in riunione, o a un colloquio di lavoro, o stai tenendo una lezione a giovani virgulti, e improvvisamente li vedi distratti. Non è che puoi interrompere tutto e chiedere “Mi si vede il reggiseno?”, anche se il reggiseno in questione è lì dietro serio e compunto, concentrato nella sua missione, senza dare minimamente nell’occhio, al limite una pausa ogni tanto per un sorso d’acqua.

Che poi, tutta questa attenzione per una parte del corpo la cui unica funzione è quella di scacciapensieri. Funzione nobile, eh, per carità. Ho visto pensieri allontanarsi alla velocità del suono e disperdersi al largo dei bastioni di Orione financo dalle menti più eccelse, in presenza di quelle due cose buffe e morbide sospese alle clavicole. Gente che fa tutt’altro mestiere scoprirsi una vocazione innata come impastatore/trice, senza riuscire ad arrivare mai al punto in cui la ricetta dice “quando l’impasto comincerà a staccarvisi dalle mani”. Persone con una cultura anatomica solida e incontestabile parlarti guardandoti negli occhi ai lati dello sterno.

Manco fossero due erogatori di margarita alla spina. Per quanto l’happy hour sia garantita ugualmente.

Comunque a queste due robe che viaggiano con me come bagaglio a mano ci sono affezionata. Certe sere ci ritroviamo intorno a un tavolo, davanti a una bella doppio malto corposa, io, loro e la forza di gravità. Quella, con le orecchie basse e l’aria impotente, borbotta che non lo fa apposta, e noialtre fingiamo di crederle. Poi le mandiamo il conto. Delle birre e del reparto corsetteria, e ogni volta quella va a pagare brontolando che le costerebbe meno mandare una sonda a spostare l’orbita del satellite dell’ammmore per farcele star su come a vent’anni.

Ha ragione.

(Il dottor Divago in astanteria, ripeto, il dottor Divago in astanteria)

La fredda cronaca.

Non è stato un gesto compensativo. La mia passione per lo shopping è seconda solo a quella per gli inviti a pranzo di mia cognata. La morte per impiccagione è al terzo posto nella mia lista dei passatempi preferiti, per dire.

Ero reduce da una mattinata ai confini della realtà, ma – giuro – non sono entrata nel negozio in preda a impulso riparatore. Non dico “possino cecamme” perchè non mi pare corretto nei confronti del cane-guida.

No, sono entrata mossa dalla necessità. Tutto questo usare i reggiseni come bavaglio per i detrattori della mia ars gastronomica è logorante. Per i reggiseni. D’altra parte, le museruole per terranova le fanno solo in colori chiari, e a me i colori chiari mi sbattono.

Quindi, giocoforza, mi prendo un pomeriggio libero ed entro.

Son lì da circa due ore che annaspo fra quelli papabili quando dalle mie spalle, su un espositore, si proietta un’ombra.

– Posso aiutarla?

– Bghfazsgnaplafurlv.

La signora mi leva gentilmente di dosso tre quintali di pizzi e ferretti e mi aiuta a riemergere nel mondo dei suoni intelligibili. Un occhio le si illumina di rosso. Mi scansiona il busto, controlla le misure dei reggiseni che ho scelto e fa un segno d’assenso.

– Se mi dice quali di questi vuole provare, glieli avvicino nel salottino di prova.

– Tutti.

Sbianca.

Non aggiungo “Sbernie” perchè ho una dignità, in qualche scatolone in cantina dai miei.

– Gliene posso far provare al massimo quattro per volta…

La voce le muore in gola.

– Sarà una lunga notte.

Mi consegna i primi quattro con le lacrime agli occhi.

Dopo dieci minuti si affaccia nel camerino con la faccia distesa di quella che è corsa a chiedere il trasferimento d’urgenza al reparto casalinghi e le hanno risposto picche.

– Come vanno?

– Male.

– Come, male? Faccia vedere.

Spalanca la tenda e si trova davanti “La misura è colma”, incazzatura su pizzo raschel in cui Picasso ritrae una femmina di stegosauro che lotta contro il lato oscuro della forza. Il seno sinistro dietro l’orecchio e quello destro in fondo al gomito esprimono mirabilmente l’inadeguatezza della natura di fronte allo strapotere dell’elastan.

