[airport 80 (voglia, disco, ecc.)]

Arrivo in aeroporto con la grazia della palla di cannone del barone di Münchausen.

Skopjie si è rivelata una città particolarmente ospitale, addirittura più di quanto mi aspettassi. Forse sono macedone dentro, chi lo sa. E sì che furba non sono, al limite contrabbandiera.

(questo con buona pace di chi ogni tanto fatica a inquadrarmi dal punto di vista etnico. Difficilmente mi danno dell’italiana, il che – quando sei all’estero e gli unici connazionali nei paraggi si fanno un vanto di dimostrare la propria appartenenza al genere subumano – torna a vantaggio, è fuor di dubbio. A volte un rigurgito di amor patrio mi spinge a rivendicare puntigliosamente le origini, giusto per sollevare negli interlocutori il dubbio che esistano effettivamente abitanti di quel buffo paese stivaliforme che sanno leggere e scrivere (sorvolo abilmente sul far di conto), comunicare anche senza il supporto audiovisivo di Rutto 2.0, non teledipendenti e capaci – udite udite! – di afferrare senza troppo sforzo concetti astrusi tipo “fila”, “silenzio” e “cestino dei rifiuti”. Di solito ci guadagno occhiate sbigottite seguite immediatamente da grasse risate e proposte di tournée del mio spettacolo comico nei maggiori teatri del posto, che Bill Hicks mi perdoni. Una volta sono persino stata invitata al Convegno Intergalattico degli Autori di Narrativa di Fantascienza, solo che ai partecipanti è andato in cuffia per errore l’audio della traduzione del poeta Vogon che teneva il suo intervento nella sala affianco e non mi hanno più cercato.

Comunque finora le ipotesi più accreditate mi vedono bene come bretone, forse per via dell’età, o nordafricana in genere. Che, voglio dire, passi per i bretoni, poveracci, ce ne saranno di particolarmente racchi anche lì, ma di norma son di aspetto assai piacevole, anche se hanno nomi da compagnia aerea o rimedi per il singhiozzo. Ma giusto un bauscia di provincia potrebbe prendermi per africana. Eppure.

Esselunga del Lorenteggio, qualche anno fa.

Fine luglio. Un caldo pesante e zozzo appena mitigato dagli scarichi delle auto. Nebbiolanum, in pieno oscurantismo morattiano, era ancora ben lontana dal riconoscimento del diritto civile al girare nudi per strada come usa d’estate in tutti i paesi civili. Al confine veniva consegnato un necessaire contenente:

  • n°1 tailleurino al ginocchio, 70% teflon, 30% calcestruzzo, non candeggiare né centrifugare
  • n°1 filo di perle d’ordinanza
  • n°2 caricatori di bigodini calibro 9
  • n°1 tanica di Altolàlsudore, un preparato chimico prodotto dai Laboratoires Mengeles che sigillava le molecole sudoripare e le liberava solo una volta saliti sulla metro all’ora di punta, altro che kamikaze.

Lo spacciavano per set di cortesia, in realtà era un’azione dei servizi leghisti per scoraggiare l’immigrazione.

Forte del mio passaporto diplomatico fenicio, attivo l’opzione Catafotting e vado a fare la spesa indossando l’unica tenuta che il mio organismo tropicale possa tollerare: una djellaba nera che monta sandalo minimo e la solita faccia da culo.

Arrivo in cassa col carrello pieno di taleggio e polenta e mi metto in fila.

Tempo sei secondi, un omino sopraggiunge e mi passa davanti come se non esistessi.

Poche cose mi fanno imbestialire come quelli che saltano la fila.

Carico la tetta destra e gli invio un messaggio telepatico.

Non riceve.

Tossisco in maniera talmente plateale che mi fischiano il fallo di ostruzione dal Maracanà.

Niente.

Gli do un’ultima possibilità prima di silurarlo, mi avvicino e, con la massima educazione consentitami da un istinto omicida al cui confronto il mostro di Milwaukee è una mammola, gli dico: “Mi scusi, c’è una fila”.

Lui chiama a raccolta tutto il disgusto di generazioni di Borghezi (antica popolazione barbarica dedita al brutale sterminio dei neuroni, decimata dalle malformazioni genetiche dovute all’accoppiamento tra consanguinei ed estintasi definitivamente per una banale allergia al Cif Ammoniakal), mi guarda come se, pregustando una scorpacciata di cassoeula, scoperchiasse la zuppiera e ci trovasse dentro una cacca di rinoceronte, e strilla con voce querula:

Tornatevene a fare la spesa nei vostri negozietti luridi!”.

