[gente che ne mastica (chattanooga chew chew)]

Sono antica.

Non vedo altra spiegazione.

Ieri notte leggevo questo articolo e pensavo che Reggio Emilia ha sempre il potere di stupirmi (cfr. “Il primo accoltellatore non si scorda mai” –  Dontfearthereaper University Press).

Mentre raccoglievo le braccia per riattaccarmele, riflettevo su quanto opuscoli del genere dovrebbero essere diffusi anche fra gli adulti. Di qualcosa dovremo pur morire, non c’è dubbio. Però se magari nel frattempo ce la godiamo cercando di non far troppi danni ci divertiamo di più. E un promemoria ogni tanto, anche a noi che le cose le sappiamo, male non fa.

Eviteremmo di scappare urlando a mutande calate lasciando di stucco stimabili professionisti che col coito interrotto si son sempre trovati talmente bene da non aver mai indossato un preservativo in vita loroooooo, li sentiamo affermare ancora con beota fierezza in lontananza.

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(ma no, certo che per coito interrotto non intendo quelle varianti meravigliosamente idratanti che solo al pensiero la temperatura dell’aria si innalza di 90 gradi. intendo proprio e solo l’idea imbecille che si tratti di un metodo anticoncezionale e un sistema di protezione efficace. e mi piacerebbe scusarmi per l’ovvietà, ma purtroppo)

Di inorridire davanti, o dietro, o sotto, o sopra o vabbè, ci siamo capiti, a gentiluomini brillanti e apparentemente informati sui fatti, che non avresti mai detto avessero passato gli ultimi trent’anni in una caverna finché non scopri che le donne che gli si concedono la mattina dopo si svegliano e sullo specchio trovano scritto “benvenuta nell’Escherichia coli”.

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Di far brillare tutti i ponti fra noi e vivaci bohemien/nes propugnatori dell’amore libero che, sotto l’effetto di modiche quantità di cassoeula, confessano di aver sperimentato la qualunque. Candidamente.

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Di ritrovarci a tenere a distanza con una sedia e una frusta raffinati tombeur de qualunques chose se mouves che beh, ma se prendi la pillola che bisogno c’è di usare il profilattico, pure se è un rapporto occasionale? Lo dice anche “Men’s health”.

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E, più o meno sporadicamente nel corso della nostra vita, di dare dell’idiota a quell’incosciente che ci guarda dallo specchio, con gli occhi languidi e il sangue ancora ben lontano dal cervello, e che – circonfuso/a di beatitudine e incurante delle nostre occhiatacce sagge e torve –  gorgoglia qualcosa a proposito del parossismo di passione, illanguidendosi ancora al solo ricordo di cose di cui non vorremmo sapere niente.

facepalm

Però.

*** ATTENZIONE – DISTURBANCE ALERT ***

Se per qualche problema vostro non mi trovate insopportabile e volete provare a mantenere questa opinione assurda, interrompete ORA la lettura di questo post.

Perché sarò antica, bigotta, guardatrice di dita anziché di lune, quello che vi pare.

Ma a me che un volantino informativo sacrosanto mi caschi sul linguaggio mi disturba. Certo che i ragazzini le conoscono, le parole. Mica son come me, che a dodici anni vagavo nelle nebbie dei tecnicismi come fossero campi del Tennessee:

 – Dunque, se “minca” è quella roba lì dei maschi, “cazzo” sarà quello delle femmine, giusto?

 

È che, da tesaura sulla via dell’estinzione quale sono, resto convinta che le parole siano importanti, e che ci sia un tempo e un luogo per ogni registro di comunicazione. E che la buona educazione sia ancora un valore (imprescindibile e aggiunto nello stesso tempo) che valga la pena trasmettere e imparare. Per poi prendersi delle licenze, perché no. Ma dopo aver metabolizzato le basi.

Che poi, per dire, a me il termine “pene” mica mi ha mai convinto. Continuo a trovarlo ridicolo e inappropriato. O forse son solo stata molto fortunata ad associare Vostra Magnificenza a qualcosa di gioioso anziché di penoso, non lo so.

(per completezza dell’informazione, riporto qui l’elenco dei sinonimi che appare digitando la parola “pene”: punizioni, condanne, sanzioni, ammende, scotti, fii, castighi, penitenze, espiazioni, sofferenze, dolori, dispiaceri, angosce, tormenti, patimenti, torture (!), supplizi (!!), martiri (!!!) , strazi (!!!11), cordogli, fastidi, disturbi, compassioni, commiserazioni, ansie, preoccupazioni, inquietudini, crucci, struggimenti. Contrari: ricompense, premi, piaceri, benessere. Ora, capite bene che fare affidamento su una lingua in cui il primo/a  a cui capita un’esperienza insoddisfacente segna il destino di un lemma, può essere difficile)

E possiamo essere d’accordo sul fatto che la definizione di organi e pratiche sessuali sia talvolta un campo minato (la parola “umori” esiste, ed è in grado di separarmi dalla mia libido come nemmeno Monsieur Guillotine nei suoi sogni più esaltanti. L’unico umore che resta, quando disgraziatamente la incontro, è il mio, pessimo, per essere stata defraudata di un momento di tensione erotica che magari si preannunciava anche intenso, e che invece mi va a franare sulla quintessenza del trito)

(umori)

(argh)

(da “L’angolo dello sticazzi” è tutto, a voi studio).

