[pace in terra agli uomini di buona volontà]

– Y guerra a la izquierda, y guerra a la derecha, y no se ne pueden mas las pelotas! Parolin!
– Comandi, Santità.
– Basta guerra.
– Iniziamo a distribuire preservativi durante l’offertorio?
– No haces lo espiritoso, Parolin. Tiengo una idea maravillosa: un partido interreligioso por la paz.
– Con tutto il rispetto, Santità, come acronimo viene PIPP, non so se sia il cas…
– Parolin, sangre de Manitù, de cual acronimo vas chanchando?
– Il partito, Santità, sulla stampa lo abbrev…
– Ma que partito e partito, burro, un PARTIDO, un partido de fùtbol, compriendes?
– Ah, el fùtbol! Scusi, sa Santità, io seguo il curling…
– Si, y magari el burraco, no? Que trauma pasaste en tu infancia, Parolin, que te gusta el curling? No, mellor tu no dices nada, famos las equipes. Escribes: Maradona, Zanetti, Caniggia…
– Santità, ci metta pure qualche italiano, prima che ci bombardino di babà scaduti.
– Italianos? No hay italianos che juegan en Italia.
– Ma sì, c’è Buffon…
– Juventino de mierda! No me gusta. Llama à Baggio, es buddista. Y cualche negro, pero no catòlico, llama à un musulmano, llama à Pelè.
– Santità, dubito che…
– No, fiermo, me ha confondido, lo que fuera musulmano es Cassius Clay. Todos estos negros parecen uguales, sangre de Confucho, como los chinos. A propòsito, llama à el Chino.
– Ma Santità…
– Y haces espacio a la hermana auxiliadora que porta el cafè, ocho al vassoio.
– Uhm. Uhmmm.
– Que uhmmes, hermana?
– Guardavo le formazioni, Santità. Son tutti maschi.
– Entonces? El fùtbol es un esport macho. Y son todos campeones. Las mujeres fùtboladoras son escarsas.
– D’accordo, Santità, ma è una partita per beneficenza, no? Per la pace. Volemose bene, tutti uguali, tutti fratell…
– Appuntos. Todos uguales, pero los hombres, mica las mujeres.
– Ma veramen…
– Vada, sorella, che abbiamo da fare.
– Ma non è gius…
– Sorella, insomma!
– Gesù ha det…
– Vada!
– Ma que “vada”, Parolin, que dices? Aspetti, hermana, non vada via…
– Grazie Santità, lo sapevo che lei era diverso, io…
– …senza prendere il vassoio, hermana.

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[mondialcasa #1]

–          Qui Base Lunare Alfa. Mi ricevi, Balorda? Passo.

–          Avanti, Base Lunare Alfa, ti leggo forte e chiaro.

–          Sempre dell’idea di vederci?

–          Ti dico solo che mi si è fulminata la luce in terrazzo e non la sto cambiando apposta per adescare Glauco.

–          Fantastico!

–          Cosa, che rischi di storpiarmi girando al buio?

–          Tanto stiamo arrivando, alla peggio ti ripara lui, lascia stare che non è un ortopedico. Tu. Glauco. Una cassetta degli attrezzi. Lo sfasciacarrozze. Altre domande stupide?

–          Niente pacchianerie, mi raccomando, che il cromato mi sbatte.

–          Da venerdì 13 a venerdì 20 come la vedi?

–          Benone. Solo attenti che il 20 alle 18 gioca l’Italia. Ti ricordi quando Tiglash si era fatto il ritorno il 9 luglio 2006 alle 20.10?

–          Beh, a Glauco dei mondiali interessa come a te di una fiorentina al sangue, e io potrei farmene una ragione, se si tratta di passare una settimana con la mia trota. Comunque ora si studia altre combinazioni, tipo da giovedì a giovedì.

–          Io ti amo in maniera viscerale, anche se non sei una gastroenterologa, e proprio per questo ti ricordo che giovedì 12 alle 22 c’è la partita inaugurale del Brasile.

