[gente che ne mastica (chattanooga chew chew)]

Sono antica.

Non vedo altra spiegazione.

Ieri notte leggevo questo articolo e pensavo che Reggio Emilia ha sempre il potere di stupirmi (cfr. “Il primo accoltellatore non si scorda mai” –  Dontfearthereaper University Press).

Mentre raccoglievo le braccia per riattaccarmele, riflettevo su quanto opuscoli del genere dovrebbero essere diffusi anche fra gli adulti. Di qualcosa dovremo pur morire, non c’è dubbio. Però se magari nel frattempo ce la godiamo cercando di non far troppi danni ci divertiamo di più. E un promemoria ogni tanto, anche a noi che le cose le sappiamo, male non fa.

Eviteremmo di scappare urlando a mutande calate lasciando di stucco stimabili professionisti che col coito interrotto si son sempre trovati talmente bene da non aver mai indossato un preservativo in vita loroooooo, li sentiamo affermare ancora con beota fierezza in lontananza.

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(ma no, certo che per coito interrotto non intendo quelle varianti meravigliosamente idratanti che solo al pensiero la temperatura dell’aria si innalza di 90 gradi. intendo proprio e solo l’idea imbecille che si tratti di un metodo anticoncezionale e un sistema di protezione efficace. e mi piacerebbe scusarmi per l’ovvietà, ma purtroppo)

Di inorridire davanti, o dietro, o sotto, o sopra o vabbè, ci siamo capiti, a gentiluomini brillanti e apparentemente informati sui fatti, che non avresti mai detto avessero passato gli ultimi trent’anni in una caverna finché non scopri che le donne che gli si concedono la mattina dopo si svegliano e sullo specchio trovano scritto “benvenuta nell’Escherichia coli”.

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Di far brillare tutti i ponti fra noi e vivaci bohemien/nes propugnatori dell’amore libero che, sotto l’effetto di modiche quantità di cassoeula, confessano di aver sperimentato la qualunque. Candidamente.

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Di ritrovarci a tenere a distanza con una sedia e una frusta raffinati tombeur de qualunques chose se mouves che beh, ma se prendi la pillola che bisogno c’è di usare il profilattico, pure se è un rapporto occasionale? Lo dice anche “Men’s health”.

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E, più o meno sporadicamente nel corso della nostra vita, di dare dell’idiota a quell’incosciente che ci guarda dallo specchio, con gli occhi languidi e il sangue ancora ben lontano dal cervello, e che – circonfuso/a di beatitudine e incurante delle nostre occhiatacce sagge e torve –  gorgoglia qualcosa a proposito del parossismo di passione, illanguidendosi ancora al solo ricordo di cose di cui non vorremmo sapere niente.

facepalm

Però.

*** ATTENZIONE – DISTURBANCE ALERT ***

Se per qualche problema vostro non mi trovate insopportabile e volete provare a mantenere questa opinione assurda, interrompete ORA la lettura di questo post.

Perché sarò antica, bigotta, guardatrice di dita anziché di lune, quello che vi pare.

Ma a me che un volantino informativo sacrosanto mi caschi sul linguaggio mi disturba. Certo che i ragazzini le conoscono, le parole. Mica son come me, che a dodici anni vagavo nelle nebbie dei tecnicismi come fossero campi del Tennessee:

 – Dunque, se “minca” è quella roba lì dei maschi, “cazzo” sarà quello delle femmine, giusto?

 

È che, da tesaura sulla via dell’estinzione quale sono, resto convinta che le parole siano importanti, e che ci sia un tempo e un luogo per ogni registro di comunicazione. E che la buona educazione sia ancora un valore (imprescindibile e aggiunto nello stesso tempo) che valga la pena trasmettere e imparare. Per poi prendersi delle licenze, perché no. Ma dopo aver metabolizzato le basi.

Che poi, per dire, a me il termine “pene” mica mi ha mai convinto. Continuo a trovarlo ridicolo e inappropriato. O forse son solo stata molto fortunata ad associare Vostra Magnificenza a qualcosa di gioioso anziché di penoso, non lo so.

