[happiness is a bookworm]

Mi passo una mano fra i capelli.

Niente mutande in testa.

Mi porto una mano al petto, poi scendo. Lana. Cotone pesante. Pur essendo – stranamente – uscita di casa a capofitto, sembra che non mi sia dimenticata niente.

Quindi non capisco tutto questo fissare.

Come se non avessero mai visto un australopiteco scendere da una Fiesta del ‘52 e avvicinarsi all’ufficio postale nella classica postura da snowboarder su ghiaia. Dopo che ha scansato un olmo e centrato un faggio. Rigida come uno stoccafisso dal bacino in su, asse parallelo a quello terrestre, ginocchia piegate a 45°. Mi muovo basculando con moderazione.

Lo so quello che sembra. Ma non è come pensate.

Non è come pensa la matrona parellepipeda, abbigliata con giaccone color caffè della Peppina, gonna pied-de-struzz, calza contenitiva in titanio, scarpe Manolo Bleahnik, che mi si para davanti all’uscita della porta scorrevole intimandomi truce “Vade retro, figlia di Sodoma!”.

Che, signora, se l’assunto da lei sostenuto fosse fondato, sarebbe piuttosto un invito a nozze.

Non è come pensano neanche i due gentiluomini, i quali, soggiogati dal mio regale incedere, partono col toto-mereghetti:

–          Alì Babà e i 40 torroni, lei faceva la parte del babà, son sicuro.

–          Ma sicuro di cosa, era Sette trapani per sette ciambelle, non ti ricordi? Le impersonava tutte e sette e senza effetti speciali, e alla fine…

–          Ma cosa ne vorrai sapere tu, che non sai distinguere una ciambella da un bagher.

Arranco oltre il Simonetto Martellini della Trexenta, scanso la figliastra budrangia di Frank Sinatra che mi stornella “Gangbang” con un velo di malcelata invidia e faccio per accomodarmi sul duro legno, quando mi ricordo che non è il caso.

Ma non è come pensate.

E’ solo che domenica ho fatto il cambio di stagione.

In ogni caso, ho il 48. Siamo al 34. Assumo, per quanto possibile, l’Atturattentasana (posizione di colei che ha trovato ieri sera rientrando la cartolina di mancata consegna nella casella della posta, e ha passato la notte a resistere alla tentazione di cercare un piede di porco, perciò ormai non è che abbia troppa pazienza) e mi concentro sul vaporizzare qualunque utente intenda trascorrere allo sportello più di quattro secondi.

Tra il sopracciglio torvo, la faccia di quella che ha fatto le tre girando per Oslo per distrarsi e il portamento da gobba di Notre Dame, devo fare la mia figura. Nessuno si attarda più dello stretto necessario.

47.

– Annamaria, io vado in pausa.

Morta che parla.

La centro in fronte con il raggio ciclonico. Lei tremola leggermente, come quando guardi il buco del serbatoio attraverso i fumi della benzina. Solo la voce un po’ metallica tradisce la riprogrammazione.

–          Annamaria, io vado in pausa dopo questa signora.

Le riverso sul banco tutto quello che serve: avviso di giacenza, carta d’identità, patente, libretto, passaporto, tessera elettorale, le analisi del sangue, le chiavi di casa, due guanti spaiati, una gomma, un filtro e la schedina del totocalcio con cui ho fatto 11 nel 1990, mentre le recito a memoria il codice fiscale, quello meccanografico, la matricola Enpals e la formazione del Cagliari dello scudetto.

–          Scusi, com’è il nome?

Spirito di Nino Castelnuovo, possiedimi ORA e fammi scavalcare questo banchetto.

(risponde la segreteria telefonica di Nino Castelnuovo: l’utente da lei richiesto non è al momento disponibile. In sostituzione può provare il modello Mario, in promozione fino a Natale a soli sette fili al minuto)

Sarà l’effetto della canapa, ma riesce ad andare a cercare il mio pacco sulle sue gambe, con solo un’eco di pedata nel culo.

–          Non c’è.

–          Prego?

–          Non c’è.

Il sorriso che prima non riuscivo a nascondere mi cola via e finisce in una piccola pozza intorno ai miei piedi. Inspiro. Espiro.

