[legalize it]

Ora, per carità, io capisco che ad alcuni di noi feticisti il concetto di legalità possa ancora offrire emozioni profonde, anche fisiche. E non solo per l’impagabile brivido di aspettativa che regala il sentire, solo il sentire, lo scatto delle manette ai polsi.

Capisco anche che la sintesi sia una necessità da cui non si può prescindere, in un mondo che va avanti a botte di 140 caratteri e dopo 35 chi legge s’è già stufato.

Però chiamarla “ora legale” è fuorviante.

Il nome più appropriato, per un meccanismo perverso del genere, sarebbe più “Ora Di Mandare Affanculo ‘Sta Cazzata Degli Orologi E Tornare A Misurare Il Tempo Strofinando Due Legnetti, Che Io L’Ho Fatto Per Anni E Mi Ci Son Sempre Trovata Benissimo, Adesso Cos’è ‘Sta Mania Di Fare I Tecnologici, Tutti Saputi, Gente Che Non Sa Impostare Il Timer Per Scolare Il Brasato Ora Si Scopre Grande Esperto Di Tempologia, Siamo Un Paese Di Santi, Poeti, Navigatori, Commissari Tecnici Della Nazionale E Spostatori Di Quelle Cazzo Di Lancette, E Un’Ora Avanti, E Un’Ora Indietro, E Che Stamo A Balla’ Er Walzer, Un-Duè-Ttre Un-Duè-Ttre, Che Poi Uno Che Si Chiama Giovanni Struzzo, Ma Dico Io, Non Poteva, Vabbé, Lasciamo Stare Altrimenti Poi Mi Distraggo, Uh, Guarda, Uno Zebù, Che La Gente Poi Si Confonde, Se Proprio Li Volete, Gli Orologi, Fateli Fissi, Saldati, Che Non Solo Sia Impossibile Spostargli Le Ore, Ma Pure Che Se Solo Qualcuno Ci Pensa Gli Arriva Una Pendolata Atomica Sugli Incisivi, Sono Sei Etti E Mezzo Di Definizione, Che Faccio, Lascio?”.

Mi piacete perché siete perspicaci.

Da una settimana vagavo come un’alienata, capelli spriati e sguardo psicotico, ripetendo a fior di labbra “un’ora avanti, un’ora avanti, va spostata un’ora avanti, avanti, avanti, avanti”, l’altra sera ho incontrato Ghino di Tacco al Carrefour, gli ho messo tanta di quella paura che ha pagato la spesa.

Ieri notte alle due meno un quarto ero lì che disquisivo di come l’aggiornamento automatico dell’ora sul computer sarebbe stato foriero di catastrofi inenarrabili.

Le quali si sono puntualmente verificate.

Cioè, puntualmente è da capire.

La verità è che a me, contrariamente a Bruno Martino, l’estate piace molto. Quando finisce, mi sento un po’ come Enrico La Talpa in una celebre striscia che non riesco più a ritrovare, e che magari racconto dopo altrimenti qui non se ne esce vivi, che di quello di cui volevo scrivere veramente non ho ancora manco posato la prima lettera. Io la fine dell’estate la rifiuto proprio. La rifiuto al punto che mi tengo un paio di orologi settati sull’ora legale, tanto poi torna.

No, non mi dimentico che.

Quasi mai.

Il problema si presenta, appunto, quando arriva il momento di tornarci, all’ora legale. A Villa Balorda ci son sei orologi: uno ha le batterie scariche, uno è quello ricavato dal remix di “All we need is love”, uno è quello del computer, uno sul telefono, uno sul tablet, uno è un orologio orologiodapolsiforme che mi dimentico regolarmente di indossare, e poi c’è quello dello spazzolino elettrico. Quest’ultimo passa tutto l’inverno avanti di un’ora e venti: sessanta minuti per l’ora legale e venti per il tentativo fallito in partenza di non farmi arrivare in ritardo nei posti. Quando qualcuno va in bagno a casa mia, lo guarda e trova conferma ai suoi peggiori sospetti.

Se gli orologi cominciano a prendere iniziative, è la fine. Lancio qui e ora una proposta di crowdfunding: investiamo in ricerca. Facciamo sì che l’app a forma di post-it che ti appare sul display con la scritta “Oh, guarda che l’ora me la sono aggiornata da solo, sto a posto” veda la luce in tempi brevi. Io prendo il 33% di royalties sul totale della somma raccolta.

Nel frattempo, qualche fessa in stato confusionale continuerà ad arrivare al campo un’ora in anticipo e a rischiare l’infarto pensando di aver sbagliato posto.

La fredda cronaca:

Katia Ricciarelli Negli Stadi Tour 2014.

