[Norwegian pirl: la genesi]

« (…) il Nilo comincerà a pullulare di zebù; essi usciranno, ti entreranno in casa, nella camera dove dormi e sul tuo letto, nella casa dei tuoi ministri e tra il tuo popolo, nei tuoi forni e nelle tue madie. Contro di te e contro tutti i tuoi ministri usciranno gli zebù». Esodo, 7, 26.

Ecco.
Poi non dite che non vi avevo avvisato.

C’è un prima e c’è un dopo.
A volte c’è anche un prima che non può aspettare che arrivi il poi, ma questa è un’altra storia.
Nel prima c’è Morten Harket. A me non mi freghi, Morten, io l’ho capito appena ti ho visto che quello spazio fra i tuoi incisivi rimandava dritto dritto a Nada e al Sassofono blu. Le royalties per il nome dovete darle, taccagni, non fate finta di niente.
C’è Smilla, nel prima, e prima ancora Andersen. Ora, che la Danimarca vanti il più alto tasso di suicidi in Europa è un fatto, certo, il clima, ma pure tu, benedetto, la ragazzina assiderata e la madre che si cava gli occhi e li fa cadere nel pozzo, adesso tu dimmi se, ma favole un cazzo, Hans Christian, hai traumatizzato una generazione e qualcuno bisogna che te lo dica. The kingdom era Disneyland, in confronto.
Ci sono Maj Sjöwall e Per Wahlöö, nel prima, e Stieg Larsson, che gli dei mi perdonino, ma ci son pure quei momenti in cui una ragazza ha bisogno di qualcosa di grosso e pazienza se non regge la conversazione, dopo gli chiami un taxi e via.
C’è Erlend Øye col tutù e una notte in cui c’era qualcosa nell’aria, altroché se c’era, Fernando, anche se poi in sottofondo c’erano i Giardini di Mirò, e una squadra inusitatamente campione d’Europa e un’altra composta quasi esclusivamente da giocatori di nome Jensen che faceva ubriacare i cronisti. E un tale Sven Goran, come no. C’era del marcio e Vicky il vichingo, Villa Villacolle e i suoi abitanti, e un viaggio fantastico cominciato con la sottoscritta alla guida di un’Astra SW per 900 chilometri attraverso la Germania, di notte, con la radio bassissima per non svegliare i tre macachi che dormivano, uno dei quali si rivelò un compagno di viaggio talmente insopportabile che a saperlo prima l’avrei abbandonato in un’area di servizio alla mercé dei camionisti del Baden-Württemberg, e l’alba sul Baltico e una casa bellissima a Copenhagen, Legoland e Christiania, di cui ho più solo una foto appesa sul muro di fronte al mio letto, proprio dietro la porta. E Elsinore, e scoprire con immensa soddisfazione che l’irritantissima scena finale dell’Amleto di Zeffirelli, quella in cui Mel Gibson muore esattamente al centro della sala solo per urtare il mio senso estetico scaleno, non era stata girata lì, non potete capire il sollievo.

C’era un moroso norvegese che fece la spola per un po’ ai tempi in cui le low cost non erano ancora state inventate, da cui imparai come comunicare in maniera efficace la mia stima alla curva avversaria in uno stadio e altri fondamentali.
E poi, qualche anno dopo, ma sempre prima, c’era K (che per inciso non dà il nome all’omonima pagina, fosse ispirata a lui si chiamerebbe Generazione P) che leggeva Montanelli in roulotte a Nowhere e tutti e due scoprivamo che la pronuncia esatta dell’aggettivo è scandinàvo e non scandìnavo come avevamo sempre detto, tu guarda se dovevamo arrivare in Nuova Zelanda per scoprirlo, e sempre in Nuova Zelanda c’era Norwegian wood che era uno dei libri che mi avevano regalato da portare in viaggio, l’altro dei miei era “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, quelli di K non me li ricordo. Il kindle era ancora di là da venire.
E questo era grossomodo il mio rapporto con la Scandinavia in generale e con la Norvegia in particolare prima.

Poi è arrivato lui.

Un uomo alto 1,93, che non supera i 90 kg e che solo per certi traduttori di Piemme si può definire tarchiato. Ivan Zaytsev è alto 2,02 e ne pesa 100, per dire.
Lo so che in realtà dovrei dire “poi sono arrivati loro”, ma mica tutto quello che ha scritto Nesbø mi è piaciuto. Il cacciatore di teste va bene giusto quando hai finito di rileggere pure i vecchi Liala di mamma, perché non è nemmeno grosso.