–          No, guardi, è escluso. E le candid camera ormai hanno poco da dire. Suvvia, mi dia il mio pacco che anche questi signori in coda hanno da fare.

–          Non c’è.

–          Si appoggi bene allo schienale della sedia, a volte il pulsante s’incanta e il disco non esce. Poi, sia gentile, mi consegni il mio pacco.

–          Non…

Ci facevo lo spezzatino di tirannosauro con ‘sto sguardo, stella.

–          Non è ancora rientrato.

–          In un altro momento sarei lieta di commentare con lei l’impudenza dei giovani pacchi che perdono di vista i veri valori, scambiano quest’ufficio postale per un albergo e se ne vanno in giro per rave con certe raccomandate pluritimbrate, ma non oggi. Oggi le dico solo che sul retro di  quest’avviso – su cui un laureato in farmacia, gettando lo scompiglio in famiglia dopo aver annunciato che lui avrebbe invece fatto il postino, IL POSTINO!, ha inciso i geroglifici che tradotti significano il mio nome e indirizzo e Amazon come mittente – c’è scritto, stampato, che il pacco può essere ritirato presso l’ufficio postale di competenza a partire dalle 10.30 del giorno successivo al ricevimento dell’avviso. Questo è l’ufficio postale di competenza. L’avviso porta la data di ieri. Sono le 10.55. Kong vòle pacco. Ora.

–          Mi dispiace, ma il pacco non…

Iperventilo.

–          Ok, ragioniamo. Il pacco non c’è, lei mi dice. E dove potrebbe essere?

–          Eh, questo non glielo so dire.

–          EEEEEEHH, risposta sbagliata. Io ho preso una mattina di permesso per venire qui a prendere quel pacco. Non me ne daranno un’altra. Non andrò via di qui senza pacco. Quindi ora lei gentilmente me lo trova. Grazie.

–          Ma guardi che siamo aperti fino alle sette di sera, può prenderlo un altro giorno.

–          Io, per dirla con una certa ricercatezza, alle sette di sera mi sto trifolando i coglioni facendo cose che mi guarderei bene dal fare, se potessi pagare l’affitto in paioli di pennette ai quattro formaggi. Quindi ora, se volesse usarmi la gentilezza di dirmi dove si trova il mio pacco, io le userei quella di levarmi di torno e andarmelo a recuperare, ovunque sia, senza ulteriori indugi né disagi per nessuno. Altrimenti sappia che mi incatenerò a lei e le chiederò il mio pacco ogni due minuti come un orologio a cucù finchè non salterà fuori. Scelga.

–          Annamaria, i pacchi di Amàzon come vengono lavorati? Qui non ci sono.

–          Hai guardato nell’altra scatola?

–          Ah.

Ritorna brandendo due pacchi color avana, con la scritta Amazon stampata sopra in corpo 320.

–          Quale dei due è suo?

–          A intuito sarei tentata di dire quello dove c’è scritto il mio nome, ma per cognizione di causa direi quello più grande.

Me lo mette in mano. Il sorriso si riarrampica su dalla pozza e torna al suo posto. Denti a strafottere.

–          Ha visto, alla fine c’era. Doveva tenerci proprio tanto, a questo pacco.

L’unico difetto del raggio Durban’s è che è difficile controllarlo. Involontariamente incenerisco l’armadio delle raccomandate, abbronzo lei e abbaglio il Barcellona-Ciampino delle 11.20, che finirà a Helsinki.

Tenetevi la pistola.

Happiness is being a bookworm.

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[KME – postumi di produzione]

Apro gli occhi lentamente con una luce morbida e soffusa che filtra dal terrazzo.

Invece dei soliti pterodattili, odo cinguettare le allodole.

L’aria è tiepida e profumata di fine estate.

Il tè è finito, ma poco importa.

Mi stiracchio languida a letto, Grogu si precipita a inondarmi di coccole.

Assaporo il primo istante di quiete da una settimana a questa parte.

 

Neanche ve lo sto a dire, vero?

