[un giorno questo dolore ti sarà utile]

Dice, motivi validi.

I motivi validi son solo tre: un fottiliardo di soldi, una partenza intercontinentale o Robert Downey Jr. nudo nel tuo letto che ti sussurra in un orecchio se per favore potete provare ancora la scena del rodeo, honey please.

Che tu pensi, guarda Robbe’, giusto perché sei tu e fra quattro ore c’hai l’aereo per Los Angeles e chissà quando ci rivediamo, altrimenti io a quest’ora di solito mi pregio di dormire il sonno del giusto.

E se mi svegliano, faccio in modo che dorma anche lo svegliante.

Per sempre.

 

Sì, perché di motivi validi non ce ne sono mica altri.

Son questi qui e basta.

In qualunque altro caso ci si ritrovi a svegliarsi all’alba, di domenica mattina, d’estate, bisogna essere ben consapevoli di essere degli incommensurabili pirla e star pronti ad assumersi la responsabilità di qualsivoglia conseguenza derivante.

Che poi non ho capito perché parlo così in generale.

Pirla Sider, molto lieta.

 

Domenica mattina. Estate. Maledettamente presto.

Il sole non è ancora sorto e mi son già guadagnata la copertina di Elle Decor.

Dice, le soluzioni architettoniche, la controsoffittatura, il vetrocemento.

Cazzate.

Vuoi abbellire la tua cucina aprendo un lucernaio nel soffitto?

Metti la caffettiera sul fuoco avendo cura di dimenticarti di riempirla d’acqua.

Dice, hai un talento.

No.

Il lucernaio nel soffitto è creatività, è scienza, è ricerca, è cura del dettaglio, ma non talento.

Alzarsi all’alba e riuscire comunque ad arrivare tardi all’appuntamento perché quando ti lavi inavvertitamente la faccia col dentifricio sciacquarsela porta via tempo, questo è talento.

 

Il sole non è ancora sorto e ho già fatto fuori un calendario, con particolare riferimento ai santi protettori della campagna, delle oasi faunistiche e delle escursioni.

Io la odio, la campagna.

Le escursioni, mi fanno ribrezzo.

Le oasi faunistiche, non passa giorno senza che firmi una petizione per asfaltarle.

Sono un animale metropolitano. Amo le città. Nelle città ci sono le case, e nelle case ci sono i letti.

Dove la domenica mattina si dorme, porcadiquellavacca.

 

Il sole non è ancora sorto e mi squilla il telefono.

– Ti pare il modo di rispondere?

– Perchè, mamma, cos’ho detto?

– Hai chiesto chi era con una parolaccia.

– Ma figurati, chffshhhferenza, khhhapito male, ho detto chibhhazzzfrrrrpurè.

– Uhm. Vabbè, era solo per chiederti se vieni alla festa di compleanno di tua nipote, oggi pomeriggio.

– Eh, te l’ho detto che non posso, ho partita.

– E io te l’ho detto che ho fatto un corso di internet?

Oh, cazzo.

– E, uhm, cos’hai imparato?

– A cercare le designazioni sul sito dei mondiali.

– Chhhfzzzzzccidenti, bwwhhhhalleria.

(creare pagina che spiega come a digitare “blog figlia” su Google esploda il computer, segna: urgentissimo)

 

Il sole è appena sorto e mi ritrovo a fissare dall’alto un manufatto antico e prezioso, una trina modellata dal vento e della salsedine, un merletto brunito dal tempo, un pizzo valenciennes di metallo creato dalle sapienti mazze dei mastri siderurghi, i cui segreti sono ormai perduti.

 

Dice, ma è una cazzo di scala arrugginita che cade a pezzi.

Bruti. Gente che non ha il minimo senso della poesia, della bellezza, dell’arte decadentista.

Eppoi dobbiamo solo ammirarla da qui, mica dobbiamo scender…

Noi non dobbiamo scend…

Vero che noi non…

MA E’ UNA CAZZO DI SCALA ARRUGGINITA CHE CADE A PEZZI!

C’è bisogno che scenda in dettagli sul seguito?

Lo ribadisco, Darwin non era mica un cretino.