Senza voce querula non rende.

Lo asfalto senza manco pensarci al grido di “per il mercato di San Benedetto, che è più pulito di quel letamaio di casa tua, e per la barba del profeta!”, giusto per non far torto a nessuno)

Stavo dicendo?

Ah, sì. L’aeroporto.

Mi catapulto al metal detector mentre chiamano il mio volo. Davanti a me, due file: una di dromedari stanchi e una di dromedari morti.

La prima mi vedrebbe in decima posizione, la seconda in quinta (e cinque, sei, sette e otto, arabesque!).

Intuisco la trappola.

Temporeggio.

La fila dei morti è completamente ferma in attesa che i parenti dell’ultimo defunto si presentino per celebrare le esequie.

La fila degli stanchi si è appena fermata per un decesso, si aspetta il coroner per rimuovere la salma.

La scritta “now boarding” all’altezza del mio volo comincia a lampeggiare sul monitor.

Il 7° Panzerdivisionen, nel senso di tedesco di cui, a due metri dal suolo, si intravedono (intravvedono? questa cosa va chiarita) le ginocchia, e con una panza tale che pure a dividerla ne resta abbastanza per tutti i presenti, mi toglie dall’imbarazzo e mi sistema d’ufficio nella fila degli stanchi con un colpo di pancreas.

Ottava.

Davanti a me una neopatentata, un vecchio col cappello, una signora fresca di messa in piega, un coatto con le lucette di Kit che con una mano telefona e con l’altra si scaccola, una monovolume con tre seggiolini e l’adesivo “Briciole a bordo”, una trebbiatrice col rimorchio e un camion della spazzatura.

Solo non si vedono i due liocorni.

Sparo alla neopatentata, mostro una foto di Miss Marple nuda al vecchio, sussurro alla signora con la messa in piega che mi pare stia salendo un po’ di umidità.

Quinta.

No, non ho cambiato misure.

Dall’altoparlante arriva l’ultima chiamata per il mio volo.

Scalo in quarta, poi in terza, imbocco l’ultima curva della serpentina in piena accelerazione lesmica, il rimorchio della trebbiatrice sbanda, la supero, comincio a sfilarmi la cintura, dall’altoparlante una voce spigolosa pronuncia il mio nome seguito da volgari insinuazioni su come starei impiegando il tempo invece di presentarmi all’imbarco, il camion della spazzatura rientra ai box, accelero ancora, sono in testa, sento i jeans che scivolano ma non posso tenerli su perché ho le mani impegnate a spingere dentro la valigia, faccio per oltrepassare lo scanner, “BOARDING CARD!”, mi intima la guardia, “IT’S INSIDE!” urlo di rimando, aggiungendo a voce non troppo bassa “eccheddick, you fucking cretin, me l’ha controllata la tua collega venti metri fa, altrimenti non sarei qui”, “BOOTS!” si vendica la guardia, “ARE MADE FOR WALKING!”, la so, cazzo ti credi, mica mi freghi così, “WHAT??”, what the fuck, me li tolgo anche se non suonano, la voce dall’altoparlante chiama “Passenger Outsider please plant of chinchinsk and move your fat ass to gate 16 for immediate boarding”, e poi.

E poi succede che mi distraggo e subentra il pilota automatico.

Sarà capitato anche a voi.

(insieme a una famiglia problematica, forse, ma tanto espansiva)

Ci sono gesti che il cervello abbina automaticamente a certe attività, è una cosa elementare, il cilindro rosso nel buco rosso, premi “installa” e il coso lì fa tutto da solo.

Spogliarsi è uno di questi.

Spogliarsi in fretta lo è ancora di più.

Vaporizza indumenti”, nella mia mente ferrodastiroavulsa, è un processo che presuppone intensa attività ludica nel giro di tre picosecondi. Se viene innescato, le sinapsi si concentrano sullo zuccherino e perdono di vista il resto, mentre le mani vanno avanti da sole il più velocemente possibile, secondo un protocollo stabilito.

– STOP! STOP! THIS IS NOT NECESSARY!