(per completezza dell’informazione, riporto qui l’elenco dei sinonimi che appare digitando la parola “pene”: punizioni, condanne, sanzioni, ammende, scotti, fii, castighi, penitenze, espiazioni, sofferenze, dolori, dispiaceri, angosce, tormenti, patimenti, torture (!), supplizi (!!), martiri (!!!) , strazi (!!!11), cordogli, fastidi, disturbi, compassioni, commiserazioni, ansie, preoccupazioni, inquietudini, crucci, struggimenti. Contrari: ricompense, premi, piaceri, benessere. Ora, capite bene che fare affidamento su una lingua in cui il primo/a  a cui capita un’esperienza insoddisfacente segna il destino di un lemma, può essere difficile)

E possiamo essere d’accordo sul fatto che la definizione di organi e pratiche sessuali sia talvolta un campo minato (la parola “umori” esiste, ed è in grado di separarmi dalla mia libido come nemmeno Monsieur Guillotine nei suoi sogni più esaltanti. L’unico umore che resta, quando disgraziatamente la incontro, è il mio, pessimo, per essere stata defraudata di un momento di tensione erotica che magari si preannunciava anche intenso, e che invece mi va a franare sulla quintessenza del trito)

(umori)

(argh)

(da “L’angolo dello sticazzi” è tutto, a voi studio).

 

Però c’è modo e modo. È come se stessi spiegando la regola 12 della bibbia: un conto è che, colloquialmente, chiarisca ai miei giovani virgulti che “ma cosa fischi?” regge il giallo e “arbitro coglione” regge il rosso. Un conto è che se lo ritrovino scritto nel regolamento.

Obiezione: intanto che tu fai la sofista, i nostri figli si beccano l’AIDS, la gonorrea, il morbo del legionario e il cimurro. Al diavolo il linguaggio, l’importante è che se ne parli. E poi, proprio tu, cos’è questa bigotteria improvvisa sulla parola “pompino”?

Una cosa non esclude l’altra, Vostro Onore. Altroché se se ne deve parlare. Dico solo che lo si può fare spendendoci un po’ più di cura, senza farsi scudo dell’emergenza per zappare sopra a quella che è, a mio modestissimo parere, una finalità educativa altrettanto importante di quella sanitaria e sentimentale.

La pruderie mi dà l’orticaria, e “pompino” è una parola straordinaria. Mi piacerebbe solo che non si insultasse l’intelligenza degli adolescenti dando per scontato che non siano in grado di memorizzare più di una definizione per, e che – come fossero dei poveri deficienti – possa essere loro concesso di far impigrire i propri neuroni senza sforzarsi di afferrare il concetto di contesto e registro.

Le parole sono importanti. La sola idea che qualcuno possa perdere anche un solo brivido di eccitazione per via dell’appiattimento linguistico, dell’uso, riuso ed abuto delle parole fino a far loro perdere la carica, mi fa star male. Ma malemalemalemale.

Le parole sono importanti.

Per esempio, con cunnilingum si può andare avanti a ridere per sei mesi o 5000 chilometri (TAN 6,78%, TAEG 9,49%).

 

screenshot fatto quotidiano

[a grande richiesta]

Una giornata cominciata così:

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Odio i dilatatori.

Ho cambiato idea.

Non può che finire così.

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Ho perso le parole.

Eppure ce le avevo qua un attimo fa.

[now that’s what i call a blind date]

Possiamo non essere d’accordo, certo.

Soprattutto se siamo individui con velleità artistiche, originali, alternativi, anticonformisti.