Di undici esemplari di Escursionista Beotis, uno e uno solo riuscirà nell’intento di infilzarsi con l’ultimo spuntone arrugginito dell’ultimo residuo di quello che una volta era stato un gradino, e perpetuerà così la nobile specie di Homo Quod In Futurum Cum Mentula Hic Deambulatibus.

Porto a termine la maledetta escursione con l’eleganza discreta della comparsa su un set di Romero. Gli altri viandanti portano a tracolla una borraccia, io ho una cartucciera portamadonne. Ogni tanto ne lancio una.

Ognuno sarà ben libero di sentire nella propria testa le voci che preferisce. Le voci nella mia testa, stamattina, gridano a raffica “PULL!”.

– Aspetta, cosa sta riportando Spot, una pernice? 

– Sembra più un fenicottero. Ah, no, è una madonna.

– Nah, troppo legnosa per grigliarla. Meglio gli hamburger di cammello, lascia, Spot.

 

Due del pomeriggio. 54°C.

Suono alla porta della prima guardia medica utile.

Altro che “Amo il mio carabiniere”. Bisognerebbe aprire una pagina su Facebook intitolata “Amo la mia veterinaria”.

– Il taglio è profondo?

– Boh, non si capisce.

– Come sarebbe, non si capisce?

– Sarebbe che sanguina un sacco e ho paura di guardare.

– Ma il piede è ancora attaccato?

– Ti pare che me ne vada in giro saltellando con un piede in tasca?

– Che ne so, fai cose strane.

– Io.

– Vabbè, ancora con quella storia delle mollette.

– Detto niente. Men che meno mi sogno di fare commenti sulle persone che si rifiutano di stendere foss’anche una mutanda, se non hanno le mollette coordinat…

– Basta cianciare. INFERMIERAA!! KIT PER AMPUTAZIONE!

– Glauco, sta’ buono che me la fai schiattare d’infarto.

– E che problema c’è? Si prende un capriolo, gli si espianta il cardiocoso a mani nude e si sostituisce.

– A proposito di animali, per caso nei pressi della scala arrugginita trafficano vacche o maiali?

– No, solo pantegane e cani randagi.

– Allora l’antitetanica è meglio farla. Vai alla guardia medica.

– Un’iniezione?! Non se ne parla.

– INFERMIERAAA! SEGA STERNALE!

– Sì, alabarda spaziale, Glauco, il taglio è su un piede.

– Eh, ma ormai l’infezione avrà già raggiunto i centri vitali, ci resta poco temp…

– …usano un ago piccolo, vero? E me la fanno in anestesia totale, sì?

Comunque.

Il medico.

Massima stima, per carità.

Salvare vite, missione nobile, quello che volete.

Ma è un mestiere che non farei mai.

Spesso ci si ritrova a lavorare in condizioni estreme. Vi pare facile presidiare un ambulatorio fresco e silenzioso in un paesello deserto, assediati dal profumo di muggine arrosto che arriva dalla casa affianco e riduce le pareti del vostro stomaco a una poltiglia sbavante e priva di raziocinio?

(sì, lo so, sono una brutta persona. qualche anno fa ho avuto una discussione pacatissima con una conoscente che si era appena laureata in medicina e aveva iniziato a fare le guardie. lamentava di non riuscire ad arrivare a fine mese con soli 1600 euro. e lo faceva spalmandosi il muso di burrocacao marcato Chanel. ora, io sono una bruttissima persona, lo confermo e lo accendo, però sono pronta a rivedere le mie posizioni quando mi rendo conto di agire sulla base di un pregiudizio. non è vero che i cosmetici Chanel non valgono il prezzo esorbitante che costano. qualunque altro burrocacao infilato nel naso l’avrebbe portata a morte certa per asfissia, invece quello Chanel le ha solo risolto il dilemma “respiro o continuo a sparare cazzate?”. amici dei laboratoires Chanel, vi devo delle scuse)

 

La dottoressa di guardia non apre un dibattito sull’iniquità del trattamento retributivo. Non chiacchiera di cosmesi o di griffe. E nemmeno mi visita, impegnatissima com’è a tirar su col naso. Un compito gravoso, diononvoglia venga interrotto, le conseguenze sarebbero catastrofiche.

Quando mi chiede dove ho la ferita, tiro su la caviglia per mostrarla. Lei sillaba “c-a-v-i-g-l-i-a” sul registro, poi resta a fissarla.