L’urlo della guardia mi blocca con le braccia per aria e la maglia sfilata per tre quarti. Eppure la sequenza era giusta: cintura, stivali, maglia, a seguire jeans, reggiseno e mutande.

Oddio, le mutande.

So cosa state per dire, invece ce le ho.

Sul treno per l’aeroporto mi ha chiamato mia madre.

– Stai rientrando?

– Sì, mamma.

– Vieni a cena, quando arrivi?

– No, mamma.

– E perché?

– Non lo vuoi sapere, mamma.

– Che il Signore abbia pietà di me e mi porti presto al suo cospetto, visto che in questa vita non mi ha dato la gioia di una figlia amorevole capace di trovare il tempo per star vicina alla sua povera madre malata prima che sia troppo tardi. Mettiti un paio di mutande pulite prima di salire sull’aereo, sai mai faccia un incidente.

Quindi sì, per forza ho addosso delle mutande.

Al rovescio, ça va sans dire.

Turchesi.

Trasparenti.

Col pizzo verde acqua.

E un fiocchetto.

Vorrei dire “improponibili”, ma mentre sto lì con le braccia ancora incastrate nella maglia sento che i jeans, privati della cintura, cedono alla forza di gravità, ed ecco che dette mutande, ahimé, si propongono.

Dall’altoparlante esce solo “Jesus Christ, Sider”, ma non credo vogliano convocarmi per un’audizione.

Approfitto dello smarrimento collettivo, salto in groppa a Panzer, lo frusto con la cintura, che si capisce che gli piace, e lo lancio al galoppo.

Non perdo il volo.

L’aereo non cade.

Sta a vedere che ‘ste mutande improbabili portano pure fortuna.

[a mare]

Ho una piscina mica da ridere, diciamocelo.
Fa il paio con la vasca da bagno, marca Golfo degli Angeli.
La piscina, invece, è stata installata da tale Mediterraneo S.p.A., una ditta con le contropalle.
Me la posso godere da varie angolazioni, ammirarci albe e tramonti, scegliere lo sfondo e sguazzarci in libertà, cosa che ho appena finito di fare.

Genova sfila via nella foschia dell’ultimo crepuscolo, profilo fin troppo familiare e album di ricordi che si sfoglia da sè.
La bagnarola è diversa da quelle degli ultimi anni, ma neanche poi di tanto. Giusto il tempo di far sgranare gli occhi alla piccola Out cinquenne che le scale mobili era abituata a vederle solo alla Upim, per il resto c’è solo una patina un po’ più dorata qui e un po’ meno salmastra là. I corrimano del ponte esterno non hanno ancora fatto in tempo ad essere riverniciati enne volte una sull’altra, fino a diventare qualcosa di stupefacentemente appiccicoso.
Quante volte, quante.
Quante volte ho assaporato questo senso di libertà, l’aspettativa del viaggio, che per mare assume altre sembianze, una pendolarità diversamente scandita. Rallenta il tempo, le ore da far passare perchè non c’è altro da fare, una pausa da tutto dove tutto può essere immaginato. Destinazioni, facce, storie. Le storie raccontate delle valigie, dai visi, dalle letture accompagnatorie, e il tempo di cogliere ogni dettaglio e di costruirici su qualcosa, di scoprire incastri da puzzle. Storie che cambiano dimensione nel buio (o quello che buio dovrebbe essere: io e la Tirrenia evidentemente abbiamo opinioni diverse in proposito), storie che colano nel dormiveglia, e si compongono in mille combinazioni diverse. Il film semi-inutile visto nella sala cinema ci mette del suo, e così il brivido dell’imprevisto che accompagna il passaggio abusivo da una classe all’altra (guadagno netto: tre centimetri di imbottitura e cinque per parte sul perimetro di una poltrona che potrebbe anche rendere possibile il sonno, se non fosse unita in una triade malefica con la luce che non dovrebbe esserci e la temperatura polare). Dormivegli così, nel dondolio lieve che l’indomani verrà definito come assai più cruento da certe dame di pianura.
E l’alba ti lascia ad aspettare un treno ai bordi di un porto che tante volte è stato raggiunto in extremis o abbandonato di furia, per non lasciare nemmeno un secondo più del dovuto alla distanza che separava due giovani corpi abbronzati.

Quanto tempo che non passavo di qua.