[un giorno questo dolore ti sarà utile]

Dice, motivi validi.

I motivi validi son solo tre: un fottiliardo di soldi, una partenza intercontinentale o Robert Downey Jr. nudo nel tuo letto che ti sussurra in un orecchio se per favore potete provare ancora la scena del rodeo, honey please.

Che tu pensi, guarda Robbe’, giusto perché sei tu e fra quattro ore c’hai l’aereo per Los Angeles e chissà quando ci rivediamo, altrimenti io a quest’ora di solito mi pregio di dormire il sonno del giusto.

E se mi svegliano, faccio in modo che dorma anche lo svegliante.

Per sempre.

 

Sì, perché di motivi validi non ce ne sono mica altri.

Son questi qui e basta.

In qualunque altro caso ci si ritrovi a svegliarsi all’alba, di domenica mattina, d’estate, bisogna essere ben consapevoli di essere degli incommensurabili pirla e star pronti ad assumersi la responsabilità di qualsivoglia conseguenza derivante.

Che poi non ho capito perché parlo così in generale.

Pirla Sider, molto lieta.

 

Domenica mattina. Estate. Maledettamente presto.

Il sole non è ancora sorto e mi son già guadagnata la copertina di Elle Decor.

Dice, le soluzioni architettoniche, la controsoffittatura, il vetrocemento.

Cazzate.

Vuoi abbellire la tua cucina aprendo un lucernaio nel soffitto?

Metti la caffettiera sul fuoco avendo cura di dimenticarti di riempirla d’acqua.

Dice, hai un talento.

No.

Il lucernaio nel soffitto è creatività, è scienza, è ricerca, è cura del dettaglio, ma non talento.

Alzarsi all’alba e riuscire comunque ad arrivare tardi all’appuntamento perché quando ti lavi inavvertitamente la faccia col dentifricio sciacquarsela porta via tempo, questo è talento.

 

Il sole non è ancora sorto e ho già fatto fuori un calendario, con particolare riferimento ai santi protettori della campagna, delle oasi faunistiche e delle escursioni.

Io la odio, la campagna.

Le escursioni, mi fanno ribrezzo.

Le oasi faunistiche, non passa giorno senza che firmi una petizione per asfaltarle.

Sono un animale metropolitano. Amo le città. Nelle città ci sono le case, e nelle case ci sono i letti.

Dove la domenica mattina si dorme, porcadiquellavacca.

 

Il sole non è ancora sorto e mi squilla il telefono.

– Ti pare il modo di rispondere?

– Perchè, mamma, cos’ho detto?

– Hai chiesto chi era con una parolaccia.

– Ma figurati, chffshhhferenza, khhhapito male, ho detto chibhhazzzfrrrrpurè.

– Uhm. Vabbè, era solo per chiederti se vieni alla festa di compleanno di tua nipote, oggi pomeriggio.

– Eh, te l’ho detto che non posso, ho partita.

– E io te l’ho detto che ho fatto un corso di internet?

Oh, cazzo.

– E, uhm, cos’hai imparato?

– A cercare le designazioni sul sito dei mondiali.

– Chhhfzzzzzccidenti, bwwhhhhalleria.

(creare pagina che spiega come a digitare “blog figlia” su Google esploda il computer, segna: urgentissimo)

 

Il sole è appena sorto e mi ritrovo a fissare dall’alto un manufatto antico e prezioso, una trina modellata dal vento e della salsedine, un merletto brunito dal tempo, un pizzo valenciennes di metallo creato dalle sapienti mazze dei mastri siderurghi, i cui segreti sono ormai perduti.

 

Dice, ma è una cazzo di scala arrugginita che cade a pezzi.

Bruti. Gente che non ha il minimo senso della poesia, della bellezza, dell’arte decadentista.

Eppoi dobbiamo solo ammirarla da qui, mica dobbiamo scender…

Noi non dobbiamo scend…

Vero che noi non…

MA E’ UNA CAZZO DI SCALA ARRUGGINITA CHE CADE A PEZZI!

C’è bisogno che scenda in dettagli sul seguito?

Lo ribadisco, Darwin non era mica un cretino.

Di undici esemplari di Escursionista Beotis, uno e uno solo riuscirà nell’intento di infilzarsi con l’ultimo spuntone arrugginito dell’ultimo residuo di quello che una volta era stato un gradino, e perpetuerà così la nobile specie di Homo Quod In Futurum Cum Mentula Hic Deambulatibus.

Porto a termine la maledetta escursione con l’eleganza discreta della comparsa su un set di Romero. Gli altri viandanti portano a tracolla una borraccia, io ho una cartucciera portamadonne. Ogni tanto ne lancio una.

Ognuno sarà ben libero di sentire nella propria testa le voci che preferisce. Le voci nella mia testa, stamattina, gridano a raffica “PULL!”.

– Aspetta, cosa sta riportando Spot, una pernice? 

– Sembra più un fenicottero. Ah, no, è una madonna.

– Nah, troppo legnosa per grigliarla. Meglio gli hamburger di cammello, lascia, Spot.

 

Due del pomeriggio. 54°C.

Suono alla porta della prima guardia medica utile.

Altro che “Amo il mio carabiniere”. Bisognerebbe aprire una pagina su Facebook intitolata “Amo la mia veterinaria”.

– Il taglio è profondo?

– Boh, non si capisce.

– Come sarebbe, non si capisce?

– Sarebbe che sanguina un sacco e ho paura di guardare.

– Ma il piede è ancora attaccato?

– Ti pare che me ne vada in giro saltellando con un piede in tasca?

– Che ne so, fai cose strane.

– Io.

– Vabbè, ancora con quella storia delle mollette.

– Detto niente. Men che meno mi sogno di fare commenti sulle persone che si rifiutano di stendere foss’anche una mutanda, se non hanno le mollette coordinat…

– Basta cianciare. INFERMIERAA!! KIT PER AMPUTAZIONE!

– Glauco, sta’ buono che me la fai schiattare d’infarto.

– E che problema c’è? Si prende un capriolo, gli si espianta il cardiocoso a mani nude e si sostituisce.

– A proposito di animali, per caso nei pressi della scala arrugginita trafficano vacche o maiali?

– No, solo pantegane e cani randagi.

– Allora l’antitetanica è meglio farla. Vai alla guardia medica.

– Un’iniezione?! Non se ne parla.

– INFERMIERAAA! SEGA STERNALE!

– Sì, alabarda spaziale, Glauco, il taglio è su un piede.

– Eh, ma ormai l’infezione avrà già raggiunto i centri vitali, ci resta poco temp…

– …usano un ago piccolo, vero? E me la fanno in anestesia totale, sì?

Comunque.

Il medico.

Massima stima, per carità.

Salvare vite, missione nobile, quello che volete.

Ma è un mestiere che non farei mai.

Spesso ci si ritrova a lavorare in condizioni estreme. Vi pare facile presidiare un ambulatorio fresco e silenzioso in un paesello deserto, assediati dal profumo di muggine arrosto che arriva dalla casa affianco e riduce le pareti del vostro stomaco a una poltiglia sbavante e priva di raziocinio?