Io sempre con la gamba a mezz’aria. Oriella Dorella, sei ‘na peracottara.

Dopo cinque minuti di concentratissima osservazione diagnostica: sinistra.

Tutto da sola, senza neanche l’aiuto del bollino rosso e verde delle Kicker’s.

Quando azzardo a chiederle se l’antitetanica che mi sta prescrivendo è davvero necessaria, suggerendo che mi dia un’occhiata e magari mi medichi come si deve, digrigna i denti e si sbottona il camice.

Sotto ha una maglietta “Vivisector: no limits”.

Che poi, mi dico uscendo, se medicarsi con un impacco di paglia e sterco di bue andava bene per gli antichi, andrà bene anche per me.

O no?

 

Due e dieci del pomeriggio.

Temperatura: 59°C.

Scopro la differenza fra farmacia di turno e farmacia di turno 24 ore.

La farmacia di turno è quella che espone il cartello “Pensate di sentirvi male da qui alle 17? Cazzi vostra”.

La farmacia di turno 24 ore, invece, è quella che ti risponde dal citofono che ha finito il farmaco che ti serve.

 

Due e mezza del pomeriggio.

Temperatura effettiva: 69°C.

Temperatura percepita: 451°C.

Ultima fermata: pronto soccorso.

Tra sudore, polvere, ruggine, sangue, sterpi, cerotti e brandelli di anime di defunti altrui, sembro la bambolina voodoo di uno spaventapasseri. Capisco la difficoltà nel trovarmi una collocazione nel regno animale al fine di registrarmi.

– Nera…ah, no, aspetti, è solo zozza. Facciamo bianco sporco, razza caucasica, donn…uhm, vabbè, scrivo “mammifero”.

Capisco meno la bomba che Enola Triage mi sgancia in faccia senza preavviso.

– Antitetanica, eh? Se la vuole, sappia che si tratta di un derivato del sangue umano, quindi la fa a suo rischio e pericolo.

– Scusi?

– È come una trasfusione, potrebbe essere sangue infetto.

Mi affaccio fuori.

La targa sul muro conferma che mi trovo presso una struttura sanitaria ufficiale, non nella cucina di una mammana.

(a dirla tutta, secondo la targa, la stessa struttura sanitaria risulta intitolata a un santo, che è una cosa che trovo sempre inquietante. Ma è anche vero che siamo il paese la cui strategia per accedere agli ottavi di finale ai mondiali è “butta la palla e prega”)

-Allora, firma?

– Scusi, ma non potrei essere visitata prima? Magari neanche serve.

– Eh no, una volta che ha deciso, ha deciso.

– Cioè, me la fate per forza anche se non serve? Sia gentile, mi faccia parlare con un medico.

– Non si può, sono tutti impegnati.

La sala d’attesa del pronto soccorso è deserta, a parte due signore appisolate in un angolo. Fa troppo caldo anche per farsi male.

– Gli dica che c’è una paziente rompicoglioni che ha la tendenza a diventare rompicoglionissima.

Tempo venti secondi e sono dentro.

 

– Beh, è vero, l’immunovattelapeschina è un derivato del sangue umano, ma non è il caso di fare terrorismo. Siamo un ospedale, controlliamo tutto. Semplicemente, quel sangue potrebbe contenere un virus non ancora scoperto e lei se lo beccherebbe tutto.

– Fantastico. Alternative? Non so, la butto lì: visitarmi?

– Nicola, scopri la ferita della signora. Ah, ma è superficiale, io al posto suo non la farei.

– Quindi non serve che la faccia?

– Io mica ho detto questo. Deve decidere lei.

– Mi faccia capire, chi è il medico di noi due?

Il medico è quello che segue il mio sguardo andare dal vassoio dei bisturi alla sua coscia, cosa che lo porta finalmente a spiegarmi in dettaglio la vita e le opere del tetano, imprevisti e opportunità del vaccino, elementi di amministrazione delle aziende sanitarie e la ricetta segreta della sua bisnonna per il maiale al salmone.

– Se le faccio una medicazione come si deve, ci metto su anche una monografia di Jenner e le dò di resto due flaconi di benzodiazepine, mi promette che smette di fissare i bisturi?

Se prometto, poi mantengo.

