[lotto, m’arzo (tutti i giorni)]

Stamattina.

Non si staccano l’uno dall’altra. Se per qualche motivo lui è costretto a spostarsi, nel giro di un picosecondo è già di nuovo calamitato sulla bocca di lei, che ha l’aria di essere la regina del mondo, ma una buona, che non fa pesare alla plebe il suo privilegio. Tra tutti e due non arrivano a quarant’anni.

A un certo punto, lui allunga una mano e le palpa un seno. Lei si guarda intorno fingendosi scandalizzata e gli appioppa una pacca secca sulla mano. Lui ride.

– Certo che potresti farmi contento, però.

– Te lo puoi scordare.

– Eddai, una bella terza. Duemila euro, ho chiesto.

– Ma cosa hai chiesto a fare, tanto non lo faccio.

Lei ha smesso di sorridere.

– La metà la metto io, è il mio regalo di compleanno.

– Per chi, per me o per te?

– Dai, fammi contento.

– Te l’ho già detto, io sto bene così.

– Ma pensa come staresti bene con una bella terza.

Allunga di nuovo la mano. Lei gliela intercetta e la devia. Gli pianta gli occhi in faccia, seria.

– Ma perché, così come sono non ti piaccio abbastanza?

Lui intuisce il campo minato. La bacia. Non è stupido, per niente. È solo grasso, ma sembra che a lei piaccia così.

***

Ora di pranzo, lungomare.

Una Matiz color amoreiltuocurryèfantasticomavuoinvitarmiacenaotingermi? accosta.

Ne scende lui, ventiqualcosenne, capello aerodinamico, mutanda non esposta, sopracciglio che Mae West manco sa chi sia.

Gira intorno alla macchina e va ad aprire lo sportello per far scendere lei, altrettanto ventiqualcosenne, scarpe guardabili, pantaloni degni di tale nome, capelli che sono un manifesto anarchico contro lo strapotere omologante della piastra.

Dire raggianti non rende l’idea.

Dire emozionati, invece, la rende abbastanza.

Tra il parcheggio e la spiaggia, due banchetti, uno di ricci e uno misto mazzolini di mimose e asparagi.

Lui guarda l’uno, poi l’altro, poi lei.

Sorride fiutando la trappola.

Lei fa una faccia da poker micidiale.

Lui ne fa una come a chiedersi perché non si è messo con quella che guardava Amici.

Tutti e due evitano di guardarsi ancora e cercano di non ridere, riuscendoci malissimo.

Finché lui gonfia il petto, si avvicina al banchetto di sinistra e chiede un bouquet.

Di ricci.

Lei gli salta in braccio e comincia a mangiarselo di baci, poi, quando l’ha ridotto più o meno della metà come fosse una salsa all’aceto balsamico, scende.

Guarda l’altro banchetto.

Sbotta a ridere di gusto.

Ci si avvicina decisa, confabula col ragazzo, torna dal suo nascondendo qualcosa dietro la schiena.

Quando lui le offre i ricci, lei gli spara in faccia un sorriso smagliante e un mazzolino di asparagi.

Attaccano a ridere come pazzi, e con loro tutti gli avventori del ricciaio, i compratori di mimose e i passanti.

Sta’ a vedere che in fondo c’è speranza.

[fatti non fummo a viver come bruti]

Che la parola femminicidio non mi piaccia l’ho già detto e ripetuto.

Mi direte: deficiente. Intanto che tu fai la sofista sulla terminologia, lì fuori ne seccano una al giorno.

Capisco la reazione. Ma non è per scarsa sensibilità o mancanza di rispetto verso quelle poverette che hanno avuto la sfortuna immensa d’incappare in un criminale che lo ribadisco. Anzi.

È che trovo che alcune precisazioni siano doverose, perché la piega isterica che sta prendendo la situazione non porta e non porterà da nessuna parte. Stiamo ricascando nella solita trappola dell’emergenza: un sacco di chiasso, poca lucidità, scarso coordinamento, zero-virgola risultati.