(sì, lo so, sono una brutta persona. qualche anno fa ho avuto una discussione pacatissima con una conoscente che si era appena laureata in medicina e aveva iniziato a fare le guardie. lamentava di non riuscire ad arrivare a fine mese con soli 1600 euro. e lo faceva spalmandosi il muso di burrocacao marcato Chanel. ora, io sono una bruttissima persona, lo confermo e lo accendo, però sono pronta a rivedere le mie posizioni quando mi rendo conto di agire sulla base di un pregiudizio. non è vero che i cosmetici Chanel non valgono il prezzo esorbitante che costano. qualunque altro burrocacao infilato nel naso l’avrebbe portata a morte certa per asfissia, invece quello Chanel le ha solo risolto il dilemma “respiro o continuo a sparare cazzate?”. amici dei laboratoires Chanel, vi devo delle scuse)

 

La dottoressa di guardia non apre un dibattito sull’iniquità del trattamento retributivo. Non chiacchiera di cosmesi o di griffe. E nemmeno mi visita, impegnatissima com’è a tirar su col naso. Un compito gravoso, diononvoglia venga interrotto, le conseguenze sarebbero catastrofiche.

Quando mi chiede dove ho la ferita, tiro su la caviglia per mostrarla. Lei sillaba “c-a-v-i-g-l-i-a” sul registro, poi resta a fissarla.

Io sempre con la gamba a mezz’aria. Oriella Dorella, sei ‘na peracottara.

Dopo cinque minuti di concentratissima osservazione diagnostica: sinistra.

Tutto da sola, senza neanche l’aiuto del bollino rosso e verde delle Kicker’s.

Quando azzardo a chiederle se l’antitetanica che mi sta prescrivendo è davvero necessaria, suggerendo che mi dia un’occhiata e magari mi medichi come si deve, digrigna i denti e si sbottona il camice.

Sotto ha una maglietta “Vivisector: no limits”.

Che poi, mi dico uscendo, se medicarsi con un impacco di paglia e sterco di bue andava bene per gli antichi, andrà bene anche per me.

O no?

 

Due e dieci del pomeriggio.

Temperatura: 59°C.

Scopro la differenza fra farmacia di turno e farmacia di turno 24 ore.

La farmacia di turno è quella che espone il cartello “Pensate di sentirvi male da qui alle 17? Cazzi vostra”.

La farmacia di turno 24 ore, invece, è quella che ti risponde dal citofono che ha finito il farmaco che ti serve.

 

Due e mezza del pomeriggio.

Temperatura effettiva: 69°C.

Temperatura percepita: 451°C.

Ultima fermata: pronto soccorso.

Tra sudore, polvere, ruggine, sangue, sterpi, cerotti e brandelli di anime di defunti altrui, sembro la bambolina voodoo di uno spaventapasseri. Capisco la difficoltà nel trovarmi una collocazione nel regno animale al fine di registrarmi.

– Nera…ah, no, aspetti, è solo zozza. Facciamo bianco sporco, razza caucasica, donn…uhm, vabbè, scrivo “mammifero”.

Capisco meno la bomba che Enola Triage mi sgancia in faccia senza preavviso.

– Antitetanica, eh? Se la vuole, sappia che si tratta di un derivato del sangue umano, quindi la fa a suo rischio e pericolo.

– Scusi?

– È come una trasfusione, potrebbe essere sangue infetto.

Mi affaccio fuori.

La targa sul muro conferma che mi trovo presso una struttura sanitaria ufficiale, non nella cucina di una mammana.

(a dirla tutta, secondo la targa, la stessa struttura sanitaria risulta intitolata a un santo, che è una cosa che trovo sempre inquietante. Ma è anche vero che siamo il paese la cui strategia per accedere agli ottavi di finale ai mondiali è “butta la palla e prega”)

-Allora, firma?

– Scusi, ma non potrei essere visitata prima? Magari neanche serve.

– Eh no, una volta che ha deciso, ha deciso.

– Cioè, me la fate per forza anche se non serve? Sia gentile, mi faccia parlare con un medico.

– Non si può, sono tutti impegnati.

La sala d’attesa del pronto soccorso è deserta, a parte due signore appisolate in un angolo. Fa troppo caldo anche per farsi male.

– Gli dica che c’è una paziente rompicoglioni che ha la tendenza a diventare rompicoglionissima.

Tempo venti secondi e sono dentro.

 

– Beh, è vero, l’immunovattelapeschina è un derivato del sangue umano, ma non è il caso di fare terrorismo. Siamo un ospedale, controlliamo tutto. Semplicemente, quel sangue potrebbe contenere un virus non ancora scoperto e lei se lo beccherebbe tutto.

– Fantastico. Alternative? Non so, la butto lì: visitarmi?

– Nicola, scopri la ferita della signora. Ah, ma è superficiale, io al posto suo non la farei.

– Quindi non serve che la faccia?

– Io mica ho detto questo. Deve decidere lei.

– Mi faccia capire, chi è il medico di noi due?

Il medico è quello che segue il mio sguardo andare dal vassoio dei bisturi alla sua coscia, cosa che lo porta finalmente a spiegarmi in dettaglio la vita e le opere del tetano, imprevisti e opportunità del vaccino, elementi di amministrazione delle aziende sanitarie e la ricetta segreta della sua bisnonna per il maiale al salmone.

– Se le faccio una medicazione come si deve, ci metto su anche una monografia di Jenner e le dò di resto due flaconi di benzodiazepine, mi promette che smette di fissare i bisturi?

Se prometto, poi mantengo.

Mentre Nicola dimostra a quelle sciacquette di MilanoVendeGarze come si fa una petite medication blanche, mi squilla ancora il telefono.

Ma stavolta non mi avrete.

Diamo un senso a questo calvario.

– Dottore, una cortesia. Potrebbe, uhm, enfatizzare un filo la medicazione?

– Vuol dire come se la ferita fosse più grave di quello che è?

– Esatto.

– Guardi che posso farle un certificato medico, cosa si deve scampare?

In quel momento, su whatsapp mi arriva la foto di un metroquadro di torta. La mostro.

– Ma che roba è?

Nicola sposta un occhio dalle garze e sentenzia:

– Sembra Peppa Pig che si ingroppa un Mini Pony.

– Iddiobenedetto. Festa di compleanno?

Annuisco.

-Nipote?

Riannuisco.

– Quanti anni?

– Sei.

– Figlia di?

– Dottore, non mi faccia dire.

– Intendevo, figlia di fratello?

– Sì.

– Il che presuppone una…

– Cognata.

– Nicola, molla le garze e ingessa la signora fino al bacino.

 

(tanti auguri, Nipotastra. un giorno capirai)

 

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[corno rosso non avrai il mio scalpo]

 

Profumo di pulito.

Non faccio in tempo a portare il secondo piede oltre la soglia che mi investe in pieno.

È una frazione di secondo, nessuno si accorge della frenata brusca né dell’impercettibile colpo di frusta che mi scuote. Tempo di arrivare al centro della stanza e, come un tentacolo, mi sviscera una narice, rimbalza sullo sfenoide, sfrizzola il velopendulo e mi inonda di freschezza mattino-sera.