Mentre Nicola dimostra a quelle sciacquette di MilanoVendeGarze come si fa una petite medication blanche, mi squilla ancora il telefono.

Ma stavolta non mi avrete.

Diamo un senso a questo calvario.

– Dottore, una cortesia. Potrebbe, uhm, enfatizzare un filo la medicazione?

– Vuol dire come se la ferita fosse più grave di quello che è?

– Esatto.

– Guardi che posso farle un certificato medico, cosa si deve scampare?

In quel momento, su whatsapp mi arriva la foto di un metroquadro di torta. La mostro.

– Ma che roba è?

Nicola sposta un occhio dalle garze e sentenzia:

– Sembra Peppa Pig che si ingroppa un Mini Pony.

– Iddiobenedetto. Festa di compleanno?

Annuisco.

-Nipote?

Riannuisco.

– Quanti anni?

– Sei.

– Figlia di?

– Dottore, non mi faccia dire.

– Intendevo, figlia di fratello?

– Sì.

– Il che presuppone una…

– Cognata.

– Nicola, molla le garze e ingessa la signora fino al bacino.

 

(tanti auguri, Nipotastra. un giorno capirai)

 

Annunci

[una cosa divertente (insomma) che non farò mai più]

Ok.

Adesso mettiamoci comodi che dobbiamo parlare.

– Ho capito bene, ha detto “scappare”?

– Chi ha detto “scopare”? 

– “Scappare”, nonno, “scappare”. 

– Nonno lo dici a tu’ zio, io c’ho quarant’anni portati splendidamente. 

– Allora c’hai un chiodo fisso. 

– Non mi piace lo stoccafisso, prenderò un hamburger di cammello e un chinotto, grazie.   

 

Qualcuno di voi già lo sa, qualcuno l’ha intuito ma è stato così educato da non fare domande indiscrete. Ringrazio di cuore per la delicatezza. Le cazzate, per una volta, stanno a zero.

E’ che non pensavo che sarebbe successo.

Non ci pensavo proprio.

Voglio dire, alla mia età, suvvia.

Tutti i tuoi begli equilibri, la tua pace interiore, le tue convinzioni, anche sbagliate, per carità, ma lo sa il demonio se a qualcosa ti sei dovuta aggrappare, in certi momenti.

E poi, di punto in bianco.

Avete presente quegli oggetti alieni semoventi che fanno un sacco di chiasso, sparpagliano le vostre certezze, pretendono un sacco di attenzioni, mandano in malora le vostre più in/sane abitudini, sembrano incapaci di compiere da soli operazioni ridicole, arraffano le vostre cose più care e preziose, compresi voi stess*, e ve le restituiscono ridotte a una malloppa esausta, zozza e decomposta che risulterebbe irriconoscibile persino alla prova del DNA?

Non i fidanzati, no.

Nemmeno i cani.

Per quanto uno dei fondamenti su cui si è felicemente basata finora la mia esistenza veda protagonisti proprio i cani e le entità aliene di cui sopra.

Esatto.

I bambini son come i cani.

Vi sfido a dimostrare il contrario.

I cani e i bambini non sono adorabili in quanto tali. Non sono creature pucciosissime che qualunque cosa facciano, dal ridurre a brandelli la vostra collezione di Nathan Never al cagarvi sul divano, si configura immancabilmente come la nona meraviglia del mondo e bisogna stupirsi moltissimo se qualcuno di estremamente insensibile non la prende come tale, e anzi.

I cani e i bambini sono esseri fondamentalmente stronzi che vanno guardati con sospetto.

Obiezione: loro non c’entrano, la colpa è dei genitori/padroni.

Accolta.

Una madre che, la mattina a colazione, come prima cosa, dice al figlio cinquenne “hai visto che papà non ti ha chiamato neanche oggi mentre è in vacanza con la sua nuova famiglia, vuol dire che non ti vuol più bene” va presa e volata dal quinto piano senza rimorso e senza condizionale. Presente indicativo, se non imperativo.

Ma se il cinquenne ti piscia deliberatamente sul terrazzo per cattiveria pura che tanto sa bene resterà impunita, la segue a ruota.

Cani. Mocciosi. Se li conosci, li eviti.