–          Cristo Redentor. CIS viaggiare informati ci fa un sontuoso pippone.

–          Sarà così per tutta la settimana. Glauco ci odierà.

–          Macchè. Si limiterà a far fare un falso contatto all’antenna mentre Balotelli tira un rigore.

–          ‘mportasega, io quest’anno tifo la Bosnia.

–          Ce l’ho al telefono. Siamo in trattativa per un venerdì 13.

–          Mi raccomando i biglietti a nome Jason e Pamela.

–          Partenza h 19 e rientro sabato 21 h 8.30, com’è?

–          Potrebbe andare, arrivereste tra Messico-Camerun e Spagna-Olanda.

–          Per curiosità, hai il calendario FIFA sottomano o è il caso che chiami la neuro?

–          Lascia stare, nun so’ più la gheparda de ‘na vorta, me lo son dovuto salvare sul calendario del telefono. Solo che poi mi dimentico le abbreviazioni, Alzheimer maledetto, l’altro giorno mi hanno chiesto chi giocava il 15 e ho risposto Civitavecchia – Giappone.

–          Si dà da fare, il FLN Civitavecchiois. Prima che compri il ritorno, il 21 sera chi gioca?

–          Honduras-Ecuador all’una di notte, Argentina-Iran alle 18, Germania-Ghana alle 21, Nigeria-Bosnia a mezzanotte.

–          Cazzo, con il biglietto che sta guardando Glauco ora rischiamo Germania-Ghana.

–          Non che questo infici la tua classe innata, ma sei tu che hai bestemmiato?

–          No, è lui che pensa a voce alta attraverso il telefono. Ormai “va’ a ciapa’ i rat” non gli basta più.

–          Più che altro mi pare che ci stia sempre mandando a ciaparli, ma non con le mani.

 

Trenta secondi dopo.

da: G.C.<raromaschioacuinonfregaunabeatafavadelcalcio@gmail.com>

a:  <madonnalaica@gmail.com>, <balorda@gmail.com>
data: 28 maggio 2014 17:29

oggetto: attaccatev’a ‘sta cippa

Nuntio vobis magno cum gusto che si parte il venerdi 13 giugno ore 19:15, si baccanaglia fino a sabato 21 e si riparte con dolore sabato 21 novembre…ah no, giugno, però non sarebbe malaccio, alle ore 19:55.

Ho detto.

Piacetelo così com’è e non scassate ulteriormente, voi e ‘sti cazzo di mandiali, non sono manco iniziati e già m’hanno rotto la minchia. E comunque FORZA BRACIOLA F.C. tutta la vita, tiè.

 

*** Adozione del cuore ***

Un tenero cucciolo di Glaucus Atlanticus sta per essere abbandonato al suo destino da due mostri senza cuore. Cercasi stallo o adozione temporanea presso non calciofaghi disposti ad accoglierlo e a lasciarsi riscaldare dal suo affetto e dai suoi paioli di peperoncino con un pizzico di amatriciana.

[chi ben comincia]

(antefatto)

Rumore di vele che sbattono.

Forte.

In stato di incoscienza allunghi un piede, tastando intorno per verificare la presenza dell’immancabile sponda della cuccetta.

Manca.

Manca anche un beccheggiare adeguato al rumore. Torni sottocoperta decisa a fare in modo che questa domenica non veda il tuo brutto muso prima dell’una, con un non so che d’irrisolto nell’aria.

Rumore di vele che sbattono.

Fortissimo.

Apri un occhio e ti ritrovi a fissarne un altro, verde, semichiuso, anche lui evidentemente disturbato dal rumore. La pupilla a fessura e il baffo bianco, lungo e spiovente rendono la possibilità che l’occhio appartenga a un clandestino nero piuttosto remota, mentre il rumore continua a rendere plausibile l’ipotesi di trovarsi su un clipper in balia di una tempesta nel Pacifico, a metà del XIX secolo.

Eppure non c’è ombra di rollio.