Mi invitano ad accomodarmi intanto che.

Rapida scansione del divanetto: niente macchie, niente peli, niente croste, niente bave canine, niente che richieda un trattamento disinfettante a base di lanciafiamme e agente orange per potercisi tornare a sedere.

È…pulito.

La cosa m’inquieta. Deve esserci un trucco. Non può non esserci.

Resisto alla tentazione di inginocchiarmi e controllare sotto. La signorina della reception mi osserva perplessa mentre faccio per sedermi con l’aria tesa di quella che sa che il primo sfioramento di chiappa innescherà un detonatore.

Resto sospesa a un millimetro dal divano, la chiappa, una sola, contratta in un equilibrismo che manco sui cessi dell’autogrill il giorno della partenza intelligente. Miseria, c’erano ancora un sacco di cose che volevo fare. La transiberiana. Arbitrare la finale di Champions. Il secondo bagno della stagione. Finire il libro che sto leggendo. Giocare agli idranti.

Mi risollevo di scatto.

La receptionist si senta libera di pensarmi devastata dalle emorroidi, non m’interessa, ma io non finirò i miei giorni esplodendo anzitempo su un divanetto troppo pulito per essere vero.

Nel frattempo è entrato un altro ragazzo, fanno accomodare anche lui. Si siede con un movimento fluido.

Non ho il tempo di cercare un riparo, penso velocissimamente “addio e grazie per tutto il pesce” e assumo quella che dovrebbe essere l’espressione intensa di chi attende la deflagrazione in 3, 2, 1, e invece, da come mi guardano, sembra solo quella di una che soffre di evacuazione difficoltosa.

(chiedere il rimborso del corso “Stanislavskij, chi era costui?” comprato su Groupon a 9€, segna: da fare)

(proporsi a Groupon come Expression Trainer del corso “Essere Nicholas Cage” a 19€, segna alla voce: cogliere le opportunità dove non ci sono)

(piantarla di divagare e tornare al punto, che persino alla pazienza degli zebù c’è un limite, segna: urgente)

Non succede niente.

Manco una nuvoletta di fumo.

Manco lo scoppio della bolla di una big babol.

Il tipo acchiappa una rivista dal tavolino, si solleva lo scroto con la maschia spregiudicatezza di colui che sa di non dover chiedere mai, accavalla le gambe e si mette a leggere.

La receptionist risponde al telefono senza pronunciare le parole “reparto grandi ustionati”.

Nessuno si accorge della scritta “come cazzo ho fatto a sopravvivere finora?” che scorre luminosa sopra la mia testa, seguita dalla data di oggi, dall’ora esatta, dalla temperatura, dalle informazioni sul traffico e dalle farmacie di turno.

Come cazzo ho fatto a sopravvivere negli ultimi anni rassegnandomi a lavorare in un ambiente più adatto alla coltura dei batteri della salmonellosi che al lavoro retribuito è una domanda che mi avvilisce. Perché conosco la risposta, e non mi piace.

Fortuna che la receptionist si riavvicina per pregarmi di pazientare ancora qualche minuto, scusandosi per l’attesa e chiedendomi se intanto gradisco un caffè. Che mi porta un minuto dopo in una tazzina di porcellana dalla linea futurista.

Riflesso condizionato, ci butto dentro un occhio prima di bere.

Nessun pelo di cane. Nessun residuo organico. Nessun nemico dell’igiene che si mette in posa per i fotografi sfoggiando una maglietta “Non metteremo la terza stella”.

Pulito.

Sta a vedere che è possibile.

E poi, finalmente, il grande capo è pronto a ricevermi.

Per quanto abituata a mantenere un aplomb britannico in qualunque situazione

– Out, scusa, ho qui una zucca gigante trainata da topi, dice la municipale che senza pass per la ZTL non possono entrare ma non capiamo dove sia la targa, no della zucca, dei topi, la zucca figura come rimorchio, aspe’, te li passo.

– Buongiorno, sono Giulio Einaudi, volevo chiederle il permesso di usare un suo status di Facebook per la fascetta del nuovo libro di Nesbø.

– No, lascia stare, coi topi in ZTL abbiamo risolto, adesso ho il problema dei Fraceecos, il cantante ha cacciato l’acupuntore dal backstage perché non aveva anche il brevetto da paracadutista, tie’, parlaci te che sei diplomatica.

– Ciao, siamo i Lacuna Coit, ci hanno detto che con un nome così non potevamo che rivolgerci a te, ti andrebbe di curare la nostra comunicazione?

– Out, cara, senti, non ti spaventare se quando apri il bagagliaio di Amaranta per aprirla mi ci trovi dentro incaprettato, niente di che, il marito di una mia amica è rientrato prima dal lavoro e son dovuto venir via com’ero, non ti dico con cosa sto scrivendo questo sms.

non riesco a trattenere un moto di sorpresa. Il grande capo è Christopher Walken. Lui. In persona. Non pensavo parlasse un italiano così fluente. Avrà casa in Toscana o a Pantelleria pure lui.

Per cinque minuti mi glassa di complimenti scanditi dal picchiettare di un dito sul plico che ha davanti. La versione 22.0 del mio curriculum, quella che comprende solo le attività rilevanti per questo settore, epurata dal resto. Parla con voce studiata e non lesina nel mostrare come il suo dentista si sia guadagnato il 18 metri attrezzato per la pesca d’altura. Intanto che arriva al dunque, osservo il suo studio: boiserie di noce del Fantastiliardistan, moquette di cachemire superfino alta mezzo metro annodata a mano da bambini persiani con un QI non inferiore a 310, blocco per appunti in pergamena filigranata dai maestri miniatori della scuola di Würzburg con midollo di moffetta albina, un quadretto piccolo con un travestito che sorride ambiguo e una maglietta con la scritta “Louvre sucks” che si intravede sotto la veste.

Bussano.

Daniel Barenboim si affaccia per chiedere se gradisce un po’ di musica di sottofondo. Lui sfarfalla una mano a significare che ha cose più urgenti, ora, il maestro si ritira con un inchino e chiude la porta senza far rumore.

Sulla scrivania di cristallo scarpettiforme e fili di caramello avvolti in foglia d’oro zecchino, un sottomano in pelle di amministratore delegato, la foto di quattro mocciosi sorridenti in grembo ad Angelina Jolie e una collezione di corni e cornetti ricavati da pezzi unici della barriera corallina.

– …la conclusione è che lei è proprio la persona che fa per noi.

– Me ne compiaccio. Adesso però avrei bisogno di qualche dettaglio su cosa vorreste che facessi, per voi.-

– Mah, guardi, fosse per me le affiderei le chiavi dell’agenzia e mi ritirerei tranquillo a vita privata.

– Il che di solito lascia intendere che i conti non siano proprio impeccabili.

18 metri. Forse anche 24.