Innanzitutto non si tratta di un’emergenza.

Ferme.

E fermi anche voi, pochi o tanti che siate.

Emergenza, s.f.

1 – cosa che emerge, che sporge; sporgenza, protuberanza

2 – fig. circostanza grave e imprevista (eccetera)

La violenza sulle donne è un fenomeno emerso negli ultimi tempi? Ni.

È un fenomeno imprevisto? No.

Un solo omicidio è già troppo, su questo siamo d’accordo. Ma non è vero che gli assassinii di donne in Italia, con particolare riferimento a quelli commessi nell’ambito di una relazione preesistente tra la vittima e l’omicida, siano in crescita. Il fenomeno – perdonate la terminologia statistica – è stabile, dati Istat alla mano.

Mi direte: cazzate, lo vedi anche tu che non passa giorno senza che si senta di una donna ammazzata o aggredita da un marito, convivente, amante, fidanzato in carica, deposto o respinto.

Infatti. È aumentata la visibilità, non i reati. Per certi aspetti, l’attenzione che i media dedicano ora alla violenza sulle donne è encomiabile: come per il lavoro nero, solo facendolo emergere è possibile contrastarlo. Certo, sarebbe anche doveroso fare in modo che a chi commette atti violenti (così come a chi sfrutta la necessità altrui) passi la voglia di riprovarci; e altrettanto doveroso sarebbe dedicare lo stesso impegno al supporto psicologico alle vittime che la violenza decidono di denunciarla, perché poche cose più di una denuncia per fatti simili espongono lo spirito già incrinato di una donna a una prova che definire spietata è un pallido eufemismo. Per non parlare del coraggio che serve, proprio quando più si avrebbe bisogno di sentirsi protette e al riparo.

Dall’altra parte, è così che si inventa un’emergenza laddove non c’è: a forza di martellare in maniera autistica, meglio se con risvolti morbosi, utilizzando sempre le stesse formule, la stessa terminologia elementare, talmente semplificata e inquadrata da renderla perfetta per trasmettere un messaggio efficace, e pazienza se non è corretto, il dio dell’audience pretende sacrifici. È il sistema di non-comunicazione che ha dato ottimi risultati negli ultimi vent’anni e spiccioli, perché cambiarlo proprio ora che il 90% della popolazione parla finalmente come una massa di zombie lobotomizzati e bisogna richiedere il porto d’armi per usare un sinonimo?

Mi direte: brava, fai la splendida tu, vagliela a fare ai parenti delle vittime l’analisi del periodo. Intanto quelle bestie continuano ad ammazzare. Dovrebbero morire loro, dal primo all’ultimo.

L’altro effetto spaventoso è l’eco sanguinaria che l’onda emotiva si trascina appresso. Non so a voi, ma a me basta e avanza sapere di appartenere alla stessa specie animale di un omicida per farmene vergognare, non ho bisogno di diventare come lui (o lei). Nella maggior parte dei casi, il moto di reazione violento è un riflesso condizionato, immediato e di breve durata; in altri, innesca e (auto)alimenta una deriva disumana indegna. Non sono buonista, e non appartengo alla schiera di coloro che – più o meno consapevolmente – cercano una giustificazione (schermandola spesso con la più nobile ricerca di una motivazione) per gesti che giustificazione non hanno. Sono vendicativa, e col cazzo che porgo l’altra guancia: ma sono convinta che nessun essere umano meriti di morire.

Sono anche convinta che chi subisce un torto meriti giustizia, e che ogni reato debba essere punito in un modo che non risulti avvilente per la vittima né pericoloso per altre vittime potenziali. E che per alcuni crimini non ci sia altra pena possibile che l’ergastolo, cosa che fa di me una troglodita, ne abbiamo già parlato.

Potremmo stare ore a discutere su ciò che succede quando ci si trova davanti a un’emergenza, vera o presunta che sia, e a squadernarci davanti di tutto, dal Patriot Act al terremoto in Abruzzo.

Oppure potremmo tornare al punto.

