[Norwegian pirl: la genesi]

« (…) il Nilo comincerà a pullulare di zebù; essi usciranno, ti entreranno in casa, nella camera dove dormi e sul tuo letto, nella casa dei tuoi ministri e tra il tuo popolo, nei tuoi forni e nelle tue madie. Contro di te e contro tutti i tuoi ministri usciranno gli zebù». Esodo, 7, 26.

Ecco.
Poi non dite che non vi avevo avvisato.

C’è un prima e c’è un dopo.
A volte c’è anche un prima che non può aspettare che arrivi il poi, ma questa è un’altra storia.
Nel prima c’è Morten Harket. A me non mi freghi, Morten, io l’ho capito appena ti ho visto che quello spazio fra i tuoi incisivi rimandava dritto dritto a Nada e al Sassofono blu. Le royalties per il nome dovete darle, taccagni, non fate finta di niente.
C’è Smilla, nel prima, e prima ancora Andersen. Ora, che la Danimarca vanti il più alto tasso di suicidi in Europa è un fatto, certo, il clima, ma pure tu, benedetto, la ragazzina assiderata e la madre che si cava gli occhi e li fa cadere nel pozzo, adesso tu dimmi se, ma favole un cazzo, Hans Christian, hai traumatizzato una generazione e qualcuno bisogna che te lo dica. The kingdom era Disneyland, in confronto.
Ci sono Maj Sjöwall e Per Wahlöö, nel prima, e Stieg Larsson, che gli dei mi perdonino, ma ci son pure quei momenti in cui una ragazza ha bisogno di qualcosa di grosso e pazienza se non regge la conversazione, dopo gli chiami un taxi e via.
C’è Erlend Øye col tutù e una notte in cui c’era qualcosa nell’aria, altroché se c’era, Fernando, anche se poi in sottofondo c’erano i Giardini di Mirò, e una squadra inusitatamente campione d’Europa e un’altra composta quasi esclusivamente da giocatori di nome Jensen che faceva ubriacare i cronisti. E un tale Sven Goran, come no. C’era del marcio e Vicky il vichingo, Villa Villacolle e i suoi abitanti, e un viaggio fantastico cominciato con la sottoscritta alla guida di un’Astra SW per 900 chilometri attraverso la Germania, di notte, con la radio bassissima per non svegliare i tre macachi che dormivano, uno dei quali si rivelò un compagno di viaggio talmente insopportabile che a saperlo prima l’avrei abbandonato in un’area di servizio alla mercé dei camionisti del Baden-Württemberg, e l’alba sul Baltico e una casa bellissima a Copenhagen, Legoland e Christiania, di cui ho più solo una foto appesa sul muro di fronte al mio letto, proprio dietro la porta. E Elsinore, e scoprire con immensa soddisfazione che l’irritantissima scena finale dell’Amleto di Zeffirelli, quella in cui Mel Gibson muore esattamente al centro della sala solo per urtare il mio senso estetico scaleno, non era stata girata lì, non potete capire il sollievo.

C’era un moroso norvegese che fece la spola per un po’ ai tempi in cui le low cost non erano ancora state inventate, da cui imparai come comunicare in maniera efficace la mia stima alla curva avversaria in uno stadio e altri fondamentali.
E poi, qualche anno dopo, ma sempre prima, c’era K (che per inciso non dà il nome all’omonima pagina, fosse ispirata a lui si chiamerebbe Generazione P) che leggeva Montanelli in roulotte a Nowhere e tutti e due scoprivamo che la pronuncia esatta dell’aggettivo è scandinàvo e non scandìnavo come avevamo sempre detto, tu guarda se dovevamo arrivare in Nuova Zelanda per scoprirlo, e sempre in Nuova Zelanda c’era Norwegian wood che era uno dei libri che mi avevano regalato da portare in viaggio, l’altro dei miei era “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, quelli di K non me li ricordo. Il kindle era ancora di là da venire.
E questo era grossomodo il mio rapporto con la Scandinavia in generale e con la Norvegia in particolare prima.

Poi è arrivato lui.

Un uomo alto 1,93, che non supera i 90 kg e che solo per certi traduttori di Piemme si può definire tarchiato. Ivan Zaytsev è alto 2,02 e ne pesa 100, per dire.
Lo so che in realtà dovrei dire “poi sono arrivati loro”, ma mica tutto quello che ha scritto Nesbø mi è piaciuto. Il cacciatore di teste va bene giusto quando hai finito di rileggere pure i vecchi Liala di mamma, perché non è nemmeno grosso.

Lui, invece.

Non che abbia mai avuto bisogno di grandi scuse per prender su uno spazzolino da denti e andare in giro per il mondo a far ridere del mio dentifricio da viaggio, però è vero che a volte capitano storie ambientate in posti che ti chiamano talmente forte che resistere è una battaglia persa. Poi parlo io, che ho quel famoso problema con le tentazioni.

Organizzare la missione Norvegia è stato particolare da più punti di vista: il primo viaggio superiore ai tre giorni che facevo di nuovo da sola dopo molti anni, con un budget reso ancora più ridicolo dal fatto che l’affitto di casa era tornato ad essere interamente a mio carico, mentre il mio stipendio era rimasto la miseria che era. Ma organizzarsi le vacanze senza doversi preoccupare dei soldi o delle condizioni meteo  è una roba noiosissima, disse la volpe all’uva. All’epoca ero ancora

– Una vendemmiatrice alta un metro e un portacenere pieno! – diranno i miei piccoli lettori balossi.

No, ragazzi, avete sbagliato: all’epoca ero ancora una lavoratrice del settore cultura e spettacolo. Una di quelli che non intasano le bacheche altrui lagnandosi di dover lavorare i festivi, non so se avete presente. Quelli che le ferie ce le hanno in periodi inconsulti: febbraio, novembre. Ottobre, nel caso specifico, giusto prima di quella stagione troppo esotica per noi creature tropicali. Perché ricordiamoci che stiamo sempre parlando di una che va in Norvegia forte dell’esperienza datale dall’aver visto L’era glaciale e la neve cadere tre volte in vita sua. Una che una settimana bianca non l’ha tuttora mai fatta, e non solo perché di bianco non possiede manco mezza mutanda. Una a cui ancora non avevano detto che parlava inglese con l’accento di Winterfell. Una che quando è salita in cima alla Jungfrau la cosa più intelligente che ha saputo fare è stata cadere di culo sul ghiaccio e che in Norvegia, ad ottobre, si è comunque portata il costume, che non si sa mai.

