[bari palesi]

–          …e quindi bla e bla, c’è stata una rimodulazione del direttivo, bla, e ora lei è la nuova cassiera.

Collega#1 mi indica agli altri due con una mano. Con l’altra, senza che nessuno lo noti, preme il pulsante morphing su una consolle invisibile, e le facce dei due passano da antropomorfe a gufiformi.

–          La cassiera?? Ma non lavoravi nella musica?

–          No, aspetta, era il teatro.

–          Io mi ricordavo che insegnava.

–          Macché, scriveva.

–          Ma quando mai, disegnava.

–          Boh. Io mi ricordavo che fa sempre lavori assurdi. Ma la cassiera? Va così male? E dove, all’Auchan?

 

Collega#1 mi guarda perplesso. Io lo guardo perplessissima. Lui riallinea la mandibola. Io stacco le mie sopracciglia dal soffitto.

–          Ma che Auchan e Auchan, razza di rincoglioniti, è la nuova cassiera qui, in sezione. Quote associative, chiavi della cassaforte, bilanci, cazzi, mazzi.

–          Ah, il nuovo cassiere! E dillo subito.

 

Ora, a parte il fatto che “va così male?” un par di cionfoli, fare la cassiera all’Auchan si sta avvicinando sempre più ad essere il lavoro dei miei sogni (più che altro perché sembra ancora garantire quel minimo di stabilità in più rispetto al portapizza e al killer on demand), e a -10 dalla scadenza del mio contratto vi garantisco che sono serissima.

Ma a parte questo.

A parte questo, siamo alle solite: il cassiere lavora in banca ed è addentro a sofisticate operazioni a più cifre, la cassiera lavora nel commercio al dettaglio ed è sufficiente che sappia distinguere i numeri. Il pescivendolo è un signore pittoresco col grembiule cerato che ti fa la corte per scherzo mentre ti consiglia il suo calamaro, la pescivendola è una donna scarmigliata, con un’estensione vocale impressionante e una forte tendenza alla lite, verbale e non solo. Il cuoco è un tizio con una mise improbabile che pretende stelle e denaro in cambio di due scaglie di carota, un cristallo di sale iodato della Val Stacippa e una goccia di distillato di radice quadrata, le quali patiscono il dramma  dell’incomunicabilità moderna in un piatto di design da 38 metri quadrati più servizi e garage; la cuoca è una matrona rubiconda e fintamente cordiale che si destreggia tra paioli e marmitte, con una mano sforna biscotti e con l’altra tira il collo alle galline con cui chiocciava fino a due secondi prima.

C’è una sola professione, declinata al femminile, su cui nessuno si azzarda a fare troppo lo spiritoso.

Ed è un bene, perché quando sei lì sul treno New York-Chicago, e stai per poggiare sul tavolo da poker quattro jack e un sei di cuori, l’ultima cosa che vuoi è lasciarti distrarre dalle evoluzioni di quelli che si cercano le chiavi in tasca sperando di non darlo troppo a vedere.

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[now that’s what i call a blind date]

Possiamo non essere d’accordo, certo.

Soprattutto se siamo individui con velleità artistiche, originali, alternativi, anticonformisti.

(non parlo di me. Posto che son solo una povera donna e il mio posto è in cucina, ultimamente le mie velleità artistiche sono ridotte al solfeggio in chiave di fanculofono. E a quelle anticonformiste rinuncio qui e ora, al diavolo, voglio conformarmi alle masse, dormire almeno sei ore consecutive per notte e smettere di sembrare la figlia naturale di Klin e di 176-761)

Possiamo passare ore a discutere di quanto poco ci sentiamo rappresentati da Giuliano e Gregorio, e non avremmo neanche tutti i torti, a dirla tutta, perché uno che mi scrive una bolla e me l’intitola Inter gravissimas, capisci bene, non ti dà l’idea di quello che stila un calendario equilibrato, finisce che il Cagliari te lo fa giocare fisso di mercoledì alle otto del mattino.

Possiamo dire peste e corna dei Maya e dei cinesi, sancire che Gilbert Romme fosse un peracottaro di prima classe ed emettere decreti in base ai quali l’unico calendario che riconosciamo è quello Pirelli.

Possiamo anche proclamare lo stato d’anarchia al grido di “Ci avete Rotten le uova!”, abolire tutto e assegnare a ciascun giorno una nuova identità che gliela nega allo stesso tempo, tipo che il logoro 14 febbraio diventa semplicemente 45 e l’obsoleto 16 settembre si trasforma in 259.

Ma in questo caso saremmo parlamentari di M5S e avremmo un altro tipo di problema.

Sorvolando su questo, possiamo fare qualunque cosa.

Il libero arbitrio, come no.

L’autodeterminazione, sacrosanta.

Perché genio e sregolatezza non possono essere impastoiati dallo squallore della quotidianità e dal gretto materialismo delle minuzie pratiche, dici tu. Pure se la tua sregolatezza ha poco di geniale e molto del termostato difettoso dello scaldabagno, aggiungo io. E ‘sticazzi, chiosa il cigno ungulato.

Però vorrei fosse messo a verbale che fissare un concerto per un vago “30” da qui alla fine dell’anno, senza fornire ulteriori indizi e lasciando che ciascuna entità coinvolta lo intenda a proprio piacimento come 30 settembre, ottobre, novembre o dicembre, sbaraglia gli altri concorrenti e si aggiudica il premio come “Idea Artistica di Sta Beneamata Cippa 2013”.

Prego i fotografi di avvicinarsi per le foto di rito.