E potremmo pure chiuderla qui, fine del post, grazie a tutti, è stato indimenticabile, vi chiamo io.

Ma non renderebbe giustizia allo sforzo compiuto dall’artista. Lei, con tutto il carnet di date strazeppo, tra una Stabbing Mater a Wembley e un suicidio di Norma dal terzo anello di San Siro, snobbando l’invito a cantare l’inno all’inaugurazione del nuovo plastico di Tor di Valle, è riuscita a infilare questa matinée qui, al Santa Lucia di Panadia,

Ci teneva.

“Che culo”, azzarderebbero i miei piccoli lettori, se non fosse che la sublime ha già abusato ampiamente del termine facendovi rientrare, e non in senso figurato, gli oggetti più disparati. Non nel suo, beninteso, che ella è diva notoriamente casta, ma in quello dell’arbitro.
Repertorio completo, roba che una comitiva di scaricatori di porto rientranti dal turno di notte si è segnata passando e si è affrettata a rientrare in convento.

Alla fine del primo tempo ha già lessato i timpani a tutti.

Al 3′ del secondo tempo, fuori dal suo camerino, si è assiepata una discreta ressa di gabbiani e balene che si contendono un dopoteatro con lei a botte di corbeille di aringhe.

Al 15’, il CEO della Beghelli le si inginocchia davanti con un contratto di esclusiva sui richiami a ultrasuoni per cani da guardia.

In campo se le danno di santa ragione, due espulsi, due rigori, ammoniti q.b.
Le panchine si sputano in segno di reciproca stima. All’ennesimo fallo tattico, entrambi gli allenatori cercano reciprocamente di azzannarsi alla gola, ma si congelano sentendola illustrare una fantasiosa teoria sulla crema spalmabile più amata dagli arbitri a merenda.

Si girano completamente verso la tribuna.

Guardano il barile di salacche platinato che, circonfuso di soavità, si adopera perché l’intera classe arbitrale prenda coscienza della propria vocazione alla zoofilia estrema e ci dia dentro con gli elefanti sotto gli occhi affettuosi di Annibale e Moira. L’Associazione Parenti delle Semicrome Vittime di Abusi si costituisce parte civile.

Gli allenatori si guardano con la coda dell’occhio.

Lei cattura nuovamente la loro attenzione con un acuto che fa incrinare i finestrini dello Sligo-Brindisi delle 12.25. Le filature sulle u le vengono una meraviglia. L’unita di emergenza antirabbica chiama i rinforzi.

I due tornano a fissarsi le scarpe, poi azzardano sottovoce:

–          Ci è rimasta?

–          Purtroppo no.

–          È roba tua?

–          In che senso, scusa?

–          Tipo, è tua moglie?

–          Pensavo fosse la tua.

–          Ok, quindi possiamo procedere?

–          Al 3.

Uno.

Due.

E poi strillano con tutte le loro forze:

–          Deh, o suprema signora dei verri, ti imploriamo, fai cessare subitaneamente codesta litania molesta precorritrice di orchiti infiammatorie, lesioni personali gravi, omissione di soccorso, omicidio preterintenzionale e occultamento di cadavere.

(disponibile anche in lingua originale con e senza sottotitoli)

La divina, stranamente, s’impermalisce. Gira uno sguardo di fuoco sugli orchestrali e, non trovando supporto alcuno, tira su lo strascico del costume di scena ed esce dalla quinta senza più proferir verbo.

Tutto lo stadio:

–          Eccheccazzo, non potevate dirglielo prima?

Dura la vita del mister.

Come la dea vuole, la gara termina. I due allenatori, uniti dall’aver superato insieme l’esperienza traumatica, vengono a ritirare i documenti tenendosi per mano. Finisco il colloquio, l’arbitro è giovane, molto giovane, ma promette bene. C’è il sole. Nel mio futuro immediato intravedo un pasto caldo e succulento. E, volesse il cielo, mezz’ora di sonno a piombo.

Pag. 5 del “Manuale della tranvata”: mantenere i sensori puliti e sgombri da foglie, rametti, carcasse di topolini e lucertole, spugne, tappi di sughero, palle di alghe.

I miei sensori sono in corto dal sonno, le ultime risorse energetiche si sono esaurite durante il colloquio, l’Ucraina non s’è manco qualificata per i mondiali, figurati se hanno testa di dar retta a me che busso chiedendo se hanno due litri di gas da prestarmi. E poi mi sembra un’affermazione innocente.

–          Non preoccuparti, te lo mando io il modulo del referto, dammi la tua mail.

Nessuno è innocente.

Neanche una mail nome.cognome.annodinascita@.