Lui, invece.

Non che abbia mai avuto bisogno di grandi scuse per prender su uno spazzolino da denti e andare in giro per il mondo a far ridere del mio dentifricio da viaggio, però è vero che a volte capitano storie ambientate in posti che ti chiamano talmente forte che resistere è una battaglia persa. Poi parlo io, che ho quel famoso problema con le tentazioni.

Organizzare la missione Norvegia è stato particolare da più punti di vista: il primo viaggio superiore ai tre giorni che facevo di nuovo da sola dopo molti anni, con un budget reso ancora più ridicolo dal fatto che l’affitto di casa era tornato ad essere interamente a mio carico, mentre il mio stipendio era rimasto la miseria che era. Ma organizzarsi le vacanze senza doversi preoccupare dei soldi o delle condizioni meteo  è una roba noiosissima, disse la volpe all’uva. All’epoca ero ancora

– Una vendemmiatrice alta un metro e un portacenere pieno! – diranno i miei piccoli lettori balossi.

No, ragazzi, avete sbagliato: all’epoca ero ancora una lavoratrice del settore cultura e spettacolo. Una di quelli che non intasano le bacheche altrui lagnandosi di dover lavorare i festivi, non so se avete presente. Quelli che le ferie ce le hanno in periodi inconsulti: febbraio, novembre. Ottobre, nel caso specifico, giusto prima di quella stagione troppo esotica per noi creature tropicali. Perché ricordiamoci che stiamo sempre parlando di una che va in Norvegia forte dell’esperienza datale dall’aver visto L’era glaciale e la neve cadere tre volte in vita sua. Una che una settimana bianca non l’ha tuttora mai fatta, e non solo perché di bianco non possiede manco mezza mutanda. Una a cui ancora non avevano detto che parlava inglese con l’accento di Winterfell. Una che quando è salita in cima alla Jungfrau la cosa più intelligente che ha saputo fare è stata cadere di culo sul ghiaccio e che in Norvegia, ad ottobre, si è comunque portata il costume, che non si sa mai.

Quindi comincia tutto con lo squillo della terza sveglia, quella che ti segnala che se ti metti in macchina ORA perdi il volo solo di dieci minuti. Mostri d’imperio a Grogu le uscite di sicurezza dal tuo zaino, cacci dentro delle cose a caso tra quelle che stavi organizzando da tre giorni e che lei ha giustamente tirato fuori perché nessuno sano di mente andrebbe mai in Norvegia senza una gatta –  il che, perdendo per un attimo di vista la differenza risibile tra un topo e un alce, può anche essere vero – e, venti minuti, dopo una meteora ipertricotica in assetto da guerra entra a capofitto sull’ultimo CAG-BGY della notte un attimo prima che chiudano le porte.

Grogu dormirà benissimo nel sacco a pelo dimenticato sul letto, dopo averlo impastato per bene.

La meteora un filo meno, le madonne come isolante per dormire all’addiaccio in aeroporto, non sono un granché, ve lo dico.

E questo era il prologo.imgp1139

[a selargius che giorno è]