Chissenefrega, pensi tornando sottocoperta per la seconda volta, quando un boato come se l’albero di mezzana si fosse appena schiantato ti fa balzare dal letto (sia lode e gloria a chi ha avuto l’idea brillante di farmi invertire il senso di dormita, altrimenti a quest’ora l’umile scribacchina vostra starebbe vergando queste righe con la calotta cranica incastrata in un buco nel soffitto spiovente, cosa alquanto scomoda, ve lo dico). Ti fiondi sul ponte di Villa Balorda e – in un lampo di lucidità – batti ogni record di ammainaggio lenzuola stese, nonostante il vento fischi e la bufera infuri all’impazzata. Quella che rientra, trenta secondi dopo, è una specie di polena surgelata, nuda, scalza, spina dorsale fuori asse, involta in un copripiumone semifradicio che crea un bell’effetto sudario, capelli che manco Storm usata per scovolare una canna fumaria. Guarda con nostalgia il letto caldo e si avvia sonnolenta verso la doccia, tanto ormai.

(fatto)

Io li odio i risvegli bruschi. Mi lasciano rincoglionita per tutto il giorno.

Ok, più rincoglionita.

(gnegnegne)

Poi certo, penso masticando l’ultimo boccone di uova strapazzate, non sarà la prima visionatura che faccio da rincoglionita, però EEK! Quand’è che son diventate le tre meno un quarto?! Come? Perché? Il talento che ho io nel perdere tempo, signori della Corte? Parliamone, anzi, parlatene voi mentre io mi infilo uno stivale scendendo le scale a rotta di collo. Dovrebbe essere studiato alla NASA, il talento che ho io nel perdere tempo, altroché.

Metto in moto Amaranta che sono le 14.46. Mi catapulto al di là di Molentargius alla velocità del suono, facendo il vuoto nella mente per ingannare il dio della puntualità precisina e bastarda, quello che ti fa arrivare al campo che la gara è iniziata da tre minuti, tu pensi “vabbè dai, tre minuti, cazzo vuoi che sia successo”, ti fa appollaiare in tribuna con un sospiro di sollievo e una mezza pacca sulla spalla perché va’ che figa che sono che alla fine sono arrivata in tempo, ti lascia riprendere sorriso e colore e la migliore predisposizione d’animo nei confronti del calcio e dell’universo in generale finché a metà del primo tempo arriva lui, di solito un vecchietto o un ragazzino, si avvicina a quello seduto affianco a te, gli chiede a quanto sono, tu ti appresti bonariamente a cogliere un velo di delusione nel suo sguardo per via dello 0-0 e invece ti ritrovi con i capelli dritti a sentire che la squadra ospite vince 1-0, rete al primo minuto segnata in fuorigioco grande quanto una casa, e qualunque cosa succeda nell’ultimo quarto d’ora non la vedi perché sei impegnata a bestemmiare tutto il calendario e l’arca di Noè.

Quindi: vuoto nella mente.

Vuoto nella mente anche quando realizzo che mi ero completamente dimenticata che il Cagliari giocasse in casa (in casa, vabbè), e che un gregge ciondolante, indisciplinato e dispettoso ostacola il mio tentativo di transito in modalità pirata della strada.

Vuoto nella mente anche se sento la risatina trionfante del bastardo in un orecchio.

Vuoto nella mente anche quando finalmente arrivo, trovo inspiegabilmente parcheggio a meno di tre chilometri dal campo, balzo fuori dalla macchina e la chiudo in una sola mossa e son già lanciata a destinazione quando una signora richiama la mia attenzione da una Panda e mi chiede educatamente se posso spostare la macchina un po’ più indietro così ci sta anche lei, facendomi sentire una merda e costringendomi a riaprire Amaranta, e voi sapete che non è proprio una manovra veloce.

Vuoto nella mente che si cristallizza in un istante di terrore eterno quando varco il cancello a tappo di spumante, trafelata e concentratissima, e mi si para davanti il campo.

Vuoto.

Deserto.