Per anni, gli unici a costituire l’eccezione a questa regola sono stati i miei ex nipoti, che uno sforzo educativo sovrumano (oltre che di saldo impianto mitteleuropeo) è riuscito a trasformare da materia bruta a uno zero virgola di speranza nel futuro.

Anche gli esperimenti condotti da amici considerati affidabili hanno dato esiti discordanti: dalla realizzazione della bambina-patella (la cui madre esasperata – ma non abbastanza – ci ha sempre fermato all’ultimo dopo averci supplicato in lacrime di schiodargliela di dosso anche impiegando coltelli spuntati e arrugginiti) alla messa su strada di individui miniaturizzati il cui unico problema di essere nati figli di ingegneri non basta a spiegare certe risposte inquietanti (“Guarda, Leonardo, quelle sono piante di cappero, quelli che mangi sulla pizza” “Non esattamente, babbo, quelli che mangiamo sulla pizza appartengono alla sottofamiglia della Capperacea Barattoliformis, mentre questi sono esemplari di Capperum Selvaticus Muraglionis. Essi sono in grado di misurare il tasso di umidità in queste mura tufoidee realizzate dai pisani nel XII secolo, e ivi si insinuano, una volta stabilito che il ph del terriccio che si ritrova nelle crepe è compreso in un range ascrivibile al quadrato costruito sull’ipotenusa di Heisenberg e…babbo, dove vai? Guarda che in questo punto le mura non sono abbastanza alte per garantire morte certa, in più l’angolazione delle pietre, orientate a 37,9 gradi sulla scala Richter rispetto alle porte di Tannhäus…babbo? Babbino?”).

Grazie al cazzo, mi direte, tu figli non ce n’hai.

È vero. Per una serie di motivi che sarebbe lungo e tedioso spiegare, e che in buona parte farebbero sembrare la piccola fiammiferaia l’animatrice di un Club Med, non ce n’ho. Ma se lì fuori c’è gente che s’incazza per un fuorigioco non concesso sulla linea mediana, che sostiene che il tè altro non sia che insulsa acqua calda e che Fabio Volo sia uno scrittore, io potrò ben sparare fregnacce sull’educazione della prole altrui.

(e comunque casa mia è ordinata tale e quale come avessi sei figli)

Ma torniamo a noi.

Per una serie di circostanze fortunate, negli ultimi tempi mi è capitato di conoscere persone che sulla loro progenie stanno svolgendo un lavoro talmente encomiabile che la mia fiducia delle generazioni future è salita fino a sfiorare la fantascientifica percentuale del 3%.

Il che ha, evidentemente, abbassato le mie difese.

Non si spiega altrimenti.

Quando meno te lo aspetti.

Eh.

Lo so che sto ciurlando nel manico, ma non è mica facile. Ho aspettato diverse settimane prima di decidermi a raccontarlo, continuavo a ripetermi che non è mica chissà che, milioni di persone nel mondo, tutti i giorni, fanno la stessa cosa senza vederla come un evento straordinario, anzi, è una cosa naturale, e poi insomma, finché si tratta di far la cazzara d’accordo, racconto senza pudore questo mondo e quell’altro, ma sulle cose personali superare una certa riservatezza non è facile.

La fredda cronaca:

qualche settimana fa. Sono ospite per qualche giorno di un’amica che vive fuori città. Nel bel mezzo della mia permanenza, lei si becca il colpo di coda di un virus che la manda completamente al tappeto. Il piano A – bagordi come non ci fosse un domani viene sostituito dal piano B – non sto in piedi manco sdraiata e vomito pure l’acqbleurgh.

Dettaglio insignificante: la mia amica si è riprodotta. E neanche poco. Detiene la mia quota mezzopollo trilussico, la mia e quella di altre due o tre che hanno optato per la non proliferazione. Quindi siamo io, lei – vispa come un opossum investito da tre giorni – e bambini.

Tanti bambini.

Roba da dire “tutto qui?” guardando con sufficienza la famiglia Bradford.

(in realtà sono meno di dieci. Ma si muovono. Parlano. Chiamano. Si arrampicano. Piangono. Ridono. Chiedono cose. Escono dalle fottute pareti. Quindi sembrano molti di più)

Mi direte: e non ce l’hanno un padre, ‘sti marmocchi?