Esattamente alle 10.30 del 5 Agosto dell’anno della Dea 2005 entriamo in Bosnia Erzegovina.
O meglio: il calendario segnala Agosto come mese in corso in maniera piuttosto inequivocabile.
La temperatura al suolo oscilla tra i 10 e i 12°.
Ci arrendiamo all’evidenza: è Novembre.
L’effetto psicologico è nulla in confronto a quello fisico: il freddo rompe le dighe del nostro sistema urinario. Non il massimo della vita quando a un metro e mezzo dal ciglio della strada cominciano i campi minati. La vescica scoppia, ma non una goccia si fida ad uscire. Ha paura di finire inavvertitamente su qualcosa di letale.
Il teschio occhieggia malefico dal suo cartello, insieme alle due tibie incrociate. La pipì che scappa non è più un problema che lo riguarda.
*
Il passaggio del confine avviene senza i traumi paventatici dalle nostre conoscenze croate: nessun doganiere pretende di essere corrotto a botte di cinque euro, né di sequestrare la nostra scorta di cd. Sostanzialmente non ci si fila nessuno, e possiamo tornare a concentrarci sulla strada.
Le statali serbo-croato-bosniache sono assimilabili, nei casi più felici, alle nostre provinciali.
Quando il limite è a 50 – spesso – tutti ci si attengono scrupolosamente.
Quando ti trovi davanti un mezzo pesante – spesso – sogni di andare a 50.
Quelle che sulla carta sembrano tre ore e mezza di strada, dal vivo diventano sette. Estenuanti. Istruttive. Le moschee cominciano a spuntare come funghi sotto il cielo di piombo. Le cataste di mattoni dell’Unione Europea destinati alla ricostruzione si fanno sempre più frequenti. Bihac, rotaie che non portano più da nessuna parte. Fuori dalle cittadine più importanti, lungo la strada, decine e decine di improbabili baracche vendono improbabili cd. Sotto gli ombrelloni, lungo la strada, si vende di tutto: formaggio, focacce, dolci. Furgoni trasformati in alveari portatili offrono miele. Resti di case sempre meno sporadici. Colgo con la coda dell’occhio un muro annerito, dove la scritta “Hrvatska kuća”, casa croata, finisce nella breccia di una granata, la dicitura che poteva servire a salvare la propria casa diventata mortale all’ennesimo capovolgimento di fronte.
Tutto fila via. Il cartello d’ingresso nel villaggio di Brvasko, il segnale di attraversamento davanti alla scuola. La scuola è una rovina bombardata. Brvasko non esiste più.
*
Attraversiamo con sussiego la nostra fase cirillica, al passaggio nella Repubblica Serba di Bosnia. Un modo come un altro per mettere a proprio agio gli eventuali turisti. Non un cartello in caratteri latini (verso il confine con l’Ungheria sono più furbi, i punti di ristoro son segnalati in maniera comprensibile). Ma noi siamo due genii del male e proseguiamo imperterriti alla volta dell’esotica CAPAJEBO.
*
La cui periferia comincia con una distesa di empori cinesi. Chilometri di empori cinesi. Lentamente il profilo della città si solleva, spuntano i casermoni dell’architettura di regime, brutti come pochi. E la città comincia. Si incunea lungo il fiume verso il centro storico, verso il centro della conca naturale che ne ha permesso lo scempio. All’inizio del viale a otto corsie ci aspetta un edificio completamente sventrato. Questo è quello che vi attende, sembra dirci coi suoi rimasugli di interiora pastello. Siete sicuri di voler vedere?
*
Sono sicura.
Ma non sono preparata.
Non sono preparata al manifesto gigante che sembra reclamizzare una marca d’abbigliamento casual.
Ma Srebrenica non è una marca.
Caccio indietro le lacrime perché devo guardare la strada. Ne avrò fin troppi da vedere, di quei manifesti.
*
Contrariamente alle aspettative, Sarajevo non sembra offrire alloggi a buon mercato. I due o tre alberghi di standard occidentale hanno dei prezzi che a sentirli mi sembra di aver capito male. Quei cento euro di troppo devono servire a ricostruire un’accoglienza, evidentemente, ma sono fuori dalla nostra portata. Un portiere caritatevole ci segnala un appartamento, qualche portone più in là. E’ nostro. Un appartamento senza camere da letto, in modo da poterlo facilmente spacciare per la zona giorno di quello del nostro padrone di casa, al piano superiore. Ci invita a toglierci le scarpe sulla porta, ci offre delle pantofole e ci prepara il divano-letto. E’ gentilissimo, ci spieghiamo a gesti, inchini e sorrisi. Sua figlia parla inglese, ma è meno cordiale. La casa è arredata con quel gusto un po’ lezioso tra il mediorientale e la profonda provincia italiana. La cucina è superaccessoriata, vi trionfa un frigo spaziale desolatamente vuoto. La toilette sembra un gioiello Liberty, il bagno un bijoux celeste con una enorme vasca biposto. Nel nostro salotto una signora bionda, vagamente ma fin troppo somigliante a Pì, occhieggia da una cornice d’ottone. Non si è vista, né la vedremo mai.