(non parlo di me. Posto che son solo una povera donna e il mio posto è in cucina, ultimamente le mie velleità artistiche sono ridotte al solfeggio in chiave di fanculofono. E a quelle anticonformiste rinuncio qui e ora, al diavolo, voglio conformarmi alle masse, dormire almeno sei ore consecutive per notte e smettere di sembrare la figlia naturale di Klin e di 176-761)

Possiamo passare ore a discutere di quanto poco ci sentiamo rappresentati da Giuliano e Gregorio, e non avremmo neanche tutti i torti, a dirla tutta, perché uno che mi scrive una bolla e me l’intitola Inter gravissimas, capisci bene, non ti dà l’idea di quello che stila un calendario equilibrato, finisce che il Cagliari te lo fa giocare fisso di mercoledì alle otto del mattino.

Possiamo dire peste e corna dei Maya e dei cinesi, sancire che Gilbert Romme fosse un peracottaro di prima classe ed emettere decreti in base ai quali l’unico calendario che riconosciamo è quello Pirelli.

Possiamo anche proclamare lo stato d’anarchia al grido di “Ci avete Rotten le uova!”, abolire tutto e assegnare a ciascun giorno una nuova identità che gliela nega allo stesso tempo, tipo che il logoro 14 febbraio diventa semplicemente 45 e l’obsoleto 16 settembre si trasforma in 259.

Ma in questo caso saremmo parlamentari di M5S e avremmo un altro tipo di problema.

Sorvolando su questo, possiamo fare qualunque cosa.

Il libero arbitrio, come no.

L’autodeterminazione, sacrosanta.

Perché genio e sregolatezza non possono essere impastoiati dallo squallore della quotidianità e dal gretto materialismo delle minuzie pratiche, dici tu. Pure se la tua sregolatezza ha poco di geniale e molto del termostato difettoso dello scaldabagno, aggiungo io. E ‘sticazzi, chiosa il cigno ungulato.

Però vorrei fosse messo a verbale che fissare un concerto per un vago “30” da qui alla fine dell’anno, senza fornire ulteriori indizi e lasciando che ciascuna entità coinvolta lo intenda a proprio piacimento come 30 settembre, ottobre, novembre o dicembre, sbaraglia gli altri concorrenti e si aggiudica il premio come “Idea Artistica di Sta Beneamata Cippa 2013”.

Prego i fotografi di avvicinarsi per le foto di rito.

[vento contro]

Lo sgomento.

Davanti a chi, preoccupato per la cancrena che gli divora un arto, decide di amputarsi quello sano.

Davanti a chi pensa, evidentemente, che il termine “internazionale” sia riferito unicamente a una squadra di calcio.

Davanti a chi ha in casa una miniera d’oro ma non muove un dito mentre gliela ricoprono di cemento.

Davanti a chi – miserabile – gongola per una disgrazia che ritiene altrui, e non capisce che la fossa è comune (oltre che biologica).

Lo sgomento davanti a una teca vuota. Quella che conteneva uno dei gioielli più preziosi che la città di Cagliari abbia mai avuto. Non rubato: perso, nell’indifferenza (quasi) generale.

Lo sgomento e la speranza, perché chi ha dentro lo spirito Chourmo non si ferma, neanche davanti alla peggiore batosta. Utopia e realismo, fantasia e concretezza, azzardo e onestà intellettuale. Dolore, cocente. Spirito di sacrificio, estremo, come in questo caso. Capitani coraggiosi, in una città che già prova a riorganizzarsi dal basso per poter sfoggiare ancora con fierezza il proprio fiore all’occhiello. Capitani coraggiosi, in una città che il coraggio lo deve dimostrare dall’alto, perché contare sulla solidarietà fra poveri è troppo comodo. E squallido.

 

Ai remi, Chourmo.

Non finisce qui.

 

[cause i’m a voodoo chile, baby]

Voi che vi siete chiesti per tutta la notte il perchè di quella colica renale improvvisa e devastante.

Voi che per tutta la notte avete pestato la testa al muro morendo dal mal di denti e senza uno straccio di forza per trovare un analgesico.

Voi che la disfunzione erettile non sapevate cosa fosse, fino a ieri sera, quando vi ha rovinato la serata con la donna del vostro migliore amico, una trassa di mesi buttata ar cesso per sempre e in più pure la piazza rovinata con tutte le sue amiche.