 

Però c’è modo e modo. È come se stessi spiegando la regola 12 della bibbia: un conto è che, colloquialmente, chiarisca ai miei giovani virgulti che “ma cosa fischi?” regge il giallo e “arbitro coglione” regge il rosso. Un conto è che se lo ritrovino scritto nel regolamento.

Obiezione: intanto che tu fai la sofista, i nostri figli si beccano l’AIDS, la gonorrea, il morbo del legionario e il cimurro. Al diavolo il linguaggio, l’importante è che se ne parli. E poi, proprio tu, cos’è questa bigotteria improvvisa sulla parola “pompino”?

Una cosa non esclude l’altra, Vostro Onore. Altroché se se ne deve parlare. Dico solo che lo si può fare spendendoci un po’ più di cura, senza farsi scudo dell’emergenza per zappare sopra a quella che è, a mio modestissimo parere, una finalità educativa altrettanto importante di quella sanitaria e sentimentale.

La pruderie mi dà l’orticaria, e “pompino” è una parola straordinaria. Mi piacerebbe solo che non si insultasse l’intelligenza degli adolescenti dando per scontato che non siano in grado di memorizzare più di una definizione per, e che – come fossero dei poveri deficienti – possa essere loro concesso di far impigrire i propri neuroni senza sforzarsi di afferrare il concetto di contesto e registro.

Le parole sono importanti. La sola idea che qualcuno possa perdere anche un solo brivido di eccitazione per via dell’appiattimento linguistico, dell’uso, riuso ed abuto delle parole fino a far loro perdere la carica, mi fa star male. Ma malemalemalemale.

Le parole sono importanti.

Per esempio, con cunnilingum si può andare avanti a ridere per sei mesi o 5000 chilometri (TAN 6,78%, TAEG 9,49%).

 

screenshot fatto quotidiano

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[otto volante]

Otto, ce l’avete presente.
Otto passerotto, fa rima e c’è, diranno i miei piccoli lettori.
Bravi.
Non era quello.

Otto Gabos.
Quell’incosciente che si dice contento se il Cagliari dovesse giocare le partite in casa a Reggio Emilia.
(Reggio Emilia è una città pericolosissima. A parte che ci girano Menozzi e Comifab a piede libero, ma una volta hanno pure cercato di assassinarmici)

(la faccio breve: sono a Reggio Emilia per non so più che cosa. La città è piena, ma la segreteria del non so più che cosa riesce a trovarmi posto in albergo. Alla reception, al momento di darmi la chiave, un impiegato invita il collega a sistemarmi nella dépendance dei terroni, testuale. Sopraffatta dall’accoglienza calorosa – che ricambio con altrettanta cordialità regalando al concierge una stimmata mentre gli rendo sul dorso della mano la penna con cui ho appena firmato il registro – prendo possesso della mia stanza ed esco a cena.

Prima di me, in segno di benvenuto, viene servito qualunque cittadino residente, pure se sta a casa sua e aveva già preparato; poi è il turno di Isabelle Autissier. Infine, quando anche l’ultimo mozzo di Melpomene ha ricevuto un pasto caldo e un sorriso, arriva la mia cazzo di pizza. Direttamente dal Camerun.

Ci bevo su dell’ottimo olio di semi tiepido e, riposte sul piatto le posate in parallelo a segnalare all’oste che la mia visita alle bellezze turistiche del luogo può dirsi conclusa, guardo il foglietto che mi ha deposto sul tavolo. Con un filo d’imbarazzo, gli dico che sono lusingata, ma il mio cuore batte per un altro (fidanzati della Sider, c’è chi ne parla come creature mitologiche e chi sostiene non solo che siano esistiti, ma di averli pure avvistati) e fra noi non potrà mai esserci altro che una tenera e innocente amicizia, preferisco essere chiara. Lui sembra non cogliere, mi mostra un dito (l’anulare, razza di malfidati) e indica la cucina, dove riconosco uno splendido esemplare di Erignathus barbatus. Io son tradizionalista, lo sapete, cose a tre con animali non me la sento. Moderate gli attestati di stima nei confronti dei miei ex.

L’oste strofina indice e pollice nel gesto universale che sottintende un certo disprezzo nei confronti del baratto. E sì che all’epoca si pagava in lire.  No, ribadisco, neanche in cambio di denaro, la signora è un bel pezzo di pinnipede ma il mio fidanzato ancora non ha cominciato a preferire Age of empire a una giovane dea nuda che lo supplica di farla sua. A proposito di denaro, però, com’è uso e costume – son certa – anche di quelle lande, gradirei saldare il conto del mio desco, prima di accomiatarmi. L’oste mi guarda stupito. Volto il foglietto dove mi ha scritto il suo numero di telefono, peraltro senza prefisso, e lo invito a indicarmi quanto dovuto. Lui rigira il foglietto dalla parte del numero. Basisco. Gli spiego che non intendo rilevare il ristorante. Lui suggerisce che la forza propulsiva delle sue pedate possa farmi raggiungere la mia prossima destinazione, qualunque essa sia, in metà tempo, ma io preferisco privarmi dell’incandescente movida reggiana e rientrare in albergo senza indugio e sulle mie gambe.