Certo che ce l’hanno, la mia amica è una tradizionalista. Ma in questi giorni è fuori per lavoro. A dire il vero, nel momento in cui viene a sapere che la sua compagna è fuori combattimento e i suoi pargoli si ritrovano, all’ora di cena, in balia di una specie di disadattata che pensa di dar loro delle verdure e una frittatina invece dello stinco di bue muschiato con cipolle e cozze che sembra costituire il loro mangime preferito, corre a cercare il primo volo per tornare a casa.

Ma non lo trova.

Disordinato anche lui, mica no.

Arriva invece la mamma di lei, santa donna, che cena la tribù e se ne porta via una carrettata per la notte.

E quindi siamo io, lei – stordita da un antisalcazzo per bisonti e finalmente assopita – e due mocciosi incerti sulle gambe.

Alle otto d sera.

L’ora in cui normalmente questi tizi vanno a letto. Mentre ora giocano a Peppa Poker, fumano (“Fumano??” “Cazzo, avevo lasciato il tabacco sul tavolo e pure questo grumo bavoso che una volta erano. I miei. Filtri. E le mie. Cartine”) e trincano Bailey’s (“Bailey’s??” “Eccerto, c’è la crema di latte, siamo pur sempre bambini”) senza accennare al minimo cedimento.

Le otto e mezza.

Vabbè, mica moriranno se stanno svegli mezz’ora in più.

Le nove.

– Bimbi, la volete la favola della buonanotte?

– Leggitela te, noi stiamo guardando “Maiali senza gloria”.

Che poi che ci vuole, li pigli, li schiaffi a letto e spegni la luce.

Ah, già.

Le scarpe.

Tiro fuori la piccola dal lettino per levarle le scarpe e lo sento. Lo sento perché qualunque essere vivente, ma anche non vivente, a cui non abbiano infilato due carciofi nel naso non può non sentirlo.

Le fogne di Calcutta?

No.

Il reflusso gastroesofageo di Alien?

Macchè.

Un’arma chimica di natura che mi piacerebbe definire ignota, e invece, ahimè, è chiaramente determinabile.

E non proviene da lei, il che la dice lunga sull’intensità, visto che l’entità emanante si trova due stanze più in là.

Spoglio la piccola, ravano in un armadio alla ricerca di qualcosa somigliante a un pigiama, non lo trovo, la insacco in una calzamaglia rosa che deduco solo dopo avercela infilata appartenere alla sorella maggiore, faccio un nodo in cima perché non ne esca e la rimetto a letto.

E poi torno dillà ad affrontare l’inaffrontabile.

La mia amica ha un salone grande. Ma grande. Grande più di tutta casa mia da un estremo all’altro. L’inaffrontabile guarda la tv a circa un chilometro da me, sereno come fosse seduto in mezzo a un campo di violette.

Sarebbe facile: apro la porta senza far rumore, me la chiudo alle spalle e m’imbarco sul primo cargo battente bandiera liberiana di passaggio.

Ma non posso. Ho una coscienza (nonostante tutto). Voglio bene alla mia amica come a poche altre persone, e lei ora giace tramortita in un letto di microbi e in più mi sta pure ospitando. E questa specie di gnomo ha tre anni scarsi e dice tre sole parole.

La prima è mamma.

La seconda è banana. Non chiedete perché, preferite restare anche voi nella spensieratezza dell’ignoranza caprina come faccio io.

La terza è il mio nome.

La quarta parola la dico io, ed è un’invocazione a San Medardo protettore delle mucose nasali infiammate quando provo a raggiungere lo gnomo e una parete invalicabile di tanfo tremebondo mi respinge indietro.

Epperò ce la devo fare. Per forza. Valuto una serie di opzioni:

  • opzione A: cercare un autolavaggio aperto 24 ore nei paraggi, spogliare lo gnomo con un rampino, dar fuoco ai vestiti, inchiodarlo alla rampa, attivare gli spazzoloni e ritirarlo all’uscita pure cerato;
  • opzione B: comprare dal cinese qui di fronte una chiatta di sabbietta per gatti e panarcelo;
  • opzione C: idranti.

E poi, l’illuminazione:

qual è il problema principale?

Questa  puzza disumana.

Come si sconfigge la puzza disumana?

Col profumo.

Quindi basta che io mi tenga sotto il naso un batuffolo di cotone imbevuto di profumo ed è fatta. Che ci vuole.

