D’accordo, è uso privato di mezzo pubblico.

Ed è ignobilmente out o’referenziale.

E il fatto che il blog sia mio potrebbe pure non significare una fava.

Però, ecco, ci tenevo a condividere con voi questo momento.

Non ho ancora avuto modo di guardarla con attenzione,

ma

sembra

proprio

che qui in cima al collo

ci sia la mia solita faccia da culo.

Non ci resta che il passamontagna.

 

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[che abbiamo visto genova]

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Una concorrente.

Mille e una insidia.

Imprevisti.

Probabilità.

Una sola, grande sfida.

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BALORDISTAN EXPRESS

La colazione dei campioni

Immagine

Col tasto rosso del tuo display aptico potrai inviare la soluzione al quesito di oggi:

cos’è finito questa mattina sul pane tostato della concorrente?

In palio un buono per un brunch balordo della domenica, valido per due persone che vi stanno particolarmente sul cazzo.

[careful with that onion, oliver]

Alta.

Bella.

Bionda.

Alta, bella, bionda.

Occhi.

Celesti.

State già pregustando il ritornello?

Bene.

Accompagnato da un rumore di puntina strisciata malamente, irrompe sul vostro palcoscenico interiore un villico zozzo di terra e sudore, il quale placca la Beata Prorompenza Periforme e attacca a strillare che avete cagliato i maroni con ‘sta storia che non deve sapere quant’è buono il cacio con le puppe.

Poi se ne va come una furia, pestando gli scarponi inzaccherati nel vostro stagno mentale finché anche l’ultimo riflesso della vostra fantasia canora non è svanito.

Quando riaprite gli occhi nel mondo reale, al posto di Lady Williams-Conference vi appare lei.

Lui.

Lei.

Vabbè.

Creatura mitologica dal corpo di bue muschiato e testa di Giacobbo.

Capelli corti pezzati da avanzi di tinture sotto le quali si intravvedono larghe chiazze di bianco sporco, come da sotto mani e mani di intonaco scrostato.

Maglietta grigia con stampa di inspiegabile damina in tournure, che mette in evidenza, all’altezza del petto, quelle che si direbbero due orecchie da cocker.

Pantaloni della canadese grigi con elastico alla caviglia. Due piedi da hobbit, insaccati in un paio d’infradito, contrastano con un paio di mani curatissime dalle unghie smaltate di scarlatto. Le guardi e pensi alla disgrazia che ha portato al trapianto con il primo pezzo di ricambio disponibile.

Naso aquilino, bocca dagli angoli sdegnosamente piegati all’ingiù, come se trovarsi sul sedile di fronte, di domenica mattina presto, una sciamannata che sembra aver corso per prendere l’autobus dopo essersi cosparsa di vinavil e rotolata nell’armadio dei Mötley-Fa’ qualcosa- Crüe, fosse uno spettacolo indegno a cui sottoporre il contribuente onesto.

La sciamannata, nel frattempo, cerca di concentrarsi sui petali, o le piume, o le sfogliatelle di plastica che decorano le infradito della creatura per non risultare indelicata fissandole i baffi.

Ma improvvisamente, sull’autobus si filodiffondono le note del tema de “Il padrino”.

“Li ho fissati solo per trenta secondi!” – pensa la sciamannata – “E sono qui solo perché mi si è scaricata la batteria di Amaranta. E comunque sarei rimasta senza benzina. E avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi ha portato la casa! C’era il funerale delle cavallette, è crollata l’inondazione, una tremend…”

La sventurata si infila una mano sotto l’ascella, ne estrae un telefono e risponde.

“Ciao, micione”.

Così.

Due parole, un lavoro pulito. Meglio di un colpo a bruciapelo.

La sciamannata fatta secca verrà rimossa solo al capolinea.

[the professional]

14.

– Allora la cena di Ferragosto si fa da noi, eh?

– Ok. Porto il riso nero salmone e avocado.

– NO!! Cioè, no, volevo dire, non serve che ti dist…

– Oppure la pasta al limone e olive.

– EEK! No, no aspetta, davvero, ci sarà tant…

– Ma a Fede piace.

– Fede quando ha saputo che portavi qualcosa ha deciso di passare Ferragosto a Ulan Bator.

– Ma se l’ho sentita un’ora fa!

– Un last minute. Un’emergenza. Un summit. Una sostituzione per maternità. E’ dovuta partire all’improvviso.

– Uhm. Quindi cosa porto?

– Piatti di carta.

– E..?

– Birre.

 

Capite bene che non sarà certo un velato messaggio a impedirmi di lasciare che i miei amici sprofondino nella barbarie gastronomica.

