[Norwegian pirl: la genesi]

« (…) il Nilo comincerà a pullulare di zebù; essi usciranno, ti entreranno in casa, nella camera dove dormi e sul tuo letto, nella casa dei tuoi ministri e tra il tuo popolo, nei tuoi forni e nelle tue madie. Contro di te e contro tutti i tuoi ministri usciranno gli zebù». Esodo, 7, 26.

Ecco.
Poi non dite che non vi avevo avvisato.

C’è un prima e c’è un dopo.
A volte c’è anche un prima che non può aspettare che arrivi il poi, ma questa è un’altra storia.
Nel prima c’è Morten Harket. A me non mi freghi, Morten, io l’ho capito appena ti ho visto che quello spazio fra i tuoi incisivi rimandava dritto dritto a Nada e al Sassofono blu. Le royalties per il nome dovete darle, taccagni, non fate finta di niente.
C’è Smilla, nel prima, e prima ancora Andersen. Ora, che la Danimarca vanti il più alto tasso di suicidi in Europa è un fatto, certo, il clima, ma pure tu, benedetto, la ragazzina assiderata e la madre che si cava gli occhi e li fa cadere nel pozzo, adesso tu dimmi se, ma favole un cazzo, Hans Christian, hai traumatizzato una generazione e qualcuno bisogna che te lo dica. The kingdom era Disneyland, in confronto.
Ci sono Maj Sjöwall e Per Wahlöö, nel prima, e Stieg Larsson, che gli dei mi perdonino, ma ci son pure quei momenti in cui una ragazza ha bisogno di qualcosa di grosso e pazienza se non regge la conversazione, dopo gli chiami un taxi e via.
C’è Erlend Øye col tutù e una notte in cui c’era qualcosa nell’aria, altroché se c’era, Fernando, anche se poi in sottofondo c’erano i Giardini di Mirò, e una squadra inusitatamente campione d’Europa e un’altra composta quasi esclusivamente da giocatori di nome Jensen che faceva ubriacare i cronisti. E un tale Sven Goran, come no. C’era del marcio e Vicky il vichingo, Villa Villacolle e i suoi abitanti, e un viaggio fantastico cominciato con la sottoscritta alla guida di un’Astra SW per 900 chilometri attraverso la Germania, di notte, con la radio bassissima per non svegliare i tre macachi che dormivano, uno dei quali si rivelò un compagno di viaggio talmente insopportabile che a saperlo prima l’avrei abbandonato in un’area di servizio alla mercé dei camionisti del Baden-Württemberg, e l’alba sul Baltico e una casa bellissima a Copenhagen, Legoland e Christiania, di cui ho più solo una foto appesa sul muro di fronte al mio letto, proprio dietro la porta. E Elsinore, e scoprire con immensa soddisfazione che l’irritantissima scena finale dell’Amleto di Zeffirelli, quella in cui Mel Gibson muore esattamente al centro della sala solo per urtare il mio senso estetico scaleno, non era stata girata lì, non potete capire il sollievo.

C’era un moroso norvegese che fece la spola per un po’ ai tempi in cui le low cost non erano ancora state inventate, da cui imparai come comunicare in maniera efficace la mia stima alla curva avversaria in uno stadio e altri fondamentali.
E poi, qualche anno dopo, ma sempre prima, c’era K (che per inciso non dà il nome all’omonima pagina, fosse ispirata a lui si chiamerebbe Generazione P) che leggeva Montanelli in roulotte a Nowhere e tutti e due scoprivamo che la pronuncia esatta dell’aggettivo è scandinàvo e non scandìnavo come avevamo sempre detto, tu guarda se dovevamo arrivare in Nuova Zelanda per scoprirlo, e sempre in Nuova Zelanda c’era Norwegian wood che era uno dei libri che mi avevano regalato da portare in viaggio, l’altro dei miei era “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, quelli di K non me li ricordo. Il kindle era ancora di là da venire.
E questo era grossomodo il mio rapporto con la Scandinavia in generale e con la Norvegia in particolare prima.

Poi è arrivato lui.

Un uomo alto 1,93, che non supera i 90 kg e che solo per certi traduttori di Piemme si può definire tarchiato. Ivan Zaytsev è alto 2,02 e ne pesa 100, per dire.
Lo so che in realtà dovrei dire “poi sono arrivati loro”, ma mica tutto quello che ha scritto Nesbø mi è piaciuto. Il cacciatore di teste va bene giusto quando hai finito di rileggere pure i vecchi Liala di mamma, perché non è nemmeno grosso.