– Mi avevano detto del suo umorismo pungente. Ma non voglio tediarla oltre, parliamo d’affari: come saprà, la nostra responsabile della comunicazione sta affrontando un problema di salute piuttosto grave. Speriamo tutti si possa risolvere in breve tempo e nel migliore dei modi, ma nel frattempo lo spettacolo deve continuare, e vorrei fosse lei a mandarlo avanti.

Si piazza in mano il cornetto più grande e va avanti spedito senza darmi tempo di aprire bocca.

– Abbiamo in ballo dei progetti importanti, dai quali dipendono le sorti dell’agenzia nella breve e media scadenza. Parlo di prestigio e liquidità immediata. Parlo del mantenimento di posti di lavoro. Parlo di responsabilità. Parlo di avversari pronti ad approfittare della più piccola debolezza senza guardare in faccia nessuno. Lei è esterna ai giochi di potere, ha fama di essere incorruttibile e di saper gestire le criticità come pochi altri. È inattaccabile sul piano etico, e riesce, a quanto mi dicono, a creare un ambiente di lavoro creativo, motivato, dinamico e sereno. Ha tutte le competenze che servono. E, per quanto ne so, al momento non ha un’offerta migliore.

– Mi prospetti la sua e le dirò se è vero o meno.

Mi piace parlare della canna del gas come se non fosse presente.

– Sincerità per sincerità, glielo dico chiaramente: non le sto offrendo un contratto a lunga scadenza. Gli accordi con la nostra attuale responsabile della comunicazione sono tali per cui, non appena le sue condizioni di salute miglioreranno, il suo reintegro sarà immediato e definitivo. Quella che le sto offrendo è un’occasione.

Cinque euro che lo dice.

– Un’occasione di visibilità irripetibile.

– Ho appena vinto cinque euro.

E uno spoiler sul resto della conversazione, temo.

Si accorge del cambiamento di luce nel mio sguardo. Le dita che prima sfioravano con nonchalance il cornetto adesso cominciano a premere e a contrarcisi sopra. Il sopracciglio si fa grave sull’occhio azzurro. Vai, Christopher, zàccaci la scena madre.

– Non pensi che non capisca il suo scetticismo. Ma mi darà atto che la nostra agenzia ha un nome e una storia. Un nome e una storia che non intendiamo certo compromettere con proposte indecenti. Lei qui avrà a disposizione tutti gli strumenti che le necessitano per portare a termine l’incarico nella maniera più proficua e soddisfacente per tutti.

Per qualcosa tipo diciassette anni, le mie giornate sono state scandite dalla campanella di arrivo treno. Non so se ci avete mai fatto caso: siete in stazione, voi sul marciapiede giusto, io di solito sto ancora a un chilometro e corro come una disperata seminando occhiali, chiavi, monete e tette, e a un certo punto attacca a suonare una campanella. Significa che il treno è entrato nella giurisdizione di quella stazione. Suona per circa un minuto, poi smette. Tempo trenta secondi, e il treno vi si scodella davanti. Un po’ come il segnale orario Rai, la pausa di silenzio prima dell’ultimo bip.

Ci son cresciuta, con quel suono lì (“e questo spiega molte cose”, diranno i miei piccoli lettori). È un suono che mi emoziona, le ultime volte che mi è capitato di sentirlo traboccavo dalla felicità. E in ogni caso è un codice che rispetto. Avvisa che qualcosa sta per succedere. Non è cosa da tutti.

La campanella ha appena smesso di suonare.

Christopher agguanta il corno con entrambe le mani e si sporge empatico attraverso la scrivania.

– Lei è una che non ha paura del lavoro. La sua credibilità è basata in gran parte sulla stima che i suoi collaboratori hanno di lei. La percepiscono come una di loro.

Ti stai agitando, Christopher. Pensi di no, ma quel corno non può diventare più lucido di così, neanche se continui a strofinarlo a quel modo. Cràvaci la stamborrata e stupiscimi.

– Quindi converrà con me che sia opportuno mantenere questo stato di cose. Nel suo stesso interesse.

Finalmente qualcuno che se ne cura. Non lo faccio nemmeno io.

– Se la imponessimo dall’alto come una privilegiata, la sua aura ne risulterebbe pregiudicata.

Pensa un po’. Ho un’aura. Mentre valuto se indicarlo o meno sulla prossima versione del curriculum (“lavoratrice specializzata, patente B, auramunita”), lui si accorge che è il momento di conquistarmi definitivamente.

– Per questo le offriremo la massima libertà di gestione dei progetti che le affideremo. Lei avrà a disposizione un ufficio attrezzato, naturalmente negli orari di apertura dell’agenzia, e uno staff di cinque collaboratori validissimi. Potrà organizzare le attività come ritiene più opportuno per il conseguimento degli obiettivi. E le garantisco la totale autonomia nella gestione degli spazi pubblicitari. Le nostre provvigioni sono invidiabili, e abbiamo un sistema di premialità che troverà estremamente interessante.

Eccallà.

– L’invidia è un concetto che non mi appartiene. E, come le avrà riferito la sua assistente, non lavoro a provvigioni. Posto che non mi è chiaro cosa abbiano a che fare le provvigioni con la comunicazione.

La risposta non è nel vento. È nel corno. Bob Dylan non aveva capito niente. E sì che “blowin’ in the horn” avrebbe avuto un suo perché.

– Come le accennavo, tecnicamente non possiamo inquadrarla come responsabile della comunicazione perché ne abbiamo già una. E non gioverebbe al rapporto fra lei e i collaboratori inserirla come una supplente.

Non te la do la soddisfazione di agevolarti il compito, Christopher. Esponiti. So che puoi farcela.

– Tutte le persone che lavorano per noi hanno iniziato allo stesso modo. E hanno ottenuto enormi soddisfazioni. Chi ha optato per proseguire la propria carriera al di fuori ha comunque tratto vantaggio dalle opportunità e dai contatti sviluppati in questa sede.

Christopher. E su. Sei un omone grande e grosso. Non dirmi che hai paura di fare una figuraccia. Coraggio.

– Le stiamo mettendo a disposizione il nostro portafoglio clienti e la forza del nostro nome. Occasioni che non capitano tutti i giorni.

Niente. Non ce la fa.

– Sono certo che capisce la portata di quanto le stiamo offrendo.

Sono certo che anche tu capisci quello che sto pensando, Christopher. Anche senza sottotitoli.

– Perfettamente.

Mi alzo.

– Mi permetta di dubitarne. Non conosco nessun altro che offra il 25% su tutti i nuovi contratti.

Prendo la borsa.

– Il 25% di zero mi risulta sia zero. Mi tolga una curiosità: il profumo di pulito lo fate con le fialette?

– Scusi?

– Non importa. La saluto.

Mi giro solo un istante, quando son già sulla porta.

– A proposito, mi spiace per la disgrazia.

Il corno tintinna forte, cozzando contro gli altri e rovesciandone due. Si affretta a raddrizzarli come fossero creature e mi fissa con un’espressione atterrita che da sola vale molto più del 25% di zero.

– Quale disgrazia, scusi?