Giungo a casa manovrando Glorià come fosse un hobie cat, e sì che ho preso solo lo stretto indispensabile per far fronte ai miei due inaspettati giorni di ferie estive, approfittando dei quali indulgerò a depurare il mio spirito con Tai Chi all’alba e tisane alla sera. I cinque chili di M&M’s con arachidi, gli otto sacchi di nachos, i cetrioli, le due piante di lime, la cassa di acqua tonica e lo yogurt magro sono solo di scorta nel caso di un abbassamento di pressione.

E poi ho i maledetti piatti di carta, ovviamente.

Le birre.

E uova. Che insieme alle patate che per fortuna avevo già in casa, altrimenti avrei solo potuto trasportarle producendomi in un numero di alta giocoleria di cui non volete sapere niente,  andranno a comporre la più saporita, irresistibile, squisita tortilla che mai sia stata gustata in questo emisfero. Insalata di riso, tz! Pasta fredda, pfui! Tortilla di patate: l’unica cosa che può rendere indimenticabile una cena di Ferragosto degna di tale nome, la più profonda dimostrazione d’affetto che si possa offrire ai propri amici.

Un po’ come una frittata a casa Lorenzini.

 

Trascino una Glorià particolarmente recalcitrante su per il mausoleo che separa il cancello di Villa Balorda da un enfisema.

Dai, Glorià, su, che devo salire a fare la tortilla mentre stormi di cherubini gorgheggiano “magno cum gaudio!”.

No, Glorià, non è la stessa cosa restare a prepararla qui davanti ai contatori.

Glorià, non fare così, pensa ai bambini che muoiono di fame a Quartucciu.

Ma no le crocchette per gatti, Glorià, sono amici, vergognati!

Glorià, perdincibacco, basta coi capricci, sali questa diamine di rampa del piffero ché non possiamo star qui tutta la notte!

Ora, ho chetato con grazia e fermezza nerboruti portieri pronti ad avventarmisi alla gola su calci di rigore inesistenti e regolarmente assegnati. Ho sedato con una parola gagliardi attaccanti in preda a legittimo istinto omicida su calci di rigore plausibilissimi et eziandio negati. Ho pietrificato con lo sguardo e un cenno del mento allenatori più abili nell’uso del congiuntivo trapassato che nel modulo a zona, e ciononostante incapacitabili del non essere stati convocati ad allenare la Seleção. Eppure il mio ascendente su un inutile, testardo ammasso di ferraglia rugginosa è pari a zero: Glorià, candidata all’Oscar come Miglior Mulo Imbizzarrito Protagonista, si pianta, decide che il nostro futuro è nel rutilante mondo degli stunt e, con una manovra da cintura nera di carognaggine, si rovescia sull’asse longitudinale, qualunque esso sia, in un tripudio di bottiglie di birra molotov e uova à la kamikaze, mentre in sottofondo suona “Cool bikes don’t look at explosions”.

Lurida esibizionista svergognata, non vedrai il tuo nome più grande del mio sul manifesto del Circo Togni. Il mio doppio salto mortale indietro con triplo rimbalzo sul gradino, touchdown di menisco e affrittellamento carpiato finale fa scattare l’ovazione nel pubblico composto essenzialmente da lucertole e api. Addirittura una coccinella si avvicina per stringermi cinque o sei mani, sottolineando che si vede che ho un passato da ginnasta.

“Passato” è la parola. Nel senso che quando mi rialzo sembra che mi sia passato sopra un camion della nettezza urbana.

Il rubinetto del giardino, a pochi centimetri dalla mia schiena, si ritrae mormorando “non farmi del male”.

L’unico suono che turba il silenzio è lo sgocciolio dai cocci e dai gusci in frantumi. E l’aria attraverso i raggi di una ruota che continua a girare rivolta al cielo.

 

Glorià ed io ci guardiamo sbieche e doloranti come Skip e Jonathan nella scena finale di “Class”.

I miei amici adorati smettono di piantare spilloni in una bambolina di stracci e paglia aggrovigliata.

 

Nessuno, vi giuro, nessuno ancora sospetta che nel mio corpo si sia avviata una terrificante mutazione genetica.

 

 

[i-i-in vietnam it was fourteen]

L’avete voluto voi.

(voi chi?, diranno i miei piccoli lettori guardandosi alle spalle. Voi, quelli che stanno su Facebook. Se siete tra coloro che leggono solo qui, avete facoltà di rintracciare quegli altri uno per uno, legarli in giardino e costringerli ad ascoltare tutta “La recherche” letta da Cesare Maldini)

Esperienze drammatiche, si diceva.