Non un giocatore, non un allenatore, un massaggiatore, un raccattapalle, un secchio. Niente.

Solo una distesa desolata di terra battuta parzialmente allagata e una statua di sale con un unico neurone attivo che compone la sintesi del peggior incubo dell’osservatore arbitrale:

Ho.

Sbagliato.

Campo.

Postulato: se per disgrazia, incuria, disordini civili, sciopero, pallone di Maradona o mano di Dio l’osservatore arbitrale sbaglia campo, il campo giusto si troverà sempre a una distanza impossibile da raggiungere entro la durata di due tempi regolamentari.

Eppure avevo controllato.

Eppure questa società ha sede qui.

Eppure non posso essere stata così cogliona da non guardare la designazione fino in fondo, alle volte ci fosse una nota subdola nascosta che diceva “Attenzione: solo per oggi, causa derattizzazione, la gara si disputerà presso un campo che non ha niente a che vedere con la società ospitante”.

Eppure.

Eppure sono qui sotto la pioggia battente con un ombrello chiuso in mano, gli occhi sbarrati su un campo inanimato e un custode coi baffi che mi guarda atterrito.

E in quel momento arriva l’arbitro.

E il mondo torna ad essere una località piena di gioia e speranza, sovrappopolata da una quantità immane di gente più o meno amabile e da una rimbambita che si era dimenticata che l’orologio che tiene appeso vicino alla porta-finestra del terrazzo è ancora puntato sull’ora legale.

[you can call me offsider]

Ma poi spiegami cosa c’entri tu col calcio, mi hai chiesto.

Eh. Bella domanda, rispondo al solo scopo d prendere tempo.

Sono nata nell’anno dello sbarco sulla luna e di Woodstock, quello della stagione che portò al Cagliari il suo primo scudetto. Due eventi storici che mi piace credere si siano verificati entrambi. Se nasci in un anno del genere il tuo destino è segnato, c’è poco da fare.

Va ora in onda la sintesi del secondo tempo di una partita di calcio del campionato di serie A. La domenica pomeriggio così, coi cronisti che specificavano chi attaccava da sinistra a destra perché la tv era in bianco e nero, e a volte non era mica facile distinguere le maglie.

Capello giocatore, con quel cognome buffo. Le figurine di Mazzola e Rivera attaccate sul lato destro della credenza. Gigi Riva, la cosa più simile a dio.

Mio padre che si rende conto che è inutile insistere col figlio, quando è la figlia che si appassiona al racconto del suo infiltraggio dietro la porta di Albertosi solo in virtù della somiglianza della giacca a vento da ferroviere con quella dei fotografi sportivi.

I mondiali dell”82, io e lui, la prima tv a colori. Un ritorno epico dal campeggio a Chia, giusto in tempo. Dovevamo arrivare in tempo. Lui, di norma compostissimo, che si mette a saltare urlando “La voce del sangueee!” sulla rete di Altobelli, potere del cognome di mia nonna che li rendeva automaticamente parenti.

Il pellegrinaggio a Superga, una cosa solo nostra.

(mio padre è originario di Caserta. Non ha mai tifato il Napoli, la Juve era troppo facile. Ha scelto di tifare il Toro, lui. Poi uno si stupisce se la nostra famiglia non ha mai avuto una vita facile)

Caput Mundi, il nome di Rudi Voeller ululato dal radiocronista come fosse un nazionale brasiliano, a qualunque ora del giorno e della notte mentre io, studentessa fuori sede, disegnavo, disegnavo, disegnavo.

Nebbiolanum, l’anno della tesi. Una voglia incontenibile di riprendere a fare sport dopo anni e anni di ginnastica artistica interrotti da un brutto infortunio. Che poi non avrei avuto più la corporatura adatta, ma vabbé. Un inverno freddissimo, almeno per noi creature tropicali, soldi questi sconosciuti, palestre che costavano un occhio e piscine con orari incompatibili con qualunque attività che non fosse smaltarsi le unghie dei piedi sul divano. Una telefonata da Alghero e il suggerimento da parte di un ex moroso ex arbitro. Poi a te il calcio piace. Il corso che iniziava il giorno dopo, uno dei primi in Italia aperti alle donne. Le coincidenze non esistono.