– Quella che le capiterà per avermi fatto sprecare la mattinata appresso alle sue fantasiose teorie sullo sfruttamento. Un talento di famiglia, ce lo tramandiamo da generazioni. Di nuovo, tante cose.

Ma tante, tante, tante.

https://www.youtube.com/watch?v=zbsAk1xUrYE

(tutti i dialoghi sono originali e riportati fedelmente. nessun gallo nero è stato sgozzato durante la stesura di questo post)

 

[della freschezza mattino-sera]

Lo dico assumendomi tutte le responsabilità del caso: a me i cetrioli piacciono.

Il cetriolo è estate, è arrivare a casa e tuffarsi in una cofana di insalata pomodori e cetrioli ben condita, di quelle che nel sughetto che resta sul fondo ci ammolli un chilo di pane e te lo senti che si scioglie sulla lingua, e non gli dai tregua fino a che non hai tirato su fino all’ultima goccia e l’insalatiera brilla perfettamente ripulita, e appena oltre l’ombra beata sotto la quale stai mangiando c’è una luce da bruciarsi le retine e il calore che fa tremare l’aria, ma tu a quel punto sei rinfrescata e felicemente satolla e al diavolo i 40°C.

Il cetriolo merita rispetto.

Lady Augusta Bracknell. Un tipo un po’ particolare, ma ha ricevuto un’educazione, Lady Augusta il cetriolo lo ama e lo rispetta. Lady Augusta, + 50 punti, un attico a Ian Astbury Park e uno stuolo di tramezzinatori a disposizione ventiquattr’ore su ventiquattro.

I greci. Ho un debole per i greci da quando avevo tre anni e ancora Patrasso non era stata inventata. Mia madre ha dovuto cambiare tre pediatri prima di trovarne uno che non le dicesse che il fatto che la bambina conoscesse l’albero genealogico dell’Olimpo meglio di quello della sua famiglia fosse un filo preoccupante. Al quarto giro entrammo per sbaglio dal veterinario affianco, il quale non solo non ci trovò niente di strano, ma cominciò pure a decantare la sua personale passione per le Ore, mamma si rincuorò, quasi si commosse raccontandogli di come sua madre si chiamasse Irene, il veterinario biascicò qualcosa riguardo a un possibile equivoco ma ormai le mie orecchie implumi avevano immagazzinato l’informazione. I greci il cetriolo lo amano e lo rispettano. I greci, + 500 punti e otri di tzaziki per tutti, offro io, così siamo sicuri che a nessuno venga in mente di schiaffarci l’aglio a tradimento.

Persino il mio amico Ru Catania, dopo anni di contromilitanza attiva, ha ceduto alle lusinghe del cetriolo.

Anche se il correttore automatico pretende che abbia ceduto alle losanghe, cosa che invece spero non faccia mai. Dovesse succedere:

a)      mi auguro di morire prima;

b)      il passo successivo è andare in tour con Povia. Vedi tu.

(strano come anche gli zebù siano ghiotti di cetrioli, chi l’avrebbe mai detto. Basta nominarlo e accorrono a frotte)

Il cetriolo è una creatura nobile e umile nello stesso tempo.

Di certo non è un motivo valido per approfittarsene.

Quindi il deodorante al cetriolo è e resta un apostrofo verde tra le parole “eresia” e “cazzata abnorme”.

Ma se vi fa piacere girare con un cetriolo sotto l’ascella a mo’ di baguette, fate pure.

Volete pure il deodorante al melograno?

Il melograno macchia, io ve lo dico. Ma se vi sentite a vostro agio a girare come se vi fosse squillato il telefono mentre vi depilavate le ascelle a colpi di roncola, sentitevi libere.

Volete quello ai fiori di cotone, ai fiori di Bach, al Fiorello, alla menta e lime, alla citronella, ai sali del Mar Morto, ai germogli di soia, alle radici di mangrovia, al talco, all’amarena variegata puffo, alla madreperla delle ostriche neonate pescate a mano nella fossa delle Marianne, ai riflessi della seta viva con tanto di bachi e rami di gelso da appendersi alle orecchie, alle proteine del latte, dello yogurt, della burrata, del caciocavallo, del casu marzu e del parmigiano reggiano 24 mesi, alla vitamina B1, B2, B3 colpita e affondata?

E chi ve lo vieta?

Abbiamo voluto rovinarci l’esistenza votando sì alla repubblica, alla democrazia e al suffragio universale? Adesso teniamoci quello che sotto le ascelle si dà pure l’estratto di moffetta albina (che se è in commercio vuol dire che funziona, sennò tutti quei laboratoires cosa ci stanno a fare), nella cabina elettorale affianco alla nostra. Da una parte, dall’altra c’è quello che ha inventato la pubblicità della pomata contro il prurito intimo.

Va bene tutto.

Ci mancherebbe.

Una cosa, però.

Fate che quello che avete mandato in giro oggi pomeriggio, approfittando del fatto che il caldo quasiestivo esalta al meglio gli aromi, rimanga il beta tester isolato di un esperimento fallito.

Perché se l’intenzione è davvero quella di mettere in commercio un deodorante al soffritto, ditelo subito così avviso un paio di giornalisti amici.

Non si tratta di raptus, ragazzi.

Sarà lucida, cruenta, efferata premeditazione.

[outing]

Ci son momenti, nella vita di una persona, in cui si sente il bisogno di parlare. Di buttar fuori quello che si ha dentro, non perché finora magari lo si sia tenuto nascosto, però.

Ho sempre guardato agli outing altrui con un misto di spocchia e orrore, e trovavo invadente, quasi violento, il voler imporre agli altri faccende intime che nella più remota sfera del privato dovrebbero essere custodite. Eppure, una volta di più, son costretta a ricredermi, ora che dal mio profondo l’urlo preme per esondare e gli argini se la danno a gambe prima di essere travolti.

Chiedo scusa in anticipo per questa confessione non richiesta che avrebbe potuto, dovuto essere sommessa e riservata a pochi intimi, e invece si sta per trasformare in una presa di coscienza pubblica, impudica e veemente.

E chiedo perdono, a voi e a me stessa, per l’esposizione pornografica e senza remore di una parte di me che non tutti condivideranno. Anzi. Nella migliore delle ipotesi, quanto sto per dire verrà derubricato alla voce “sticazzi”, e sarà quasi un sollievo in confronto all’ipotesi peggiore, quella che darà adito a una pioggia di accuse che – in coscienza – non sento di meritare. Lungi da me l’idea di atteggiarmi a martire della causa, non c’è un secondo fine, non si tratta di un’autoerotica ricerca di consensi. Tutt’altro.

Ma se questa mia esternazione dovesse servire a far sentire anche uno solo di voi meno isolato nella propria condizione di paria, sappi, o amico – e, più raramente, amica – che non sei solo. Perché anche io, come te

ODIO

LO

SHOPPING

Andare in giro per negozi è un concetto che la mente non considera. È poco moderno, mi rendo conto, ma brasarsi dentro un toro di Falaride indossando una vergine di Norimberga e due stivaletti malesi trovo sia comunque più caritatevole nei propri e negli altrui confronti.