Lui, invece.

Non che abbia mai avuto bisogno di grandi scuse per prender su uno spazzolino da denti e andare in giro per il mondo a far ridere del mio dentifricio da viaggio, però è vero che a volte capitano storie ambientate in posti che ti chiamano talmente forte che resistere è una battaglia persa. Poi parlo io, che ho quel famoso problema con le tentazioni.

Organizzare la missione Norvegia è stato particolare da più punti di vista: il primo viaggio superiore ai tre giorni che facevo di nuovo da sola dopo molti anni, con un budget reso ancora più ridicolo dal fatto che l’affitto di casa era tornato ad essere interamente a mio carico, mentre il mio stipendio era rimasto la miseria che era. Ma organizzarsi le vacanze senza doversi preoccupare dei soldi o delle condizioni meteo  è una roba noiosissima, disse la volpe all’uva. All’epoca ero ancora

– Una vendemmiatrice alta un metro e un portacenere pieno! – diranno i miei piccoli lettori balossi.

No, ragazzi, avete sbagliato: all’epoca ero ancora una lavoratrice del settore cultura e spettacolo. Una di quelli che non intasano le bacheche altrui lagnandosi di dover lavorare i festivi, non so se avete presente. Quelli che le ferie ce le hanno in periodi inconsulti: febbraio, novembre. Ottobre, nel caso specifico, giusto prima di quella stagione troppo esotica per noi creature tropicali. Perché ricordiamoci che stiamo sempre parlando di una che va in Norvegia forte dell’esperienza datale dall’aver visto L’era glaciale e la neve cadere tre volte in vita sua. Una che una settimana bianca non l’ha tuttora mai fatta, e non solo perché di bianco non possiede manco mezza mutanda. Una a cui ancora non avevano detto che parlava inglese con l’accento di Winterfell. Una che quando è salita in cima alla Jungfrau la cosa più intelligente che ha saputo fare è stata cadere di culo sul ghiaccio e che in Norvegia, ad ottobre, si è comunque portata il costume, che non si sa mai.

Quindi comincia tutto con lo squillo della terza sveglia, quella che ti segnala che se ti metti in macchina ORA perdi il volo solo di dieci minuti. Mostri d’imperio a Grogu le uscite di sicurezza dal tuo zaino, cacci dentro delle cose a caso tra quelle che stavi organizzando da tre giorni e che lei ha giustamente tirato fuori perché nessuno sano di mente andrebbe mai in Norvegia senza una gatta –  il che, perdendo per un attimo di vista la differenza risibile tra un topo e un alce, può anche essere vero – e, venti minuti, dopo una meteora ipertricotica in assetto da guerra entra a capofitto sull’ultimo CAG-BGY della notte un attimo prima che chiudano le porte.

Grogu dormirà benissimo nel sacco a pelo dimenticato sul letto, dopo averlo impastato per bene.

La meteora un filo meno, le madonne come isolante per dormire all’addiaccio in aeroporto, non sono un granché, ve lo dico.

E questo era il prologo.imgp1139

[against all odds]

Il peggio che possa capitare a una brioche non è essere bandita da Facebook nel momento in cui un tizio rinsecchito leva le braccia e rianima orde di spoileranti.
Non è nemmeno essere costretta a fare a meno dei commenti sull’ultima occasione persa da una veejay per tacere e sperare che nessuno si accorga che un battiscopa le fa 4 a 0 e una figurina, quanto a QI.
No.
Il peggio che possa capitare a una brioche è essere bandita da Facebook a ridosso del momento più importante dell’anno.

Francamente, non contavo che più di una manciata di irriducibili se ne ricordasse.

Alcuni di voi, addirittura, proprio perchè vi conosco, avrei scommesso che da veri maschi avrebbero lisciato la data senza un plissé (maledetta tastiera foresta, nove tentativi e sedici vaffanculi prima di beccare la e con l’accento giusto).

Invece.

(dovessi mai avvicinarmi a un bookmaker, vogliatemi bene e prendetemi a calci)

Lo dico senza giri di parole: in questo periodo particolarmente arduo, mi ha commosso vedere come tantissimi di voi abbiano dedicato un momento a questa ricorrenza.

E sì che a momenti non me lo ricordavo manco io che l’altroieri era il compleanno dei cani di Valerio Scanu.