Pericolosissime.

Anzi, molto pericolosissime, stando all’ultima moda lanciata da Casteddu online.

Metti una colecistectomia, per esempio, che solo per essere riuscita a pronunciarlo senza ridurmi la lingua a una gassa d’amante mi merito un premio.

La colecistesticazzectomia è un’operazione ormai di routine, ma presenta effetti collaterali durante il decorso che possono risultare letali. Tra questi si rilevano episodi di autolesionismo tra i bravi venditori, crisi respiratorie a carico dei lettori abituali di pixel, un richiamo formale da parte dell’Associazione Medici Dentisti Italiani e casi di ipnosi regressiva che colpiscono attempate tenutarie di blog e fanno risalire a galla, dai fondali melmosi della loro memoria, ricordi inquietanti.

Reperto n°1: si diceva che fosse l’estate più calda del secolo. Il mare s’era trasformato in una zuppa di miso, e quella specie di brodo primordiale aveva creato l’ambiente più adatto al proliferare di una specie fino a quel momento aliena dalle coste atlantidee:

la medusa gigante.

Se fosse buona o meno da mangiare, non vi so dire.

(certo, c’era anche chi aveva problemi più seri. Ricordiamo con affetto l’eroico edicolante della 554 e l’ancor più eroico estirpatore di Karote)

Qualunque attività si svolgeva in acqua, dal mangiare alle riunioni di condominio.

Tutti i notiziari ricordavano di consultare l’apposito bollettino prima di spostarsi da un luogo chiuso all’altro per sapere quanti secondi di sopravvivenza erano garantiti in assenza di aria condizionata.

I fenicotteri volavano arrostiti di tutto punto con un trinciante in mezzo alle ali, i profilattici venivano tenuti rigorosamente in freezer, e garantivano quel bell’effetto ritardante per lui, rinfrescante per lei.

Ho reso l’idea.

Sto lì bella (bella?) – sto lì (omissis) in infusione come se avessi tatuato Twinings sulle chiappe, che ondeggio al largo con fare paperesco, quand’ecco che una frusta invisibile mi sferza il costato e una gamba, paralizzandomeli. Provo a guadagnare la riva, ma mi rendo conto che farlo afflosciandomi sul fondo come un palombaro gonfiabile (ognuno ha i feticismi che si merita) non garantisce il risultato.

Il dolore è atroce. Il mio ultimo pensiero cosciente è che, cazzo, m’hanno lasciato da bere solo il sale e si son fottuti la mia tequila con tutto il limone.

Riprendo conoscenza in un chiosco. Sento la proprietaria dire al figlio di tenermi sveglia mentre arriva l’ambulanza, e questo bambino di dieci anni che mi intrattiene raccontandomi che in Australia ci sono le meduse velenose che se ti toccano muori. Faccio il mio primo giro in ambulanza in preda ai brividi e al delirio, il bambino ora è il direttore del Telefono Amico.

Mi scaricano d’urgenza al pronto soccorso. Non so cosa mi abbiano fatto sull’ambulanza, morfina, diacetylmorfina, ciclozina, codeina, temazepam, nitrazepam, fenobarbitale, amobarbitale, propoxyphene, metadone, nalbufina, petedina, pentazocina, buprenorfina, destromoramide, chlormetiazolo. Qualunque cosa sia, fluttuo in uno stato di soffice deprivazione sensoriale che suppongo preceda la morte. Sopra di me, la luce di cui tutti parlano, solo che me l’aspettavo diversa da un disco volante al neon.

E improvvisamente sento qualcuno annunciare che il dottor Carter sta arrivando a visitarmi.

L’ultimo barlume di coscienza vorrebbe indignarsi per lo sfregio di farmi arrivare al cospetto di John Carter giusto in tempo per fargli dichiarare l’ora del mio decesso, ma il resto è andato e il paradiso è un posto pieno di angeli con tuniche bianche aperte sopra casacche verdi. Se sono fortunata incontrerò pure Mark Greene.

In paradiso non mi fanno entrare subito, segno che quelle carogne della Cherubin Intelligence Agency sanno il fatto loro quanto a dossier. Mi ritrovo su un letto singolo in una saletta spoglia. Affianco a me, la mummia di Tutankhamon in scala 1:4. (scoprirò poi che si tratta di un bambino a cui un amichetto, per giocare, aveva tirato una medusa gigante in piena faccia). Mi sento come Hans Gruber dopo trenta piani di morbidezza. Peccato per l’atterraggio. Improvvisamente si apre una porta ed entra un’infermiera.