– Le sta benissimo, mi creda.

A momenti mi cava un occhio col naso. Nonostante il sogno della mia vita sia essere esposta al MOMA, la convinco a portarmi i quattro successivi. Finisco per strapparne due a morsi, col terzo ci posso saltare la corda, il quarto mi vale un’offerta di lavoro presso Le Boukkake Elegant Diner Club Privé di Tangeri. Attendo con pazienza che la signora si manifesti con la terza batteria.

Attendo.

Scorrono i titoli di coda di “Ghandi”.

Attendo.

Bezuchov guarda Mosca bruciare.

Attendo.

In un angolo del camerino, quelli che inizialmente parevano pezzetti di carta si rivelano come frammenti delle ossa calcinate dal neon di chi, prima di me, ha atteso il ritorno della commessa.

Attendo.

Un movimento dietro la tenda mi sveglia di botto. Ma è solo il postino che mi consegna una cartolina che la mia pazienza mi manda dalle isole Fiji.

Smetto di attendere ed esco a passo di marcia a prendermi il resto dei reggiseni da misurare.

Rientro dopo un secondo.

Qualcosa mi dice che le politiche aziendali del noto, spocchiosissimo magazzino potrebbero non gradire che i clienti circolino seminudi per il piano dell’intimo.

Houston.

Da animale poco avvezzo allo shopping, ho scelto l’abbigliamento meno adatto a un’alternanza rapida metti-togli-metti. La sola idea di rivestirmi per poi rispogliarmi mi fa venire voglia di fare harakiri con una gruccia. D’altra parte, una scarsa propensione silviopellica mi induce a evitare di finire i miei giorni in quel camerino, nonostante la superficie calpestabile sia superiore a quella di casa mia.

Nel frattempo, un piacente trentaqualcosenne vaga per il reparto cercando nella visione dei perizoma qualcosa che lo trattenga dal tagliarsi le vene mentre la sua fidanzata si prova sei piani di merce esposta, comprese le tovaglie, le tende, le scarpe delle commesse e gli estintori. Ed è a lui che appare in tutto il suo splendore silvestre una strana creatura spettinata, che emerge furtiva dai camerini coperta solo da un paio di collant coprenti avanzati alle Kessler, stivali e una kefia, per grazia della dea involta intorno agli obiettivi sensibili e non al collo. Intorno, lo stesso vivace viavai che segue a un’ecatombe nucleare.

– Mi scusi, ha visto la commessa?

La creatura aliena è, quantomeno, compita.

– Guh?

L’ultimo umano rimasto, ed è stato cresciuto dagli scimpanzè.

– Io amica. Mercante di copripopi-popi, dove lei?

Popi-popi fa fare contatto ai fili. Mima e onomatopeizza a sua volta per confermare.

-Tanti copripopi-popi colorati. Tu visti?

Egli si limita ad indicare, col dito e altre parti del corpo, il punto in cui la kefia non arriva a celare alla vista tutto quel che dovrebbe.

– E.T. Telefono. Popi.

Tira fuori dalla tasca la sua laurea in ingegneria nucleare e inizia a batterla sul cranio di un acaro della moquette in un crescendo straussiano.

Sono molto impressionata, ma ho una missione da compiere. Individuo il cumulo dei miei reggiseni. Ne afferro una bracciata. Nel movimento, la kefia scivola.

Ed è in quel momento che la voce di un crotalo sibila alle mie spalle:

– Carlo, cosa cazzo stai facendo?

Carlo sta facendo quello che interpreta la slide del blocco dello snodo mandibolare a un simposio di otorinolaringoiatri.

Ricompare anche la commessa, con la faccia cordiale di quella che ha chiesto il trasferimento immediato al reparto Miniere di zolfo e le hanno risposto picche.

– Cosa fa qui? Le ho detto che glieli avrei portati io!

– L’aspettativa media di vita è in crescita, ma sono già oltre la metà, signora mia.