Quindi comincia tutto con lo squillo della terza sveglia, quella che ti segnala che se ti metti in macchina ORA perdi il volo solo di dieci minuti. Mostri d’imperio a Grogu le uscite di sicurezza dal tuo zaino, cacci dentro delle cose a caso tra quelle che stavi organizzando da tre giorni e che lei ha giustamente tirato fuori perché nessuno sano di mente andrebbe mai in Norvegia senza una gatta –  il che, perdendo per un attimo di vista la differenza risibile tra un topo e un alce, può anche essere vero – e, venti minuti, dopo una meteora ipertricotica in assetto da guerra entra a capofitto sull’ultimo CAG-BGY della notte un attimo prima che chiudano le porte.

Grogu dormirà benissimo nel sacco a pelo dimenticato sul letto, dopo averlo impastato per bene.

La meteora un filo meno, le madonne come isolante per dormire all’addiaccio in aeroporto, non sono un granché, ve lo dico.

E questo era il prologo.imgp1139

[against all odds]

Il peggio che possa capitare a una brioche non è essere bandita da Facebook nel momento in cui un tizio rinsecchito leva le braccia e rianima orde di spoileranti.
Non è nemmeno essere costretta a fare a meno dei commenti sull’ultima occasione persa da una veejay per tacere e sperare che nessuno si accorga che un battiscopa le fa 4 a 0 e una figurina, quanto a QI.
No.
Il peggio che possa capitare a una brioche è essere bandita da Facebook a ridosso del momento più importante dell’anno.

Francamente, non contavo che più di una manciata di irriducibili se ne ricordasse.

Alcuni di voi, addirittura, proprio perchè vi conosco, avrei scommesso che da veri maschi avrebbero lisciato la data senza un plissé (maledetta tastiera foresta, nove tentativi e sedici vaffanculi prima di beccare la e con l’accento giusto).

Invece.

(dovessi mai avvicinarmi a un bookmaker, vogliatemi bene e prendetemi a calci)

Lo dico senza giri di parole: in questo periodo particolarmente arduo, mi ha commosso vedere come tantissimi di voi abbiano dedicato un momento a questa ricorrenza.

E sì che a momenti non me lo ricordavo manco io che l’altroieri era il compleanno dei cani di Valerio Scanu.

(piccolissima nota a margine: vi siete divertiti a segnalarmi a Zuckerberg? Bene. Sappiate che io, a fare quello che vi ha portato a farlo mi son divertita molto, ma molto, ma molto di più. kind regards)

[a song of mountain and hare – episode I]

Siamo io e lui davanti a due birre.

E lui inizia a raccontare.

E quando ha finito di raccontare, in quella maniera affascinante e spaventosamente divagatoria che non è altro che l’ennesima variante della selezione naturale, quella che serve a riconoscersi fra simili e a far scappare gli altri, quelli che quando gli dei hanno consegnato le chiavi di tutti i tappeti volanti erano impegnati a far cose serie e necessarie, tipo fare la spesa e pagare le bollette, quando ha finito di raccontare, senza curarsi di perdere il filo mentre si interrompe ogni cinque minuti – esagerata. ogni tre minuti – per salutare chiunque si trovi ad attraversare la piazzetta e gli venga incontro con un sorriso amichevole – ovvero: chiunque – quando ha finito di raccontare e il suo bicchiere è vuoto senza che l’abbia mai visto prendere un sorso, a quel punto mi abbraccia e si allontana nella sera primaverile.

E io sono dei loro.

 

(c’è una cosa, però, che devo confessarvi, amici monteleprini. Non ho avuto cuore di farlo prima, vi ho costretto a subirne gli effetti senza una spiegazione. Anche se sono certa che alcuni di voi l’hanno sempre saputo.

Le parole che non vi ho detto. Cantiere, giorno 1.

A causa di un malfunzionamento della curvatura terrestre, Montelepre si ritrova ad essere piuttosto vicino a casa dei miei. Pausa pranzo. Bilancino da – uhm, diciamo orafo – alla mano, soppeso: da una parte, la possibilità di un pasto caldo scambiato, come fosse un segno di pace, con un vassoio di devozione filiale; dall’altra, panino, libro in santa pace e la certezza che mia madre è (inconfutabilità granitica dell’indicativo presente vs. traballante possibilismo del condizionale) capacissima di uscirsene con un “non ti fai mai vedere” mentre le sto ancora davanti in scala 1:1.

Vi ho mai detto quanto sono idiota?

L’ultima speranza è riposta nella tecnologia, ma il contatore geiger abbinato al sistema satellitare RDC (Rilevatore di Cognate) lampeggia verde. Non ho neanche quella scusa.

Sette/ottavi di me sono ancora sul cancello quando un lamento strazia l’aere circostante:

–          Ohi, figlia mia!!!!!

Diciotto feriti gravi, ventinove lievi, cinquantadue dispersi e novantasei richieste di risarcimento per i danni causati dalla schegge dei punti esclamativi.

Mater Suspiriorum, Mater Tenebrarum e Mater Lacrimorum, dopo un rapido consulto, decidono che non possono reggere il confronto, appendono l’orrore al chiodo e corrono a presentarsi al casting del Bagaglino. Io mi limito a farmi gelare il sangue nelle vene e a prepararmi al peggio.

–          Perché sei vestita come un muratore?

–          Ma %+@#§***, mamma!

–          OUTSIDER! Dove credi di essere, in una discarica? Asterisco e cancelletto! A tua madre!

 

Non faccio in tempo a obiettare che:

a)      asterisco e cancelletto è il minimo che mi possa scappar detto quando scopro che l’urlo agghiacciante è dovuto a mera divergenza stilistica e non al fatto di essere appena diventata orfana;

b)      che comunque, a pensarci bene, non mi sarei dovuta preoccupare più di tanto, visto che Tony Curtis, l’unico uomo la cui dipartita potrebbe suscitarle una reazione simile, è già morto;

c)       che visto che c’era poteva almeno metterci un po’ più d’impegno e farmi somigliare a Jamie Lee;

d)      che, a proposito di divergenze stilistiche, non mi frega più, l’ultima volta che le ho dato retta mi son ritrovata a girare per cinque anni con una busta del pane in testa dalla vergogna, dato che sulla mia prima carta d’identità figurava una foto al cui confronto la signorina Rottenmeier pareva Nadia Cassini;

e)      che non voglio sapere che discariche frequenta;

f)       e che in ogni caso sono abbigliata secondo l’ultimo grido di Vogue Carpenter come mio solito, roba che a Balmoral se la sognano, signora mia, se la sognano;

 

che alle mie spalle si materializza Zippo.