Comprare vestiti è l’orrore. Davvero non si capisce questo moralismo bigotto che pretende di impedire a tutti di girare nudi, come è naturale che sia. Il freddo, mi direte. Ma il freddo dura poco e, nel caso, basta arrotolarsi ben bene in un paio di foglie di vite. Vuoi mettere trovarsi di fronte a un dolmadakia gigante, vuoi mettere l’acquolina in bocca che scatena una visione simile, vuoi mettere i sistemi alternativi per generare calore direttamente suggeriti da cotanta succulenza rispetto a…

(oddio, non ci riesco)

…a…

(pensa all’Inghilterra)

…al pile.

No, dico.

Il pile.

L’anticoncezionale per eccellenza.

Lattice, superlattice, budello naturale, amianto, pillole di cryptonite, cerotti al titanio, spirali ovali: non-servono-a-un-beato-tubo.

Non scherzo. Già, a vederlo scritto, uno legge istintivamente pìle e pensa “ok, va a pile, ma ‘ste pile, esattamente, dove..?”, e quello è il massimo dell’erotismo che vi potete aspettare.

Ma provate a infilarvi sull’apposita, pregiatissima escrescenza un gambaletto color carne: partner che svengono, urla di raccapriccio, libido sbattuta in prima serata nel servizio principale di “Chi l’ha visto?”. Vespa, con ghigno belluino, appronta il plastico titolando “Quel che resta del porno”.

Pensavate fosse il top in materia di sicurezza.

Pensavate.

Ora provate a infilarvi, con molta cautela e tenendo indietro bambini e cardiopatici, un manicotto di pile. Con fantasia da pile (vedi oltre), essenziale perché l’effetto anticoncezionale raggiunga il massimo dell’efficacia: partner che si scempiano calpestandosi per guadagnare le uscite di sicurezza, lacrime di disperazione, la libido strilla Olicrosse e Godamite!, morde la capsula di cianuro e ciao, il prossimo raptus di concupiscenza lo vedrete quando al posto della carta igienica si useranno tre conchigliette.

Non che dall’altra parte funzioni meglio, eh. Donne freddolose, ne hanno stroncato più loro della campagna di Russia. Buttarle in un vulcano acceso potrebbe sembrare la soluzione più pratica, ma non sempre risulta  conveniente dal punto di vista logistico. Per tacere del fatto che alcuni di voi, nostalgici feticisti del sorbetto, fosse pure quello alla cicoria, le amano.

Tanto lo sapete come va a finire.

Osservi perplesso quella specie di inuit che ti gira per casa cercando di capire se sia la tua donna, un/a senzatetto in visita che ha educatamente consegnato i cartoni al guardaroba o un barbapapà fatto di crack. Nel dubbio, tenti un approccio.

Livello 1: plaid di pile da 600gr, indossato a mo’ di poncho come in uno spaghetti western, però girato in Groenlandia, tenuto fermo da una foca viva a bandoliera.

Livello 2: felpa di pile da 800gr, detta La Barriera. Mica per lo spessore, no, è che di norma ostenta una fantasia capace di accecare un bisonte a 900 passi. Riconosciute come armi non convenzionali dall’ICO, le fantasie da pile sono state messe al bando nel 1994, dopo che un’inchiesta rivelò che per la loro realizzazione decine di daltonici venivano sottoposti a trattamento coatto a base di LSD. Uno spreco indicibile.

Livello 3: pantalone di pile da 1200gr. Praticamente il caveau della KfW.

Livello 4: body a dolcevita di pile da 500 gr. Il lasciapassare per il paradiso della bestemmia.

Livello 5: canottiera di pile da 380gr. Voglio trovare un senso all’invenzione del trinciapolli, del divaricatore toracico e della fiamma ossidrica. Anche se il trinciapolli un senso non ce l’ha.

Livello 6: calzamutanda di pile da 400 gr. L’unica cosa che ti impedisce di lasciarti possedere dal demone del velcro è che non sei sicuro di cosa cazzo sia, il velcro.

Dopo sei ore che stai scavando che manco in miniera e non sei neanche arrivato al Livello 9: mutanda di pile da 390gr, intravedi in lontananza una porzione di coscia e ti rianimi tutto. Controlli l’ora: le tre del pomeriggio. Controlli gli strati: 9 all’obiettivo. Vai che entro mezzanotte si tromba. Quando, finalmente, distrutto dalla fatica, sotto le tue mani inutilmente elettrizzate dal poliestere (spiumatrice elettrica, eppure in polleria sembrava una figata) avverti il dolce tepore della creatura che ami, la trovi che fuma soddisfatta, ubriaca di brandy, insieme ai tre san Bernardo che l’han raggiunta prima di te.

Il pile.

Ogni volta che lo sento nominare, vengo travolta dalle sue spire voluttuose e perdo il filo.

Lo shopping, dicevamo. Un film di Mathieu Kassovitz.

Sono cresciuta in una famiglia devota al culto della riparazione. Qualunque cosa rotta poteva e doveva essere riparata. Qualunque cosa, dai tavolini sfasciati durante gli allenamenti di piramide umana storta (Scuola elementare E.Fermi, IV D, campione provinciale 1977-78), ai rapporti sentimentali. Nessun articolo sarebbe mai stato sostituito con uno nuovo finché lo spirito di quello vecchio non fosse apparso in sogno brandendo una petizione contro l’accanimento terapeutico e supplicando una sepoltura pietosa.

Va da sé che comprare qualcosa al primo, secondo, terzo, centoquattordicesimo accenno di malfunzionamento è inteso come un oltraggio.

Sì, lo so che potreste obiettare che così si mandano in malora decine di amici che campano grazie al commercio. A parte che non pensavo conosceste tutti ‘sti pusher, ma sarei ben felice di prendermi cura di loro personalmente (gli amici che campano di commercio, ma anche i pusher), pur di porre fine a questo scempio.

Poi, voglio dire, le parole sono importanti. Cos’avete contro il baratto? Sentite come suona bene: baratto. Evoca scambi cordiali e rilassati fra persone ammodo che, a conclusione dell’affare, sbevazzano insieme ragliando garrule “se tu dai una cosa a me, io poi do una cosa a te”. Shopping fa venire in mente gironi infernali di maniaci sado-ossessivo-compulsivi, traumi da cric per un parcheggio, il Comitato Parenti delle Vittime dell’Apertura dei Saldi, il record indoor di turpiloquio per contendersi l’ultimo articolo di quel tipo.

Comunque.

Io lo so che sono una brutta persona. Ho condotto svariate esistenze facendomi beffe dei dieci comandamenti, delle leggi federali, di quelle della fisica e della termodinamica, del codice di Hammurabi e del manuale delle Giovani Marmotte. Con le virtù teologali ho fatto barchette, in quelle cardinali mi ci son soffiata il naso.

E non me ne sono mai pentita.

Credo sia per questo che qualche divinità superiore mi abbia fatto venire in mente di recarmi presso un centro commerciale di sabato pomeriggio.

In dicembre.