(piccolissima nota a margine: vi siete divertiti a segnalarmi a Zuckerberg? Bene. Sappiate che io, a fare quello che vi ha portato a farlo mi son divertita molto, ma molto, ma molto di più. kind regards)

[e intanto jean reno non sbaglia un film]

Che poi, a Oslo non è che faccia poi tutto ‘sto freddo.

Ecco. Siate gentili, ritagliate questa frase seguendo le linee tratteggiate e abbiate l’accortezza di sbattermela in faccia da qui a due mesi, quando cercherò di uccidere un bue muschiato a mani nude per fregarmi i suoi mutandoni di lana che pungono.

Comunque.
Seriamente, ora non è che faccia freddo. È la lobby malefica delle parafarmacie aeroportuali che fa scempio del viaggiatore tropicale. Pagano fior di mazzette per tenere l’aria condizionata a una temperatura polare, ma tu non ci stai, non ti pieghi alle loro sordide logiche, tu, fiera vedetta della resistenza degli oppressi e dei vessati, non ti renderai complice di chi ruba ai poveri per dare ai ricchi.

E arrivi a casa cod le darici boquettate, bestebbiaddo la badre di tutti i vicks sidex.

Perché il vicks sinex è un animale subdolo. La sua indole malvagia lo porta a intralciare qualunque manovra per 360 giorni l’anno. Devi condire l’insalata? Sperona la bottiglia dell’olio e fa in modo di finire al suo posto sotto la tua mano tesa e distratta dallo spiegare che no, la cicuta non ce l’hai messa, stavolta. Cerchi a tastoni il collirio in quella nebulosa di Poppins che è la tua borsa? Troverai sempre e solo lui, e al sesto tentativo userai la borsa medesima per battere il record mondiale di getto del peso e ti terrai la ghiaia sulla cornea. E se in un momento di intimità particolarmente intima lui si lancia improvvisamente in una danza cambogiana della fertilità che, per suono e movenze, ricorda più un calcio di punizione tirato apposta per non dare un seguito alla progenie dei difensori in barriera, mentre tu scopri di essere stata scritturata a tua insaputa per il remake di un vecchio spot delle caramelle Polo, e tutti e due vi scoprite improvvisamente devoti di san Cunegondo abside, ecco, quella è la volta che si è sostituito al lubrificante.

Per tacere di quando ti capita di scambiarlo con l’angostura.
Che, come tutti sanno, non è un animale.
Intelligente.

Comunque.
Sta sempre, sempre, sempre, sempre in mezzo, il vicks sinex. Poi, appena ti serve, si volatilizza. E sì che in casa tua non ci sono infiniti posti dove una cosa può sparire. È l’unico modello al mondo di casa cassettopriva, tutto è a vista.

Il frigo.
– Mavattene, il frigo, quando la giri sulle iperboli sei davvero leziosa, Sider.

Leziosa, come no. Leziosa un par di palle. Chiedetelo alla Pollera, cosa c’è nel mio frigo. Tanto ci sono le stesse cose che ci ha trovato quando è stata qui l’ultima volta, tre mesi fa. Compresa la banana lasciataci da Tamacoldi, credo fosse aprile, ma lo sapremo con certezza dopo l’esame autoptico.
Della banana, non di Tamacoldi.
In ogni caso, nel frigo ci sono – appunto – le solite cose: yogurt, muschio, shampoo, la banana di Tamacoldi, ghiaccio, altro ghiaccio, una busta di piselli surgelati, uh, il cd della Badu, ecco dov’era finito, una bottiglia di gewürtztraminer, un preservativo nuovo, uno usato, burro, ghiaccio.
Il vicks sinex, cobe fosse la bidiba di Bolzado.
E a qued punto subettra la disperaziode. Perché lo sai che ti aspetta uda dotte idsodde e torbedtosa.

Quando sei disperato hai due possibilità:
a) comporre un brano memorabile
b) chiamare lei. La Depositaria Di Ogni Rimedio (Pazienza Se Ogni Tanto Si Confonde).
L’opzione c) è sempre valida, ma ansimare col naso otturato non dà la stessa soddisfazione.

– Petu’, ce l’hai un rimedio per stappare il daso?
– Il raffreddamento va scaldato. Zenzero come se piovesse, nei cibi e grattugiato in una tazza di acqua bollente. Lo annusi per 10 minuti e poi te lo bevi. Anche il wasabi è molto efficace per liberare il daso.
– Sicura, veh, Petu’? Non è che la finisco come la volta che avevo un appuntamento di lì a un’ora e ti ho chiesto un rimedio rapido per tirarmi su la faccia che mi cadeva a pezzi dopo una nottata in bianco e son rimasta venti minuti col muso spalmato di una roba che poi si è scoperto serviva per lucidare i candelabri d’argento?
– Vai tranquilla.