Zippo un dono ha ricevuto, uno solo: quello di riuscire a sputtanare ai nostri genitori qualunque faccenda che la qui presente sorella maggiore ritenga più opportuno mantenere coperta dalla massima discrezione. Qualunque.

–          È vestita come un muratore perché sta lavorando in un cantiere.

–          Ahia!

Dimenticandomi che, tolte le scarpe e tutti i mazzi di chiavi, i cacciaviti, le pile, i rotoli di scotch da pacchi, il listino dei congelatori, la livella a bolla e il bidone di Haribo gommose a forma di uova al tegamino che si porta appresso ovunque, metti mai scoppi una catastrofe nucleare e lui rimanga senza generi di prima necessità, pesa 54 chili vestito, gli tiro di riflesso un calcio nello stinco e mi faccio male io. Ma non sanguino, e le mie interiora rimangono prudentemente al loro posto, quindi non c’è nessun motivo valido che possa distrarre mia madre dal pronunciare la frase definitiva:

–          Come sarebbe, stai lavorando in un cantiere? I cantieri son posti pericolosi.

 

In sette giorni di cantiere ci è successo di tutto.

Di tutto.

Dal colore mancante (con conseguente segnalazione della sottoscritta alla Digos in qualità di individua sospetta che si aggirava intorno all’isolato del colorificio perché aveva visto una finestra lasciata semiaperta e cercava un modo per scavalcare il muro, infilarcisi dentro e recuperare la latta perduta) al superponte che ha reso complicato trovare negozi aperti e desiderosi di scambiare merci con vile denaro, prestazioni sessuali e pizze di fango del Camerun, e che ci ha costretto a dipingere 12 mq con un rullino grande quanto lo spazzolino da denti di Barbie, ma in compenso nient’affatto rullante; dalla pioggia ai funerali imprescindibili che hanno bruciato pomeriggi critici; dal tira e molla sul finanziamento dell’impresa, con tutte le rimodulazioni del caso, alla decisione di portarla a termine comunque (anarchy in Montelepre).

Non sapevo come dirvelo, amici monteleprini, da cosa dipendeva.

Non era la mia sciarpa viola.

È che mia madre ha il nome di un colore anche lei, ma evidentemente al viola gli fa un sontuoso pippone.

Ce l’abbiamo fatta, nonostante tutto, perciò sarebbe carino se, ora che lo sapete, non mi bruciaste casa durante la notte.

Anche perché le cronache delle nostre gesta sono appena iniziate)

[rivelazioni]

Uno dice, le rivelazioni.

Pensi di sapere tutto di una persona, ma proprio tutto.

Tuttotuttotuttotutto.

Ci sono, quelle persone.

Poche, certo, ma ci sono.

Pochissime, d’accordo.

Meno di pochissime, ok, però

Per cortesia, ce la diamo una mossa a inserire il comando

<piccoli lettori pibinchi ammutolish now>, che poi perdo il filo?

Grazie.

Ho perso il filo.

– Oh, no! Una mandria di zebù imbizzarriti sta per piombarci addosso al galoppo!

– Paura, eh?

Persone di cui pensi di sapere tutto, si diceva.

E invece.

A volte colpiscono come uno schiaffo, le rivelazioni.

Altre volte lasciano sbigottiti e senza parole. Ti precipitano in un abisso di destabilizzazione, dal quale – solo se sei fortunato – riesci a riemergere aggrappandoti all’ombra di un’opportunità che intravedi da sotto, come fosse lo scafo di una scialuppa di salvataggio.

– Se l’arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescovisdestabilizzasse,vi desarciviscodesterazzi…

POW!

GLUB!

– Ma ce l’aveva quasi fatta!

– Già, c’era il rischio che pur nuotando mentre blaterava si salvasse, ho dovuto spararle.

Questa è la breve storia di una di quelle volte lì.

Le seconde, sì, le seconde volte, Brigate Pibinche adorate del sacro cuore di Sider, che ve possino.

Da un po’ di tempo a questa parte posso dire di essere smodatamente felice.

(provate a digitare “Sider smodatamente felice” nella finestra di ricerca di Google Translator e fateglielo tradurre in una lingua qualunque. Poi fateglielo ritradurre in italiano. Il risultato finale (oltre a farvi diventare piuttosto popolare nel rutilante mondo delle oneste ragazze slave – letto all’italiana, non all’inglese – interessate di conoscenza, sincero affetto e relazione stabile e disinteressata con bello uomo di Italia, anche niente bello fa uguale, io manda di foto, tu anche manda di foto, meglio se in formato .iban), dall’afrikaans allo zurrustano, sarà immancabilmente “Sider è una pazza incosciente”. Questa è la dimostrazione scientifica definitiva che Google Translator è unammerda e io sono smodatamente felice.

Per riequilibrare la situazione, un dio cattivo e noioso appreso andando a dottrina il primo giorno ha creato le poste, il secondo giorno l’ufficio di collocamento, il terzo giorno ha creato il primo del mese e il quarto ha tuonato dalla sua villa alle Cayman:

– Sider!

– Ronnie, guarda, non è il momento. Nel tentativo fallito in partenza di riequilibrare la mia smodata felicità, una congiunzione astrale che non scopa abbastanza ha deciso che oggi, primo del mese, accidentalmente quello di aprile, dovessi recarmi sia alle poste che all’ufficio di collocamento.

– Non rivolgerti a Me in questo modo, sa’?. Congiunzione astrale lo dici a tua sorella, sono io che ho deciso che.

– Ma se sei morto.

– Maledetto Guccini, non dovevo perderlo a carte con Lucifero. Lucifero bara. Hahahaha, morto, bara. L’hai capita?

– Cristo, pietà.

Assemblea: Cristo, pietà.