Ogni volta che si parla di femminicidio, quella parola orrenda che non fa che titillare l’ego dei delinquenti convinti che le femmine siano oggetti su cui si può rivendicare un diritto di proprietà, ecco, ogni volta che se ne parla è già implicito il fatto che siamo arrivati tardi. A che serve l’indignazione di fronte a un funerale? Sto per dire una cosa impopolare: a poco. Ci son paesi dove il motore a indignazione fa scalare montagne. Da noi non fornisce manco il tanto di energia necessaria per scendere a pisciare il cane.

Qualche sera fa la mia amica Luisa Gervasi ha segnalato questo articolo.

In realtà ha segnalato la replica, ma in questo momento mi interessa più confrontarmi con voi sullo spunto iniziale. A parte l’essere rimasta colpita dall’idea fantascientifica dell’autrice sul rapporto di confidenza che secondo lei lega madri e figlie da Roma in su, e dallo strano concetto di territorialità della violenza (anche qui, se volete, possiamo perdere delle ore a esaminare la casistica e riempire un planisfero di bandierine rosse. Oppure), il punto di partenza è proprio la violenza domestica, familiare, di consuetudine. Quella sulla quale sembra si possa sorvolare perché ancora non c’è scappata la morta. Quella che pare brutto immischiarsi. Quella che a volte non è nemmeno tecnicamente fisica, è “solo” una cappa di piombo che opprime, che sembra richiedere troppa forza per essere infranta, e intanto che la subiamo sfracella malamente le nostre vite, le nostre certezze, le nostre speranze, fino a lasciarci incapaci anche solo di pensare di reagire. A volte è “soltanto” una palese ingiustizia basata sulla decisione arbitraria di terzi. È quella da cui sembra che non si possa sfuggire, se non allontanandosene per non tornare mai più. Resistere in un ambiente difficile, quale che sia, resistere e reagire per educare, richiede un’energia sovrumana, e un sacco di solidarietà. Richiede l’impegno di tutti. È come stare al largo, circondati dagli squali, su una barca con una falla. La costa è lontana, ma non irraggiungibile. Ma se si resta in pochi a remare e ad aggottare, si muore sbranati, tutti quanti: uomini, donne, calabresi e non. Non è vero che tutte son cresciute sentendosi dire “fai silenzio che sei donna e non son cose per te”. È vero che alcune di quelle che se lo son sentito dire hanno risposto che non era così. Hanno combattuto, e hanno vinto, e sono più quelle che hanno combattuto e vinto di quelle che hanno combattuto e perso. Ma ogni volta che una perde, o peggio, che non ci prova neanche, perdiamo tutti, perché le conseguenze non sono territoriali. Ogni padre (padre, sì. Non mi venite a dire che superata una certa età non si cambia, ho le prove del contrario), figlio, fratello, marito, compagno, collega o amico, se non è educato al rispetto degli altri, finiremo per sorbircelo tutti. Ogni madre, sorella, collega o amica che china la testa, o fa finta di non vedere, che pensa che non siano cose che la riguardano o che non possa fare niente, non fa che contribuire ad appesantire la condanna altrui e la propria. E io francamente non ho più voglia di sopportare – per dire – di dividere il bagno in ufficio con un uomo di cinquant’anni, laureato, che si pregia di tenere visivamente tutti aggiornati sul funzionamento del suo apparato digerente perché né la madre né la moglie hanno avuto la fermezza di infilargli lo scopino del cesso nel naso alla terza volta che lui lasciava tutto da pulire perché non è cosa da uomini e tanto ci pensano loro a pulire la mia merda.