La gente furba, quando si sente dire “vai tranquilla”, scappa a gambe levate senza manco chiudere la chat.
La gente furba è brutta, antipatica e gli puzzano i piedi.

– Petunia, io ti voglio bene. Ricordati solo che credo a qualunque cosa. Sappi che se mi stai prendendo per il culo e mi mummifico la lingua col wasabi, gli spiriti dei pom…delle fellatio che non potrò più fare ti perseguiteranno in eterno.
– Tesoro, non ti prenderei mai per il culo. E men che meno mi metterei contro gli spiriti dei pom…delle fellatio.

(noi fiori dell’aristocrazia educati alla Royal St.Paul School. Le vostre tasse, umili mezzadri, non sono state spese invano)

Barra a dritta sul bidone dello zenzero.
D1, colpita e affondata. Il bidone si rivela per quello che è.
Tra i vari difetti che ho in dotazione, senza i quali non sarei altro che una noiosissima Paolo Lentini in gonnella, c’è quello di conservare tutto. Non lo faccio perché sotto sotto spero che la Pollera cambi specialità ed entri in clausura a Psichiatria (per i nuovi lettori di questo blog, la dottoressa Pollera è la mia veterinaria curante. Ed è afflitta da un morbo tremendo che la porta, per esempio, a dare di matto se, stendendo le mutande, non trova due mollette dello stesso colore. Immaginatevi il dramma della povera donna ogni volta che viene a trovarmi).
No. Lo faccio perché ci tengo ad essere l’idolo dei trovarobe.

– Sider, ho Scorsese che viene qui a girare fra mezz’ora e ha bisogno di un paio di stivali neri, 37 ½, con la zeppa, sfondati, ma solo quello destro. Gli ho giurato che ce li avevo, ma non è vero, ti prego, aiutami!

– Sider, mi serve uno scontrino in cui figuri la spesa media di qualcuno con un’alimentazione da disadattato per la copertina di “Se potessi avere 80 euro al mese”, ma non uno scontrino con gli euro, me ne serve uno vecchio, in sesterzi, guarda bene che ce l’hai.

– Sider, siamo a pari punti con la squadra delle Giovani Moffette nella caccia al tesoro parrocchiale, ci manca una gelatiera guasta e una figurina doppia di Odoacre Chierico per vincere, solo tu puoi salvarci!

Il giorno che a qualcuno di voi servirà un bidone di zenzero vuoto per l’allestimento di “Antigone speziata”, io sarò la vostra donna.
Nel frattempo, sodo solo uda cretida che dod respira.
Però una cretina che non butta niente.

Il frigo.
– Arifacce co’ ‘sto frigo, Sider, piantala, sei stucchevole.

A parte il fatto che non dovreste usare parole di cui non conoscete il significato per riempire le crepe nei vostri muri, nel mio frigo c’è la soluzione a tutto, anche al quesito della Susi.
Infatti.
Tre bustine di zenzero e due di wasabi accuratamente serbate dall’ultima cena giapponese da asporto. Mai più trovato un giapponese buono come a Iwo Jima. Apro, rovescio in una tazza: il presunto zenzero sembra più una buccia rimasta nel piatto di Hannibal Lecter. Controllo meglio le bustine: scritte in giapponese, l’unica cosa che capisco è “continua”.
Continuo.
Verso acqua bollente su qualcosa che spero non avesse impronte digitali, una volta, aggiungo il wasabi e mi concentro sull’inalazione. I due tappi di damigiana saldamente conficcati nelle narici non collaborano.
Un miagolio da fuori:
– Non per sapere i fatti tuoi, ma stai sodomizzando un rinoceronte mannaro che scuoia una foca o ti è andata a puttane la sintonia della radio?

Dod è coppa bia.
Vabbè che Petudia aveva detto dieci biduti.
Dopo cinque arriva un PLOM! dal telefono con sollecitazione di segni vitali. Avercene.
Accenno alla situazione in tre parole: naso tappato. Zenzero. Wasabi.
E.T. e Jean Reno decidono di darsi agli oppiacei.
La replica arriva inaspettata:
“Cioè hai infilato del wasabi nelle nari? Adesso? Posso avere una foto?”