(in piedi)

Se le poste rappresentano, nell’immaginario collettivo, l’ultima fermata prima di lanciarsi nel Grand Canyon con tutta la Thunderbird, una sorta di zona franca in cui qualunque abbrutimento è liberalizzato e anzi, atteso, in cui improbabili tacchi 15 offendono il decoro urbano anche senza swarowski, figurarsi con, push-up Innocenti e cotonature da far dare all’alcool tutta la famiglia Ewing compresi i cavalli convivono senza che nessuno se ne adombri con ciabatte splatter, barbe incolte, eau d’inceneritoir e pantaloni del pigiama punibili con un’ammenda da 50 a 500 euro a seconda che vi siano esposti o meno infanti, cardiopatici e donne in gravidanza

-E miga si vede chedè un pigiama.

– No, certo, potrebbe pure passare per una tuta da ginnastica.

– Lo vedi ghe già ne sai.

– Lei è stato azzurro di sciatting alle Olimpiadi dell’80, riconosco il calzino di spugna. Immagino che anche se non gareggia più a livello agonistico la scaramanzia sia dura a morire.

se le poste rappresentano questo, dicevo, l’ufficio di collocamento è ancora un luogo dove invece la dignità umana trova un barlume di conforto. Le ultime tracce di aggressività si diluiscono nella rassegnazione, si aspetta il proprio turno per ore senza dare in escandescenze. I più giovani (pochi) si guardano intorno perplessi, i più grandi hanno per lo più l’aria di quelli che ancora non si capacitano di esser finiti lì. Nessuno che paia appena sceso da un carro bestiame o uscito da un cast del Grande fratello, come se presentarsi in ordine, agli altri, ma soprattutto a se stessi, rappresentasse l’ultima ancora di salvezza mentale a cui aggrapparsi per non perdere di vista il fatto che. Tutti, indistintamente, si rivolgono agli altri in maniera educata, se non cordiale. Alle poste, la signora visibilmente incinta che è appena entrata avrebbe fatto in tempo a partorire, svezzare il pargolo, comprargli l’astuccio e il diario dell’Uomo Ragno e vederlo arruolare nella Legione Straniera, tutto in piedi, prima che a qualcuno venisse in mente di cederle il posto. All’ufficio di collocamento non ha neanche portato dentro il secondo piede che si son già alzati in sei.

Un posto normale, insomma. Di quelli che non fanno audience. Persino gli uscieri non riescono ad essere convincenti nella stronzaggine che il loro ruolo impone per contratto, e gli impiegati, consapevoli di quanto poco sano sia ciondolare come dei perditempo rubastipendio sotto gli occhi di un’orda di anime dannate assetate del medesimo, fanno del loro meglio per guadagnarsi la pagnotta.

Più o meno.

Dopo neanche due ore, sul pannello luminoso esce il 992. Metto il segno al libro, tiro fuori i moduli, mi alzo, mi giro e mi rilasso. Niente scatti da primo giorno dei saldi, ma il galateo dell’ufficio di collocamento prevede di non imporre ai propri compagni di sventura nemmeno un secondo ulteriore di attesa perché non ci si è premurati di prepararsi per tempo. Come scatta il mio numero, un ragazzo in giacca di tweed verde scuro prende il mio posto e va a sgranchirsi nel campo per destinazione.

– Di cosa ha bisogno?

– Aggiornamento dello stato di disoccupazione.

Mille parole in un unico sguardo reciproco. Meglio del bluetooth. L’impiegato prende il mio fascicolo e ne infila un bordo sotto la tastiera per copiare i dati. Si ferma quasi subito.

– Sider con il th?

Non so se temere di non capire o di avere appena capito. Nel dubbio, basisco.

– Prego?

– Il suo cognome, Sider. Si scrive con il th?

Il mio sopracciglio sinistro assume non già la posizione d’urto, ma quella di un perfetto accento circonflesso.

– Per quale motivo dovrebbe?

– Ha un suono straniero.

Giro lo sguardo intorno alla ricerca della telecamera nascosta.

(ormai è tutta roba stravista, ragazzi, via, inventatevi qualcosa di nuovo)

Lui mi scruta severo da sopra gli occhiali. È un impiegato scafato e coscienzioso, lui, conosce le lingue, ha viaggiato. Nel tempo libero insegna recitazione a Kevin Spacey. Non lo coglierò in castagna.

– Con la d normale, quindi. Niente th.

– Con la d normale, certo.

– E beh, lo dice lei, “certo”.

– Sono moderatamente titolata a poterlo dire.

– Sicura.

– Sicura. A noi i punti di domanda ci fanno schifo.

Il fatto che il mio nome e cognome sia scritto in scontatissimi caratteri latini e perfettamente leggibile sul modulo da cui sta copiando non sembra convincerlo, ma si adegua.

Non del tutto, evidentemente.

– Ah, ma aspetti, questo è il nome d’arte?

Non riesco a trattenere un sussulto di sorpresa.

– Mi perdoni?

– Dalla scheda risulta che negli ultimi otto anni ha lavorato nel settore spettacolo. È un’artista, quindi Sider è il suo nome d’arte.

– Mi fa piacere che anche lei consideri arte l’haute cuisine, così come mi lusinga sapere che sul mio conto circolino anche attestati di stima, per quanto, lei m’insegna, molti nemici, molto onore. Comunque no, come vede dalla scheda sono un tecnico. Niente nome d’arte.

Si gira di poco alla sua destra in modo da trovarsi perfettamente di fronte a me, ruota le mani e unisce le falangi.

– Veramente dalla scheda lei risulta sì, tecnico, ma anche artista.

Sottotitolo: chi pensavi di fregare, cocca? Io sono un precisino.

(ragazzi, io ve lo dico, se non vedo il girato e il montaggio definitivo non la liberatoria non la firmo)

– Al di là del fatto che quello che doveva essere un ordinario aggiornamento dello stato di disoccupazione stia virando pericolosamente verso il tentativo di estorcere un qualche tipo di confessione che non riesco a immaginare, e ringrazi che siamo ad aprile anziché a dicembre, le finestre sono ben chiuse e in ogni caso ci troviamo al piano terra, altrimenti me la sarei già data a gambe, è vero che in venticinque anni di attività ho collezionato una serie di esperienze professionali quanto mai disparate, ma le pare che non sarei in grado ricordarmele?

Socchiude gli occhi fiutando il sangue.