Il primo santo costa mille lire, il secondo cento, il terzo dolore e spavento. Nessuno ha spiegato ad Amaranta che il KME è finito, siamo in post-produzione, non abbiamo più tempi serrati, meteoriti che ci piovono in testa, gente da calare in tutta fretta dai piani alti di un palazzo squarciato appesa a sedie da ufficio con l’angoscia che la bocchetta dell’antincendio si strappi da un secondo all’altr…

Signor Da Soli.

Esca da questo corpo.

E tu, Ronzinante amarantaceo, fatti passare il mal di batteria a singhiozzo una volta per tutte, o quant’è vero Iddio ti sostituisco con una Prinz.

 

Quindi siamo a bordo dell’autobus, io e una velata incazzatura, che recitiamo i misteri dolorosi, quando dal finestrino scorgiamo lei.

Shirley Temple. Riccioli d’oro, vestitino verde pieno di ruches e volant, sandaletti bianchi e dorati. Come si accorge dell’autobus in arrivo, sgrana gli occhioni e comincia a correre verso la fermata cercando di non perdere la dentiera e le vene varicose per strada. L’operazione non è semplice, ma lei è agguerritissima. Quell’autobus le serve.

L’autista la vede. E si ricorda le prese in giro dei compagni di scuola, che per anni sono andati avanti a chiamarlo “zoccoletto olandese”, solo perché, checcazzo, adesso uno, in preda al fervore, non può leggere male il titolo sulla videocassetta che propone di vedere tutti insieme con grandi scorte di fazzoletti di carta?

Rallenta.

Arriva alla fermata, la supera e si ferma dieci metri più avanti, tritando una Smart inspiegabilmente parcheggiata a modino.

Shirley si è trasformata in Pina che rincorre il camion dei tedeschi che le porta via Francesco.

L’ha quasi raggiunto.

Arriva a sfiorarlo.

E il nazista riparte.

Per poi fermarsi al semaforo rosso, cinquanta metri più avanti, e restare arroccato sul suo sedile, insensibile alle suppliche di aprire le porte per far salire i sei palmi di lingua affannata con Shirley annessa, a rispondere “non si apre fuori dalla fermata” con quel tono toccante che solo le sbarre automatiche dei parcheggi hanno.

Poteva bastare.

Ça suffit, usava dire la mia prof. di francese quando il massacro sistematico di coniugazioni verbali cominciava a richiamare l’attenzione del tribunale dell’Aja.

Ma a noi non suffit mai.

Quattro metri prima della mia fermata. Incrocio. Nel cui bel mezzo si pianta, in diretta, un’apixedda bianca furgonata, di proprietà del comune, adibita al trasporto di mercanzie varie.

Che non ci sia lo spazio perché l’autobus le giri intorno è palese a tutti, cassonetti e cacche di cane sui marciapiedi inclusi, ma non all’autista del bus medesimo.

Il quale, spavaldo, inizia la manovra e si ferma solo quando l’autista dell’apixedda comincia a decantare a gran voce le tecniche di soddisfazione del cliente che hanno reso famosa sua madre nella zona fin dai tempi degli sbarchi dei mercenari punici.

Quello che si presenta agli occhi delle decine di nullafacenti immediatamente accorsi sul posto è un perfetto stallo alla messicana che ha trasformato l’incrocio di fronte al comune di Urano in quello di Shibuya: apixedda guasta in mezzo all’incrocio, con autista murato dentro dalla fiancata dell’autobus; autobus incastrato tra l’apixedda e le macchine parcheggiate sull’altro lato; un altro autobus che è giunto alle spalle del primo a chiudere ogni via di fuga. Tutti che strillano come se un pazzo avesse telefonato per dire che il primo che scende sotto i 110 decibel esplode.

Quattro metri dalla mia fermata.

Mi schiarisco la voce.

Così, per sport, perché col casino che fanno questi insultandosi figurati se.

Busso con energia sul pannello dell’autista e, mediante labiale, gli chiedo di farmi scendere.

Lui, Mister Tolleranza Zero 2013, mi risponde picche e racconta agli astanti di quella volta che dal più recondito pertugio del tipo dell’apixedda fu estratto un busto di Beethoven in grandezza naturale.