La diffusa scarsa considerazione delle donne è composta da una miriade di tasselli, nessuno dei quali è meno importante degli altri. Li ritroviamo nei contesti più disparati: l’ultimo l’ho notato guardando la premiazione della finale di Coppa Italia, dove quattro signorine eleganti svolgevano la cruciale funzione di reggimedaglie un passo dietro gli uomini (rigorosamente, esclusivamente uomini) che premiavano gli atleti, manco fossero dei comodini di design. “Un tocco di bellezza può solo far bene”, mi ha risposto qualche amico quando gli ho chiesto come la vedeva. “Vedere cosa?”, ha aggiunto qualche altro. “Non essere acida”, hanno concluso quasi tutti. Per dire che la cosa è talmente diffusa e nidificata da scivolare – liscia come olio di ricino, direbbe il poeta – senza che nessuno o quasi ci faccia caso. E se l’obiezione viene sollevata, puntualmente viene protetta dalla patina del “si è sempre fatto così”. Infatti le ruote quadrate son comodissime.

Allo stesso modo sono stufa di sentire persone intelligenti, perlopiù donne, pretendere indiscriminatamente la testa di chiunque azzardi una battuta a sfondo sessuale. Vorrei poter vivere in un mondo dove sia possibile ridere liberamente, a crepapelle, di qualunque argomento, quando una cosa fa ridere, e dove la legittima sensibilità personale, il sacrosanto diritto ad avere un senso dell’umorismo diverso non vadano a rivestirsi di metasignificati, sottotesti e integralismi vari. Rilassatevi. Rilanciate. Gli uomini non sono il nemico, ragazze, è solo un animale quasi uguale a noi a cui hanno fatto credere di essere il principesso col pisello. Ci siamo cascate anche noi con quel cicisbeo vestito d’azzurro, dovremmo capirli. E aiutarli a venirne fuori.

Non ne posso più di vedere fiumi d’inchiostro sprecati per una pubblicità in cui si cerca di vendere un panno per la polvere facendo dell’umorismo noir in due versioni, lui-fa-fuori-lei e lei-fa-fuori-lui, solo che la seconda è una normale pubblicità di cui si discute come tale, bella/brutta/funziona/nonfunziona, la prima è un’istigazione al femminicidio. Scusate, ma perché un omicidio (parola che nella maschilistissima lingua della nostra repubblica – quella la cui costituzione, all’art.3, recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” – indica la soppressione di una vita umana ad opera di un altro essere umano) dovrebbe essere considerato diversamente a seconda di chi lo commette e chi lo subisce?

Torno al punto.

Tasselli piccoli e grandi. Alla fine si perdono di vista quelli giganti. Tipo la disparità di trattamento, un vero insulto su cui non si muove foglia. Tipo la celebrazione dell’incapacità. Tipo la semplificazione massima, gli stereotipi (ma non esistono gli uomini stitici, miseria ladra?) che finiscono per rendere inclassificabile – e quindi inutilizzabile – chiunque non possa esservi ricondotto. Tipo l’insulto all’intelligenza altrui e il politicamente corretto ipocrita. Tipo le macroscopiche mancanze di coerenza pubblica, perché strapparsi le vesti per il femminicidio in piazza il martedì e poi inneggiare a Berlusconi nella stessa piazza il mercoledì mi fa pensare, onorevoli colleghe, che non abbiate ben chiaro il processo.

Tipo la certezza della pena. Che non significa negare a chi sbaglia una seconda possibilità, ma in certi casi può e deve significare negare la possibilità che qualcuno sbagli la seconda volta (posto che, a costo di ripetermi, faccio fatica a vedere gli atti violenti come un incidente, e mi perdonerete se salta fuori ancora la deformazione professionale da arbitro, ma non si può offrire a un criminale una seconda possibilità facendosi beffe di chi quel crimine l’ha subito, né di tutti gli altri cittadini che non l’hanno commesso). Insistere sull’inasprimento ha senso in alcuni casi, a mio modesto e discutibilissimo parere, perché il massimo della pena per stupro, per esempio, ora come ora è poco più che ridicolo. Ha meno senso insistere sulle aggravanti: difficilmente un naziskin troverà un deterrente nell’aggravante antisionista, se intende aggredire una persona solo perché ebrea. Con ogni probabilità, anzi, ne sarà esaltato, l’impresa risulterebbe epica. Nel caso di una specificazione ulteriore degli atti di violenza, temo che la situazione sarebbe la stessa. Invece, sempre per evitare che il famoso articolo 3 non sia solo una bella filastrocca, dovrebbe essere il crimine in sé ad essere punito: violenti una donna, un uomo, un transessuale, un bambino, un cane? Sempre l’ergastolo ti becchi. Forse ci pensi due volte. Forse non lo fai. E’ questo che dovrebbe essere il senso del principio di uguaglianza.