– Beh, guardi, se la mette così, i casi son due: o lei ha la memoria corta, oppure qui qualcuno ha dichiarato il falso. Un falso su cui lei, a quanto vedo, ha percepito un sussidio di disoccupazione in precedenza. Che potrebbe non aver molta voglia di restituire allo stato. Quindi provi a far mente locale sulla sua attività artistica.

Ohibò. Qui si fanno le cose in grande. Intravedo già palme d’oro e orsi d’argento. Che peraltro si specchiano nel mio curriculum vitae a prova di macchia, ma se sul copione c’è scritto “la comparsa fa mente locale”, la comparsa fa mente locale.

– Attività artistica, lei mi dice. Parliamo di quella professionale, immagino che la danza classica da bambina, l’esame di ammissione al conservatorio, i cori allo stadio, la natura suicida dipinta per mia madre alle medie e i gran pezzi di teatro davanti alle pattuglie della stradale non rilevino. Ho disegnato molto, questo sì. Ma è stato molto più tempo fa, almeno tre pagine indietro rispetto a quella che ha davanti.

– Lei è sicura, vero?.

Lo dice torcendosi le mani in un’estasi di compiacimento, il figlio naturale di Gargamella e di Bruno Vespa che pregusta il momento in cui scoprirà il plastico del fungo dove è stata assassinata Puffetta.

– Lo sono anzichè no.

– Eppure mi conferma di essere la signora Sider Out, nata a, il, residente in Villa Balorda, comune di Plutone, codice fiscale SDRTOU69H56X911Y, metta la mano sulle pagine gialle e dica “lo giuro”.

Ho fatto cose più assurde.

– Guardi qui.

Gira il monitor dalla mia parte.

Leggo.

Apro la bocca.

La richiudo.

La riapro.

Ok, la mia mobilità orale non è compromessa e può dare ancora molte soddisfazioni.

Però.

Però.

Scorro la scheda. Nel corso degli ultimi 25, forse 26 anni mi son ritrovata a fare una quantità di lavori più o meno probabili. Sono stata una speaker radiofonica, una spacciatrice di volantini pubblicitari, un’insegnante a ripetizione, una giovane promessa del design internazionale, una consulente d’impresa pagata a peso d’oro, una bracciante agricola, un’assistente di direzione ostinata e contraria, una sarta di compagnia, un’operatrice di call center, una responsabile di produzione, un’operaia metalmeccanica, una tour manager, un’attrezzista, un’addetto gare, un’amministratrice di compagnia, una traduttrice, un’autista, una costumista e un’interprete più o meno simultanea. Quello che non sapevo, e che mai avrei immaginato, è di essere stata, per due mesi, nel 2008

– Un’artista di varietà. Ha visto che avevo ragione?

– Mi rendo conto che potrà sembrarle losco e abusato, ma se le dico che lo sono stata a mia insaputa mi crede?

Mi guarda. Da cima a fondo. Non so se lo punga pure vaghezza di farmi girare, ma grazieadio non lo fa.

– Sa che non lo so? Di getto risponderei di no, ma lei mi dà l’idea di essere una piena di sorprese.

Me ne vado prendendolo come un complimento, canticchiando

Sono un’artista di varietà

che varierà finchè la vuoi seguire

non ti disturberà

mentre l’usciere mi chiude la porta alle spalle scuotendo la testa.

[affari di famiglia]

Io la mia parte l’ho fatta.

Ho spostato le sedie, srotolato metà della pompa, preso in mano lo spazzolone, addirittura ho guardato con intenzione il flacone dello Spic&span.

Più di questo non mi si può chiedere.

Non quando la primavera mette in scena una prova filata impeccabile, a meno tre dal debutto.

Sole splendente che scalda forte senza bruciare, brezzolina leggera profumata di mare, cuscinone da terrazzo che mi guarda invitante. Cosa potrebbe mai sopraggiungere a turbare il godimento di un abbraccio reciproco, languido e pigro?

Il maledetto squillo del maledetto telefono, ecco cosa.

Ora, quando il telefono squilla con la suoneria de “Lo squalo”, che non mi sono mai sognata di scaricare, sale in zucca vorrebbe che l’utile attrezzo venga scagliato all’istante il più lontano possibile mentre ci si butta a terra dietro la prima cosa utile a ripararsi dall’esplosione, senza manco pensarci.

Il sale in zucca.

Vacca miseria, ecco cosa mi son dimenticata di comprare.

–          Domani vieni a cena, sì?

Tutto il tepore di poco fa si è ritratto come un paguro. Un pinguino mi chiede se ho mica una termocoperta da prestargli, che solo con la tuta da sci c’è da battere i denti.

–          Ciao mamma.

–          Non arrivare tardi come al solito, lo sai che tua cognata ci tiene a cenare puntuali.

Mi si surgela il midollo spinale lungo la schiena. “Cognata” e “cenare” nella stessa frase delineano una concatenazione di crimini efferati contro l’umanità, con la sottoscritta nello scomodo ruolo dell’umanità. Già mi ci vedo, in corsa per l’Oscar:

–          Oscardiniamo er pancreas? Tanto ormai è spacciata, chissà dove l’ha presa tutta questa stricnina.

–          Dici che è stricnina? A me pareva più minestrone.

–          Ci metti le uova crude, nel minestrone, tu?

–          Gesù, che schifo, no! Piuttosto mi prenderei la stric…oh.

 

Non dico di voler imporre la mia presenza sul pianeta a tempo indeterminato, ma qualche altra settimana di vita vorrei godermela.

–          Non posso, mamma.

Dall’altra parte, in sottofondo, comincio a sentire un certo tramestio, come di gente che si litiga il telefono.

–          Come sarebbe, non puoi? Cosa devi fare che non puoi? Leva quella mano, tu.

–          Sono designata, non posso.

–          Ma se è mercoledì sera!

–          Sono designata in Champions.

Ci pensa. Le scoccia moltissimo passare per quella non informata, ma le scoccia di più abbassarsi a chiedere. Nel frattempo, il tramestio in sottofondo aumenta. Colgo distintamente un “passamela” e un principio di colluttazione.

–          Passi abbandonare la tua povera madre malata senza uno straccio di – togli la mano, ho detto, sto parlando io – compagnia e conforto, ma è la festa del papà, almeno lui, pover’uomo, pensa se fosse la vostra ultima occasione per veder… insomma, la pianti di bofonchiarmi nelle orecchie, tu, toh, te la passo, così la smetti. E togliti la mano dalla tasca.