Sull’autobus si grida al sequestro. Una signora sviene. Le fanno annusare un’ascella, rinviene e inizia a dare del monellaccio all’autista, intimandogli di aprire le porte pena la negazione del pane e nutella che spetta per diritto di nascita a qualunque merendero italiano.

L’autista, minimalista, se ne fotte.

Improvvisamente, nel mio orecchio destro si materializza una voce. Profonda, virile.

“Continua a distrarlo”.

Soffoco un gemito, mi mordo un labbro e non mi volto. Voglio ricordarti così, come uno sconosciuto che mi sussurra cose turpi standomi alle spalle.

Se non fossi immune al fascino della cadenza dell’hinterland atlantidcitico, avrei già le mutande in mano.

Le sue.

Invece sfogo la tensione erotica inveendo contro l’autista e minacciando di chiamare i carabinieri se non ci fa scendere subito, seguita prontamente dal resto della popolazione femminile dell’autobus. Tolleranza Zero vacilla sotto l’assedio del pollaio di Babele, poi invoca Franco Baresi e torna a resistere: fuori dalla fermata, nessuna pietà.

Quand’ecco che dalle porte centrali si leva un sibilo decompressorio: Voce del mistero, approfittando della cagnara, ha trovato e sapientemente usato a nostro vantaggio la leva per l’apertura di emergenza. Scendiamo tutti, anche quelli che non dovevano, a sfregio, solo per il gusto di battere il cinque al Vialli di Maracalagonis e alzare la coppa in faccia all’autista.

Tolleranza Zero, Restodelmondo 1, a voi studio.

[election day]

Dritta al punto, che c’è gente che deve avere il tempo di leggere prima di partire in ferie (maledetti): i Macchianera Italian Awards 2013.

 

Avete presente quella pagina Facebook a dir poco geniale che da quando è stata scoperta rallegra, ma che dico rallegra? Esilara! le mie e vostre cupe e tediose giornate?
Quella che uno si chiede “ma come facevo prima?”.
Quella che se non ci fosse bisognerebbe inventarla, e hai detto niente.
Quella che di fronte a certi affreschi di poesia che manco il miglior tramonto dal Pincio persino i Grammar Nazi scoprono di avere un cuore, con la q, e quando tornano a casa fanno una carezza ai loro pronomi personali e uhm, no, niente, lasciate stare, comincia a sembrare una faccenda un filo onanistica di dalliana memoria.
Quella che per alcuni di noi è come ritrovarsi a fare i cretini come ai bei tempi di TN, e direi che come regalo del decennale non potevamo riceverne di migliore.

[edit] Quella che mi ha fatto fare una figura mistica col collega che mi stava salvando della roba sul disco esterno, e per essere sicuro di salvare nel posto giusto l’ha aperto e ha chiesto strillando davanti ad altre cinque persone: “E’ questo qui il tuo, eh Out, questo dove c’è “colecisti”?”, ed era troppo complicato mettersi a spiegare, e quindi ora ho sei colleghi convinti che nel mio tempo libero mi interessi di calcoli alla cistifellea.

 
Ecco. Avete capito quale. Quella che sarebbe bello ringraziare di tutti i sorrisi (e i sogghigni, e le risate a squarciapanza, e le crisi respiratorie e l’ilarolacrimazione indotta) regalandone – per una volta – uno noi a lui, al signor Da Soli.
Magari vien fuori che siamo un branco di pigri da record, sìsì, poi lo faccio e oh, cazzo, ma scadeva ieri? Magari vien fuori che i sedicenti irriducibili non sono più di venticinque, compresi gli esseri di luce, la civetta impagliata e Mario. O magari davvero, la gratitudine è qualcosa che più ce n’è meglio è.

 
Qui trovate il link alla scheda di votazione. C’è tempo fino al 15 agosto, quindi fatelo subito, che tanto poi vi dimenticate, non vi conoscessi. E potremmo provare – fatta salva la libertà di votarlo anche come Miss Internet e Miglior sito fashion – a concentrare almeno una delle quattro opzioni disponibili sulla categoria “Miglior pagina Facebook”.
E vedere di nascosto l’effetto che fa.