Ohibò.
Ci sarà tempo per una serie di considerazioni sulle amicizie che ciascuno si merita. Ciò che mi si spalanca davanti è una voragine dubitativa:
Petunia. Fermi tutti. Petunia ha parlato genericamente di wasabi. Sono io che l’ho assimilato al protocollo zenzero e ne ho fatto un tutt’uno con l’acqua bollente.

ECCO PERCHE’ NON STAVA FUNZIONANDO!
Non avevo capito una cippa.
Strano.
Meno male che ci sono gli amici.
Amici veri.
Che mi vogliono bene.
Che mai e poi mai si prenderebbero gioco di una citrulla credulona che, pellizzara suo malgrado, allo stremo delle forze, col neurone che rantola “ipossia, ipossia canaglia”, le proverebbe tutte pur di tornare a respirare. Tutte.

Amici.
Il wasabi nel naso.
Brucia.

[pace in terra agli uomini di buona volontà]

– Y guerra a la izquierda, y guerra a la derecha, y no se ne pueden mas las pelotas! Parolin!
– Comandi, Santità.
– Basta guerra.
– Iniziamo a distribuire preservativi durante l’offertorio?
– No haces lo espiritoso, Parolin. Tiengo una idea maravillosa: un partido interreligioso por la paz.
– Con tutto il rispetto, Santità, come acronimo viene PIPP, non so se sia il cas…
– Parolin, sangre de Manitù, de cual acronimo vas chanchando?
– Il partito, Santità, sulla stampa lo abbrev…
– Ma que partito e partito, burro, un PARTIDO, un partido de fùtbol, compriendes?
– Ah, el fùtbol! Scusi, sa Santità, io seguo il curling…
– Si, y magari el burraco, no? Que trauma pasaste en tu infancia, Parolin, que te gusta el curling? No, mellor tu no dices nada, famos las equipes. Escribes: Maradona, Zanetti, Caniggia…
– Santità, ci metta pure qualche italiano, prima che ci bombardino di babà scaduti.
– Italianos? No hay italianos che juegan en Italia.
– Ma sì, c’è Buffon…
– Juventino de mierda! No me gusta. Llama à Baggio, es buddista. Y cualche negro, pero no catòlico, llama à un musulmano, llama à Pelè.
– Santità, dubito che…
– No, fiermo, me ha confondido, lo que fuera musulmano es Cassius Clay. Todos estos negros parecen uguales, sangre de Confucho, como los chinos. A propòsito, llama à el Chino.
– Ma Santità…
– Y haces espacio a la hermana auxiliadora que porta el cafè, ocho al vassoio.
– Uhm. Uhmmm.
– Que uhmmes, hermana?
– Guardavo le formazioni, Santità. Son tutti maschi.
– Entonces? El fùtbol es un esport macho. Y son todos campeones. Las mujeres fùtboladoras son escarsas.
– D’accordo, Santità, ma è una partita per beneficenza, no? Per la pace. Volemose bene, tutti uguali, tutti fratell…
– Appuntos. Todos uguales, pero los hombres, mica las mujeres.
– Ma veramen…
– Vada, sorella, che abbiamo da fare.
– Ma non è gius…
– Sorella, insomma!
– Gesù ha det…
– Vada!
– Ma que “vada”, Parolin, que dices? Aspetti, hermana, non vada via…
– Grazie Santità, lo sapevo che lei era diverso, io…
– …senza prendere il vassoio, hermana.

[long hot summer]

Di quanto faccia male sposarsi, e delle conseguenze nefaste del matrimonio sulla locomozione.

Del discutibile concetto di “storia contemporanea”. Nove mesi dopo.

Di cose che restano dentro.

Della mirabile campagna abbonamenti della Procrastinaikos FC.

Del potere premonitore delle madri neozelandesi e dell’educazione balorda dei fanciulli.

Di certe proposte oscene e di alcune vergognose lacune nell’offerta di Youporn.

E di alcuni progetti più o meno bislacchi che.

Presto.

Molto presto.

Questione di bit.

[un giorno questo dolore ti sarà utile]

Dice, motivi validi.

I motivi validi son solo tre: un fottiliardo di soldi, una partenza intercontinentale o Robert Downey Jr. nudo nel tuo letto che ti sussurra in un orecchio se per favore potete provare ancora la scena del rodeo, honey please.

Che tu pensi, guarda Robbe’, giusto perché sei tu e fra quattro ore c’hai l’aereo per Los Angeles e chissà quando ci rivediamo, altrimenti io a quest’ora di solito mi pregio di dormire il sonno del giusto.