La prossima volta che vedete una cretina che regge una bici, ferma da mezz’ora sulle strisce pedonali sotto secchiate d’acqua, fatela passare.

[la tranvata]

Libiam libiamo, ne’ lieti calici,
che la bellezza infiora;
e la fuggevol fuggevol’ora
s’inebrii a voluttà.
Il primo mistero del giorno è: da dove diavolo mi è venuto di svegliarmi con questo brano in testa.
Libiam ne’ dolci fremiti
che suscita l’amore,
poiché quell’occhio al core
Onnipotente va.
Libiamo, amore; amor fra i calici
più caldi baci avrà.
Dubito c’entrino i muratori.
Tra voi saprò dividere
il tempo mio giocondo;
tutto è follia follia nel mondo
Ciò che non è piacer.
Ma si accettano supposizioni.
Godiam, fugace e rapido
è il gaudio dell’amore;
è un fior che nasce e muore,
né più si può goder.
Il secondo mistero del giorno è: come diavolo faccio a ricordarmi così una roba che ho imparato in terza media.
Godiam c’invita c’invita un fervido
accento lusighier.
No, dico. In terza media.
Godiamo, la tazza e il cantico
la notte abbella e il riso,
in questo in questo paradiso
ne scopra il nuovo dì.
Attraverso il suq zigzagando a tempo di valzer tipo sorella scema di Ninetto Davoli.
La vita è nel tripudio…
E della sua canottiera.
Quando non s’ami ancora…
Sotto gli sguardi schifati di passanti melomani.
Nol dite a chi l’ignora…
Finchè improvvisamente mi si para davanti uno sportello verde. Durissimo.
È il mio destin così…
Lo scanso per miracolo e per miracolo scanso anche la macchina che arriva in senso opposto.
Tutti:
Ah! Godiamo, la tazza e il cantico
la notte abbella e il riso,
in questo in questo paradiso
ne scopra il nuovo dì.
Mortacci tua e de chi nun t’o dice c’a voce de Mike Bongiorno.

[a selargius che giorno è]