Non se l’anno di nascita è il ’92.

Avverto distintamente lo sdoppiamento: una parte di me continua a scrivere quello che viene dopo la chiocciola, riesce a rispondere con proprietà a un altro paio di domande e addirittura a non dimenticarsi il telefono sul tavolo.

L’altra è rimasta paralizzata su quel numero. Cosciente, ma devitalizzata. L’unico movimento possibile è sbattere le palpebre, di tutto il resto non c’è più nulla che funzioni. Cuore, polmoni, tendini, niente risponde ai comandi. Che non partono, l’EEG è piatto. Un solo neurone si arrischia a dire che non è mica la prima volta che. Ha ragione. Non so cosa mi abbia preso, non mi prende mai così.

Non posso fare a meno di guardare l’arbitro in maniera diversa, adesso, e non solo perché mi sento le pupille larghe come piattini da frutta. Non posso fare a meno di chiedermi se anche tu sembreresti più giovane. Avrebbe senso, lo dicono anche di me, lo dicevano di tuo padre. Non posso fare a meno di pensare che anche tu avresti fatto un sacco di sport, e che adesso, a 21 anni e mezzo, avresti probabilmente le stesse spalle ben disegnate, le stesse gambe lunghe per andare lontano. E braccia che non mi hanno mai stretto.

Il debito d’ossigeno si fa sentire, ma non c’è verso. Ho il naso ostruito da una pietraia, la trachea sembra uno spot del deserto di Atacama, Jeffrey Dahmer s’è divertito coi miei polmoni.

Saluto avendo cura di non sembrare in apnea, forse riesco addirittura a sorridere, l’arbitro è stato bravo, se lo merita. Fortuna che almeno una delle due è in grado di camminare e portarci entrambe fuori di lì. Dagli spogliatoi al cancello ci saranno duecento metri. Troppi da percorrere allo scoperto, se nel frattempo ti si rovescia addosso un carico di favole non lette, libri non regalati, giochi non insegnati, sbaffi di gelato non puliti, ginocchia sbucciate non disinfettate, vasche e lettoni non condivisi, piedi non solleticati, sogni brutti non scacciati.

Sei una cretina, ripete quella che riesce a mettere un piede dopo l’altro senza cadere. Ti stai facendo male da sola. Non serve a niente, non puoi farci niente. Che cazzo ti è preso? Non ti prende mai così.

La pressione contro lo sterno è fortissima, non è che faccia quasi male, fa male proprio, da volersi strappare il cuore da dentro e calciarlo in meta, il campo è polifunzionale. Accelero, non so come faccio ma accelero, Amaranta come un tronco a cui aggrapparsi nella corrente furiosa e finalmente posso riversarmici dentro e piangere, piangere, piangere, piangere tutta la disperazione e l’abbandono di questo mondo.

E poi, piano piano, passa.

Non del tutto, ma passa.

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[chi ben comincia]

(antefatto)

Rumore di vele che sbattono.

Forte.

In stato di incoscienza allunghi un piede, tastando intorno per verificare la presenza dell’immancabile sponda della cuccetta.

Manca.

Manca anche un beccheggiare adeguato al rumore. Torni sottocoperta decisa a fare in modo che questa domenica non veda il tuo brutto muso prima dell’una, con un non so che d’irrisolto nell’aria.

Rumore di vele che sbattono.

Fortissimo.

Apri un occhio e ti ritrovi a fissarne un altro, verde, semichiuso, anche lui evidentemente disturbato dal rumore. La pupilla a fessura e il baffo bianco, lungo e spiovente rendono la possibilità che l’occhio appartenga a un clandestino nero piuttosto remota, mentre il rumore continua a rendere plausibile l’ipotesi di trovarsi su un clipper in balia di una tempesta nel Pacifico, a metà del XIX secolo.

Eppure non c’è ombra di rollio.

Chissenefrega, pensi tornando sottocoperta per la seconda volta, quando un boato come se l’albero di mezzana si fosse appena schiantato ti fa balzare dal letto (sia lode e gloria a chi ha avuto l’idea brillante di farmi invertire il senso di dormita, altrimenti a quest’ora l’umile scribacchina vostra starebbe vergando queste righe con la calotta cranica incastrata in un buco nel soffitto spiovente, cosa alquanto scomoda, ve lo dico). Ti fiondi sul ponte di Villa Balorda e – in un lampo di lucidità – batti ogni record di ammainaggio lenzuola stese, nonostante il vento fischi e la bufera infuri all’impazzata. Quella che rientra, trenta secondi dopo, è una specie di polena surgelata, nuda, scalza, spina dorsale fuori asse, involta in un copripiumone semifradicio che crea un bell’effetto sudario, capelli che manco Storm usata per scovolare una canna fumaria. Guarda con nostalgia il letto caldo e si avvia sonnolenta verso la doccia, tanto ormai.