E se mi svegliano, faccio in modo che dorma anche lo svegliante.

Per sempre.

 

Sì, perché di motivi validi non ce ne sono mica altri.

Son questi qui e basta.

In qualunque altro caso ci si ritrovi a svegliarsi all’alba, di domenica mattina, d’estate, bisogna essere ben consapevoli di essere degli incommensurabili pirla e star pronti ad assumersi la responsabilità di qualsivoglia conseguenza derivante.

Che poi non ho capito perché parlo così in generale.

Pirla Sider, molto lieta.

 

Domenica mattina. Estate. Maledettamente presto.

Il sole non è ancora sorto e mi son già guadagnata la copertina di Elle Decor.

Dice, le soluzioni architettoniche, la controsoffittatura, il vetrocemento.

Cazzate.

Vuoi abbellire la tua cucina aprendo un lucernaio nel soffitto?

Metti la caffettiera sul fuoco avendo cura di dimenticarti di riempirla d’acqua.

Dice, hai un talento.

No.

Il lucernaio nel soffitto è creatività, è scienza, è ricerca, è cura del dettaglio, ma non talento.

Alzarsi all’alba e riuscire comunque ad arrivare tardi all’appuntamento perché quando ti lavi inavvertitamente la faccia col dentifricio sciacquarsela porta via tempo, questo è talento.

 

Il sole non è ancora sorto e ho già fatto fuori un calendario, con particolare riferimento ai santi protettori della campagna, delle oasi faunistiche e delle escursioni.

Io la odio, la campagna.

Le escursioni, mi fanno ribrezzo.

Le oasi faunistiche, non passa giorno senza che firmi una petizione per asfaltarle.

Sono un animale metropolitano. Amo le città. Nelle città ci sono le case, e nelle case ci sono i letti.

Dove la domenica mattina si dorme, porcadiquellavacca.

 

Il sole non è ancora sorto e mi squilla il telefono.

– Ti pare il modo di rispondere?

– Perchè, mamma, cos’ho detto?

– Hai chiesto chi era con una parolaccia.

– Ma figurati, chffshhhferenza, khhhapito male, ho detto chibhhazzzfrrrrpurè.

– Uhm. Vabbè, era solo per chiederti se vieni alla festa di compleanno di tua nipote, oggi pomeriggio.

– Eh, te l’ho detto che non posso, ho partita.

– E io te l’ho detto che ho fatto un corso di internet?

Oh, cazzo.

– E, uhm, cos’hai imparato?

– A cercare le designazioni sul sito dei mondiali.

– Chhhfzzzzzccidenti, bwwhhhhalleria.

(creare pagina che spiega come a digitare “blog figlia” su Google esploda il computer, segna: urgentissimo)

 

Il sole è appena sorto e mi ritrovo a fissare dall’alto un manufatto antico e prezioso, una trina modellata dal vento e della salsedine, un merletto brunito dal tempo, un pizzo valenciennes di metallo creato dalle sapienti mazze dei mastri siderurghi, i cui segreti sono ormai perduti.

 

Dice, ma è una cazzo di scala arrugginita che cade a pezzi.

Bruti. Gente che non ha il minimo senso della poesia, della bellezza, dell’arte decadentista.

Eppoi dobbiamo solo ammirarla da qui, mica dobbiamo scender…

Noi non dobbiamo scend…

Vero che noi non…

MA E’ UNA CAZZO DI SCALA ARRUGGINITA CHE CADE A PEZZI!

C’è bisogno che scenda in dettagli sul seguito?

Lo ribadisco, Darwin non era mica un cretino.

Di undici esemplari di Escursionista Beotis, uno e uno solo riuscirà nell’intento di infilzarsi con l’ultimo spuntone arrugginito dell’ultimo residuo di quello che una volta era stato un gradino, e perpetuerà così la nobile specie di Homo Quod In Futurum Cum Mentula Hic Deambulatibus.

Porto a termine la maledetta escursione con l’eleganza discreta della comparsa su un set di Romero. Gli altri viandanti portano a tracolla una borraccia, io ho una cartucciera portamadonne. Ogni tanto ne lancio una.

Ognuno sarà ben libero di sentire nella propria testa le voci che preferisce. Le voci nella mia testa, stamattina, gridano a raffica “PULL!”.

– Aspetta, cosa sta riportando Spot, una pernice? 

– Sembra più un fenicottero. Ah, no, è una madonna.