E’ un discorso lungo. Complicato. Gravissimo.

Ma una cosa è certa, va affrontato alla radice, insieme, pensando e facendo pensare, agendo e facendo agire, possibilmente in maniera intelligente e senza – per difficile che sia – lasciarsi trascinare dal sangue che monta alla testa .

Cercare di tappare un’emergenza, vera o presunta, “a mamma morta” è come pretendere di mascherare la forfora indossando solo giacche bianche. 

[get lost in translation]

Mezzanotte nel patio di un ristorante di lusso. Il giardino del bene, del male e dell’anima de li mejo mortacci vostra, senza dover arrivare a Savannah.

Un esercito di zombie che in vita erano fonici, operatori, interpreti, segretari organizzativi, moderatori, runner e camerieri. I resti delle hostess sono stati spediti alle famiglie ore fa in una cassetta di zinco.

Gli unici vispi e arzilli sono i relatori e le loro alcolemie, tutti esageratamente molesti. All’una passata, in previsione di un’altra giornata da pesi massimi, isso la faccia da culo.

Outsider (sbrigativa, ai relatori sbragatissimi): Gentlemen, would you go to bed?

Relatore statunitense che si crede irresistibile: With you?

O (ammosciandogli l’irresistibilità e indicando l’autista, sfatto ormai quanto lei): With him.

RSCSCI (alzando una mano etilica e lasciandola ricadere al ralenti): No way. Sorry, nothing personal, man.

Autista (non anglofono, alzando a sua volta una mano e sorridendo debolmente): Sorrirùa.

RSCSCI (con faccia in similGable): Look at this moon, my sweet Outsider! We should really stay.

O (con faccia in pura Rottenmeier): Look at this van, professor Moriarty. You should really go.

Relatore indigeno (compreso nel suo ruolo di ospite, in inglese di Tratalias): Ittìs not de mùn. Ittìs…

Relatore svedese (irrompendo beccheggiante): …it’s a…fucking loight!

RSCSCI (con faccia da naughty incidentato): That’s what he said! A (insistendo sdrucciolo sulla seconda parola) fucking light.

O (cordiale come una banchisa): Van leaving in five…four…three.

RSCSCI (nella sua peggiore interpretazione di un uomo frustrato): Oh c’mon, why are you so cruel?

Coordinatore del convegno (separato alla nascita da Stephen Fry, alcolemia 3000): She was raised in New Zealand!

O (scoprendo cose su di sé che ignorava): Ah sì? (in italiano nel testo)

RSCSCI (con l’aria di capire molte cose, ma non tutte): Wild! (mi guarda, dopo anche negli occhi, e ripete) So wild.

CDC (con l’aria di chi ne sa, anche se non è dato sapere di cosa): Yeah. I read her CV.

O (gratificatisisma): Ambé. (in italiano nel testo)

RSCSCI (tornante alla carica): She’s brilliant, insn’t she. The way she’s been translating about (ammicca a uno dei colleghi, sfortunatamente mio connazionale) our glands all day long.

Collega sfortunatamente mio connazionale (che in giornata si era premurato di spiegargli di come la parola “gland” rappresenti un false friend per gli italici, con conseguenti risatine idiote ogni volta che qualcuno la pronunciava. Per otto ore): She’s great. She never mistranslated. Always got it right. Hahaha.

O (sorridendo algida, con un’insegna luminosa in testa recante la scritta “signori, s’è fatta una certa”):  No risk to confuse them. The only glands I saw today were wearing ties. I wish you a good night, gentlemen.

See you tomorrow?