La facevo facile: mi serve del silicone, vado a comprare il silicone. Niente liste della spesa, niente borse di tela, niente verifica preventiva di quello che manca prima di uscire da casa (quest’ultima cosa fa parte della mitologia, l’ho scritta solo per dare un tocco intellettuale a questo papiro). Cinque euro in tasca e via andare, leggera come una libellula, fiduciosa come una pastorella alla periferia di Lourdes.

Talmente periferia che mi tocca parcheggiare al bivio di Carcassonne sur Mammarranque, lì dove parcheggio di solito non c’è spazio manco per mettere un monociclo. Un campanellino comincia a risuonarmi in testa. Cazzo, Trilly, lo sai che capelli ho, se ti ci vai a infognare bisogna tirarti fuori col soccorso alpino. No, non ce l’ho adesso il tempo di tirar fuori anche Elvis e Jim Morrison, devo comprare il silicone.

Trilly innesta Mach 3 e si defila.

(avevo scritto “si depila”, in prima battuta, poi per fortuna mi son vergognata e l’ho cancellato prima che qualcuno potesse leggerlo)

Avanzo di tre passi e mi si para davanti un capellone.

–          Passerotto, non andare via!

–          No, guardi, hanno già provato a darmi del pettirosso in passato, e ultimamente ho qualche problema a star seria in presenza di quaglie, cortesemente, non ci si metta anche lei.

Avanzo di altri tre passi, mi si para davanti un vecchio. Rasputin da vecchio, con un saio e un bastone nodoso.

–          Fuggisci, sciocca!

–          “Fuggisci”?

–          E oh, mi andava a puttane la metrica, fuggisci.

Lo scanso, ché non son qui a giocare a regina reginella, devo solo prendere il silicone e tornare a casa.

Sabato pomeriggio. Dicembre.

Oltrepasso le porte scorrevoli e mi ritrovo nel fosso di Helm.

Taglio, che ormai i panettoni han lasciato il posto alle sedie a sdraio: due cose non potrò mai scordare di questa missione drammatica.

La prima è il vasetto di crema antigravità. Non l’ho potuto fotografare perché guardato a vista da Cerbero in persona, non ho capito se perché ho l’aria di una che si frega le cose nei negozi o di quella che con la gravità pensa di avere un conto in sospeso, anziché una battaglia persa. Però fidatevi, esiste.

La seconda è questa:

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(non metterò mai più piede in un centro commerciale in dicembre, non metterò mai più piede in un centro commerciale in dicembre, non metterò mai più…)

 

 

[tutto quello che dirò potrà essere usato contro di me]

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[occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio]

Quelle giornate in cui alle undici del mattino ti sei già pentito da un pezzo di esserti alzato, all’una invochi la giustizia degli dei affinché ti mandi un’ascia bipenne, all’una e cinque preghi gli dei di stare fermi, per carità, ché con la fortuna di oggi c’è il rischio che l’ascia bipenne arrivi sì, ma a te in mezzo agli occhi.

Alle due vorresti che una spalla maschia e un braccio possente ti facessero sentire protetta da qualunque sopruso, e se pure questo comportasse l’allontanamento di tutti i vestiti dal terreno di gioco si tratterebbe di un sacrificio duro ma sopportabile.

Alle tre vorresti scavare un buco in terra e nascondertici dentro fino all’indomani.

Alle quattro ti chiedi cosa cazzo abbia quella stronza della mezzanotte da fare la preziosa.

Alle cinque lanci in aria a ripetizione un coadiutore dei processi decisionali e del calcolo delle probabilità per vedere se spararti un colpo alla nuca e porre fine a questa giornata assurda o puntare la Parabellum a caso e far fuoco di conseguenza, tanto come ti giri non sbagli.

Per otto volte di seguito esce “croce sopra”.

Fighi, ‘sti coadiutori truccati.

Alle cinque e venti stai urlando OOOOOOOooooOOOHHhhhhhmmmMMMMMMM fuori dalla finestra. Panico nel quartiere, cinque rifugi antiaerei a secco vengono tirati su a tempo di record, il signor Urpino Murenu, classe 1922, alza il pugno al cielo strillando “maleretti yènchisi”, sua moglie Molentargia carica l”88 a pabassinas del ’37.

Annata, non calibro.

Il comandante dei vigili del fuoco telefona per supplicarti di diventare la loro sirena 2013-14, mentre i suoi lo legano al palo di discesa con una manichetta pregando che rinsavisca. Tutti insieme finiscono sul paginone centrale di Playgay di dicembre e poi ospiti di uno speciale “Ulisse – il piacere della scoperta” in cui Alberto Angela li intervista vestito da san Sebastiano del Mantegna.

Nel frattempo la marea di cazzate che hai scritto è servita a evitare che il prossimo post fosse scritto dall’Ucciardone. Forse.

E mentre ti rilassi aspettando che la corrente ti faccia passare davanti il cadavere dell’Enel, accendendo ceri al santo protettore dei carrozzieri e stabilendo una volta per tutte che la domanda fondamentale non è “giusto per saperlo, sei sposato?” ma “giusto per saperlo, tua moglie s’è diplomata in voodoo alla Scuola Radio Elettra?”, ecco che arriva la soluzione.

La soluzione a una monumentale, titanica, poderosa giornata di merda sta su questo sito.

Alla voce referrer.

Voi non avete idea.

No, non ce l’avete.

Vi dico di no.

O forse sì, visto che Elena Tamacoldi in tutte le versioni, i dettagli intimi del procione, le curiosità inconsuete sulle processioni e su Fabio D’Auria le cercate voi su Google, mica io.

(approfitto di questo post per salutare i lettori del Chile di cui son venuta a conoscenza poco fa. Attraverso quanti e quali gradi di separazione siate arrivati qui è un mistero che forse un giorno verrà risolto, ma nel frattempo oste! serva a questi signori o signore il mio più caloroso benvenuto)

[come quando fuori]

Piove.

Le tamerici salmastre non fanno un plissé.

La solitaria verdura si trastulla su YouCorn.

Modugno vorrebbe trovare parole nuove per definire Jovanotti, che guardando come piove s’è comprato un pentavano tra le perplessità dei Cult.

Il cagliaritano medio subodora qualcosa.

Sulle prime non capisce, poi – con un’intuizione degna di Larrivey – si affaccia alla finestra.

Guarda a destra.

Niente.

Guarda a sinistra.

Niente.

Tranne che se stesse attraversando la strada l’avrebbero già stirato.

Solleva lo sguardo.

Bullet time: fissa la madre di tutte le gocce trafiggergli omaso, abomaso e sfociargli in peritonite perché nel frattempo ha spalancato la bocca in un parossismo di terrore.

Torna a velocità normale.

Audio. Decibel, watt, cristalli infranti. Slavine.

Ok, panic.

 

I motivi per cui l’abitante di una terra circondata dall’acqua regredisce allo status di Pithecanthropus consternatus in presenza della pioggia non risultano tuttora chiariti. Forse memore della sommersione di Atlantide, di cui ricordiamo il notevole remake del 2008, il cagliaritano medio ha elaborato una strategia che, se pure non gli garantisce la sopravvivenza alla catastrofe, gli consente comunque di rendersi riconoscibile nel panorama delle specie di futura estinzione.