Il calar della sera mi sorprende a domandarmi se davvero sia il caso di trasferirmi nell’accogliente cittadina. Mentre dibatto vivacemente sul tema, la quiete è rotta da un picchiare forsennato alla porta. Una porta, si badi bene, per cui non si è badato a spese: carta velina finissima, che non si dica che nella dépendance dei terroni si lesina sulla qualità.
Ora, immaginatevi uno sconosciuto che urla in corpo 72:
– GAETANO! GAETA’! LO SO CHE SEI QUI, VIENI FUORI!

Tutta la buona volontà di questo mondo, ma nemmeno in mutande e con uno spazzolino da denti schiumoso in mano riesco a passare per un qualsiasi Gaetano.

– GAETA’! VIENI FUORI, CHE TI ACCIDO!
Ma tu guarda ‘stu fetente ‘e Gaetano, un messaggio così invitante e quello che fa? Si nasconde.

Provo a comporre il numero della reception per chiedere spiegazioni.
Il telefono è muto. Collegato, ma muto.
Provo con lo 0, col 9, con tutti i numeri e le lettere dell’alfabeto.
Più muto di una d muta.
Provo a fare il 113.
Bernardo in confronto è un chiacchierone.
Comincio a innervosirmi.

– GAETA’!
Contro la mia povera porta si stanno scatenando un ariete da sfondamento a cui hanno infilato un piranha nel culo, King Kong e Godzilla nemiciamici e tutti quelli scartati alle audizioni dei Tamburi del Bronx negli ultimi vent’anni.

– ATTENZIONE! E’ ARMATO!
E John Rambo.

Voi capite che il ritrovarsi in mutande, senza poter chiedere aiuto, a fronteggiare uno sconosciuto armato e incazzato con un tipo che pensa di trovare nella vostra stanza non facilita la presenza di spirito.

Mi levo le mutande.

Nel frattempo il cacciatore di Gaetani si sposta al piano di sopra (la dépendance è strutturata come una casa di ringhiera, però fatta di oro saiwa inzuppati). M’infilo una felpa, infilo la porta e scappo verso la reception, dove un lungo, pacato e forbito dialogo col concierge finirà per produrre magicamente la chiave di una suite con vista sull’interno dello stadio)

La prossima volta che dico “la faccio breve” abusate pure di me con un gatto a nove code. O viceversa.

Otto Gabos, si diceva.
Un uomo che non ha bisogno di presentazioni. Però se capita di incontrarlo si presenta, ché mica è cafone.

Ha un blog molto interessante, e non poteva essere altrimenti, che risponde al nome di Radio Herzberg.

Su Radio Herzberg, trovate, tra le altre cose, un’operazione che si chiama “Facce da libro”. Parla di facce e di libri, e funziona così:

“Penso a un personaggio di un libro di narrativa che ho letto e lo ritraggo a matita in un blocco di carta poverissima (…). A volte, quando esistono tra le pagine descrizioni più o meno dettagliate, mi confronto, a volte le lascio da parte piegando testo e personaggio alla mia immaginazione. Non tutti i personaggi sono protagonisti, a volte sgomitano tra le seconde linee, fanno massa silenziosa o quasi nel chorus line, a volte sono solo di passaggio. Inoltre non tutti  fra quelli che sto ritraendo appartengono a libri memorabili o che mi sono piaciuti nella totalità delle loro parti. I personaggi però loro sì che mi sono piaciuti. Loro sì che nel mio piccolo pantheon di ricordi letterari occupano un posto a sedere. Avrei poi potuto postarli senza l’alleanza delle parole, ma poi mi è sembrato bello affiancare delle riflessione, schede minime, suggestioni trasversali. Poca roba, quasi un appunto di un diario, un consiglio di lettura. Un gesto leggero di condivisione. “

Potevo non appassionarmici?

No che non potevo. Fa venire voglia di leggere i libri di cui parla e che non hai letto, fa venire voglia di ritrovarsi davanti a una birra a raccontarsi di altre facce e altri libri, fa venire in mente altre storie, che forse un giorno saranno disegnate e forse no. Fa viaggiare l’immaginazione, addirittura anche oltre i confini di Reggio Emilia.

L’idea, poi, era quella di postare 365 disegni, praticamente uno al giorno per un anno. Uno di quei progetti velleitari che solo quelli nati sotto il segno dei Gemelli possono inventarsi. Perché non è mica vero che siamo inaffidabili, signori della Corte, produciamo solo molte più idee di quante il nostro chassis possa supportarne.