–          Ciao papà.

–          Ciao. Volevo solo dirti che non fa niente se non vieni a cena, domani ser…

–          Ma come, non fa niente, ma certo che fa, tu da che parte stai? Se non la incastri così col cavolo che riusciamo a vederla, tua figlia! E poi ci sono anche i genitori di Zippa, e il fratello di Zippa con la fidanzata, tutta la famiglia di Zippa al completo e noi che figura ci facciamo?

–          …però se per caso riesci a fare una scappata A PRANZO, anche se siamo SOLO NOI TRE, mi farebbe piacere.

–          Contaci. Ti voglio bene, papà.

–          Anch’io.

Lo dice ridendo come un cretino, non posso esimermi dall’andargli dietro. Finché la voce della ragione non riprende possesso del telefono.

–          Anch’io ve ne voglio, anche se siete due imbecilli. Ma almeno a nessuno può venire in mente di dubitare che sia figlia tua.

 

 

[airport 80 (voglia, disco, ecc.)]

Arrivo in aeroporto con la grazia della palla di cannone del barone di Münchausen.

Skopjie si è rivelata una città particolarmente ospitale, addirittura più di quanto mi aspettassi. Forse sono macedone dentro, chi lo sa. E sì che furba non sono, al limite contrabbandiera.

(questo con buona pace di chi ogni tanto fatica a inquadrarmi dal punto di vista etnico. Difficilmente mi danno dell’italiana, il che – quando sei all’estero e gli unici connazionali nei paraggi si fanno un vanto di dimostrare la propria appartenenza al genere subumano – torna a vantaggio, è fuor di dubbio. A volte un rigurgito di amor patrio mi spinge a rivendicare puntigliosamente le origini, giusto per sollevare negli interlocutori il dubbio che esistano effettivamente abitanti di quel buffo paese stivaliforme che sanno leggere e scrivere (sorvolo abilmente sul far di conto), comunicare anche senza il supporto audiovisivo di Rutto 2.0, non teledipendenti e capaci – udite udite! – di afferrare senza troppo sforzo concetti astrusi tipo “fila”, “silenzio” e “cestino dei rifiuti”. Di solito ci guadagno occhiate sbigottite seguite immediatamente da grasse risate e proposte di tournée del mio spettacolo comico nei maggiori teatri del posto, che Bill Hicks mi perdoni. Una volta sono persino stata invitata al Convegno Intergalattico degli Autori di Narrativa di Fantascienza, solo che ai partecipanti è andato in cuffia per errore l’audio della traduzione del poeta Vogon che teneva il suo intervento nella sala affianco e non mi hanno più cercato.

Comunque finora le ipotesi più accreditate mi vedono bene come bretone, forse per via dell’età, o nordafricana in genere. Che, voglio dire, passi per i bretoni, poveracci, ce ne saranno di particolarmente racchi anche lì, ma di norma son di aspetto assai piacevole, anche se hanno nomi da compagnia aerea o rimedi per il singhiozzo. Ma giusto un bauscia di provincia potrebbe prendermi per africana. Eppure.

Esselunga del Lorenteggio, qualche anno fa.

Fine luglio. Un caldo pesante e zozzo appena mitigato dagli scarichi delle auto. Nebbiolanum, in pieno oscurantismo morattiano, era ancora ben lontana dal riconoscimento del diritto civile al girare nudi per strada come usa d’estate in tutti i paesi civili. Al confine veniva consegnato un necessaire contenente:

  • n°1 tailleurino al ginocchio, 70% teflon, 30% calcestruzzo, non candeggiare né centrifugare
  • n°1 filo di perle d’ordinanza
  • n°2 caricatori di bigodini calibro 9
  • n°1 tanica di Altolàlsudore, un preparato chimico prodotto dai Laboratoires Mengeles che sigillava le molecole sudoripare e le liberava solo una volta saliti sulla metro all’ora di punta, altro che kamikaze.

Lo spacciavano per set di cortesia, in realtà era un’azione dei servizi leghisti per scoraggiare l’immigrazione.

Forte del mio passaporto diplomatico fenicio, attivo l’opzione Catafotting e vado a fare la spesa indossando l’unica tenuta che il mio organismo tropicale possa tollerare: una djellaba nera che monta sandalo minimo e la solita faccia da culo.

Arrivo in cassa col carrello pieno di taleggio e polenta e mi metto in fila.

Tempo sei secondi, un omino sopraggiunge e mi passa davanti come se non esistessi.

Poche cose mi fanno imbestialire come quelli che saltano la fila.

Carico la tetta destra e gli invio un messaggio telepatico.

Non riceve.

Tossisco in maniera talmente plateale che mi fischiano il fallo di ostruzione dal Maracanà.

Niente.

Gli do un’ultima possibilità prima di silurarlo, mi avvicino e, con la massima educazione consentitami da un istinto omicida al cui confronto il mostro di Milwaukee è una mammola, gli dico: “Mi scusi, c’è una fila”.

Lui chiama a raccolta tutto il disgusto di generazioni di Borghezi (antica popolazione barbarica dedita al brutale sterminio dei neuroni, decimata dalle malformazioni genetiche dovute all’accoppiamento tra consanguinei ed estintasi definitivamente per una banale allergia al Cif Ammoniakal), mi guarda come se, pregustando una scorpacciata di cassoeula, scoperchiasse la zuppiera e ci trovasse dentro una cacca di rinoceronte, e strilla con voce querula:

Tornatevene a fare la spesa nei vostri negozietti luridi!”.

Senza voce querula non rende.

Lo asfalto senza manco pensarci al grido di “per il mercato di San Benedetto, che è più pulito di quel letamaio di casa tua, e per la barba del profeta!”, giusto per non far torto a nessuno)

Stavo dicendo?

Ah, sì. L’aeroporto.

Mi catapulto al metal detector mentre chiamano il mio volo. Davanti a me, due file: una di dromedari stanchi e una di dromedari morti.

La prima mi vedrebbe in decima posizione, la seconda in quinta (e cinque, sei, sette e otto, arabesque!).

Intuisco la trappola.

Temporeggio.

La fila dei morti è completamente ferma in attesa che i parenti dell’ultimo defunto si presentino per celebrare le esequie.