Sacrifico metà della mia boccetta di Eau de baccell intense de vanille purissimà raccattée à main par les enfants de Bangalore dans une nuit de demi eté su un dischetto di cotone, me lo sbatto sotto il naso e parto a passo di carica a prendere l’inaffrontabile.

E mi accorgo che mi manca una mano.

Sterminatore di re, io ti capisco. Non è una sensazione piacevole.

Mi ricordo che anni fa, pur se con tutta calma e con ogni probabilità nemmeno in un bar, mi capitò di leggere un racconto che Baricco scrisse per l’edizione di quell’anno della Smemoranda. Trattava di lui, novello padre, alle prese con la stessa esperienza traumatica che mi trovo ad affrontare adesso.

(il che mi ha sempre fatto sospettare che in un momento di confusione mi sia stata assegnata una dose di istinto paterno invece di quello materno, ma questa è un’altra storia)

Fatto sta che, tra le altre cose, si raccomandava di fare molta, ma molta attenzione all’istinto trotesco degli infanti, che li porta a sgusciarvi via dalle mani e a cascare a capofitto dal fasciatoio, con conseguenze devastanti per loro ma ancor più per il proseguimento di normali rapporti sessuali tra i novelli padri e le novelle madri.

Ora, al di là dei rapporti sessuali che è sempre cosa buona e giusta intrattenere con le giovani madri, e vieppiù con i giovani padri, a me questa cosa m’è rimasta impressa al punto da tornarmi in mente ora a distanza di anni.

E comunque non se ne esce:

cambiare una potenziale anguilla  > necessità della piena disponibilità di almeno due mani

disponibilità nominale di due mani > disponibilità reale di una sola, in quanto l’altra è impegnata a reggere sotto il naso il cotone impregnato di profumo

mollare il cotone impregnato di profumo > morte certa

morte certa > impossibilità di cambiare l’anguilla

A meno che.

A meno che non mi leghi il cotone sotto il naso con qualcosa.

A volte son talmente geniale che mi faccio paura da sola. E di solito ho ragione ad averne.

Setaccio la casa alla ricerca di uno spago. Di un laccio da scarpe. Di un fil di ferro. Di una cintura d’accappatoio. Di un rotolo di gaffa. Di una tagliatella all’uovo. Di una cazzo di cosa qualunque per legare un’altra cazzo di cosa qualunque.

Niente.

Di niente, di niente, di niente.

Non posso credere di essere finita in casa di gente così noiosa da non avere nulla con cui legarsi.

Infatti no.

Intorno a mezzanotte, quando anche la famiglia PIg s’è messa una zampa sulla coscienza e ha deciso di darmi una mano a cercare pur di andarsene a letto, la trovo.

Nello studio.

In fondo a un bidone di giocattoli.

Una stella filante.

E oh, i gusti son gusti, se questi lanciandosi coriandoli e frustandosi con le stelle filanti ci han tirato fuori ‘sto fracco di ragazzini si vede che gli sta bene così.

– No, ragazzi, stasera non resto a calcetto, torno a casa che la mia ragazza mi aspetta vestita da Colombina e ha promesso di farmi le frappe.   

Schiaffo.

Lego.

Torno dalla bomba chimica mentre il comitato di quartiere finisce di raccogliere i soldi per pagare un Canadair che li innaffi tutti di Chanel n°5 prima che i danni al sistema neuronale e all’apparato riproduttivo diventino permanenti.

Bomba chimica mi guarda assai perplesso, come se non avesse mai visto una rimbambita spettinata con un metro cubo di cotone tenuto legato sotto il naso da una stella filante gialla e viola.

Faccio tutto quello che devo fare.

Lui sopravvive.

Io pure.

E questa era la prima volta in cui persino io ho cambiato un bambino.

In un senso diverso dal solito.

 

– Buongiorno, vorrei cambiare questo bambino. 

– Ma certo, con cosa posso sostituirglielo? Ho dei bei portieri nerboruti, arrivati stamattina dalla Spagna, un ex nazionale di hockey su ghiaccio, un po’ incidentato, ma fa la sua figura, e forse ancora qualche pallavolista cubano bello succoso. Fanno tra i 75 e gli 80 kg l’uno, che faccio, lascio?