Esattamente alle 10.30 del 5 Agosto dell’anno della Dea 2005 entriamo in Bosnia Erzegovina.
O meglio: il calendario segnala Agosto come mese in corso in maniera piuttosto inequivocabile.
La temperatura al suolo oscilla tra i 10 e i 12°.
Ci arrendiamo all’evidenza: è Novembre.
L’effetto psicologico è nulla in confronto a quello fisico: il freddo rompe le dighe del nostro sistema urinario. Non il massimo della vita quando a un metro e mezzo dal ciglio della strada cominciano i campi minati. La vescica scoppia, ma non una goccia si fida ad uscire. Ha paura di finire inavvertitamente su qualcosa di letale.
Il teschio occhieggia malefico dal suo cartello, insieme alle due tibie incrociate. La pipì che scappa non è più un problema che lo riguarda.
*
Il passaggio del confine avviene senza i traumi paventatici dalle nostre conoscenze croate: nessun doganiere pretende di essere corrotto a botte di cinque euro, né di sequestrare la nostra scorta di cd. Sostanzialmente non ci si fila nessuno, e possiamo tornare a concentrarci sulla strada.
Le statali serbo-croato-bosniache sono assimilabili, nei casi più felici, alle nostre provinciali.
Quando il limite è a 50 – spesso – tutti ci si attengono scrupolosamente.
Quando ti trovi davanti un mezzo pesante – spesso – sogni di andare a 50.
Quelle che sulla carta sembrano tre ore e mezza di strada, dal vivo diventano sette. Estenuanti. Istruttive. Le moschee cominciano a spuntare come funghi sotto il cielo di piombo. Le cataste di mattoni dell’Unione Europea destinati alla ricostruzione si fanno sempre più frequenti. Bihac, rotaie che non portano più da nessuna parte. Fuori dalle cittadine più importanti, lungo la strada, decine e decine di improbabili baracche vendono improbabili cd. Sotto gli ombrelloni, lungo la strada, si vende di tutto: formaggio, focacce, dolci. Furgoni trasformati in alveari portatili offrono miele. Resti di case sempre meno sporadici. Colgo con la coda dell’occhio un muro annerito, dove la scritta “Hrvatska kuća”, casa croata, finisce nella breccia di una granata, la dicitura che poteva servire a salvare la propria casa diventata mortale all’ennesimo capovolgimento di fronte.
Tutto fila via. Il cartello d’ingresso nel villaggio di Brvasko, il segnale di attraversamento davanti alla scuola. La scuola è una rovina bombardata. Brvasko non esiste più.
*
Attraversiamo con sussiego la nostra fase cirillica, al passaggio nella Repubblica Serba di Bosnia. Un modo come un altro per mettere a proprio agio gli eventuali turisti. Non un cartello in caratteri latini (verso il confine con l’Ungheria sono più furbi, i punti di ristoro son segnalati in maniera comprensibile). Ma noi siamo due genii del male e proseguiamo imperterriti alla volta dell’esotica CAPAJEBO.
*
La cui periferia comincia con una distesa di empori cinesi. Chilometri di empori cinesi. Lentamente il profilo della città si solleva, spuntano i casermoni dell’architettura di regime, brutti come pochi. E la città comincia. Si incunea lungo il fiume verso il centro storico, verso il centro della conca naturale che ne ha permesso lo scempio. All’inizio del viale a otto corsie ci aspetta un edificio completamente sventrato. Questo è quello che vi attende, sembra dirci coi suoi rimasugli di interiora pastello. Siete sicuri di voler vedere?
*
Sono sicura.
Ma non sono preparata.
Non sono preparata al manifesto gigante che sembra reclamizzare una marca d’abbigliamento casual.
Ma Srebrenica non è una marca.
Caccio indietro le lacrime perché devo guardare la strada. Ne avrò fin troppi da vedere, di quei manifesti.
*
Contrariamente alle aspettative, Sarajevo non sembra offrire alloggi a buon mercato. I due o tre alberghi di standard occidentale hanno dei prezzi che a sentirli mi sembra di aver capito male. Quei cento euro di troppo devono servire a ricostruire un’accoglienza, evidentemente, ma sono fuori dalla nostra portata. Un portiere caritatevole ci segnala un appartamento, qualche portone più in là. E’ nostro. Un appartamento senza camere da letto, in modo da poterlo facilmente spacciare per la zona giorno di quello del nostro padrone di casa, al piano superiore. Ci invita a toglierci le scarpe sulla porta, ci offre delle pantofole e ci prepara il divano-letto. E’ gentilissimo, ci spieghiamo a gesti, inchini e sorrisi. Sua figlia parla inglese, ma è meno cordiale. La casa è arredata con quel gusto un po’ lezioso tra il mediorientale e la profonda provincia italiana. La cucina è superaccessoriata, vi trionfa un frigo spaziale desolatamente vuoto. La toilette sembra un gioiello Liberty, il bagno un bijoux celeste con una enorme vasca biposto. Nel nostro salotto una signora bionda, vagamente ma fin troppo somigliante a Pì, occhieggia da una cornice d’ottone. Non si è vista, né la vedremo mai.