La fila degli stanchi si è appena fermata per un decesso, si aspetta il coroner per rimuovere la salma.

La scritta “now boarding” all’altezza del mio volo comincia a lampeggiare sul monitor.

Il 7° Panzerdivisionen, nel senso di tedesco di cui, a due metri dal suolo, si intravedono (intravvedono? questa cosa va chiarita) le ginocchia, e con una panza tale che pure a dividerla ne resta abbastanza per tutti i presenti, mi toglie dall’imbarazzo e mi sistema d’ufficio nella fila degli stanchi con un colpo di pancreas.

Ottava.

Davanti a me una neopatentata, un vecchio col cappello, una signora fresca di messa in piega, un coatto con le lucette di Kit che con una mano telefona e con l’altra si scaccola, una monovolume con tre seggiolini e l’adesivo “Briciole a bordo”, una trebbiatrice col rimorchio e un camion della spazzatura.

Solo non si vedono i due liocorni.

Sparo alla neopatentata, mostro una foto di Miss Marple nuda al vecchio, sussurro alla signora con la messa in piega che mi pare stia salendo un po’ di umidità.

Quinta.

No, non ho cambiato misure.

Dall’altoparlante arriva l’ultima chiamata per il mio volo.

Scalo in quarta, poi in terza, imbocco l’ultima curva della serpentina in piena accelerazione lesmica, il rimorchio della trebbiatrice sbanda, la supero, comincio a sfilarmi la cintura, dall’altoparlante una voce spigolosa pronuncia il mio nome seguito da volgari insinuazioni su come starei impiegando il tempo invece di presentarmi all’imbarco, il camion della spazzatura rientra ai box, accelero ancora, sono in testa, sento i jeans che scivolano ma non posso tenerli su perché ho le mani impegnate a spingere dentro la valigia, faccio per oltrepassare lo scanner, “BOARDING CARD!”, mi intima la guardia, “IT’S INSIDE!” urlo di rimando, aggiungendo a voce non troppo bassa “eccheddick, you fucking cretin, me l’ha controllata la tua collega venti metri fa, altrimenti non sarei qui”, “BOOTS!” si vendica la guardia, “ARE MADE FOR WALKING!”, la so, cazzo ti credi, mica mi freghi così, “WHAT??”, what the fuck, me li tolgo anche se non suonano, la voce dall’altoparlante chiama “Passenger Outsider please plant of chinchinsk and move your fat ass to gate 16 for immediate boarding”, e poi.

E poi succede che mi distraggo e subentra il pilota automatico.

Sarà capitato anche a voi.

(insieme a una famiglia problematica, forse, ma tanto espansiva)

Ci sono gesti che il cervello abbina automaticamente a certe attività, è una cosa elementare, il cilindro rosso nel buco rosso, premi “installa” e il coso lì fa tutto da solo.

Spogliarsi è uno di questi.

Spogliarsi in fretta lo è ancora di più.

Vaporizza indumenti”, nella mia mente ferrodastiroavulsa, è un processo che presuppone intensa attività ludica nel giro di tre picosecondi. Se viene innescato, le sinapsi si concentrano sullo zuccherino e perdono di vista il resto, mentre le mani vanno avanti da sole il più velocemente possibile, secondo un protocollo stabilito.

– STOP! STOP! THIS IS NOT NECESSARY!

L’urlo della guardia mi blocca con le braccia per aria e la maglia sfilata per tre quarti. Eppure la sequenza era giusta: cintura, stivali, maglia, a seguire jeans, reggiseno e mutande.

Oddio, le mutande.

So cosa state per dire, invece ce le ho.

Sul treno per l’aeroporto mi ha chiamato mia madre.

– Stai rientrando?

– Sì, mamma.

– Vieni a cena, quando arrivi?

– No, mamma.

– E perché?

– Non lo vuoi sapere, mamma.

– Che il Signore abbia pietà di me e mi porti presto al suo cospetto, visto che in questa vita non mi ha dato la gioia di una figlia amorevole capace di trovare il tempo per star vicina alla sua povera madre malata prima che sia troppo tardi. Mettiti un paio di mutande pulite prima di salire sull’aereo, sai mai faccia un incidente.

Quindi sì, per forza ho addosso delle mutande.

Al rovescio, ça va sans dire.

Turchesi.

Trasparenti.

Col pizzo verde acqua.

E un fiocchetto.

Vorrei dire “improponibili”, ma mentre sto lì con le braccia ancora incastrate nella maglia sento che i jeans, privati della cintura, cedono alla forza di gravità, ed ecco che dette mutande, ahimé, si propongono.

Dall’altoparlante esce solo “Jesus Christ, Sider”, ma non credo vogliano convocarmi per un’audizione.

Approfitto dello smarrimento collettivo, salto in groppa a Panzer, lo frusto con la cintura, che si capisce che gli piace, e lo lancio al galoppo.

Non perdo il volo.

L’aereo non cade.

Sta a vedere che ‘ste mutande improbabili portano pure fortuna.

[happiness is a bookworm]

Mi passo una mano fra i capelli.

Niente mutande in testa.

Mi porto una mano al petto, poi scendo. Lana. Cotone pesante. Pur essendo – stranamente – uscita di casa a capofitto, sembra che non mi sia dimenticata niente.

Quindi non capisco tutto questo fissare.

Come se non avessero mai visto un australopiteco scendere da una Fiesta del ‘52 e avvicinarsi all’ufficio postale nella classica postura da snowboarder su ghiaia. Dopo che ha scansato un olmo e centrato un faggio. Rigida come uno stoccafisso dal bacino in su, asse parallelo a quello terrestre, ginocchia piegate a 45°. Mi muovo basculando con moderazione.

Lo so quello che sembra. Ma non è come pensate.

Non è come pensa la matrona parellepipeda, abbigliata con giaccone color caffè della Peppina, gonna pied-de-struzz, calza contenitiva in titanio, scarpe Manolo Bleahnik, che mi si para davanti all’uscita della porta scorrevole intimandomi truce “Vade retro, figlia di Sodoma!”.

Che, signora, se l’assunto da lei sostenuto fosse fondato, sarebbe piuttosto un invito a nozze.

Non è come pensano neanche i due gentiluomini, i quali, soggiogati dal mio regale incedere, partono col toto-mereghetti:

–          Alì Babà e i 40 torroni, lei faceva la parte del babà, son sicuro.