*
C’è un’aria speciale, a Sarajevo. Sei consapevole di trovarti davanti a qualcosa di estremamente prezioso, un gioiello che ti offre, con vera grazia regale e senza ombra di ostentazione, un viaggio inestimabile nella storia e nella cultura. La vera porta europea tra Oriente e Occidente, a dimensione d’uomo. Le rovine del caravanserraglio – rovine per anzianità, si affrettano a precisare, non per morte violenta come gran parte di ciò che le circonda – evocano i fasti dell’antica Bisanzio, ori, olii, sete, spezie, profumi, splendori da mille e una notte, affari conclusi tra tè alla menta e fumo di narghilè. Merletti di legno e pietra ricordano l’avvicendarsi di corti raffinate e arti eccellenti, virtuosismi musicali e perfezione pasticcera. La cucina bosniaca riflette in pieno lo spirito della città: mille influenze, amalgamate in maniera armonica, portano ad un sofisticato, invidiabile e sorprendente piacere dei sensi. Ed un sesto senso, un senso di pace, ti invade mentre guardi oltre il balcone di legno intagliato di quello che è diventato uno dei nostri ristoranti preferiti di ovunque, davanti a noi un minareto e un campanile simboli di pacifica coesistenza. E’ facile sentirsi a casa, a Sarajevo. Naturale.
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Ed è ancora più naturale sentirsi sulla pelle, nelle viscere, l’oltraggio, la violenza, l’insensatezza che ha portato tutto questo a un passo dall’annientamento, dalla distruzione totale, dalla scomparsa per sempre. E in nome di cosa, poi? Potere, terra? Che vantaggio può portare la conquista di qualcosa di prezioso nel momento in cui lo fai tuo distruggendolo?
A noi son bastati tre giorni per sentirci cittadini di Sarajevo, per sviluppare un senso di appartenenza e protezione, e non siamo nessuno. Ad altri non son bastati tre anni. Per molti Sarajevo è già dimenticata, ora che non occupa più fastidiosamente i telegiornali all’ora di cena.
*
Merletti di legno e pietra che mostrano le proprie ferite con dignità, ma senza più alcun pudore, come una donna ripetutamente stuprata alle prese con l’ennesimo controllo ginecologico. I tram sferragliano sforacchiati e malconci, eppure allegri, perché c’è ancora qualcuno da portare in giro. Gli abitanti di Sarajevo sono belli come solo il frutto della mescolanza fra popoli può essere, checchè ne dicano certi commenti a Pera delle nostre vergognosamente alte cariche istituzionali. Sono pieni di voglia di vivere, gli abitanti di Sarajevo. Una cosa contagiosa. Sono gentilissimi e fieri. E ne hanno ben donde. Non conosco nessun altro che sia sopravvissuto ad un assedio di più di mille giorni. Sapete quanti sono, mille giorni?
Un assedio è qualcosa di cui si legge sui libri di storia, nelle saghe fantasy.
Non è qualcosa che succede in una città europea tra il 1992 e il 1995.
E’ qualcosa di epico, non di quotidiano. Voglio dire, c’è un’immagine pubblica da mantenere. Il pubblico occidentale vuole essere intrattenuto al massimo con le strategie, sempreché non risultino troppo noiose prima del telequiz. Con le promesse di risoluzione a breve, con le trattative di pace che tengono la coscienza a posto. Due fiammate sullo sfondo, un rombetto di carrarmato, ma finché la cronista ha la pashmina al suo posto è tutto sotto controllo.
Vi immaginate Firenze sotto assedio? Firenze ha la conformazione ideale, proprio come Sarajevo. Una conca circondata da colline. Improvvisamente gli umbri (gli umbri??) decidono che hanno bisogno di più spazio e di uno sbocco al mare, circondano Firenze e cominciano a bombardarla con ogni mezzo. Persino con cose che fanno male. La città rimane isolata dal resto del mondo, acqua, luce, gas, energia, viveri, medicine, informazioni, tutto tagliato. Gli Uffizi sotto le granate.
*
Adesso mi sveglio, dice la signora Guicciardini.