– Nah, troppo legnosa per grigliarla. Meglio gli hamburger di cammello, lascia, Spot.

 

Due del pomeriggio. 54°C.

Suono alla porta della prima guardia medica utile.

Altro che “Amo il mio carabiniere”. Bisognerebbe aprire una pagina su Facebook intitolata “Amo la mia veterinaria”.

– Il taglio è profondo?

– Boh, non si capisce.

– Come sarebbe, non si capisce?

– Sarebbe che sanguina un sacco e ho paura di guardare.

– Ma il piede è ancora attaccato?

– Ti pare che me ne vada in giro saltellando con un piede in tasca?

– Che ne so, fai cose strane.

– Io.

– Vabbè, ancora con quella storia delle mollette.

– Detto niente. Men che meno mi sogno di fare commenti sulle persone che si rifiutano di stendere foss’anche una mutanda, se non hanno le mollette coordinat…

– Basta cianciare. INFERMIERAA!! KIT PER AMPUTAZIONE!

– Glauco, sta’ buono che me la fai schiattare d’infarto.

– E che problema c’è? Si prende un capriolo, gli si espianta il cardiocoso a mani nude e si sostituisce.

– A proposito di animali, per caso nei pressi della scala arrugginita trafficano vacche o maiali?

– No, solo pantegane e cani randagi.

– Allora l’antitetanica è meglio farla. Vai alla guardia medica.

– Un’iniezione?! Non se ne parla.

– INFERMIERAAA! SEGA STERNALE!

– Sì, alabarda spaziale, Glauco, il taglio è su un piede.

– Eh, ma ormai l’infezione avrà già raggiunto i centri vitali, ci resta poco temp…

– …usano un ago piccolo, vero? E me la fanno in anestesia totale, sì?

Comunque.

Il medico.

Massima stima, per carità.

Salvare vite, missione nobile, quello che volete.

Ma è un mestiere che non farei mai.

Spesso ci si ritrova a lavorare in condizioni estreme. Vi pare facile presidiare un ambulatorio fresco e silenzioso in un paesello deserto, assediati dal profumo di muggine arrosto che arriva dalla casa affianco e riduce le pareti del vostro stomaco a una poltiglia sbavante e priva di raziocinio?

(sì, lo so, sono una brutta persona. qualche anno fa ho avuto una discussione pacatissima con una conoscente che si era appena laureata in medicina e aveva iniziato a fare le guardie. lamentava di non riuscire ad arrivare a fine mese con soli 1600 euro. e lo faceva spalmandosi il muso di burrocacao marcato Chanel. ora, io sono una bruttissima persona, lo confermo e lo accendo, però sono pronta a rivedere le mie posizioni quando mi rendo conto di agire sulla base di un pregiudizio. non è vero che i cosmetici Chanel non valgono il prezzo esorbitante che costano. qualunque altro burrocacao infilato nel naso l’avrebbe portata a morte certa per asfissia, invece quello Chanel le ha solo risolto il dilemma “respiro o continuo a sparare cazzate?”. amici dei laboratoires Chanel, vi devo delle scuse)

 

La dottoressa di guardia non apre un dibattito sull’iniquità del trattamento retributivo. Non chiacchiera di cosmesi o di griffe. E nemmeno mi visita, impegnatissima com’è a tirar su col naso. Un compito gravoso, diononvoglia venga interrotto, le conseguenze sarebbero catastrofiche.

Quando mi chiede dove ho la ferita, tiro su la caviglia per mostrarla. Lei sillaba “c-a-v-i-g-l-i-a” sul registro, poi resta a fissarla.

Io sempre con la gamba a mezz’aria. Oriella Dorella, sei ‘na peracottara.

Dopo cinque minuti di concentratissima osservazione diagnostica: sinistra.

Tutto da sola, senza neanche l’aiuto del bollino rosso e verde delle Kicker’s.

Quando azzardo a chiederle se l’antitetanica che mi sta prescrivendo è davvero necessaria, suggerendo che mi dia un’occhiata e magari mi medichi come si deve, digrigna i denti e si sbottona il camice.

Sotto ha una maglietta “Vivisector: no limits”.

Che poi, mi dico uscendo, se medicarsi con un impacco di paglia e sterco di bue andava bene per gli antichi, andrà bene anche per me.

O no?

 

Due e dieci del pomeriggio.

Temperatura: 59°C.

Scopro la differenza fra farmacia di turno e farmacia di turno 24 ore.