 
Nota bene (per evitare che i vostri voti siano annullati):
• Le schede che riporteranno più di 4 voti allo stesso blog in diverse categorie saranno scartate e tutti i voti in esse indicati NON verranno presi in considerazione.
• Nel caso in cui per una particolare categoria non vi venisse in mente nessun sito, potete saltarla. Tenete conto però che (per evitare brogli e magheggi vari) verranno tenute in considerazione esclusivamente le schede-voto che avranno almeno 8 categorie compilate.

[cose per cui vale la pena vivere #n]

Io ‘sta cosa dei compartimenti stagni non l’ho mai capita.

Cioè, se ti trovi a bordo di una luccicante motonave Tirrenia, così pulita che ci si potrebbe mangiare dentro, e uno stupido isolotto decide che ne ha abbastanza della sua consueta posizione al largo di Villasimius ed è ora di vedere un po’ di mondo, ergo ti abborda mentre l’Italia sta lottando per i quarti ai mondiali contro il Perdasdefogu e ha bisogno del sostegno di tutti, passeggeri e personale dalla cambusa alla plancia, allora sì, i compartimenti stagni li capisco e li apprezzo pure. Altrimenti.

Non sono una persona gelosa, fintanto che tutti ricevono una porzione succulenta di attenzioni va tutto bene, la vita è breve e le cose/persone/luoghi interessanti sono troppi, e una volta qui era tutta campagna. E il diritto di esclusiva è qualcosa di troppo contrattuale, per i miei gusti, sebbene ogni tanto capiti di godersene i frutti e sia pure esaltante.

(lo so, lo so. a nascere in quell’anno lì o si voleva diventare astronauti, o si cresceva credendo che non ci fosse altro dio all’infuori di Gigi Riva, o si finiva per venir su come degli hippy tutti amore libero e rock’n’roll. nei casi più clinici, tutte e tre le cose insieme. peggio per voi che avete scelto di nascere nel ’77 e vi siete beccati una posizione che pare una ginocchiata al basso ventre)

Quando ho la fortuna di incappare in qualcosa di straordinario mi viene da condividerlo (cfr. “L’importanza di chiamarsi UNESCO”, O. Wilde et al., Villa Balorda University Press). E l’ultima – in ordine di tempo, tiè – piacevolissima sorpresa che mi ha regalato la rete – potete togliere le mani dagli occhi dei bambini, non mi riferisco ai miei bidibodibù roventi di ieri notte, e poi comunque ho un futon – di cognome fa Da Soli.

Bello, lo so. Evoca giornate luminose in cui un’entità gioiosa regala raggi tiepidi sotto i quali crogiolarsi beatamente.

Di nome fa Servitevi.

Richiamate gli assistenti sociali e liberate l’impiegata dell’ufficio anagrafe. Se l’è scelto lui, e non perché il nome che gli era stato appioppato insieme a una mestolata d’acqua benedetta facesse schifo. Anzi.

Se non vi piace leggere, lasciate stare.

Se non vi piace leggere molto, lasciate starissimo.

Se siete di quelli precisi, dritti al punto, che si fanno venire lo scorbuto appena fiutano una divagazione, abbandonate la lettura di questo post senza rimorso alcuno.

Se pensate che le citazioni siano noiose e la sola idea di riconoscerne due o trecento miliardi a ogni giro non costringe l’ufficio immigrazione della vostra città a fare un sopralluogo a casa vostra allertato dai vicini inquieti per le danze sioux in cui indulgete, uscite da questo post con le mani alzate in segno di resa.

Se aprite la bocca solo per mangiare, in maniera composta e moderata, uscite da questo blog prima che vi spari dietro con una doppietta caricata a sale grosso. Il biglietto di scuse per il gesto impulsivo ve lo manderò poi.

Se invece pensate che leggere sia una delle gioie della vita, e conoscete un buon ortopedico specializzato nella rimessa a dimora dello snodo mandibolare, mi permetto di suggerirvi un giro qui.

Lo so, è principalmente su Facebook. Ma sono disposta a copiare a mano ogni post a chi ne facesse richiesta, in attesa della beata speranza e di ogni turbamento.

(non era così, mi sa)

Per una volta mi ringrazierete.

A me, ma soprattutto a Fabiana.