Alla prima goccia, il cagliaritano medio assume la caratteristica espressione da urlo di Munch, mantenendo la quale si premura di dare la notizia ai parenti, ai vicini, ai lontani e a tutti gli amici di Facebook. Di questi, tutti quelli che non commentano a tema con grande scialo di allarmismo, vocali e punti esclamativi, che non cercano il sindaco e/o non mettono manco un like cancarato, vengono depennati pure se sono le svedesi bone conosciute a San Teodoro l’estate prima. Spesso si tratta di un falso allarme, è solo la signora Putzolu del sesto piano che innaffia la peonia, ma non si sa mai.

Alla seconda goccia, tira fuori dall’armadio la divisa da lagunare della Serenissima vinta a scala quaranta a Ferragosto al marito foresto della cugina che vive a Piove di Sacco, e comincia a mandare in loop a volume altissimo le cassette dei Rondò veneziano per caricarsi.

Alla terza goccia afferra un megafono e attacca a urlare istruzioni per riempire l’arca, dando la precedenza agli animali da cortile e ai santi col priority boarding.

Di norma, il diluvio si arresta prima della quarta goccia, e il cagliaritano medio è costretto a limitarsi a dichiarazioni post-partita in cui a parole promuove l’assetto della squadra e attribuisce alla sfortuna la mancanza di occasioni, mentre dalle espressioni facciali si evince una certa carenza di bifidus activus nella sua dieta quotidiana.

Ma di tanto in tanto Giove pluvio esagera e ne rovescia una tazzina. A volte addirittura una mezza pentola. E allora sì che il cagliaritano medio dà il meglio di sé. Perché quando piove davvero, la cosa migliore che un cagliaritano medio possa fare è mettersi in macchina e uscire senza che ve ne sia alcuna necessità. Otturare le strade al primo spruzzo di pioggia, per il cagliaritano medio, è un dovere civile. In nessun altro posto come in mezzo a viale Marconi intasato può esternare tutto il proprio comprensibile, condivisibile et eziandio legittimo stupore per il fatto che a metà novembre cominci a piovere.

(non chiedetevi cosa ci faccia un cagliaritano medio in viale Marconi quando piove; chiedetevi cosa può fare viale Marconi quando piove per lui)

Una cosa però gli va riconosciuta. Il cagliaritano medio non discrimina. Il cagliaritano medio è equo. Spesso anche solidale, ma soprattutto equo. Con la q. Dedica a ciascuna goccia la stessa attenzione, senza disparità, senza preferenze, chinandosi per scrutare il cielo oltre l’orlo del parabrezza e osservando ciascuna per lo stesso numero di minuti. L’interesse che mostra  per i tamponamenti? Triplicatelo e avrete quello che riserva alle gocce. Tutte, nessuna esclusa.

E intanto piove.

(uno stillicidio

zeppo di tonfi di motorette e strilli

di bambini)

Si procede a passo d’uomo.

Recentemente operato al menisco.

Si socializza, si scopre che si conoscono di fama le reciproche madri e sovente anche i padri, le cateratte favoriscono un’intimità in cui nessun dettaglio può restare privato, nemmeno a tre macchine di distanza. I gesti riportano, a quelli più lontani, affinché non si sentano esclusi ma – anzi – possano partecipare al dibattito, il dettaglio di volumetrie e proprietà dilatatorie che poco hanno del millimetrico. Uno zoologo prende appunti da un’Agila, riservandosi di verificare.

Si esorcizza la morte per annegamento in cunetta strombazzando ritmi sincopati, le sincopi dirette a quelli che si attardano a sottolineare le differenze tra la goccia n°794 e la 795. Il legittimo sbigottimento pluviale cede il passo prima al fastidio, poi all’irritazione, infine all’oltraggio puro, queste cazzo di gocce che arrivano dal continente a rubarci il lavoro, il nostro lavoro fatto di sudore sotto le ascelle delle magliette quando pranziamo al Poetto. Il 10 di novembre. Scalzi.

Cominciano le prime allucinazioni. All’ennesimo verde perso, quello con la divisa da lagunare sale sul tetto della macchina e comincia a declamare

Come lo scoglio infrango

Come l’onda travolgo

E viene risospinto dentro da una bordata di

Cummenti is callonis chi c’as scroxiau a ghiaia, spesari’ a casinu!

La pioggia non accenna a scemare. Dalle macchine, invece, si scemeggia in abbondanza. Due appassionati di vela discutono su chi abbia la precedenza all’incrocio di via Newton:

–          Randami ‘sto cazzo!

–          No, me lo randi prima lei!

Il cagliaritano medio comincia a sentirsi l’acqua alla gola pure se a terra non supera i tre millimetri. Nelle case si rafforzano gli argini delle portefinestre coi mezzi di cui c’è più disponibilità: gli asciugamani da mare.

Sale l’angoscia, quella sì, quella acre generata dal pericolo. Perché il cagliaritano medio si preoccupa che gli entri l’acqua in casa pure se abita in cima alla torre di San Pancrazio e gli ha appena citofonato san Pietro per chiedergli se possono salire da lui, ché giù da loro c’è un po’ di umidità. Due palombari aspettano il traghetto per attraversare via Vienna.

E poi accade l’imprevedibile.

Tutto si ferma. Tutto, anche il rumore. Non si sente volare una madonna.

Un arcobaleno perfetto, vivido da sembrare solido.

Scendono dalle macchine con gli occhi sgranati, tutti improvvisamente amici, cagliaritani e quartesi, idrorepellenti e repellenti e basta.

La cosa più bella del mondo.

L’arcobaleno, non i repellenti.

È ancora lì quando entro nel girone infernale. La macchinetta dei numeri è stata sradicata dal muro. Un’orda di huruk-hai brandenti impegnative tiene sotto assedio una porta. Quattro individui di sesso imprecisato attaccano qualunque camice di passaggio con la bava alla bocca, tenuti indietro a stento da parenti che vorrebbero sotterrarsi. Hieronymus Bosch schizza alla buona in un angolo per non perder gli spunti. Un hobbit annuncia che ha olio di proprietà da vendere, per chi fosse interessato.

Il mio chirurgo ha un’urgenza, e con lui Camice amaranto. Mi tocca seguire il camice azzurro di una che si è appena vantata con la collega di non leggere mai, niente, manco le istruzioni dei cannelloni surgelati. Leggere è una perdita di tempo, dice, “se voglio vedere cinquanta sfumature di grigio mi basta guardare i peli del pistillone [testuale] di mio marito e mi passa la voglia”.

Mi zappa in faccia con la delicatezza di un pitbull in crisi d’astinenza che sente un chilo di coca venti centimetri sottoterra. Esco con le lacrime agli occhi dal dolore e una medicazione inutile che ho provato inutilmente a farmi rifare. “Gliel’ho fatta bellina, che è ragazzina, quelle brutte lasciamole ai vecchi. Di cosa si lamenta?”.

Di niente.

Fuori, l’arcobaleno è ancora lì.