La farmacia di turno è quella che espone il cartello “Pensate di sentirvi male da qui alle 17? Cazzi vostra”.

La farmacia di turno 24 ore, invece, è quella che ti risponde dal citofono che ha finito il farmaco che ti serve.

 

Due e mezza del pomeriggio.

Temperatura effettiva: 69°C.

Temperatura percepita: 451°C.

Ultima fermata: pronto soccorso.

Tra sudore, polvere, ruggine, sangue, sterpi, cerotti e brandelli di anime di defunti altrui, sembro la bambolina voodoo di uno spaventapasseri. Capisco la difficoltà nel trovarmi una collocazione nel regno animale al fine di registrarmi.

– Nera…ah, no, aspetti, è solo zozza. Facciamo bianco sporco, razza caucasica, donn…uhm, vabbè, scrivo “mammifero”.

Capisco meno la bomba che Enola Triage mi sgancia in faccia senza preavviso.

– Antitetanica, eh? Se la vuole, sappia che si tratta di un derivato del sangue umano, quindi la fa a suo rischio e pericolo.

– Scusi?

– È come una trasfusione, potrebbe essere sangue infetto.

Mi affaccio fuori.

La targa sul muro conferma che mi trovo presso una struttura sanitaria ufficiale, non nella cucina di una mammana.

(a dirla tutta, secondo la targa, la stessa struttura sanitaria risulta intitolata a un santo, che è una cosa che trovo sempre inquietante. Ma è anche vero che siamo il paese la cui strategia per accedere agli ottavi di finale ai mondiali è “butta la palla e prega”)

-Allora, firma?

– Scusi, ma non potrei essere visitata prima? Magari neanche serve.

– Eh no, una volta che ha deciso, ha deciso.

– Cioè, me la fate per forza anche se non serve? Sia gentile, mi faccia parlare con un medico.

– Non si può, sono tutti impegnati.

La sala d’attesa del pronto soccorso è deserta, a parte due signore appisolate in un angolo. Fa troppo caldo anche per farsi male.

– Gli dica che c’è una paziente rompicoglioni che ha la tendenza a diventare rompicoglionissima.

Tempo venti secondi e sono dentro.

 

– Beh, è vero, l’immunovattelapeschina è un derivato del sangue umano, ma non è il caso di fare terrorismo. Siamo un ospedale, controlliamo tutto. Semplicemente, quel sangue potrebbe contenere un virus non ancora scoperto e lei se lo beccherebbe tutto.

– Fantastico. Alternative? Non so, la butto lì: visitarmi?

– Nicola, scopri la ferita della signora. Ah, ma è superficiale, io al posto suo non la farei.

– Quindi non serve che la faccia?

– Io mica ho detto questo. Deve decidere lei.

– Mi faccia capire, chi è il medico di noi due?

Il medico è quello che segue il mio sguardo andare dal vassoio dei bisturi alla sua coscia, cosa che lo porta finalmente a spiegarmi in dettaglio la vita e le opere del tetano, imprevisti e opportunità del vaccino, elementi di amministrazione delle aziende sanitarie e la ricetta segreta della sua bisnonna per il maiale al salmone.

– Se le faccio una medicazione come si deve, ci metto su anche una monografia di Jenner e le dò di resto due flaconi di benzodiazepine, mi promette che smette di fissare i bisturi?

Se prometto, poi mantengo.

Mentre Nicola dimostra a quelle sciacquette di MilanoVendeGarze come si fa una petite medication blanche, mi squilla ancora il telefono.

Ma stavolta non mi avrete.

Diamo un senso a questo calvario.

– Dottore, una cortesia. Potrebbe, uhm, enfatizzare un filo la medicazione?

– Vuol dire come se la ferita fosse più grave di quello che è?

– Esatto.

– Guardi che posso farle un certificato medico, cosa si deve scampare?

In quel momento, su whatsapp mi arriva la foto di un metroquadro di torta. La mostro.

– Ma che roba è?

Nicola sposta un occhio dalle garze e sentenzia:

– Sembra Peppa Pig che si ingroppa un Mini Pony.

– Iddiobenedetto. Festa di compleanno?

Annuisco.

-Nipote?

Riannuisco.

– Quanti anni?

– Sei.

– Figlia di?

– Dottore, non mi faccia dire.

– Intendevo, figlia di fratello?

– Sì.

– Il che presuppone una…

– Cognata.

– Nicola, molla le garze e ingessa la signora fino al bacino.

 

(tanti auguri, Nipotastra. un giorno capirai)