– Il dottor Carta sta per passare a visitarla per vedere se può essere dimessa. Come si sente?

– Devo avere un’otite. Ha detto che il dottor CartER viene a dimettermi?

– Un’otite, qui non risulta. Il dottor CartA l’ha curata per uno shock anafilattico.

– No, guardi, c’è un errore, io sono in cura col dottor CartER.

– Non abbiamo nessun dottor CarteER, qui. Ma il dottor CartA è bravissimo.

– C’è un errore. Un errore. Sicuramente, c’è un errore. CartER. Errore. Errore. CartER. Errore. Grosso errore. Sicuramente. CartER.

– Non si agiti. Ce la vuole l’oliva nel Lexotan?

[famo du’ calcoli]

Legno e cuoio.

Di cuoio – ad eccezione di quello capelluto – non sono una grande esperta, il profumo del legno mi piace molto.

In ogni caso, se uno che di uomini se ne intende dice che legno e cuoio è l’odore dei veri maschi, mi fido senza riserve.

Completamente.

In maniera assoluta.

Però.

Però voglio rivelarvi un segreto, uomini di sesso  maschile che doveste trovarvi a passare di qui per caso  attirati da tag su calcio e aspiranti pornodive attaccati ad arte su post di cucina, depilazione con la fiamma ossidrica e découpage.

Siete delle creature straordinarie.

Non tutti, evidentemente, qualcuno che faccia notare la differenza ci vuole. Ma alcuni di voi tengono alto l’onore della categoria in una gamma che va dal “molto interessante” al “dio del sesso” passando per l'”assai piacevole”, il “geniale, what else?” e il “non mi basti mai”.

A quelli in zona Champions tutto è praticamente concesso, anche il fatto che l’aroma di cuoio di cui sopra non prescinda da un certo qual sentore di vecchia conceria-ia-ia-oh. Ci piacete così, e avete ragione, in fondo non desideriamo altro che essere trascinate per i capelli nella vostra caverna termoautonoma e scavare a testate una nicchia bar nella parete adorna delle litografie che avete riportato da quel viaggio a Lescaux.

Che tanto lo sapevamo benissimo che la collezione di stampe cinesi non ce l’avevate.

E’ che alcuni di voi sono davvero irresistibili. Non c’è cosa che non faremmo, per voi incantevoli intrecci di pelo, neuroni tirati a lucido e muscoli guizzanti. Persino rinunciare ad un futuro nell’olimpo degli chef, se questo potesse servire a tranquillizzarvi sulla vostra incolumità.

Però.

Però a volte capita di doverci fare violenza e resistere al primordiale richiamo animale. Capita un errore di calcolo, un gatto che passa due volte davanti alla porta ed ecco che là dove c’era l’erba ora c’è una femmina che con voi ci deve lavorare, possibilmente a scadenze strette che non consentono divagazioni o uscite dal seminato, o dall’inseminato, come usa dire un collega burlone con un debole per le neocatecumenali.

[altolà! buoncostume! uscite dall’inseminato con le, uhm, mani in alto!]

(scusate, è stata una mattinata pesante)

E quindi capita che la povera donna tenga già i suoi bravi problemi ad assimilare la vostra appartenenza di individui compresi nella categoria Homo Resistibilissimus alla stessa famiglia del Rivoltamini sicut pedalinum di cui sopra. Non è che non comprendiamo la vostra cavalleria. Lo sappiamo che cercate di agevolarci nell’arduo compito di non strapparci le mutande di dosso e implorarvi di farci vostre almeno per diec…quattr…un minuto e cinquanta sul tavolo della sala riunioni. Il gesto, nella sua grandeur, è encomiabile.

A livello concettuale.

A livello pratico, amici, colleghi e concittadini, non è necessario – ripeto: NON E’ necessario – che appresso al famoso cuoio che dovrebbe inebriare le nostre femminee narici teniate attaccati scampoli della carcassa putrefatta.

La vostra mascolinità è solida e non risentirà di un impacco di allume di rocca, di un cataplasma di cloridrato d’alluminio, di un addobbo a base di confezioni famiglia di Arbre magique e nemmeno di due Gled magic water appesi sotto le ascelle.

Ve lo giuro sulla testa dei dott. Manetti & Roberts.

[love is in the air]

Sabato mattina, 11.40.

Facendo molta, molta attenzione a non indispettire nessuna divinità, da Jahvè al mago Zurlì, a  non sporcare di sangue in giro mentre sacrifico un armadillo albino e a camminare solo sulle mattonelle nere, con lo spirito leggero e fiducioso nel futuro di chi domani andrà a votare mi accingo ad accendere il computer.