–          Ma sicuro di cosa, era Sette trapani per sette ciambelle, non ti ricordi? Le impersonava tutte e sette e senza effetti speciali, e alla fine…

–          Ma cosa ne vorrai sapere tu, che non sai distinguere una ciambella da un bagher.

Arranco oltre il Simonetto Martellini della Trexenta, scanso la figliastra budrangia di Frank Sinatra che mi stornella “Gangbang” con un velo di malcelata invidia e faccio per accomodarmi sul duro legno, quando mi ricordo che non è il caso.

Ma non è come pensate.

E’ solo che domenica ho fatto il cambio di stagione.

In ogni caso, ho il 48. Siamo al 34. Assumo, per quanto possibile, l’Atturattentasana (posizione di colei che ha trovato ieri sera rientrando la cartolina di mancata consegna nella casella della posta, e ha passato la notte a resistere alla tentazione di cercare un piede di porco, perciò ormai non è che abbia troppa pazienza) e mi concentro sul vaporizzare qualunque utente intenda trascorrere allo sportello più di quattro secondi.

Tra il sopracciglio torvo, la faccia di quella che ha fatto le tre girando per Oslo per distrarsi e il portamento da gobba di Notre Dame, devo fare la mia figura. Nessuno si attarda più dello stretto necessario.

47.

– Annamaria, io vado in pausa.

Morta che parla.

La centro in fronte con il raggio ciclonico. Lei tremola leggermente, come quando guardi il buco del serbatoio attraverso i fumi della benzina. Solo la voce un po’ metallica tradisce la riprogrammazione.

–          Annamaria, io vado in pausa dopo questa signora.

Le riverso sul banco tutto quello che serve: avviso di giacenza, carta d’identità, patente, libretto, passaporto, tessera elettorale, le analisi del sangue, le chiavi di casa, due guanti spaiati, una gomma, un filtro e la schedina del totocalcio con cui ho fatto 11 nel 1990, mentre le recito a memoria il codice fiscale, quello meccanografico, la matricola Enpals e la formazione del Cagliari dello scudetto.

–          Scusi, com’è il nome?

Spirito di Nino Castelnuovo, possiedimi ORA e fammi scavalcare questo banchetto.

(risponde la segreteria telefonica di Nino Castelnuovo: l’utente da lei richiesto non è al momento disponibile. In sostituzione può provare il modello Mario, in promozione fino a Natale a soli sette fili al minuto)

Sarà l’effetto della canapa, ma riesce ad andare a cercare il mio pacco sulle sue gambe, con solo un’eco di pedata nel culo.

–          Non c’è.

–          Prego?

–          Non c’è.

Il sorriso che prima non riuscivo a nascondere mi cola via e finisce in una piccola pozza intorno ai miei piedi. Inspiro. Espiro.

–          No, guardi, è escluso. E le candid camera ormai hanno poco da dire. Suvvia, mi dia il mio pacco che anche questi signori in coda hanno da fare.

–          Non c’è.

–          Si appoggi bene allo schienale della sedia, a volte il pulsante s’incanta e il disco non esce. Poi, sia gentile, mi consegni il mio pacco.

–          Non…

Ci facevo lo spezzatino di tirannosauro con ‘sto sguardo, stella.

–          Non è ancora rientrato.

–          In un altro momento sarei lieta di commentare con lei l’impudenza dei giovani pacchi che perdono di vista i veri valori, scambiano quest’ufficio postale per un albergo e se ne vanno in giro per rave con certe raccomandate pluritimbrate, ma non oggi. Oggi le dico solo che sul retro di  quest’avviso – su cui un laureato in farmacia, gettando lo scompiglio in famiglia dopo aver annunciato che lui avrebbe invece fatto il postino, IL POSTINO!, ha inciso i geroglifici che tradotti significano il mio nome e indirizzo e Amazon come mittente – c’è scritto, stampato, che il pacco può essere ritirato presso l’ufficio postale di competenza a partire dalle 10.30 del giorno successivo al ricevimento dell’avviso. Questo è l’ufficio postale di competenza. L’avviso porta la data di ieri. Sono le 10.55. Kong vòle pacco. Ora.

–          Mi dispiace, ma il pacco non…

Iperventilo.

–          Ok, ragioniamo. Il pacco non c’è, lei mi dice. E dove potrebbe essere?

–          Eh, questo non glielo so dire.

–          EEEEEEHH, risposta sbagliata. Io ho preso una mattina di permesso per venire qui a prendere quel pacco. Non me ne daranno un’altra. Non andrò via di qui senza pacco. Quindi ora lei gentilmente me lo trova. Grazie.

–          Ma guardi che siamo aperti fino alle sette di sera, può prenderlo un altro giorno.

–          Io, per dirla con una certa ricercatezza, alle sette di sera mi sto trifolando i coglioni facendo cose che mi guarderei bene dal fare, se potessi pagare l’affitto in paioli di pennette ai quattro formaggi. Quindi ora, se volesse usarmi la gentilezza di dirmi dove si trova il mio pacco, io le userei quella di levarmi di torno e andarmelo a recuperare, ovunque sia, senza ulteriori indugi né disagi per nessuno. Altrimenti sappia che mi incatenerò a lei e le chiederò il mio pacco ogni due minuti come un orologio a cucù finchè non salterà fuori. Scelga.

–          Annamaria, i pacchi di Amàzon come vengono lavorati? Qui non ci sono.

–          Hai guardato nell’altra scatola?

–          Ah.

Ritorna brandendo due pacchi color avana, con la scritta Amazon stampata sopra in corpo 320.

–          Quale dei due è suo?

–          A intuito sarei tentata di dire quello dove c’è scritto il mio nome, ma per cognizione di causa direi quello più grande.

Me lo mette in mano. Il sorriso si riarrampica su dalla pozza e torna al suo posto. Denti a strafottere.

–          Ha visto, alla fine c’era. Doveva tenerci proprio tanto, a questo pacco.

L’unico difetto del raggio Durban’s è che è difficile controllarlo. Involontariamente incenerisco l’armadio delle raccomandate, abbronzo lei e abbaglio il Barcellona-Ciampino delle 11.20, che finirà a Helsinki.

Tenetevi la pistola.

Happiness is being a bookworm.

20131217_113157