*
C’è un’aria speciale, a Sarajevo. Sei consapevole di trovarti davanti a qualcosa di estremamente prezioso, un gioiello che ti offre, con vera grazia regale e senza ombra di ostentazione, un viaggio inestimabile nella storia e nella cultura. La vera porta europea tra Oriente e Occidente, a dimensione d’uomo. Le rovine del caravanserraglio – rovine per anzianità, si affrettano a precisare, non per morte violenta come gran parte di ciò che le circonda – evocano i fasti dell’antica Bisanzio, ori, olii, sete, spezie, profumi, splendori da mille e una notte, affari conclusi tra tè alla menta e fumo di narghilè. Merletti di legno e pietra ricordano l’avvicendarsi di corti raffinate e arti eccellenti, virtuosismi musicali e perfezione pasticcera. La cucina bosniaca riflette in pieno lo spirito della città: mille influenze, amalgamate in maniera armonica, portano ad un sofisticato, invidiabile e sorprendente piacere dei sensi. Ed un sesto senso, un senso di pace, ti invade mentre guardi oltre il balcone di legno intagliato di quello che è diventato uno dei nostri ristoranti preferiti di ovunque, davanti a noi un minareto e un campanile simboli di pacifica coesistenza. E’ facile sentirsi a casa, a Sarajevo. Naturale.
*
Ed è ancora più naturale sentirsi sulla pelle, nelle viscere, l’oltraggio, la violenza, l’insensatezza che ha portato tutto questo a un passo dall’annientamento, dalla distruzione totale, dalla scomparsa per sempre. E in nome di cosa, poi? Potere, terra? Che vantaggio può portare la conquista di qualcosa di prezioso nel momento in cui lo fai tuo distruggendolo?
A noi son bastati tre giorni per sentirci cittadini di Sarajevo, per sviluppare un senso di appartenenza e protezione, e non siamo nessuno. Ad altri non son bastati tre anni. Per molti Sarajevo è già dimenticata, ora che non occupa più fastidiosamente i telegiornali all’ora di cena.
*
Merletti di legno e pietra che mostrano le proprie ferite con dignità, ma senza più alcun pudore, come una donna ripetutamente stuprata alle prese con l’ennesimo controllo ginecologico. I tram sferragliano sforacchiati e malconci, eppure allegri, perché c’è ancora qualcuno da portare in giro. Gli abitanti di Sarajevo sono belli come solo il frutto della mescolanza fra popoli può essere, checchè ne dicano certi commenti a Pera delle nostre vergognosamente alte cariche istituzionali. Sono pieni di voglia di vivere, gli abitanti di Sarajevo. Una cosa contagiosa. Sono gentilissimi e fieri. E ne hanno ben donde. Non conosco nessun altro che sia sopravvissuto ad un assedio di più di mille giorni. Sapete quanti sono, mille giorni?
Un assedio è qualcosa di cui si legge sui libri di storia, nelle saghe fantasy.
Non è qualcosa che succede in una città europea tra il 1992 e il 1995.
E’ qualcosa di epico, non di quotidiano. Voglio dire, c’è un’immagine pubblica da mantenere. Il pubblico occidentale vuole essere intrattenuto al massimo con le strategie, sempreché non risultino troppo noiose prima del telequiz. Con le promesse di risoluzione a breve, con le trattative di pace che tengono la coscienza a posto. Due fiammate sullo sfondo, un rombetto di carrarmato, ma finché la cronista ha la pashmina al suo posto è tutto sotto controllo.
Vi immaginate Firenze sotto assedio? Firenze ha la conformazione ideale, proprio come Sarajevo. Una conca circondata da colline. Improvvisamente gli umbri (gli umbri??) decidono che hanno bisogno di più spazio e di uno sbocco al mare, circondano Firenze e cominciano a bombardarla con ogni mezzo. Persino con cose che fanno male. La città rimane isolata dal resto del mondo, acqua, luce, gas, energia, viveri, medicine, informazioni, tutto tagliato. Gli Uffizi sotto le granate.
*
Adesso mi sveglio, dice la signora Guicciardini.