Lo affermo con tutto il sussiego consentitomi dall’avere le chiappe al vento e una kefia intorno alle caviglie.

Ma tanto Commessa e Crotalo son distratte dallo gnomone del povero Carlo.

– Segna mezzogiorno. Sono le tre e venticinque.

– Non me ne parli, continua ad andare indietro e non ha i minuti, non le dico il casino quando devo usarlo come timer per la pasta.

Tiro su con un colpo di tacco la kefia e mi dirigo verso il camerino strisciando lungo le pareti. Solo che questa stanza non ne ha più, al loro posto alberi infiniti e piantagioni di espositori, un gancio dei quali mi si conficca sotto una scapola. Non è il dolore, a farmi scivolare di mano i reggiseni con cui mi coprivo, è la forza con cui invoco san Patroclo vergine e sindaco.

Il tenero Carlo fa cavallerescamente per raccoglierli, ma viene congelato da un urlo.

– SITZ!

Chen e l’occidente intero scappano uggiolando.

Lui muove solo gli occhi. Non ci sono finestre da cui buttarsi.

Un, due, tre stella ci fa un sontuoso pippone: quello bloccato a metà dal colpo della strega, io sansebastianizzata ma senza l’allure da icona gay, Commessa, il cui marito si scopre chiamarsi Lot.

Crotalo afferra il fidanzato per le orecchie e lo trasporta via come un’urna cineraria, dando così un senso nuovo all’espressione “le mie orecchie non sono maniglie”.

Due ore dopo, trascorse per lo più a maledire la non univocità delle modellature, gli incroci magici, i cedimenti strutturali, il destino cinico e baro che fa levare dalla produzione tutto quello che mi va a perfezione, dalla Desirée Algida alla Simone Pèrele, e il comune, fottutissimo senso del pudore, quando sto seriamente pensando di legarmi sul petto due orologi a cucù e risolverla così, da un cumulo di cadaveri, emerge un vincitore.

Non credo ai miei quattro cupi occhi.

– Ah, è l’unico non in saldi. Reni o cornee?

Se rinasco.

Oh, ma se rinasco.

L’omologazione è il male ma, se rinasco, giuro che chiedo due tette di misura standard.

Sarò l’unico scarabeo stercorario con una banalissima terza non differenziata e la tessera fedeltà di Tezenis, e sarò felice.

[anche goldrake, nel suo piccolo, s’incazza]

[attenzione: il post che segue contiene linguaggio più esplicito del solito. Chi pensa di poterne restare infastidito non venga poi da me a chiedere risarcimenti per l’acquisto di bastoni bianchi o cani guida]

Tutte le cose belle finiscono, usava dire un mio ex riferendosi al proprio periodo refrattario.

Il KME non fa eccezione.

(mettete via i fazzoletti, non è ancora il momento dei ringraziamenti, della commozione e dello smodato consumo d’alcool che farà tracimare oltre gli argini ogni tipo di commento impudico sul fonico del Pan del diavolo)

L’effetto principale della fine del KME è che posso tornare a scrivere.

(non è vero. L’effetto principale della fine del KME è che posso finalmente smettere di indossare le stesse mutande da una settimana.

– Ma che schifo!

– Non ho detto che sono le stesse. Cioè, sì, l’ho detto, e sì, sono le stesse, ma perchè le lavi la notte sotto la doccia e te le rimetti la mattina dopo.

– Le stesse.

– E certo, hai i minuti contati sempre, non te lo puoi concedere il lusso di perdere tempo a cercarne altre. Per quello devi essere brava a sceglierle il primo giorno.

– E se ti capita di… sì, insomma, con…

– Regola numero uno del bravo direttore di produzione: quando si è in servizio non capita.

– Essere incommensurabilmente pirla è uno dei requisiti contrattuali del bravo direttore di produzione?

– Ovvio. E comunque i gruppi girano, la stessa mutanda due giorni di seguito non la vedono mai.

– Sì, ma i tecnici?

– I tecnici sono nella nostra stessa condizione, se capita, capiscono.)