Luca che raccontava in giro che usciva con un arbitro, giusto per ghignare senza ritegno delle facce sbigottite dei brianzoli, ma chi? quel bel fieu? e povero Pino, col figlio culattone. Ghignava anche il Pino, ma di brutto.

Una scommessa persa, la finale di coppa Uefa in piazza Duomo, la carica della celere. Manganellate e lacrimogeni come se non ne avessi preso abbastanza a Caput Mundi mentre la Pantera si aggirava per la Sapienza. La radiografia del mio cranio e lividi ovunque per settimane. Poche.

La mia prima designazione, i giovanissimi del Milan. Rifiuto giustificato. Il trasferimento.

La prima gara, al Santa Lucia, cielo grigio bassissimo e spogliatoio dell’arbitro senz’acqua calda. Ero sposata da sette mesi e vedova da sei. Fischiai qualunque cosa, anche le rimesse laterali.

Il campo dell’Uragano, il tè da non bere mai, per nessun motivo, che se ti va bene ci hanno sputato dentro e se va male ti ci hanno messo il Guttalax. L’arbitro incinta. Un flash, ogni volta che passo da via Vesalio.

Cronometro, moneta, taccuino. Lucido nero sulle mie bellissime Pantofola d’oro. Correre fino a sputare i polmoni, scansando palloni, corpi, scaracchi. Sollevare il braccio e fischiare. Prendere freddo, caldo, pioggia, vento. Rientrare negli spogliatoi coperta di fango, erba, gesso, sudore. L’unica cosa che mi rendesse sopportabile la domenica mattina. Per molto, molto tempo.

Fino alle partite pomeridiane. Fino all’essere in terna.

Fino alla Coppa Uefa, alle stelle mai così vicine, e a quel senso di truffa finale.

Fino alla trasferta a Napoli, alla retrocessione, alle sassate senza senso, al ritorno da eroi, comunque.

Fino al gol di Conti al 94′.

Fino a Svezia – Trinidad arbitrata a Denpasar con una divisa non mia.

Fino al vaffanculo liberatorio davanti alla sentenza della Commissione Disciplina che respingeva il mio deferimento.

Fino al trofeo più brutto dell’universo, che ora fa bella mostra di sé in qualche scatola nello scantinato a casa dei miei. Capocannoniera del primo e unico torneo di calcio a cinque giocato dagli arbitri, culminato in botte da orbi all’insegna del fair-play-questo-sconosciuto, ditemi voi.

(che vergogna. Il trofeo, non gli arbitri che se le danno di santa ragione e torto benedetto)

Fino all’ultima gara della stagione scorsa, il profumo dell’erba del campo di Hussainville mischiato a quello del docciaschiuma, sempre lo stesso in tutti gli spogliatoi, l’unica donna all’interno del recinto di gioco e quella botta di nostalgia spaventosa che ti spinge a battere i piedi sulla grata davanti alla porta anche se non ce li hai, i tacchetti da cui scrollare la terra. Al limite hai i tacchi.

Sapere cosa si prova.

Sapere che domenica comincia un’altra stagione. Caldo, freddo, vento, pioggia. Domeniche che quelli furbi se le passano a letto, mica a fare i cretini in giro. Domeniche che ogni tanto te le passi a letto anche tu, con la pioggia fuori, pisolando su “Tutto il calcio” .

Sapere che non lo perdi, il vizio. Che a volte pensi che basta, non ne vale la pena, che il calcio è marcio, non è più divertente. Poi finisci per caso in un gruppo di cazzoni calciofili e non era mica vero che non ne valeva la pena.

Non lo so, se ho reso l’idea di cosa c’entro col calcio.

Tu, se vuoi sapere altro, chiedi.

[i cento giorni di fùtbologia]

Fùtbologia, ce l’avete presente, no?

