[le parole sono importanti]

La parola “femminicidio” non mi piace.

Tutte le buone intenzioni di questo mondo, tutta la necessità di mettere in evidenza un problema grosso, che dovrebbe già essere in evidenza, e non da oggi, tutta la sacrosanta indignazione nella voglia di rovesciare a son’e corrus una società talmente maschilista che nemmeno ci fa più caso. Tutto quel che si vuole, ma non mi piace.

Non mi piace perché mi fa venire in mente qualcosa di selvaggio. E’ una guerra, mi dirà qualcuna, selvaggiamente ci attaccano e selvaggiamente ci difendiamo, come possiamo. E allora è una guerra persa, aggiungo io, tanto vale armarsi e iniziare a rendere pan per focaccia a suon di pallettoni in fronte.

Le donne non sono così.

E sì, la lingua italiana è maschilista in maniera sconfortante (con quella spagnola che le tiene buona compagnia, per dire), ma cerchiamo di non segnarci reti a porta vuota, ragazze. In questo momento la parola “femmina” evoca ancora, troppo, il senso di possesso, di poter disporre di qualcuno a proprio piacimento. Non a noi, è evidente, ma alla maggior parte di quei criminali che ci usano violenza e di quegli altri bei tomi che descrivono la violenza sulle donne parlando del disagio degli uomini violenti. C’è un lavoro di educazione immenso da fare, e dobbiamo farlo in maniera molto precisa, e rapida, perché ogni giorno che passa ci passa qualcun’altra.

Le femmine e i maschi vanno bene se ci si trova in un cortile delle elementari. Vanno benissimo se ci si sta seducendo a vicenda. Anzi, lì ci sta bene pure l’essere selvaggi, a sentimento.

Ma quando si tratta di far funzionare il cervello, per cortesia, cerchiamo di essere donne e uomini. Esseri pensanti. Non fa poi così schifo.

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[human madness survival guide]

On the fifth of April, 1992, around Sarajevo, the capital of Bosnia and Herzegovina, which had about 500,000 inhabitants, around the city in the valley of the river Miljacka surrounded by mountains which made it the host of the 1984 Winter Olympics, in the very center of what was Yugoslavia, appeared: two hundred and sixty tanks, one hundred and twenty mortars, and innumerable anti-aircraft cannons, sniper rifles and other small arms. All of that was entrenched around the city, facing it. At any moment, from any of these spots, any of the arms could hit any target in the city. And they did, indeed–civilian housing, museums, churches, cemeteries, people on the streets. Everything became a target. All exits from the city, all points of entry, were blocked. 

Comiciava oggi, vent’anni fa, l’assedio più lungo della storia moderna ad una città straordinaria.

Aveva le stesse probabilità di passare per un covo di zingari straccioni che ha Firenze.

E un sacco di gente ci ha creduto.

(c’è una sola copia di “Sarajevo survival guide” ad Atlantid City, almeno finchè non la ristampano, e non si trova più a Villa Balorda. Ma chi ne gradisse un assaggio, lo trova qui)