Intanto che quello ronza faccio colazione, carico la lavatrice, mi lavo i capelli, leggo tutto l’Ulisse di Joyce comprese le note, la bibliografia e il catalogo della casa editrice. Le solite cose che uno fa mentre il computer si accende, insomma.

Quando ormai dall’appartamento di sotto inizia ad arrivare un piacevole profumo di lasagne appena sfornate, il logo di Windows mi appare in tutto il suo splendore, insieme a una finestrella che mi informa che oggi è il primo gennaio 2002. Mi guardo allo specchio: per avere poco più di trent’anni me li porto decisamente male. Mi ripropongo di darci un taglio coi bagordi a base di semolino e tisane e, per tirarmi su il morale, decido di fingere che sia invece il 2013 e aggiorno la data di conseguenza. Undici anni son lunghi da passare. Il sistema operativo ce li impiega tutti.

Quando il mio computer è arrivato presumibilmente a maggio del 2006, per non cedere alla frenesia butto un occhio su Facebook dal telefono. Pessima idea: una conversazione deliziosa quanto demodé fra persone che sembrano in grado di produrre periodi articolati oltre le sette parole senza usare la k manco per scrivere “chilometro” sta andando avanti senza di me, e quella peste di Fioraso cerca di sputtanarmi la terza serie di Game of thrones pubblicandone il trailer quando io ho ancora sei episodi della seconda da guardare.  Alla larga. Sciò.

Distolgo lo sguardo e il medesimo mi cade sul pavimento del bagno. Da dove sgorga dell’acqua. Una fresca polla giusto al centro del mio bagno. Io devo smetterla con le tisane e riprendere coi superalcolici. L’idea di dare una botta di silicone sotto la porta e avere finalmente la vasca che spetta a ogni cittadino italiano per diritto di nascita viene archiviata a malincuore, insieme a quella di una graziosa fontana sotto la quale strisciare per arrivare al bidet. Esco a prendere il mocio e scopro di aver dimenticato in terrazzo, ieri,  i materassini che uso come divano. Dopo una notte all’addiaccio, sotto la pioggia, hanno un’aria infelice. Li faccio accomodare in lavatrice (operazione poco meno impegnativa del trasporto a braccia di una balena spiaggiata), scusandomi per lo spiacevole disguido. Son talmente concentrata sul tacciarmi di poca furbizia, ché avrei ben potuto lavarli con la pompa e poi strizzarli saltandoci sopra tipo vendemmia, che non mi accorgo della quantità di detersivo che sto versando.

Nel frattempo il calendario del computer ha raggiunto i giorni nostri. Ci siamo. Dove non ve lo dico per decenza, ma l’indicazione “in fondo a destra” dovrebbe lasciarvi intuire qualcosa. La foto che ho sul desktop è talmente bella che il computer insiste perché non guardi nient’altro, inquadratura fissa come in un video dell’avanguardia neorealista polacca. Chiedo aiuto al mio referente informatico di fiducia, noto cantante e stregone part-time specializzato in danze della pioggia, allettandolo con promesse di manicaretti e prestazioni sessuali acrobatiche. Il mio orgoglio di cuoca sopraffina e amante raffinata ne esce fortemente ridimensionato, ma devo aver beccato la sua giornata trimestrale di buonumore, perché mi aiuta. Cioè, ci prova.

– Che sistema operativo hai?

– Dove lo vedo?

(rumore di sparo a un ginocchio. il suo)

– Quanto-è-pieno-il-tuo-computer?

(rumore di sapone che viene strofinato su una corda)

Questa la so.

– Aspetta che te lo dic…

In un moto inconsulto di gioia sfioro col braccio il cavo di alimentazione.  =FRIGGZZZOT=

Buio in sala.

– Aspetta una mezz’ora che te lo dico.

Scarto un criceto nuovo, lo infilo nel processore, riaccendo e aspetto. Aspetto che casa mia venga sommersa dalla massa spropositata di schiuma che si sta creando nella lavatrice, soffocandomi e ponendo fine alle mie sofferenze informatiche e a quelle delle tre famiglie che abitano sotto di me.

Fortuna che la posso sciacquare via con la sorgente di acqua purissima che ha ripreso a zampillare in bagno.

Grogu chiama la protezione animali.

I materassini guardano il mondo da un oblò.

Io guardo a che ora parte il primo volo per Lourdes. E mi si spegne il telefono. Lo giuro sulla mia pasta ai quattro formaggi, possa soccombere nell’eterna lotta fra il bene e la pelle a buccia d’arancia.

E son solo le sei.

 

[e il sesto giorno creò le impedite]