Ormai è un mese e più che vi scasso le palle con “quanto è fico Fùtbologia”, “oh, ma hai visto Fùtbologia?”, “Fùtbologia canaglia” e via palleggiando.

C’è persino gente che è andata a controllare di cosa si tratta, pur di non sentirmi più.

E gli è pure piaciuto.

Ora, il blog è online. Il sito è online. I social network sono attivi. C’è da partire con l’organizzazione del convegno, che si terrà a ottobre, a Bologna, e sarà fantastico (e sì, d’accordo, sono un’entusiasta, ma lo sapete che lo sono solo in presenza di qualcosa davvero speciale, altrimenti resto la solita stronza spocchiosa). E sarà un mazzo. E richiederà soldi, oltre all’impegno che tutti stanno già profondendo per il resto.

Soldi? In Italia? Ora? Non farci ridere.

Invece è tutto lì. Ridere, fare qualcosa che ci faccia star bene, che ci emozioni, in buona compagnia. E’ l’unica cosa per cui valga la pena separarci da quei pochi, maledetti/benedetti euro che ci capitano sempre più sporadicamente in tasca.

Sì, ma è a Bologna. Tolti i bolognesi, tutti noialtri per andarci dobbiamo aggiungerci il costo del viaggio, alloggio, vitto, diranno i miei piccoli, furbissimi lettori (gnegnegne). Vero. Ma se non ci mettiamo un soldo ciascuno ora per far sì che il convegno si faccia, cacchio ci andiamo a vedere, a Bologna, la casa di Lucio Dalla? Al resto ci penseremo. Andremo tutti insieme per dividere le spese, dormiremo in trentacinque nel bilocale degli amici di qualcuno (io però di nuovo sotto la scarpiera no, dai). Sarà bellissimo.

Però bisogna farlo. A mezzanotte di oggi è partita l’azione di crowdfunding. 100 giorni x finanziare Fùtbologia.

Ora che le mie minacce di bucargli il pallone se l’avessero organizzato in sovrapposizione col KME sono andate a buon fine (hanno deciso spontaneamente che il convegno si terrà a fine ottobre), posso partecipare anch’io. Se permettete preferisco investire venti euro in qualcosa che mi ispira, piuttosto che farmeli inghiottire da un distributore Tamoil che non solo non mi dà l’equivalente in benzina, ma manco un bacetto sulla guancia.

O no?

[sul palco e nel campo (18 verticale)]

Teoria #1:

sul grande palco della vita, siamo tutti cantante o chitarrista o bassista o batterista, inteso come categorie dello spirito.

Teoria #2:

siamo tutti o portieri o difensori o centrocampisti o attaccanti, anche qui, non in senso atletico.

Le due teorie possono sovrapporsi a tratti, ad esempio i batteristi sono portieri, è evidente.

(cfr. “Lentinology”, Marassi University Press)

Le due teorie, imho, possono non solo sovrapporsi, ma anche comporsi in modo da dare sfogo a capolavori di apparente incoerenza.

(ho passato qualche ora, ieri, a considerare l’attitudine di alcune persone che conosco bene e di altre che conosco da poco e/o per niente ma che per vari motivi mi hanno colpito. E la faccenda risulta piuttosto affascinante, essendo oltretutto entrambe le teorie basate su due dei miei ambienti naturali. Non potrei essere altro che un bassista e un’ala: ritmo über alles, dentrofuoridentro, prendersi e darsi e diventare una cosa sola, pulsazioni e respiro e movimento di fianchi, di mani e di piedi, potenza della deflagrazione dietro lo sterno e ondeggiare di bacino a sfumare fino a fermarsi esausti. E qualcosa di inafferrabile che sa che il centro dell’attenzione non è il proprio posto, perchè il proprio posto è da osservatore ai margini, quasi sul campo per destinazione, tra l’apparente disinteresse e l’invisibilità; è lì dove si rappresenta la certezza, per quella manciata di persone con cui basta uno sguardo, nel momento in cui serve il diversivo, l’accelerazione, la strategia alternativa)

(poi certo, nascosto in un cartone nella più remota delle cantine c’è anche un trofeo di rara bruttezza, da capocannoniera di un torneo di arbitri in cui il numero dei lacero-contusi in campo superava quello degli spettatori, ma si è trattato di un errore di gioventù)

Detta così sembra una gran figata, no?