E quindi. È un po’ che volevo condividere una riflessione sulle parole comunemente utilizzate per offendere. E su quanto spesso, a ben vedere, alcune di esse vengano usate in maniera inappropriata.

Puttana, per esempio.

Come ho avuto modo di chiarire ad un collega, qualche tempo fa, “puttana” è una professione, non un insulto. Poi, se vogliamo prenderci tutti a botte di “commercialista!”, “brutto pizzaiolo che non sei altro!”, “figlio d’un geometra!”, “architetto te e tre quarti d’aa palazzina tua!” e “netturbino da quattro soldi”, liberissimi.

Testa di cazzo.

Ora, siamo onesti. Un uomo nudo in avanzato stato di eccitazione è buffo. Se non lo è, o è amore o somigliava bene.

(all’amore, non a un uomo nudo)

In ogni caso, la parte lì, di per sè, è apprezzabile. Talvolta pregevole. Fonte di grandi soddisfazioni, con essa vivremo sempre liberi di peccare e sicuri di ogni turbamento.

Da dove arrivi la valenza negativa resta un mistero.

(mi direte: mica lo scopriamo oggi che le definizioni che richiamano il sesso femminile hanno sempre un’accezione positiva e quelle che si rifanno al sesso maschile sono generalmente sinonimo di negatività. Ma perchè? Passi che siamo noi, sacerdotesse del multitasking, dall’alto di quella irresistibile supponenza revanscista, di quell’incontestabile superiorità femminile che ci rende così amabili – soprattutto quando si abbina a quel pizzico di delizioso autolesionismo che ci spinge a trattare dei maschi adulti come bambini o ritardati mentali incapaci di lavarsi da sè la divisa con cui hanno giocato a hockey nel fango dentro un cassonetto dell’umido, a giudicare dalle condizioni in cui è ridotta – a ritenere “cazzone” un termine tecnico per definire un lavativo buono a nulla. Ma voi?)

E comunque, se mi è concesso, a me uno che urla “testa di cazzo!” mi sa sempre un po’ di Goldrake.

Prenderlo nel – scrivere questo post con due colleghi che improvvisamente, da dieci minuti, hanno eletto domicilio alle mie spalle, e ivi stazionano con scuse poco plausibili cercando di leggermi il monitor per capire con chi ce l’ho sta diventando un esercizio acrobatico, ve lo dico.

Comunque c’è a chi piace.

(prenderlo nel bagagliaio, non mummificarsi dietro le colleghe)

Voglio dire, non è una cosa universalmente riconosciuta come spiacevole. Non è come dire:

“La classe politica bada solo ai propri privilegi, tanto poi chi si prende gli elettrodi sui capezz

“…tanto poi chi si prende il mattarello nel nas

“…tanto poi chi si prende la mattonata sui denti siamo sempre noi”.

(feticisti. quando becchi quello puntiglioso è la fine)

A rigor di logica è piuttosto come dire:

“Le tasse aumentano, l’evasione pure, e alla fine chi mangia le ostriche siamo sempre noi”.

C’è gente a cui piace, altrochè.

(questo post è dedicato alla memoria della mia amica Francesca, che in gioventù, avendole qualcuno fatto notare che il linguaggio portuense mal si addiceva ad una signorina ammodo, elaborò un sistema molto personale per venirne fuori: ogni volta che il demone del turpiloquio la induceva in tentazione si metteva a strillare “Vernellone!”, convincendo così i turisti affollanti Cala Sinzias di aver prenotato le vacanze nell’unica spiaggia dove i vu cumpra’ vendevano ammorbidente)

[in principio erano le mutande]

Le provocazioni et moi.

Due universi che non s’incontrano mai, un po’ come Pinta e il calcio. Fredde parallele della vita.

Poi capita che a fare il pomeriggio in stazione ci siano di turno Menozzi e Busoli nel ruolo di deviatori e l’accelerato delle 17.43 finisca sul binario dell’alta velocità.

Sarò breve che c’ho da fare: tanto tempo fa non avevo un’altra religiosità, bensì un lavoro serio.

Giuro.

No, davvero.

Durò due anni, ero appena laureata e prendevo più del doppio di quello che prendo adesso. Versatemi qualcosa di forte prima che mi metta a lacrimare qui sul bancone, presto.