(fatto)

Io li odio i risvegli bruschi. Mi lasciano rincoglionita per tutto il giorno.

Ok, più rincoglionita.

(gnegnegne)

Poi certo, penso masticando l’ultimo boccone di uova strapazzate, non sarà la prima visionatura che faccio da rincoglionita, però EEK! Quand’è che son diventate le tre meno un quarto?! Come? Perché? Il talento che ho io nel perdere tempo, signori della Corte? Parliamone, anzi, parlatene voi mentre io mi infilo uno stivale scendendo le scale a rotta di collo. Dovrebbe essere studiato alla NASA, il talento che ho io nel perdere tempo, altroché.

Metto in moto Amaranta che sono le 14.46. Mi catapulto al di là di Molentargius alla velocità del suono, facendo il vuoto nella mente per ingannare il dio della puntualità precisina e bastarda, quello che ti fa arrivare al campo che la gara è iniziata da tre minuti, tu pensi “vabbè dai, tre minuti, cazzo vuoi che sia successo”, ti fa appollaiare in tribuna con un sospiro di sollievo e una mezza pacca sulla spalla perché va’ che figa che sono che alla fine sono arrivata in tempo, ti lascia riprendere sorriso e colore e la migliore predisposizione d’animo nei confronti del calcio e dell’universo in generale finché a metà del primo tempo arriva lui, di solito un vecchietto o un ragazzino, si avvicina a quello seduto affianco a te, gli chiede a quanto sono, tu ti appresti bonariamente a cogliere un velo di delusione nel suo sguardo per via dello 0-0 e invece ti ritrovi con i capelli dritti a sentire che la squadra ospite vince 1-0, rete al primo minuto segnata in fuorigioco grande quanto una casa, e qualunque cosa succeda nell’ultimo quarto d’ora non la vedi perché sei impegnata a bestemmiare tutto il calendario e l’arca di Noè.

Quindi: vuoto nella mente.

Vuoto nella mente anche quando realizzo che mi ero completamente dimenticata che il Cagliari giocasse in casa (in casa, vabbè), e che un gregge ciondolante, indisciplinato e dispettoso ostacola il mio tentativo di transito in modalità pirata della strada.

Vuoto nella mente anche se sento la risatina trionfante del bastardo in un orecchio.

Vuoto nella mente anche quando finalmente arrivo, trovo inspiegabilmente parcheggio a meno di tre chilometri dal campo, balzo fuori dalla macchina e la chiudo in una sola mossa e son già lanciata a destinazione quando una signora richiama la mia attenzione da una Panda e mi chiede educatamente se posso spostare la macchina un po’ più indietro così ci sta anche lei, facendomi sentire una merda e costringendomi a riaprire Amaranta, e voi sapete che non è proprio una manovra veloce.

Vuoto nella mente che si cristallizza in un istante di terrore eterno quando varco il cancello a tappo di spumante, trafelata e concentratissima, e mi si para davanti il campo.

Vuoto.

Deserto.

Non un giocatore, non un allenatore, un massaggiatore, un raccattapalle, un secchio. Niente.

Solo una distesa desolata di terra battuta parzialmente allagata e una statua di sale con un unico neurone attivo che compone la sintesi del peggior incubo dell’osservatore arbitrale:

Ho.

Sbagliato.

Campo.

Postulato: se per disgrazia, incuria, disordini civili, sciopero, pallone di Maradona o mano di Dio l’osservatore arbitrale sbaglia campo, il campo giusto si troverà sempre a una distanza impossibile da raggiungere entro la durata di due tempi regolamentari.

Eppure avevo controllato.

Eppure questa società ha sede qui.

Eppure non posso essere stata così cogliona da non guardare la designazione fino in fondo, alle volte ci fosse una nota subdola nascosta che diceva “Attenzione: solo per oggi, causa derattizzazione, la gara si disputerà presso un campo che non ha niente a che vedere con la società ospitante”.

Eppure.

Eppure sono qui sotto la pioggia battente con un ombrello chiuso in mano, gli occhi sbarrati su un campo inanimato e un custode coi baffi che mi guarda atterrito.

E in quel momento arriva l’arbitro.

E il mondo torna ad essere una località piena di gioia e speranza, sovrappopolata da una quantità immane di gente più o meno amabile e da una rimbambita che si era dimenticata che l’orologio che tiene appeso vicino alla porta-finestra del terrazzo è ancora puntato sull’ora legale.