Perciò ditelo, cosa vi sentite, intanto che arrivano le birre ghiacciate.

[quando il calcio fa bene]

Se la frase in questione fosse stata “I negri? Spero che in nazionale non ce ne siano”, sarebbe successo il finimondo. 

Massima solidarietà a Balotelli e Ogbonna, condanna universale da parte dell’universomondo sportivo e civile, Prandelli che avrebbe rispedito Cassano in Italia a calcinculo e Napolitano che gli avrebbe preso la carta d’identità e gliel’avrebbe strappata sul muso.

Invece, per fortuna, Cassano ha cercato i froci. 
Mentre aspettiamo con trepidazione aggiornamenti sulla presenza in nazionale di albini, figli unici, mangiatori di pesche con la buccia e altre categorie destabilizzanti (mancini e rossi non li possiamo citare, perché in nazionale ci son già stati, con l’iniziale maiuscola e senza che si creasse alcuno scompenso), la domanda sorge spontanea: cosa diavolo spinge atleti più che dignitosi, di ieri e di oggi (ultima, ma solo in ordine di tempo, l’imbarazzante uscita di Gianni Rivera) ad affannarsi a negare un’evidenza del tutto ovvia e irrilevante? Ma ce li vedete voi i bancari, o i controllori di volo, o i meccanici della Formula Uno, rendersi ridicoli agli occhi del mondo insistendo in anacronistiche quanto fuori luogo arrampicate sugli specchi pur di difendere il loro maschissimo ambiente? O forse un uomo gay non è in grado di parare o segnare come il dio del calcio comanda perché si distrae a guardare le cosce degli avversari? O magari ammettere pubblicamente che si condivide lo stesso spogliatoio, omo ed etero, mette automaticamente in discussione la propria virilità, se si è un calciatore famoso, e questo evidentemente è male e va evitato ad ogni costo?

Certo, poi Cassano si scusa.
Certo, son questioni private.
Certo, la maggior parte dei giocatori, allenatori e compagnia calciante la pensa ben diversamente o almeno ha il buon senso di non esternare davanti a un microfono.
Certo, è un attaccante della Nazionale, a Europei in corso, mica lo si può togliere dalla squadra perché ha detto una cazzata.
Certo, si è trattato di una trappola mediatica.
E poi certo, giovedì c’è la Croazia, pensiamo a giocare.

Però lasciatevelo dire, ragazzi, non è il fuorigioco la cosa più difficile da capire del calcio, se si è una donna.
***
Invece c’è una cosa facilissima da capire, che si sia donna, uomo, coccodrillo, orangotango, due piccoli serpenti o un’aquila reale appassionati di calcio, ovvero che – dopo svariate settimane di bisbigli, messaggi cifrati e comunicazioni carbonare – è finalmente partito Fùtbologia.
Un festival (che si preannuncia strepitoso, e che speriamo non si tenga prima dell’8 ottobre altrimenti mi sparo), ma non solo.
Un sito web, il posto che mancava, ma non solo.
Un blog, da gustarsi e rigustarsi, ma non solo.
Un gruppo di persone che al suono della parola “calcio”, pronunciata con una speciale intonazione magica, hanno drizzato le orecchie, hanno fiutato l’aria e si son cambiate le scarpe.
Un gruppo aperto, che cresce di giorno in giorno, dove arrivi che al massimo conosci qualcuno di vista e dopo mezz’ora ti senti amico di tutti.
Parlare di calcio parlando di tutt’altro, e parlare di tutto parlando di calcio.
Calcio per il gusto di.
Ci voleva. Oh, se ci voleva.
(non fate i dogana. Passate la parola)