Avevo anche degli orari di lavoro serissimi, da negozio: 9-13, pomeriggio variabile a seconda della stagione, ma comunque sempre tarato in modo da permettermi di prendere almeno una multa per sosta in ZTL a trimestre.

E ci andavo, non dico vestita da persona seria, ma da deficiente tale e quale ad ora, però insaccata dentro indumenti improbabili.

A volte persino dei tailleur.

No, non esistono foto e le persone che frequentavo all’epoca sono tutte morte in un rogo di chiara matrice dolosa perchè non erano furbi come voi.

Comunque.

Mattina prima di andare al lavoro. Cosa fai?

Ti lavi.

Se non è troppo tardi, certo, ma allora capitava ancora di arrivare al lavoro, non dico puntuale, ma nemmeno con l’aria di quella che s’è lavata la faccia in itinere con una bottiglia d’acqua lasciata di fianco alla porta da qualcuno convinto che così i cani non gli piscino l’angolo della soglia. Roba che Lola corre in confronto è composta come la salma della Montalcini.

Prendi un paio di mutande dal cassett – oh. Avete ragione, avrei dovuto avvisare. Ma ormai è fatta. Avrei preferito che veniste a saperlo in maniera diversa, ma è andata così. Ebbene, ho abitato anche in case cassettomunite. Spero che possiate perdonarmi.

Cassetto. Mutande pulite. Doccia.

No.

Capelli ovunque, non abbastanza caldo per uscire con la parrucca bagnata, non abbastanza tempo per asciugarla.

Legare parrucca prima di doccia. Con che? Con un elastico rimasto dillà? Comporterebbe una perdita di minuti preziosi. La parrucca si lega con le mutande pulite per ottimizzare la tappa cronometro.

Lavaggio, asciugatura, ceratura, nel frattempo – eek! – è tardi. Corri a vestirti, dove cazzo sono le mutande, ero sicura di averle prese, fanculo, tardi, ne prendo un altro paio, finisco di vestirmi ed esco.

Per arrivare al luogo di lavoro serio dovevo attraversare praticamente tutta la zona pedonale al centro di Atlantid City, che la mattina dei giorni feriali è sempre piuttosto affollata da un misto di commessi, scolari in vela, militari in ferma volontaria, postini, pattuglie della polizia, venditori ambulanti, gabbiani, mogli annoiate che non sanno come spendere i soldi dei mariti massoni, cani, suore delle Edizioni Paoline, omini che s’incazzano se non gli fai oliare la serranda col bitume, camerieri con vassoi in bilico, piccioni, cartomanti, guardatori di belle picciocche, perditempo professionisti.

La attraverso. A passo spedito, ma impiegandoci comunque quella venticinquina di minuti. Ogni tanto colgo un movimento come di teste che si girano al mio passaggio. Di faccia non ero un granché manco allora, ma con una busta del pane in testa facevo una discreta figura.

Arrivo, saluto i colleghi, arriva quello con le chiavi, arriva quello a cui avremmo fatto la canna col dado Star di lì a qualche mese, ai posti di manovra, la giornata lavorativa comincia. In ascensore noto che una delle mie colleghe – donna impeccabile che mai si sarebbe mostrata manco al gatto senza avere lo smalto abbinato alla borsa, alle scarpe e agli otto chili di bigiotteria regolamentare – mi fissa in maniera intensa.

Non sono bella, ma piaccio.

Arriviamo al quarto piano, lei mi cede il passo. Sento il suo sguardo che indugia alle mie spalle a carpire i miei segreti più intimi. Mi scivola di fianco oltrepassandomi per andare nel suo ufficio e mi scocca un’occhiata assassina.

E’ grossa, fulva e decisa.

Dopo trenta secondi ce l’ho di nuovo davanti. Mi guarda dritto negli occhi e mi chiede, senza giri di parole:

– Ma che cazzo c’hai in testa? Sembra un paio di mutande.

 

Di tutti i tunnel che da Castello arrivano al porto, uno l’ho scavato io in epoca moderna, si sappia.