…zz…zzz…zz…oh, ‘un mi frega mi’a, il pescivendolo, la prossima volta se lo mangia lui il branzino guasto, ma te tu pensa icché sogno brutto m’ha fatto fare, che a Firenze c’era la guerra, manco fossi la mi’ nonna.
*
Già, perché la guerra è roba da nonni. Al massimo da qualcuno dei nostri genitori. Ma noi? Noi che ci sentiamo a disagio se dimentichiamo il cellulare a casa, che sentiamo lesi i nostri diritti civili se nel banco frigo manca lo yogurt albicocca-senape-maracuja con lo 0,02% di grassi e i fermenti lattici vivi che parlano cinque lingue? Voi ce la vedete vostra madre che ci dà dentro di accetta (avercela) sulle sedie buone del salotto per fare il fuoco per terra in cucina perché è Gennaio e ci son -2° in casa?
*
         Come, -2° in casa?!
         Embè, per forza. Sai quel colpo di mortaio che ha distrutto la palazzina dell’ing. Cecchi, ieri mattina, che meno male loro eran di già all’ospedale da campo per via di quella scheggia che s’è preso il Franceschino. Beh, le tegole son schizzate via come proiettili e ci han bucato il nostro, di tetto, sicchè ora s’ha -2° in casa.
*
Ce la vedete la nostra società terrorizzata dai peli superflui messa in ginocchio dai batteri che provocano i cattivi odori? Siamo figli di un automatismo elementare: giri il rubinetto, esce l’acqua. Premi il pulsante, parte lo sciacquone. Uno dei miei incubi domestici peggiori è l’inceppamento di questa catena. In un bagno pubblico il mancato funzionamento dello sciacquone può portare a una serie di drammi, dall’imbarazzo, al disgusto, alla gogna sociale.
*
Ha un odore strano, l’acqua, mentre riempiamo la vasca, la sera. E, nonostante lo spazio non manchi, ho bisogno di stringermi a lui.
*
Il 5 Agosto del 2005 mi trovavo di fronte ad un manifesto del Srebrenica Identification Project. Fissavo sconvolta l’enorme immagine di un giubbottino di jeans, appartenuto alla vittima del genocidio catalogata col codice CSK-124. Il giubbottino era malconcio, macchiato di polvere, sangue e diosacosa. La manica sinistra maciullata, e dall’avambraccio in giù non esisteva più. CSK-124 probabilmente giace ancora in una cassa di piombo in uno dei capannoni adibiti a morgue, a Srebrenica. Non è stato possibile identificare tutti i resti, non è stato possibile assegnare a ciascun superstite una tomba su cui dirigere le proprie lacrime. A qualcuno è rimasto solo un brandello di jeans.
*
Il 5 Agosto del 2008 mi ritrovo a lavorare con una persona che pubblica sul suo blog dichiarazioni tipo questa, peraltro firmata da terzi e senza neanche il coraggio di commentarla:
Come di consueto, quando si parla di “crimini di guerra”, le reazioni del mondo politico internazionale sono spesso concordanti, soprattutto se si tratta di fenomeni contrastanti la “democrazia universale” alla quale tutto viene concesso o mascherato.
Anche in questo caso si è gridato “giustizia” unanime dopo l´arresto di Radovan Karadzic, senza che nessuno abbia ritenuto opportuno sostenere che, l´ex leader serbo, è stato uno dei maggiori difensori della propria sovranità politica e, di conseguenza, del proprio popolo.
La Fiamma Tricolore, che da sempre rivendica la sovranità dei popoli, condanna la campagna diffamatoria contro Radovan Karadzic che etichettato come “criminale di guerra” lo rende un mostro agli occhi del mondo.
Nessuno però ricorda il genocidio etnico subito dalla popolazione serba in Kossovo (oggi indipendente) e degli annessi crimini dell´UCK, nonché i bombardamenti statunitensi della forze NATO in territorio serbo (…)”
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A parte la presunzione (forse del Kosovo non si ricorda più nessuno di quelli che frequenta lui), ma certo che ci vuole impegno per sostenere un sillogismo franante tipo:
Karadzic è un criminale di guerra.
Non tutti i criminali di guerra sono universalmente riconosciuti come tali.
Karadzic non deve essere considerato un criminale di guerra.
Come no. E Babbo Natale esiste, e la strage di Srebrenica l’ho fatta io.
L’altro giorno Uazza mi raccontava di quando hanno aperto una delle ultime fosse comuni, nei dintorni di Srebrenica. Ci hanno trovato dentro i resti di 500 persone. All’impiedi.
Il che può voler significare una sola cosa: che sono stati sepolti vivi.
Sono d’accordo col mio nuovo collega: la parola “mostro”, per certa gente, non è affatto appropriata.

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