[i pornodubbi dei pornomaschi pornomoderni nella pornoestate 2012]

Massimo Gramellini è un bel furbastro, gliene va dato atto.

E sebbene l’unico urlo di dolore che possiamo condividere in tutta onestà è quello che segue a una rete sbagliata al 94′ su un risultato di 2-1, alcune considerazioni sono inevitabili. Giusto per.

Posto che l’espressione “porno rosa” è intrigante quanto un calzino sudato; posto che i cosiddetti porno rosa van bene al massimo come zeppa per la lavatrice (quando son scritti bene) o come strumento per evacuare una spiaggia e averla tutta per sé se letti ad alta voce (quando son scritti male); posto che le care vecchie manette hanno sempre il loro suino perché; tutto ciò premesso, cari Gramellini adorati duddùdaddaddà, lasciatevi dare un paio di suggerimenti:

  • se incappate in una che legge seriamente “50 sfumature” di qualunque colore, non provate a capire: scappate a gambe levate appena possibile, laddove con “appena possibile” si intende anche la fuga precipitosa con scusa ignobile dopo l’amplesso, casomai.
  • se per caso restate invischiati con una lettrice di cui sopra, siete pregati non solo di non lamentarvi, ma soprattutto di non farcela pagare a noi che arriviamo dopo, siamo a basso mantenimento, vi facciamo ridere un sacco e soprattutto ve la diamo con entusiasmo tutte le volte che volete.
  • l’attenzione è la chiave di tutto: siamo pur sempre donne, nella maggior parte dei casi. Un po’ fessacchiotte, anche quelle con un discreto QI. Ci fate ridere, ci sbaciucchiate q.b., fate breccia nel nostro cuore e altri organi altrettanto vitali, individuate le nostre zone erogene, fisiche e non (perché in questo siete geniali, altrimenti avete sbagliato blog), e le strapazzate a dovere e noi saremo felici e faremo di tutto per rendere felici anche voi.
  • “felici” non vuol dire che intendiamo proporci come vostre sorelle siamesi, né che al secondo appuntamento ci presenteremo col catalogo delle bomboniere. O che vi chiederemo a tradimento di sussurrarci “Oh, piccola!” mentre ci sculacciate e noi grondiamo umori (di solito pessimi, se solo vi dovesse sfiorare l’idea).”Felici” significa semplicemente che stiamo bene in vostra compagnia, e che l’idea sarebbe quella di godersela senza paturnie fino alla batosta successiva.
  • il cinque per cento è un buon compromesso. Basta che non pretendiate di aver ragione sul fuorigioco.

[light today]

O della bellezza di questa luce.

Che è difficile da spiegare a parole.

Bella come Grogu che mi caracolla incontro appena sveglia e mi si arrampica addosso col muso ancora assonnato per baciarmi, come se senza quel bacio la serata non potesse proseguire.

Bella come quando avevi cinque anni e il tuo papà ti aspettava sul bagnasciuga e ti avvolgeva forte nell’asciugamano che sapeva di vacanze, appena uscivi dall’acqua.

Bella come quando non hai più cinque anni e avvolto con te nell’asciugamano c’è qualcuno con cui ti mischi le gocce e ha la faccia felice e sorpresa manco ti avesse vinto al totocalcio.

Bella come quel tipo di sesso famelico che ti attorciglia lo stomaco, ti lascia senza fiato e ti fa saltar via il piercing dal naso. E ridere tanto che pensi di morire, invece non muori. Ricominci.

Bella come chiedersi se è possibile che succeda anche col piercing che hai ora, e pensare che c’è un solo modo per scoprirlo.