…zz…zzz…zz…oh, ‘un mi frega mi’a, il pescivendolo, la prossima volta se lo mangia lui il branzino guasto, ma te tu pensa icché sogno brutto m’ha fatto fare, che a Firenze c’era la guerra, manco fossi la mi’ nonna.
*
Già, perché la guerra è roba da nonni. Al massimo da qualcuno dei nostri genitori. Ma noi? Noi che ci sentiamo a disagio se dimentichiamo il cellulare a casa, che sentiamo lesi i nostri diritti civili se nel banco frigo manca lo yogurt albicocca-senape-maracuja con lo 0,02% di grassi e i fermenti lattici vivi che parlano cinque lingue? Voi ce la vedete vostra madre che ci dà dentro di accetta (avercela) sulle sedie buone del salotto per fare il fuoco per terra in cucina perché è Gennaio e ci son -2° in casa?
*
         Come, -2° in casa?!
         Embè, per forza. Sai quel colpo di mortaio che ha distrutto la palazzina dell’ing. Cecchi, ieri mattina, che meno male loro eran di già all’ospedale da campo per via di quella scheggia che s’è preso il Franceschino. Beh, le tegole son schizzate via come proiettili e ci han bucato il nostro, di tetto, sicchè ora s’ha -2° in casa.
*
Ce la vedete la nostra società terrorizzata dai peli superflui messa in ginocchio dai batteri che provocano i cattivi odori? Siamo figli di un automatismo elementare: giri il rubinetto, esce l’acqua. Premi il pulsante, parte lo sciacquone. Uno dei miei incubi domestici peggiori è l’inceppamento di questa catena. In un bagno pubblico il mancato funzionamento dello sciacquone può portare a una serie di drammi, dall’imbarazzo, al disgusto, alla gogna sociale.
*
Ha un odore strano, l’acqua, mentre riempiamo la vasca, la sera. E, nonostante lo spazio non manchi, ho bisogno di stringermi a lui.
*
Il 5 Agosto del 2005 mi trovavo di fronte ad un manifesto del Srebrenica Identification Project. Fissavo sconvolta l’enorme immagine di un giubbottino di jeans, appartenuto alla vittima del genocidio catalogata col codice CSK-124. Il giubbottino era malconcio, macchiato di polvere, sangue e diosacosa. La manica sinistra maciullata, e dall’avambraccio in giù non esisteva più. CSK-124 probabilmente giace ancora in una cassa di piombo in uno dei capannoni adibiti a morgue, a Srebrenica. Non è stato possibile identificare tutti i resti, non è stato possibile assegnare a ciascun superstite una tomba su cui dirigere le proprie lacrime. A qualcuno è rimasto solo un brandello di jeans.
*
Il 5 Agosto del 2008 mi ritrovo a lavorare con una persona che pubblica sul suo blog dichiarazioni tipo questa, peraltro firmata da terzi e senza neanche il coraggio di commentarla:
Come di consueto, quando si parla di “crimini di guerra”, le reazioni del mondo politico internazionale sono spesso concordanti, soprattutto se si tratta di fenomeni contrastanti la “democrazia universale” alla quale tutto viene concesso o mascherato.
Anche in questo caso si è gridato “giustizia” unanime dopo l´arresto di Radovan Karadzic, senza che nessuno abbia ritenuto opportuno sostenere che, l´ex leader serbo, è stato uno dei maggiori difensori della propria sovranità politica e, di conseguenza, del proprio popolo.
La Fiamma Tricolore, che da sempre rivendica la sovranità dei popoli, condanna la campagna diffamatoria contro Radovan Karadzic che etichettato come “criminale di guerra” lo rende un mostro agli occhi del mondo.
Nessuno però ricorda il genocidio etnico subito dalla popolazione serba in Kossovo (oggi indipendente) e degli annessi crimini dell´UCK, nonché i bombardamenti statunitensi della forze NATO in territorio serbo (…)”
*
A parte la presunzione (forse del Kosovo non si ricorda più nessuno di quelli che frequenta lui), ma certo che ci vuole impegno per sostenere un sillogismo franante tipo:
Karadzic è un criminale di guerra.
Non tutti i criminali di guerra sono universalmente riconosciuti come tali.
Karadzic non deve essere considerato un criminale di guerra.
Come no. E Babbo Natale esiste, e la strage di Srebrenica l’ho fatta io.
L’altro giorno Uazza mi raccontava di quando hanno aperto una delle ultime fosse comuni, nei dintorni di Srebrenica. Ci hanno trovato dentro i resti di 500 persone. All’impiedi.
Il che può voler significare una sola cosa: che sono stati sepolti vivi.
Sono d’accordo col mio nuovo collega: la parola “mostro”, per certa gente, non è affatto appropriata.

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