Bella come perdere il conto delle bracciate, all’inizio ognuna è un pensiero, alla rinfusa (gente fuori di testa, gente maleducata e gente che dà troppe cose per scontate; quelli che l’educazione sessuale non è “scusa cara, ti giri, per favore?”; tutte le cose che avrei voluto chiederti. Sì, a te; il jack; sei maledetti articoli che non si vogliono chiudere; il profumo del fico; gentiluomini discreti che reggono il gioco anche se non è importante; Betta sullo squalo custode;  i tuoi tatuaggi, tutti e tre; ritornare in radio; i consigli degli ex; la verità è che non gli piaci abbastanza; finire la sceneggiatura; sparire senza una parola, o quasi (non si fa, non si fa); quelli che dopo due anni ti dicono che hanno avuto paura, poi hanno capito; chiedersi cosa ci sia da aver paura; le nuove amicizie, la dea le benedica; ossigeno (mancanza di); Codroipo; viversi le cose belle; è tutto gratis; paranoie maschili), poi ti ci metti d’impegno a stancarti e finisce che ci riesci, e l’unico pensiero che resta è che la Tunisia è a meno di 200 chilometri.

Bella come galleggiare sulla schiena, al largo, con l’aria e l’acqua alla stessa temperatura ed è come volare.

Bella come un pianto disintossicante, ogni lacrima che ingloba un pensiero rognoso e lo porta via, fuori, e poi tanto in acqua non si vede che piangi ed esci che sei come nuova.

Bella come il sole che scalda la faccia senza bruciarla, con la schiena appoggiata a uno scoglio e i piedi nell’acqua, quando in giro non c’è più nessuno e anche l’ultima demente che scassa la minchia perché pretende che non si fumi in spiaggia – però il SUV acceso venti minuti per farlo scaldare si può tenere – si è smaterializzata.

Bella come godersi il momento, per quanto manchi sempre qualcosa d’importante. La felicità ai tempi del precariato.

Bella come guardare la propria vita incidentata galleggiarti davanti, e pensare che sei ancora qui a scrivere cazzate, nonostante tutto. E fanculo a Pollyanna, lo so io perché.

Bella come camminare sul frangiflutti facendo a gara con l’onda, e ridere da sola quando vince lei, e tornare a casa fradicia coi capelli che sembrano serpenti.

E trovarne ancora una lama sul terrazzo, di quella luce, e cercare di assimilarne il più possibile, perché se questo è stato un fine settimana poco meno che infame, domani sarà peggio.

[le parole sono importanti]

La parola “femminicidio” non mi piace.

Tutte le buone intenzioni di questo mondo, tutta la necessità di mettere in evidenza un problema grosso, che dovrebbe già essere in evidenza, e non da oggi, tutta la sacrosanta indignazione nella voglia di rovesciare a son’e corrus una società talmente maschilista che nemmeno ci fa più caso. Tutto quel che si vuole, ma non mi piace.

Non mi piace perché mi fa venire in mente qualcosa di selvaggio. E’ una guerra, mi dirà qualcuna, selvaggiamente ci attaccano e selvaggiamente ci difendiamo, come possiamo. E allora è una guerra persa, aggiungo io, tanto vale armarsi e iniziare a rendere pan per focaccia a suon di pallettoni in fronte.

Le donne non sono così.

E sì, la lingua italiana è maschilista in maniera sconfortante (con quella spagnola che le tiene buona compagnia, per dire), ma cerchiamo di non segnarci reti a porta vuota, ragazze. In questo momento la parola “femmina” evoca ancora, troppo, il senso di possesso, di poter disporre di qualcuno a proprio piacimento. Non a noi, è evidente, ma alla maggior parte di quei criminali che ci usano violenza e di quegli altri bei tomi che descrivono la violenza sulle donne parlando del disagio degli uomini violenti. C’è un lavoro di educazione immenso da fare, e dobbiamo farlo in maniera molto precisa, e rapida, perché ogni giorno che passa ci passa qualcun’altra.

Le femmine e i maschi vanno bene se ci si trova in un cortile delle elementari. Vanno benissimo se ci si sta seducendo a vicenda. Anzi, lì ci sta bene pure l’essere selvaggi, a sentimento.

Ma quando si tratta di far funzionare il cervello, per cortesia, cerchiamo di essere donne e uomini. Esseri pensanti. Non fa poi così schifo.